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Sono nata l'11 giugno 1953 [h. 23.20 Milano] da una famiglia le cui radici e storia sono decisamente non comuni per i parametri italiani, da ciò sicuramente innumerevoli vantaggi ma, al contempo, anche svariate problematiche.
DA PARTE DI PADRE
La famiglia di mio padre è di origini pugliesi, per l'esattezza da Canosa di Puglia, infatti il nome Caporale è decisamente un nome del sud. Tuttavia il legame con queste terre è stato brutalmente reciso quando mio nonno venne perseguitato a causa delle sue idee e conseguenti azioni.
Al tempo, quando il fatto accadde, il nonno viveva a Napoli dove stava terminando gli studi di architettura [a questo link trovate le foto]. La Napoli di allora era famosa per essere una città di grande cultura ed era quindi lì che si trovava l'università in cui le famiglie del sud inviavano i propri figli a studiare.
Durante gli studi il nonno si infervorò delle idee di Michail Bakunin "Il maggior rappresentante del movimento anarchico internazionale nell'Ottocento e, allo stesso tempo, il primo agitatore che cercò di dare una giustificazione teorica alla sua azione rivoluzionaria".
Diciamo che ne rimase talmente coinvolto che, quando la politica estera di allora con Francesco Crispi, per una questione di orgoglio nazionale in reazione a uno sgarbo dei francesi, decise di chiudere i rapporti commerciali con la Francia, gettando in rovina numerose famiglie del sud che vivevano grazie al commercio dell'uva - venduta appunto ai francesi, il senso di giustizia e di rabbia sociale di mio nonno si sviluppò con tale intensità da renderlo un vero e proprio sobillatore. Il tutto scoppiò poi in modo quasi violento durante una visita di Crispi a Napoli, quando il nonno cercò di colpirlo con un sasso [alcune biografie di Francesco Crispi riportano quell'attentato alla vita del Ministro del 13 settembre 1889, a mano di un certo Emilio Caporali.]
Fu immediatamente catturato, schedato come anarchico - anche se lui ha continuato a definirsi repubblicano - e quindi perseguitato con internamenti in diversi manicomi/carceri.
Ringrazio lo storico Giuseppe Galzerano, autore di numerosi libri sui movimenti anarchici di fine Ottocento ed editore di libri dedicati a tale argomento [Casa Editrice Galzerano, Casalvelino Scalo SA, telefono: 0974.62.028] che mi ha contattato per fornirmi maggiori informazioni su mio nonno, passato alla storia come il primo attentatore alla vita del Crispi. Galzerano, infatti, nel suo prossimo libro sull'anarchico Paolo Lega, ha dedicato un intero capitolo alla storia di mio nonno. Qui di seguito parti tratte da tale capitolo.
DAI GIORNALI DEL TEMPO
"Sul Corriere della Sera, del 17-18 settembre 1889, pag. 1 [Milano, A. XIV, n. 256], così viene raccontato il fatto: 'A Napoli il 13 settembre 1889, alle sei della sera, mentre in compagnia della figlia Lina passeggia in carrozza per Via Caracciolo, all'altezza del Caffé di Napoli, Francesco Crispi viene colpito da un sasso, lanciatogli da Emilio Caporali, studente ventunenne di architettura, repubblicano, originario di Canosa di Puglia (Ba).
L'indomani il Corriere della Sera riferisce:
Un giovane, decentemente vestito accostatosi alla vettura si è arrampicato sul predellino e tenendo nel pugno stretto un sasso ruvido e tagliente, ha colpito Crispi fortemente al mento, producendogli una ferita profonda fino all'osso con sbocco di sangue all'orecchio destro.
Il fatto è durato un istante. Crispi ha avuto appena il tempo di sollevarsi sul sedile per riparare la figliuola che, atterrita, mezzo svenuta, gridava: "Papà mio!".
Un ufficiale dei bersaglieri prima di tutti, poi un signore, un prete, una guardia doganale, un signore e il servitore di Crispi sceso precipitosamente di cassetto hanno afferrato il giovane e l'hanno consegnato senza veruna resistenza alla forza pubblica.
Crispi, seguito da una grandissima folla è ritornato a casa dove il dottore Diomede Carito, sollecitamente chiamato gli medicò la ferita, dovendola cucire con tre punti. Crispi dice essersi sentito colpito come da una palla di cannone.
All'interrogatorio l'attentatore – detenuto nella camera di sicurezza dell'ispezione di Chiaia e in attesa di essere trasferito al carcere di San Francesco - dice di non aver mai conosciuto Crispi e di averlo visto la prima volta in occasione dell'attentato. Studente universitario, in seguito alla recente morte del padre, appaltatore di imprese di costruzioni, per mancanza di mezzi dovette abbandonare gli studi e cercò invano un lavoro. Chiese anche dei sussidi, ma non gli furono riconosciuti e così, esasperato dalla miseria, qualche ora prima si era procurato il sasso – che era stato trovato e sequestrato nella carrozza - e lo aveva scagliato contro il presidente del consiglio. Dopo aver risposto alle prime domande con arditezza, si era chiuso nel silenzio tanto da dare l'impressione di essere un pazzo. Vestito con un meschino abito chiaro, al braccio porta il lutto per la morte del padre. Ha piccoli baffetti e folti capelli castani; occhi intelligente, vivissimi.
Il giorno dopo il quotidiano milanese informa che la ferita, limitata al mento, è lunga cinque centimetri e giunge all'osso senza intaccarlo. Si sono rotte alcune piccole arterie e dall'orecchio continua ad uscire sangue, Crispi ha avuto la febbre, se parla aumentano i dolori e diventa più difficile la cicatrizzazione della ferita. Non può mangiare. È alimentato con brodo e latte e con qualche sorso di vino. È di buon umore e al fatto non dà nessuna importanza, limitandosi ad attribuire l'attentato ad un caso isolato di pazzia; però pensando allo spavento della figlia e alla vigliaccheria dell'aggressione ha avuto uno scoppio di ira e si è messo a piangere.
(...) Nel carcere di San Francesco continuano gli interrogatori di Caporali, che ripete di essere repubblicano, ma di non essere iscritto a nessuna associazione, di aver agito per disperazione perché non trovava i mezzi di sussistenza e l'aver visto Crispi tanto felice - mentre lui era tanto infelice e povero - lo ha scatenato ancora di più. Nella sua casa è stata sequestrata una valigia con pochi effetti personali di nessun conto, due libri di Paolo Mantegazza, "L'igiene dell'amore". e "Un giorno a Madera"., una lettera d'amore a certa Sabinuccia e altre della ragazza, insieme ad una lettera della madre che lo sollecitava a rientrare a Canosa di Puglia.
Il sasso pesa 650 grammi, è lavorato per essere più facilmente impugnato, non sembra provenire dalle pietre napoletane, e qualcuno dice che proviene dalle cave abruzzesi.
Con l'accusa di essere suoi conoscenti sono stati arrestati lo studente dell'Istituto di Belle Arti, Ferrer, figlio di un consigliere della Corte dei Conti, e quattro muratori di Canosa di Puglia, abitanti in via Palermo, la stessa via dove, da un mese, abita Caporali. Interrogati sono stati rilasciati.
Dagli interrogatori non è emerso nessuno scopo politico e l'attentato è un caso isolato di pazzia e di assoluta miseria, proprio perché Caporali aveva inutilmente bussato a tutte le porte per ottenere un sussidio e un impiego. Aveva solo ottenuto una lira dal sindaco e si era ridotto a fare il muratore.
Il quotidiano milanese offre una rassegna stampa dei commenti degli altri giornali all'attentato. "La crispina", "La Riforma". scrive: Dobbiamo e vogliamo credere che l'indirizzo e l'influenza di qualsiasi partito politico sieno assolutamente e completamente estranei al tentativo di uno scellerato che ha voluto macchiare la sua giovane esistenza con così brutale viltà.
Il Fanfulla. scrive: Abbia o no complici il volgare eroe del sasso, il suo partito non può essere che quello dei delinquenti. E diciamo questo esplicitamente prima che di là del Cenisio gli amici di certi concittadini si facciano telegrafare da Napoli e da Roma che Emilio Caporali è l'apostolo del malcontento contro il Governo italiano e contro la politica interna ed estera.
Il solo lato politico che sia in questo fatto, e andrebbe meditato in Italia e fuori, si trova tutto nel plebiscito di simpatia unanime cui ha dato luogo da un capo all'altro d'Italia. E' un plebiscito che dalle più alte autorità dello Stato ai cittadini di Canosa, paese natale del Caporali, dal cardinale Sanfelice
A Crispi è giunto anche il telegramma del sindaco di Canosa di Puglia: la cittadinanza è indignata e disconosce Caporali come concittadino.
A Canosa la famiglia di Caporali è fatta segno ad ingiurie, mentre i canosini residenti a Napoli hanno mandato una delegazione che è stata ricevuta da Crispi.
Nel carcere di San Francesco Caporali è calmo e si trova in comune con gli altri detenuti. Dalle indagini risulta accertato che fu la miseria a spingerlo all'attentato, facendogli perdere l'equilibrio della mente e della coscienza.
Poi il corrispondente napoletano del Corriere della Sera informa che la famiglia dell'attentatore è numerosa, che viveva del lavoro del padre. Emilio era andato a Napoli per trovare un lavoro, che ebbe nelle costruzioni e volendo progredire studiò disegno geometrico, conducendo una vita morigeratissima. Alla morte del padre la famiglia perde ogni sostegno ed Emilio rientra a Canosa. Dopo ritorna a Napoli e, anche se provvisto di lettere dall'on. Giovanni Bovio, non trova né un lavoro né un aiuto. Non può pagare il fitto e spesso non ha di che mangiare. Bovio, che spesso l'ha incontrato mezzo affamato, squallido, abbattuto, lo aveva aiutato, mentre il sindaco di Napoli gli aveva rifiutato un sussidio di dieci lire, facendogli dare solo una lira. A Bovio non sfugge che Caporali può commettere un gesto insano e cerca di calmarlo. Poi non lo aveva più visto fino alla notizia dell'attentato. Pare che i giudici di Napoli lo accusino di ferimento volontario con deturpamento, un reato per il quale sono previsti cinque anni di reclusione.
Emilio Caporali ha subito, com'è naturale, parecchi interrogatori. Parla con l'inflessione caratteristica pugliese, ripetendo, quasi sempre, la prima sillaba di ogni parola, il che dà ad ogni suo discorso un'intonazione singolare di contrasto tra l'espressione comica della pronunzia e la serietà, quasi melodrammatica del suo ragionamento. Non per tanto parla bene, filato, fisso in quest'ordine di idee: che, cioè, ebbe "un pensiero" e lo effettuò; e questo pensiero fu suo, "tutto suo", senza relazioni con le sue amicizie, le sue conoscenze. Voleva un impiego, cercava un impiego, per il quale mandò anche al sindaco di Napoli una domanda raccomandata da Bovio, da "Bovio che è del mio circondario" - come ha ripetuto alcune volte – e non ebbe questo impiego; e allora concepì "il pensiero"; si mise in tasca le pietre e le scagliò.
(...) - Io sono repubblicano – ha tenuto a dire, più volte, Emilio Caporali.
E qualcuno gli ha chiesto: - Come lo diveniste?
E lui: - Per forza di studi.
E il comm. Borgnini: - E la repubblica sarebbe, in ogni caso, il risultato d'una perfezione universale: tutti gli uomini dovrebbero essere giusti, tutti buoni, tutti umani; voi, dunque, avete creduto di fare un passo per il trionfo delle vostre idee, della giustizia, per questa perfettibilità, per la repubblica, tirando contro un vecchio inerme che non aveva nessuna colpa della vostra pretesa o vera infelicità. Io non vi debbo dire se quella che voi chiamate la vostra idea sia stata buona o cattiva, ma io non credo che la repubblica possa significare l'assassinio che, sia pure servendosi d'una pietra, sol per caso, non vi è riuscito di commettere…
E il Caporali, ripetendo sempre una quantità di sillabe: - Voi mi volete imbrogliare. Io ho avuto un pensiero; non fo parte di nessun circolo repubblicano; a Canosa non ve ne sono!…
Il Caporali è magro, piccolo, con un filetto di barba intorno alla faccia strana, vestito d'un paio di calzoni bigi e d'un matiné bigio esso pure, intermezzati da un gilet. nero… ![]()
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Emilio Caporali sarà ricordato nel 1893 in terra straniera da un collaboratore del quindicinale anarchico "Il Grido degli Oppressi", che si stampa a New York: di lui scrissero: "Lo trascinano dal manicomio penale di Montelupo a quello di Aversa, incatenato come una belva, lo sottopongono ad ineffabili torture, finchè non l'avranno morto…. Così vuole Francesco Crispi, a vendicare l'offesa del sasso ricevuto nella sua faccia di traditore: Crispi, il borbonico, il clericale, il mazziniano, il garibaldino, il realista, il lacchè di Bismark e di Guglielmo, il fedifrago di tutti i partiti, il rettile più nefasto che si arrampichi sugli scanni di Montecitorio. E per compiacere a questo piccolo Caligola, fa d'uopo incrudelire contro un infelice, cui la mente vacilla; fa d'uopo sugellare col suo sangue, d'ignobile patto imposto all'allobroga dall'antico ministro…".
IN SEGUITO...
Dopo vent'anni, quando mio nonno aveva ormai quarant'nni, lasciò l'Italia. Il fatto di essere stato così tanto perseguitato dalla propria terra, [come lo storico Giuseppe Galzerano mi raccontava, il comune di Canosa si scusò ufficilamente al tempo, per aver dato i natali a un "fanatico" del genere!] non gli ha fatto mantenere i legami con le proprie origini. E per questo le radici meridionali, con le sue tradizioni, usi e costumi, oltre che linguaggio, non sono stati minimamente mantenuti.
Il nonno andò quindi nel Sudan dove, non so per quale ragione, si trovava la sorella che viveva lì, sposata. Tornò in Italia per presenziare a un matrimonio e qui conobbe mia nonna, di quasi vent'anni più giovane di lui che accettò di sposarlo.
Con la moglie e i figli che man mano nascevano, la familia girò praticamente in tutti i continenti [dove i figli, di paese in paese, venivano alla luce] . Visti gli studi del nonno, gli risultava comunque facile trovere delle occupazioni dignitose. Solo che la sua acredine, nel tempo, continuava a crescere e, per certi versi, anche la sua esaltazione. Tanto per farvi comprendere di che esaltazione parlo, la nonna cercava sempre di battezzare i figli prima che intervenisse lui, in quanto la scelta dei nomi risultava spesso eccessiva: un figlio riuscì addirittura a battezzarlo Lenin Trotzki...
A ogni modo, dopo un po' di permanenza in un determinato luogo, immancabilmente il nonno trovava delle sicure ingiustizie contro cui ribellarsi - anche in modo violento - e alla fine fu rimandato in patria e internato in un manicomio a Nocera, in provincia di Salerno. Qui, si legge nei rapporti stilati in francese dal medico, passò tutto il resto della sua esistenza in indignata solitudine, scrivendo lettere infuocate alla famiglia che l'aveva tradito e rifugiandosi nella lettura del Leopardi che, a quanto mi è stato detto, era il suo poeta preferito...
La famiglia, al tempo, viveva al Cairo. Non so più con precisione quando il cognome venne cambiato da Caporali in Caporale, per cercare di superare un po' la vergogna che comunque la famiglia dovette provare. Tuttavia il figlio primogenito lo porta ancora con la "i" finale, mentre gli altri la hanno cambiata in "e". Il nonno era nel frattempo morto ancora prima che nascesse il suo ultimo figlio, mio padre appunto. La vita al Cairo aveva un respiro molto internazionale, i figli frequentavano la scuola francese, e il giro dei circoli ufficiali, sia francesi o inglesi, ma anche italiani, erano molto in voga allora, e le zie lì trovavano continui spasimanti. Ma a un certo punto scoppiò la seconda guerra mondiale e tutti gli italiani all'estero furono costretti a ritornare in patria, così la famiglia scelse di tornare a Milano.
RITORNO IN ITALIA
Non so per quale motivo scelsero questa città, forse perché era abbastanza lontana dal luogo di provenienza che continuava a essere considerato con un certo rancore. A Milano trovarono casa nella piazzetta della chiesa di San Carlo, su via Vittorio Emanule, proprio dietro al Duomo. Zona che oggi fa molto "per bene" ma al tempo, sebbene non fosse certo una borgata, non era neppure così "blasonata".
Milano allora era un grande paesone. Mi ricordo come mio padre me la descriveva e lo sconforto vissuto da tutti loro che, da una società frizzante e di ampio respiro internazionale quale era quella del Cairo dove vivevano, erano poi finiti in un luogo che mio padre mi raccontava essere buio, cupo, nebbioso, provincialissmo, ignorante e, ad aumentare questa già brutte sensazioni, ci fu poi la guerra.
Con l'aumentare dei bombardamenti la famiglia decise di andare a vedere nelle zone della campagna circostante se riuscivano a trovare un posto dove andare a vivere. Era estate, per cui lo spostamento risultava più facile che nel freddo e nebbioso inverno. Infatti trovarono una sistemazione a Magenta e, quando il giorno dopo ritornarono a Milano per andare a prendere la loro roba, la casa però non c'era più: era crollata sotto a un bombardamento. Le uniche cose che erano riusciti a salvare furono gli album di fotografie della nonna, che portava sempre con sé, dove, oltre alle foto di tutta la loro vita, c'erano pure, su un foglio a parte, accuratamente annotate, le nascite di tutti i figli, il luogo, e l'ora...
Alla fine della guerra furono in molti i figli che letteralmente "schizzarono" via dall'Italia: era sempre stato percepito come un "buco" questo paese, non c'erano gli spazi a cui erano abituati e quindi si disseminarono in tutto il mondo. Mio padre con alcuni altri rimesero. Da ciò il fatto che consideriamo Milano la nostra città. Da qui viene però anche la famiglia di mia madre, o meglio da Magenta, dove mio padre e mia madre si conobbero e quindi sposarono.
DA PARTE DI MADRE
La famiglia di mia madre è esattamente l'opposto di quella di mio padre. Tradizionalista, ha sempre creduto in valori che non esistevano in quella di mio padre. La nonna materna era sarta e lavorava a Milano, per lo meno fino a quando non si sposò. Il nonno era fattore e dirigeva tre cascine, una di queste, la Pietrasanta, era il prototipo della facoltà di agraria dell'università di Milano. Era un vero e proprio borgo, con al suo interno tutti gli artigiani di cui una piccola comunità necessitava. Ma era anche modernissima - non per nulla era infatti il prototipo della facoltà di agraria! Le foto che i miei nonni ancora avevano mostravano cose a dir poco incredibili. Per esempio nella stalla, tutta pulitissima, scintillante e moderna a tal punto da risultare quasi asettica, ebbene qui si entrava con camice bianco e mascherina! Venivano da tutto il mondo a studiare questo nuovo tipo di conduzione. Insomma un qualcosa che non so se oggi ci siano degli equivalenti.
Visto che era come una cittadellina, il nonno utilizzava gli artigiani anche per creare - o meglio per nascondere ai tedeschi, durante la seconda guerra mondiale - quelle riserve di cibo che poi, di nascosto, ogni settimana venivano inviate agli orfanelli di Milano e di Como. Una volta sola vennero scoperti ma, grazie al fatto che il Prefetto di Milano andava spesso a mangiare con il proprietario alla Pietrasanta, bastò una telefonata e subito arrivò addirittura la scorta a fare strada fino alla loro meta...
IN CONCLUSIONE
Come vedete queste due realtà sono diametralmente opposte, da un lato una solida tradizione, dall'altro l'apertura al nuovo, al lontano, all'insolito, al diverso. Realtà che hanno sempre convissuto in me rendendomi decisamente anomala come italiana... ma ora comprendete pure il perché.
LA PARTE SVIZZERA
Per quanto riguarda l'altro mio cognome: Fleischli, proviene da Lucerna, nella Svizzera tedesca. In casa abbiamo sempre avuto un grosso legame con la Svizzera, un po' perché, essendo geograficamente vicini, una volta era molto in uso andarci per fare le spese, visto i prezzi competitivi. Inoltre ci andavo durante le vacanze, ai vari campi studio... Poi ci sono andata per studiarci, visto che i collegi svizzeri godevano di ottima fama e da noi si era nel tempo del '68, per cui, anche frequentando le migliori scuole del tempo, era comunque un periodo traballante sotto tutti i punti di vista. Ma non fu in quelle occasioni che conobbi il mio futuro marito, fu quando ero di nuovo in Italia.
Non mi sarei voluta sposare. Non mi considero un tipo da matrimonio, in quanto non credo in questa istituzione. Tuttavia, vivendo in Svizzera e volendo lavorare, avrei dovuto essere cittadina di quel paese, quindi il matrimonio fu un passo obbligato. Per la Svizzera non esisteva la doppia cittadinanza [non so come è ora ma al tempo era così] , di conseguenza per la Svizzera io sono Fleischli, addirittura non è nemmeno indicata la provenienza, ovvero dove sono nata, perché si adotta la provenienza della famiglia del marito!
Il divorzio non mi ha tolto la cittadinanza svizzera, ho preso quindi l'abitudine di utilizzare entrambi i miei cognomi. Per comodità e anche perché mia figlia me lo chiese espressamente, "altrimenti nessuno capisce che sei la mia mamma...". Ecco dunque spiegata la ragione di questi miei due cognomi.
INFINE
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