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GLI ARTICOLI DI EVOLUZIONI

benessere psicofisico, conoscenze mistico-esoteriche, psicologia, pensiero evolutivo quantistico

L'energia della preghiera

L esperienza terrena non è certamente un qualcosa di semplice. A tutti gli effetti potremmo davvero paragonarla a un'ottima palestra in cui le difficoltà che ci presenta da affrontare, temprano non solo il carattere bensì l'animo, in modo che riesca, piano piano, a realizzare sempre meglio le qualità intrinseche che dovrebbe manifestare al servizio del Senso globale delle nostre esistenze.
Le diverse religioni aiutano indicando delle discipline che potremmo veramente paragonare a degli ottimi "personal trainer" in grado di aumentare le prestazioni dell'animo.

LA CONNESSIONE INTERIORE
Sin dall'Antichità era in uso pregare, o celebrare rituali. Le pratiche spirituali nei secoli hanno proposto tecniche di preghiera, meditazione o cerimonie che in diversi casi si sono effettivamente rivelate positive nel far recuperare benessere interiore, salutee saggezza agli individui.
La preghiera avviene in varie forme. C'è la richiesta ardente alla Divinità perché ci aiuti a superare le difficoltà. A volte si chiede addirittura un miracolo.
Ovviamente questa è la forma più semplice di preghiera. In genere, come affermano i diversi santi delle varie religioni, sono i cuori puri a ottenere ciò che chiedono. Infatti c'è qualcosa di fortemente genuino in loro che sembra "smuovere" i favori della Divinità.

C'è poi la preghiera in cui si chiede con fervore di ottenere la capacità di affrontare e superare i problemi che ci assillano. E questa è la preghiera più matura, quella che prende l'energia divina come "combustibile" cui attingere per poi metterlo in azione diretta nella quotidianità dove ci si presta con impegno a gestire le difficoltà. Qualunque sia la natura del proprio temperamento è però nella carica messa nel proprio pregare che si otterranno i risultati corrispondenti. In altre parole è la quantità di energia impiegata che richiamerà nella nostra vita gli effetti con lo stesso peso, con la stessa qualità energetica.

Paramahansa Yogananda afferma che:
"Le parole cariche di sincerità, di convinzione, di fede e di intuizione sono come delle bombe vibratorie altamente esplosive che, fatte esplodere, frantumano le rocce delle difficoltà e producono il mutamento desiderato. (…) Le parole o le affermazioni sincere, ripetute con comprensione o con partecipazione del sentimento o della volontà, indurranno sicuramente l'onnipresente Energia Vibratoria Cosmica a porgervi aiuto nelle vostre difficoltà." Tuttavia, per poter "pregare" con sincerità, aspetto indispensabile per attivare l'Energia vitale, si dovrà farlo in base alle proprie caratteristiche personali, impegnando quindi la mente, oppure il cuore, o la volontà. Infatti Yogananda continua spiegando: "Quando si utilizzano le varie affermazioni, l'atteggiamento interiore dell'individuo si adeguerà in base alle proprie caratteristiche. Quando ci si accinge a pregare per guarire qualcuno (quindi anche se stessi, n.d.a.) si dovranno scegliere le affermazioni adatte al suo temperamento, a seconda che prevalga l'immaginazione, l'emotività o il ragionamento. Per esempio, le affermazioni che fanno leva sull'immaginazione vanno accompagnate da una risoluzione ferma, espresse attraverso la volontà; quelle che fanno leva sul sentimento vanno invece espresse con devozione, quelle che fanno leva sulla ragione devono poggiare sulla comprensione esatta. (…) Le affermazioni devono essere ripetute intensamente ed essere alimentate con la volontà, la devozione o la consapevolezza, senza curarsi affatto dei risultati. Questi seguiranno in modo naturale e come risultato del proprio impegno." (Da "Scientific Healing Affirmations", Self Realization Fellowship)
E' dunque, come si diceva, una questione di fervore, ovvero, di energia che si immette nel nostro pregare. Per riuscire a farlo, è lapalissiano, dobbiamo essere e mantenerci carichi.
Mi piace ricordare quella frase sibillina del Cristo che afferma "a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (Mc 4, 25), che, in ultima analisi, viene poi riproposta dai detti popolari: "piove sempre sul bagnato" - o, nel caso del negativo: "le sfortune non vengono mai sole".
E' sempre e solo una questione di energia, cioè di carica interiore. In base a quello che si ha e all'uso che se ne fa (vi ricordate vero la parabola dei Talenti - Mt. 25, 14-30) così l'energia divina, o cosmica se si preferisce, risponde. L'eco dipende sempre dalla voce di partenza, quanto più potente tanto più evidente sarà la risposta.
Ecco perché le discipline spirituali, quando non sono state ancora inquinate dal mentalismo della tendenza occidentale a essere dei puri (e quanto inutili!) teorici, affermano e consigliano di tenere in buona efficienza il corpo. E' con questo mezzo che attingiamo all'Energia che ci offre la carica vitale necessaria per avere una forte "voce" e ottenere una forte eco di risposta! Quando si dice "nel corpo lo Spirito" è questo che si vuole evidenziare.

E' però anche vero che le continue battaglie esistenziali, i disguidi, i problemi quotidiani banali a volte, e davvero fastidiose altre, ci prosciugano. E lì, a quel punto, la nostra "voce" è un sussurrio che non richiama alcuna risposta positiva. E' troppo debole per generare qualcosa di carico. Arrivati a quella fase siamo evidentemente in "minus", e il meno richiama sempre il meno in risonanza, ovvero il negativo. Inizia così la spirale in discesa, degli eventi che letteralmente ci mangiano vivi e, prima o poi, si dovrà gettare la spugna, vinti.
Ma andiamo per gradi...

IL SORRISO DEL CORPO
Se da un lato è necessario mantenersi carichi, dall'altro però non possiamo farlo forzandoci. Larry Dossey, un medico statunitense, si è dedicato ad approfondire la questione della preghiera. Nel suo libro: "Il Potere Curativo Della Preghiera" (edito in Italia da Red) illustra come alcune preghiere sembrino ottenere effetti, a volte addirittura miracolosi, solo quando non sono il risultato di una tensione interiore.
“Un numero crescente di persone si sforza di usare la coscienza per stare bene, per creare la propria realtà di salute e assumersi piena responsabilità di ciò che accade. (...) Ma ‘Pensare positivo' ha effetti collaterali e nutrirsi forzatamente di speranza è sempre più spesso riconosciuto pericoloso.”
Dossey spiega che ciò avviene perché, interiormente, ci si tende nell'imporsi la disciplina della preghiera, della meditazione, degli esercizi di respirazione, del pensare positivo... Nella tensione che generiamo, per abituarci a una disciplina di vita più salutare e positiva, si creano dei blocchi energetici interiori che non permettono il libero scorrere dell'energia vitale in noi, proprio quella stessa energia che, in teoria, cerchiamo di richiamare, nel momento che ci diamo da fare per imporci quelle discipline. Invece chi prega con trasporto (per cui senza tensione), fede e sincerità, riesce a fare della pratica spirituale un ottimo supporto per eliminare problemi e disagi.

Eppure i grandi maestri orientali, da dove ci sono arrivati i massimi insegnamenti in questo campo, ce l'hanno sempre indicato, bisogna sì imparare a disciplinarsi, ma sempre e solo con delicatezza e vero fervore. Dove si genera rigidità interiore, si ottiene l'effetto contrario. Sri Chimnoy, nel suo libro "L'Arte Del Silenzio" (edito da The Golden Shore s.a.s), afferma che ci si abitua alla disciplina dandosi dei tempi prestabiliti per la meditazione, da imparare a rispettare, ma la durata di questa meditazione è limitata a soli quindici minuti.
"Se siete capaci di meditare per più di quindici minuti fatelo. Ma dovete farlo con assoluta sincerità e con tutta l'anima. Continuare per un'ora solo per il piacere di essere un discepolo avanzato sarebbe un errore. L'anima non sarebbe lì. Potreste meditare per cinque ore, ma la meditazione non vi darebbe alcuna gioia. Sarebbe completamente inutile. Vi procurereste solo un mal di testa. Se una persona può meditare per quindici minuti con tutta l'anima e poi sente di poter continuare, continui pure. Ma se non ne ha la capacità sarebbe solo una perdita di tempo.
La miglior cosa è meditare per quanto si può senza creare alcun disturbo mentale, né alcuna difficoltà nella nostra vita spirituale. Dipende interamente dalle vostre capacità. E' come cercare di sviluppare un muscolo. Oggi potremmo esercitarci e stancarci dopo cinque minuti. Fra dieci giorni potremmo esercitarci per mezz'ora e anche più, perché abbiamo sviluppato il muscolo. Vi è anche un muscolo spirituale che è l'aspirazione. Quando a lungo e quanto sinceramente riuscite ad anelare a Dio dipende dalla forza di questo muscolo interiore."
Perché l'energia vitale scorra liberamente si deve essere rilassati dentro e nel corpo, in quanto il fisico deve essere in forma per poter agire da buon ricettore delle energie sottili di cui è impregnato per stare in vita. E' la tensione e la rigida focalizzazione verso l'ideale (seppur positivo come pensiero), che rallenta e ostacola il flusso energetico vitale, o divino se preferiamo. E' indispensabile essere "liquidi", fluidi dentro! Se non c'è rigidità, il corpo stesso, la mente e le emozioni sono aperte al flusso energetico che scorre nei nostri canali sottili, quelli, per intenderci, cui fa riferimento la Medicina Tradizionale Cinese e che oggi sempre più viene accreditata come vera anche dalla scienza.

Quasi ogni tecnica di raccoglimento inizia con delle respirazioni profonde. Il solo fatto di respirare in modo più cosciente e più profondo distende gli organi interni, che altrimenti sono compressi dalle nostre quotidiane tensioni. Il fisico però non è fatto solo di arti e membra che dobbiamo imparare a sciogliere, ma è anche composto da organi interni, che spesso sono letteralmente irrigiditi dallo stress con cui troppo spesso viviamo la nostra esistenza. Una respirazione, profonda quanto basta, dipana piano piano il groviglio interiore generato dalle nostre tensioni, e fa in modo che l'organismo si riappropri del suo "sorriso". Respirare con piacere e consapevolezza ha l'immediato effetto di rilassare e per questo dovrebbe essere una pratica intrapresa quotidianamente (vedi nota "Un test interessante").

DISTENDERE MENTE ED EMOZIONI
Imparare a distendere il nostro fisico è il passo iniziale che conduce alla successiva distensione emotiva e mentale. Dopo aver disteso il fisico tutti si trovano a questo punto a vedersela con la miriade di pensieri che immancabilmente affollano la mente e il cuore di chi cerca di portare maggiore tranquillità nella propria vita. All'inizio la frustrazione è grande, è come tentare di bloccare le fuoriuscite di acqua da innumerevoli buchi in un tubo rovinato: si tappa ora qui un buco, e tutto esce, con violenza, da un'altra parte; si blocca quindi quella fuori uscita e ci si ritrova il getto che esce da un altra apertura … Si deve imparare a procedere convivendo con il senso di impotenza che ci pervade, senza per altro gettare la spugna. Quando si riesce ad accettare questo momento di transizione senza drammatizzare e nemmeno, di contro, senza sforzarsi in modo punitivo, nel tempo si impara a gestire le interferenze e a scioglierle. Un ottimo metodo per calmare mente ed emozioni consiste nella ripetizione salmodiata di mantra, le cosiddette "sillabe seme", o suoni sacri, la cui azione, da un lato calma l'asse emozionale-mentale, e dall'altro genera delle frequenze vitali e risanatrici.

NEL CORPO LO SPIRITO
E' interessante osservare che diverse pratiche spirituali affermano come il "corpo sia il tempio dello Spirito". Poi, atteggiamenti bigotti hanno deviato tale assunto che però rimane inalterato nel suo significato. Il corpo è il mezzo con cui lo Spirito si manifesta. Per i Nativi amerindiani è il corpo che realizza l'input innescato dallo Spirito, ma anche le spiegazioni del professor Del Giudice ci fanno ritrovare tale assunto.
“La psicodinamica del profondo, iniziata da Freud, ha sottolineato nell'ultimo secolo come la psiche sia una struttura gerarchica che si forma nel livello misterioso in cui le reazioni chimiche delle molecole producono l'energia, che viene poi convogliata, incanalata, organizzata. La parte più profonda e misteriosa di questa nostra interiorità, che non è il livello ell'emozionale-mentale, anche se ne è l'indispensabile premessa, dialoga direttamente con il soma, che accetta ordini dall'inconscio.” (Da un mio articolo "Materia e coscienza", nella sezione Scienza e coscienza)
Ovvero quella parte di noi che si trova al di là della consapevolezza e del mentale-emozionale, sembrerebbe essere una specie di interfaccia che genera il dialogo fra il soma e quell'energia sottile universale, che permea e mantiene in vita tutto il creato, ancora non misurabile nella fisica classica, ma ora ipotizzata dai fisici quantistici.

Alberto Tedeschi, un ricercatore indipendente amico di Del Giudice, spiega ulteriormente:
“La malattia è sempre un accumulo di energia dell’individuo, che genera un blocco e quindi una chiusura, un non dialogo. Questo avviene nel proprio corpo che comunque si interfaccia anche col macro cosmo, con cui è in risonanza a un livello di network più esteso. Quando il corpo, per una serie diversa di problematiche, si chiude e non riesce più a dialogare, ovvero a entrare in fase con il proprio gruppo di coerenza di specie, si isola e si creano poi situazioni sempre più negative e di disagio.” (Dal mio articolo indicato prima "Materia e coscienza")
E' dunque indispensabile sciogliere i blocchi che ostruiscono il libero fluire di questa energia vitale di cui siamo impregnati. Nel corso dell'articolo vedremo come.

L'IO VITALE
Ci sono tanti "io" superficiali che appartengono alla natura umana in cui solitamente ci identifichiamo. Come spiega il buddismo giapponese di Nichiren nell'arco di pochissimi minuti possiamo passare da un io all'altro e continuare proprio come una pallina di un flipper a essere gettati da uno stato interiore all'altro. Per esempio ci possiamo svegliare una mattina dopo una buona notte di sonno e sentirci contenti, vediamo il sole che splende e preannuncia una meravigliosa giornata, sentiamo gli uccelletti che inneggiano alla primavere e il nostro stato d'animo è beato. A questo punto ci viene in mente che ci dobbiamo alzare e preparare per andare al lavoro, dove un antipatico problema con un collega ci affligge ormai da giorni. Ecco che il sentimento idilliaco in cui ci si trovava poc'anzi svanisce di colpo mentre sentimenti di rabbia e costernazione ci offuscano il cuore. In quel mentre entra in stanza il figliolino per augurarci gioioso una buona giornata e così un tepore tenero misto a grande dolcezza ci riempie la vista...

Eccoli qui i molteplici mondi, o "io" interiori, in cui veniamo costantemente sospinti dalle diverse situazioni di vita, se non abbiamo imparato a tenerci saldi in una zona di noi stessi più salda, forte e vitale che Nichiren chiama "mondo di buddità" e che io definisco "io vitale", in quanto si tratta di quel punto che si interfaccia con l'energia divina di cui siamo permeati. William Bloom, un noto esoterista inglese, lo chiama "io centrale". Di fatto, non ha importanza come lo si chiami. E' invece importante essere consapevoli che dentro di noi c'è una parte divina che ci mantiene in vita.

Il ben noto fisico quantistico David Bohm, verso il 1947, aveva osservato che i movimenti apparentemente casuali dei singoli elettroni producevano di fatto dei risultati globali altamente organizzati e sinergici tra loro. Interi "oceani" di particelle si comportavano come se sapessero cosa altri incalcolabili numeri di particelle da loro separate stessero facendo, così da trovare, da entrambe le parti, un modo finale di divenire sinergiche tra loro. Questa scoperta gli fece dedurre che esiste una realtà più profonda, un nuovo genere di campo non ancora misurabile, che contiene tutte le realtà, sia quelle rese a noi visibili, sia quelle non ancora - o magari mai - visibili. Bohm chiamò questo nuovo campo che aveva ipotizzato il "potenziale quantistico" teorizzando che esso pervade l'intero spazio con la stessa intensità, che non diminuisce anche se a prima vista, a noi limitate creature cieche al tutto, appare distante e non presente. (Da un mio articolo "L'infinito che ci dà vita", nella sezione Scienza e coscienza)

Esiste dunque una realtà "vitale" che ci contiene, organizza, nutre e mantiene in vita e connessi gli uni agli altri, anche se non lo vediamo o misuriamo con sofisticate apparecchiature scientifiche. Come abbiamo visto è col corpo che entriamo in risonanza con tali "frequenze" vitali. Ma il corpo per poter essere un buon canale ricettivo deve essere disteso, così da sciogliere gli inevitabili accumuli di tensione e tossine che bloccano il libero fluire di questa energia vitale all'interno del nostro organismo.

LA RIGENERAZIONE ENERGETICA
Come già detto una forma di preghiera che viene consigliata in quasi tutte le pratiche religiose è la ripetizione salmodiata di invocazioni, o mantra… Nella pratica del Cristianesimo ortodosso è noto l'esicasmio, ovvero la ripetizione costante e fervente del nome di Gesù. Come si legge nel bellissimo testo di questa tradizione "Racconti di un pellegrino russo" il viandante in costante preghiera lasciava che la ripetizione della sua invocazione si espandesse all'interno del suo petto, fino a quando avvertiva una profonda sensazione di calore e conforto.
La tradizione orientale dell'India ci parla di ripetizione delle sillabe sacre, accettando la cosiddetta orazione mentale, in quanto il significato divino si espande e manifesta anche quando lo si pensa.
Sebbene il pensiero consapevolmente indirizzato sia davvero molto potente (vedi l'articolo "Migliorare la realtà" in cui si parla dell'evidente forza del pensiero), la materia più grossolana necessita di molto più tempo per venire purificata e rivitalizzata. Per questa ragione trovo più efficace la ripetizione vocale.

A convalida di questa mia affermazione riporto le osservazioni fatte in proposito dal professore Alfred Tomatis, noto ricercatore e specialista francese in otorinolaringoiatria il cui metodo si estende alla cura di problematiche che vanno ben oltre l'ordine puramente fisico. Queste sono citate dal dottor Don G.Campbell, direttore dell’Institute for Music, Health and Education e della Therapeutic Sound School di Boulder nel Colorado in un suo libro sull'importanza dei suoni: "The Roar of Silence". Il professor Tomatis in questa intervista racconta di un monastero nel sud della Francia che ebbe modo di visitare, dove si era da poco insediato un nuovo giovane abate il quale, poco dopo il Secondo Concilio Vaticano, aveva apportato lievi modifiche al regolamento interno dell’abbazia.
“Quando giunsi al monastero vi era chi voleva reintrodurre il latino, chi si schierava a favore del nuovo regolamento e chi appoggiava modifiche ancora più radicali. Finché non si giunse ad una vera e propria riforma globale che prevedeva persino l’abolizione del canto delle mansioni quotidiane (come è noto i frati benedettini cantano dalle sei alle otto ore al giorno) essendo riuscito il nuovo abate non solo a dimostrarne l’inutilità ma anche l’intralcio arrecato alle altre attività. In verità, senza rendersene conto, i frati si erano dedicati al canto per ‘darsi una carica’, tanto che, una volta approvato il nuovo regolamento e con il trascorrere dei giorni, essi iniziarono ad arenarsi, a sentirsi sempre più stanchi e spossati. Tale divenne la loro debolezza che si videro costretti a indire un’assemblea per interrogarsi. Passando in rassegna la lista delle attività quotidiane, notarono come la veglia notturna, le poche ore di sonno e l’enorme mole di lavoro erano eccessivi rispetto alla normalità. Decisero pertanto di coricarsi presto la sera e di dormire di più. Trascorso qualche tempo i monaci, tuttavia, si sentivano ancora affaticati e ciò li spinse a consultare medici specialisti. Nel corso dei mesi una processione di medici sfilò al monastero senza riuscire a venire a capo di nulla... Giunsi al monastero nel febbraio 1967 su richiesta dell’abate. Dei novantasette monaci, settanta erano accasciati come stracci nelle loro celle. Nei mesi a seguire visitai i religiosi, prescrissi loro apparecchi acustici per ovviare alla sordità e ordinai l’immediata reintroduzione delle litanie. In novembre gran parte dei monaci era ritornata alle antiche consuetudini quotidiane, vale a dire alla preghiera, alle veglie e alla ‘famigerata’ disciplina benedettina. Il canto risveglia la coscienza. Azzardando un’eccessiva semplificazione, diciamo che gli effetti ipnotici, caratterizzati da una frequenza relativamente minore, agiscono sulle zone cerebrali più primitive e che, al pari di una tecnica ipnotica, i canti gregoriani intervengono sulla corteccia cerebrale.”
LA VOCE CHE CURA
Uno dei modi più facile ed immediati per liberare la propria energia è quello di utilizzare la propria voce. Il potere della voce e della parola sono enormi, tanto è vero, non dimentichiamolo, la creazione è stata ad opera della voce di Dio che esortò la manifestazione. Pure le antiche formule magiche dovevano venire pronunziate, perché la voce è lo strumento che induce la materia a risuonare e a trasformarsi. La voce è un potente mezzo di purificazione e rigenerazion. In più, utilizzando la nostra voce, non corriamo il rischio di assimilare le "frequenze" personali insite in ogni produzione musicale - anche di quelle più armonizzanti - o contenute nella voce di altri!

La propria voce è facile da utilizzare, non abbiamo bisogno di nulla, solo di uno spazio temporale in cui essere soli con noi stessi. La prima cosa da fare è quella di ascoltare la propria voce per riuscire a entrare in contatto ed evocare la voce del nostro profondo, in grado di ammansire i vari "io" superficiali in cui ci troviamo coinvolti. La voce del profondo ha una sonorità vibrazionale che si espande nel proprio corpo conferendo una spontanea centratura interiore. Nel momento che troviamo accesso a questa nostra profonda voce interiore è come trovare un punto stabile a cui riferirsi per rimettersi così in asse. Niente ci spaventa più, niente ci rende insicuri, titubanti, trepidanti, perché basta richiamare dentro di sé, attraverso la propria voce naturale, il proprio centro e tutto diviene più facile da gestire. C’è la nostra voce che fa da timone e ci permette di navigare seguendo la nostra vera rotta interiore.
La ripetizione continuata di suoni produce un effetto tranquillizzante: la mente si calma, la psiche si calma, il corpo si calma, ma soprattutto si rigenera. In breve, si ottiene un vero e proprio effetto terapeutico e liberatorio.

Il buddismo giapponese di Nichiren afferma che è attraverso la ripetizione costante del mantra, a voce alta, che si va a risvegliare la forza vitale divina che è in noi. L'intento è quello non solo di "supplicare" la benevolenza divina, ma soprattutto quello di "accendere" in noi la forza che Dio ci ha concesso e arrivare noi stessi a divenire attori della nostra trasformazione. Il mantra - che può essere quello suggerito da Nichiren, come pure ogni altro mantra, anche cristiano - deve essere ripetuto con fervore e intento.Così da risvegliare questa nostra energia divina di cui siamo permeati.

L'ENERGIA DIVINA IN NOI
Se vogliamo dirla in modo semplice, possiamo pensare a questo "quid" energetico, non ancora quantificabile e misurabile a livello scientifico (anche se la fisica quantistica, come abbiamo visto, è arrivata a posturlarlo attraverso le affermazioni di Bohm!) come se fosse un insieme di "molecole" divine. Queste sono natrualmente vive e attive in noi, ci mantengono in vita e ci darebbero la giusta forza di reagire positivamente ed evolutivamente alle sfide della vita. Ciò che intasa i nostri canali energetici sottili sono le tossine psicofisiche, che abbassano le nostre "frequenze" e inquinano quel quoziente energetico. Come se fosse uno specchio appannato che non rispecchia più l'energia vitale che riflette. I pesi, le fatiche, i traumi, ma anche la vita non sana che conduciamo, sia a livello fisico sia a livello sottile, con le emozioni e pensieri negativi che produciamo, non permettono più il libero manifestarsi di questa energia vitale.

Per questo è doveroso utilizzare dei mezzi che rendano questo nostro fisico pulito da inquinamenti psicofisici, in modo che ci sia possibile sintonizzarci sulle "frequenze" vitali in noi e attivarle sempre più robustamente. Il Divino si manifesta attraverso di noi e il nostro Tempio è da rendere accogliente per poter manifestare il senso che la divinità vuole realizzare attraverso di noi.
E questo è preghiera, la coscienza della divinità in noi da risvegliare, per metterci sempre più al suo servizio, usufruendo della vitalità che questa ci conferisce,. se sapremo mantenerci fluidi dentro e aperti con fiduca a essa!

NOTE AGGIUNTIVE

UN TEST INTERESSANTE
Diversi sono gli studi svolti per appurare gli effetti benefici della meditazione. Il Professor Herbert Benson, per esempio, così scrive nel suo "The Wellness Book" ("Il libro del benessere", citato ne: "Il libro del relax" a cura di Larry Blumenfeld, Pan Edizioni): “Verso la fine degli anni sessanta, assieme ad alcuni colleghi, mi dedicavo alla ricerca sulle cause e sugli effetti dell'ipertensione nervosa. In particolare, studiavamo il modo per abbassare la pressione sanguigna avvalendoci di tecniche di biofeedback, caratterizzate da un sistema di ricompense e punizioni effettuato sulle scimmie crisotrici. Un giorno giunse nel mio studio un gruppo che praticava la meditazione trascendentale, il quale sosteneva di riuscire ad abbassare la pressione sanguigna tramite la meditazione. Per convincermi, si prestarono per alcuni esperimenti. Era il 1968. Io lavoravo alla Harvard Medical School, dove avevo difficoltà persino a convincere i miei colleghi che vi fosse una relazione tra stress ed ipertensione. Temendo di rimanere coinvolto in qualsiasi attività controcorrente, rifiutai la proposta dei miei ospiti e li congedai gentilmente. Essi, tuttavia, continuarono caparbiamente le loro visite, fino a che non accondiscesi e non mi accinsi a misurare loro le principali risposte fisiologiche. Nel frattempo, alla University of California-Irvine, i professori Robert Keith Wallace e Archie F. Wilson stavano conducendo degli studi simili. Riuscimmo a dimostrare che il semplice atto di rimanere seduti concentrando la mente stimolava una risposta da parte di alcuni dei principali sistemi fisiologici, caratterizzata da un calo del metabolismo, un rallentamenti del battito cardiaco, una riduzione della frequenza respiratoria e una distinta attività cerebrale. Cominciai a credere, quindi, nella veridicità delle affermazioni dei miei pazienti. Più tardi il professor Wallace mi raggiunse ad Harvard, dove cominciammo a collaborare. Le ricerche da noi condotte confermavano l'ipotesi che le funzioni fisiologiche potessero essere controllate con la pratica della meditazione. In altri termini, la mente poteva essere usata per modificare la fisiologia umana al fine di trarne beneficio, migliorare lo stato di salute e, probabilmente, limitare il ricorso al frattempo medico. In seguito coniai il termine ‘risposta di rilassamento' per descrivere questo fenomeno di rinvigorimento naturale proprio di tutti gli esseri umani”

I MANTRA PIU NOTI
- OM è la sillaba sanscrita sacra per eccellenza, rappresenta l’esistenza totale nella sua armonia e organicità.
- AIM HRIIM SHRIIM KLIM è un mantra sanscrito induista che evoca l’aspetto femminile di Dio che esaudisce ogni desiderio (che porti però l’evoluzione spirituale!)
-OM MANI PADME HUM è un mantra sanscrito buddista, il ‘preferito’ dai tibetani che, nella loro lingua così si dice: OM MANI PE'ME' HUNG, rappresenta la compassione totale della divinità che porta il suo aiuto amoroso a chi la chiama.
-OM AH HUM è un altro mantra sanscrito buddista che rappresenta la trinità dell’esistenza: la Creazione, il Mantenimento, il Solvimento.
-OM NAMAH SHIVAYA è un mantra sanscrito induista che invoca la potenza ‘infuocata’ di Shiva - il dio della trasformazione.
- SO HAM è un mantra sanscrito induista che afferma l’unicità del tutto
- OM NAMO NARAYANAYA OM è un mantra sanscrito induista detto delle ‘otto sillabe sacre’ e lo si intende come un arco verso la Spirito supremo.
- OM BHUR BHUVAH SVAH - TAT SAVITUR VARENYAM - BHARGO DEVASYA DHIMAHI - DHIYO YO NAM PRACHODAYAT -
Questo mantra è più che altri una preghiera induista del mattino conosciuta col nome di Gayatri. È molto potente e molto usata, significa la propria volontà a meditare sull’eccellentissima gloria del sole/sorgente divina, affinché si venga giustamente guidati.
- PARAMESHWARA VIDMAHE - PARATATTWAYA DHIMAHI - TAN NO BRAHMA PRACHODAYAT - È la Gayatri del popolo ed è di origine tantrica, significa l’essere desti al Dio supremo e alla suprema verità, affinché si venga giustamente guidati.
- NAM MYHO RENGE KYO è un mantra del buddismo giapponese di Nichiren, afferma la volontà di risvegliare in sé l'energia divina che permea e mantiene in vita- si recita a voce alta.
- LA ILLAHA ILLA'LLAH è un mantra islamico musulmano che acclama l’esistenza dell’unico Dio.
- INSHA ALLAH è un mantra islamico musulmano che afferma il desiderio di seguire la volontà di Dio.
- ELI ELI ELU è un mantra ebraico che significa ‘mio Dio, mio Dio, mio Dio’.
- BARUKH ATA ADONAI è un mantra ebraico che acclama le lodi al Signore.
- KYRIE ELEISON CHRISTE ELEISON KYRIE ELEISON è un mantra cristiano d’origine greca che chiede pietà al Signore e pietà al Cristo.
- EN EMOI CHRISTUS è un mantra cristiano d’origine greca che acclama la presenza del Cristo.
- AVE MARIA GRATIA PLENA è un mantra cristiano latino che saluta Maria la piena di grazia
- MAGNIFICAT ANIMA MEA DOMINUM è un mantra cristiano latino in cui si magnifica il Signore.
- MISERERE MEI DEUS è un mantra cristiano latino in cui si invoca la pietà del Signore
- LAUS TIBI, DOMINE, REX AETERNAE GLORIAE è un mantra cristiano latino in cui si loda il Signore, re di eterna gloria.
- Anche la pratica cristiana del rosario ha gli stessi effetti del mantra.

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Il potere dei Salmi

La magia della cabbala ebraica ha sempre conferito un grosso potere alla salmodiazione dei Salmi. Alla pagina linkata vi presento una breve sintesi dell'utilizzo dei Salmi. I numeri indicati nella tabella si riferiscono alla numerazione ebraica, che nelle bibbie cristiane è riportata tra parentesi dal numero 10 in avanti.

Si consiglia di salmodiare i salmi in latino, a meno che non lo si possa fare in ebraico, con la mano destra alzata, se possibile posta leggermente discosta sopra alla situazione per cui si recita il salmo, mentre lo si ripete per sette volte, magari lungo tutto l'arco di tempo di una novena.
Alla seguente pagina web vi ho riportao i Salmi latini secondo la numerazione ebraica utilizzata nella tabella con le indicazioni: Psalterium.
Le candele che si possono utilizzare hanno dei colori particolari, a seconda dell’effetto richiamato: rosa, rossa, blu, e verde attraggono la ametista protegge, fa da scudo

Qui di seguito l'indice con il link alle singole numerazioni del Psalterium. Nella tabella successiva invece trovate l'utilizzo degli specifici salmi.

PSALTERIUM
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Le informazioni presentate nella tabella con l'utilizzo dei Salmi sono state tratte da "Moses' Magical Spirit Art, rare old mosaic books of Talmud and Kabala" pubblicato da Dorene Publishing co. inc. P.O. Box 1466, Arlingtono, TX 76004

Si consiglia anche la visita al seguente sito: I 72 nomi di Dio, dove sarà possibile lasciarsi imprimere dalla grafia ebraica, così intensamente evocativa di forze guaritrici.

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Il sacro e la psiche

La dimensione del sacro, a detta di molti studiosi, è un’istanza intima e profonda di ogni essere umano, attributo essenziale di una spontanea e naturale predisposizione al divino. Volendovdunque iniziare a ragionare sul sacro si deve in prima istanza comprendere bene il termine. La dimensione del sacro ha sempre a che fare con il potere che si esprime con una delle sue due manifestazioni: o quella magica oppure quella religiosa.
Precisiamo quindi i due contesti.
Per la magia il “potere” è immanente. Le forze benefiche o malefiche fanno parte del mondo e possono essere manipolate.
Per la religione il potere invece deriva da una realtà ultramondana. Vi è dunque implicita una trascendenza.

Gli aspetti che poi contraddistinguono il rapporto col sacro si rivelano sempre ambivalenti, sia che si segua il filone magico, sia che si intraprenda quello religioso.
Infatti, nel sacro sembra concentrarsi tutto il positivo ed il negativo insieme. Può dare la vita, ma anche la morte. Suscita entusiasmo, ma può atterrire.
Il sacro ha poi sempre a che fare con il potere o con l’esercizio di un potere. Ma è un potere molto singolare e fragile perché, per esprimersi, dell’accettazione dell’altro. Se l’altro però non l’accetta, basta uno sguardo per violare la sacralità.
A questo punto, analizzato sinteticamente il termine e la semantica, andiamo a vedere quando, nella storia dell’umanità, si è iniziato a rivelare il sacro.

La maggior parte degli studiosi afferma che il sacro è antico come l’essere umano. Tuttavia, facendo una ricerca più approfondita si scopre qualcosa che porta a insospettate riflessioni.
Il sacro, come rapporto con la magia naturale della vita è la prima forma di sacralità espressa dall’essere umano. Solo che questo tipo di sacro nel tempo ha sempre più perso il significato di sacralità per assumere invece quello di “superstizione”.
Andiamo però con ordine.

Il sacro nasce col culto dei morti nel paleolitico. Questo, infatti, lo si può attestare come presente già 250.000 anni fa, e ci permette di constatare un’idea di continuità della vita che persiste al di là della morte. I morti venivano collocati in modo che potessero continuare una propria vita ultraterrena. Addirittura venivano composti in posizione rannicchiata, quasi fetale. Il tutto suggerisce l’idea di una preparazione alla vita che il defunto andava ora a intraprendere.
Per cui troviamo la prima idea di trascendenza, molto prima della comparsa delle cosiddette Veneri deformi, 25.000/30.000 anni fa, che sono state la prima rappresentazione della divinità e le genitrici di un’unica Grande Dea Madre, che sarà venerata per tutto il mesolitico.
Il culto dei morti, in queste primissime ere dell’umanità, esprimeva un sacro magico, dove la natura era vista nella sua continuità di cicli di vita e di morte e di nuova vita. Gli esseri umani vivevano di caccia e di libero raccolto, la cultura era matrilinea e pacifica. Non c’era timore della morte, visto che il tutto era ciclico, come la donna, venerata in quanto portatrice di nuova vita.

Gli studiosi non sanno invece ancora spiegarsi il passaggio dalla cultura matriarcale a quella patriarcale, che avvenne nel neolitico. Intorno al V millennio una nuova cultura neolitica, che aveva addomesticato il cavallo e produceva armi letali, emergeva dal bacino del Volga e travolgeva la pacifica cultura neolitica, proponendo una nuova struttura: teocratica, militare, patrilineare. Questa nuova cultura è chiamata Kurgan (che in russo
significa tumulo) perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari monumentali.
Questo è uno dei momenti più complessi della storia: infatti nel pantheon divino gli dèi sostituiranno le dee, mentre contemporaneamente la cultura matrilineare (che resterà ancora per qualche secolo a Creta) sarà interamente sostituita da una cultura patrilineare, guerriera e fortemente gerarchizzata, che instaura un’economia urbana basata sull’allevamento e la coltivazione – e si svilupperà la conquista e l’appropriament
di sempre più territori e animali.
Questa nuova struttura sociale e culturale comporterà un profondo mutamento sia nei confronti della natura che sarà vissuta sempre più come aliena, sia nei confronti dell’evento morte. Ed è proprio con l’instaurarsi di questa nuova cultura patriarcale e della vita urbana apportata che l’evento morte assumerà una caratteristica sempre meno naturale e verrà invece vissuta in modo sempre più drammatico, come evento altamente destabilizzante dell’unità del gruppo sociale.

Per mancanza di dati sicuri, è difficile capire come sia avvenuto questo radicale cambiamento. Possiamo pensare che con la rivoluzione urbana – avvenuta circa 6.000-7.000 anni a.C. – che costituisce la base della nostra attuale civiltà, i rapporti sociali siano divenuti estremamente complessi e tali da porre sempre nuovi problemi e sfide all’uomo. Problemi e sfide ben più complessi di quelli del periodo precedente, quando la lotta era solo contro gli elementi naturali (glaciazioni, penuria di cibo ecc.).
In questa nuova fase si instaura un maggiore distacco rispetto alla natura che verrà vissuta sempre più come elemento da sfruttare. Si può ipotizzare che sia proprio questa nuova concezione a far sì che la morte ora, possa essere considerata ancora come evento naturale, un ritorno alla terra perché nuova vita possa generarsi, come era avvenuto nel lunghissimo periodo precedente.

La nuova società competitiva e gerarchica lega i singoli individui in rapporti utilitaristici, così che sarà impossibile per i singoli componenti di essere autonomi rispetto al sostentamento. Questo, da un lato offrirà una maggiore sicurezza materiale e una maggiore capacità produttiva organizzata, dall’altra si porrà come struttura molto instabile e conflittuata: la vita di ogni singolo individuo dipenderà sempre più da quella degli altri. Per tale ragione la morte viene pure vissuta come la perdita di un membro utile all’economia della società.
Questo squilibrio nel gruppo porterà alla creazione gerarchica di figure di riferimento, quali furono all’inizio i sacerdoti-proprietari, e il tempio come luogo di accentramento delle derrate alimentari e dei prodotti.
È la cosiddetta economia templare che sarà successivamente (in genere in modo cruento) sostituita da quella palaziale, ove centro di potere sarà il palazzo reale come sede del più forte in campo militare: il re.

Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Se non esiste l’immortalità, cioè un “al di là” che rende la morte un semplice passaggio e non la fine, unico modo per affrontare il dramma della morte come scomparsa totale è quello di eseguire azioni degne di lode e di ricordo. Ecco il bisogno compulsivo di costruire monumenti funerari sempre più importanti ed indistruttibili: dai tumuli, alle tombe megalitiche, alle piramidi.

Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.

Nicola Lalli, psichiatra e professore all’Università La Sapienza di Roma, così afferma: “Sorge spontanea la domanda di capire quale sia la differenza fra la ‘proiezione’ operata in nome del sacro, e quella che opera lo psicotico nella sua trasformazione delirante della realtà”. (Ricerche tratte dal riferimento bibliografico n. 1). Non per nulla gli uomini sacri erano spesso i “folli divini”!

Nell’esoterismo spesso si afferma che i demoni e gli dei sono una creazione umana… In definitiva, possiamo anche affermare di essere oggi attorniati da una miriade di zombi che abbiamo creato nel corso della nostra storia!. Potenti forme pensiero, che si sono stratificate nella nostra psiche e hanno determinato le varie credenze abitate dalle egregore immaginate!
Tuttavia Jung ipotizza nelle sue Opere che, sotto a tutti questi strati, dove ci stanno le diverse creazioni dell’umanità, si possa raggiungere l’infinito, il vuoto pieno, la dimensione della natura… Qui probabilmente si trova il Sacro senza rappresentazioni che non può essere immaginato.
“Come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede, per così dire, dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali (…), poi più in basso la psiche dei ‘sauri’ a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. (…)
Gli stati più profondi della psiche, più sono profondi e oscuri più perdono in termini di singolarità individuale. (…) Essi assumono un carattere sempre più collettivo, al punto che, nella materialità del corpo, e precisamente nei corpi chimici, diventano universali…”
E Jung così continua in“ricordi, sogni, riflessioni”:
“L’energia che sta alla base della vita psichica cosciente è preesistente ad essa e perciò è dapprima inconscia. A mano a mano che si avvicina alla coscienza essa dapprima appare proiettata in figure come il mana, gli dèi, i demoni, e così via, il cui numen sembra essere la sorgente della forza vitale”
Quindi per attingere al Sacro si deve andare oltre alle immagini e approdare al nulla, all’abisso – senza fondo – dove dietro le espressioni storico-culturali oggettivate, prodotta dagli strati superiori, si avverte un indefinibile Senso che sta al di là, ove non c’è alcun significato categoriale da afferrare. Per arrivare a questo Sacro non rappresentabile occorre probabilmente una demitizzazione delle religioni.
Forse, in ultima analisi, occorrerebbe, semplicemente, fare il vuoto, il silenzio e stare in profonda connessione con la dimensione del nulla!

Scrive Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di santa Maria, a Monte Senario (Firenze):
“Il silenzio è la forma metafisica del cosmo (…) le teologie ci descrivono un volto di Dio umanamente interpretato, ma il suo vero Essere è avvolto nel silenzio, e la preghiera dovrebbe essere un esercizio di silenzio davanti alla Divinità, non più invocata, ma presente”!


BIBLIOGRAFIA
1) Nicola Lalli, L’isola dei Feaci. Percorsi psicoanalitici nella storia della psichiatria, nella clinica, nella letteratura, Nuove Edizioni Romane, Roma 1997.
Nicola Lalli, Psichiatra, Psicoterapeuta, Libero Docente in Malattie Nervose e Mentali e già Professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l'Università “La Sapienza” di Roma

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Quando la collera è santa

Articolo di Luciano Manicardi, monaco Bose (vedi pie' pagina)

La collera è un'emozione. Come tale essa non è né buona né cattiva. Eppure nella nostra tradizione culturale e religiosa l'ira gode di cattiva fama. Perché? Perché viene spesso equiparata tout court alla violenza, perché viene sentita come incompatibile con l'amore, perché è ritenuta sconveniente da una tradizione culturale che fin dalla più antica trattatistica filosofico-morale l'ha considerata una passione, attribuendola alla parte irrazionale dell'anima, perché è elencata tra i vizi capitali nella tradizione cristiana.
Per la tradizione biblica la collera è ambivalente. Può certamente essere peccaminosa, ma anche santa. Gesù è modello di mitezza e dolcezza (Mt 11,29), ma è anche colui che “fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi” (Gv 2,15), è colui che guarda “con ira” (Mc 3,5) coloro che stavano a vedere se avesse guarito un uomo malato in giorno di sabato per poterlo poi accusare, si adira con i discepoli che impediscono ai bambini di avvicinarsi a lui (Mc 10,14) e rivolge loro parole di fuoco (Mc 8,17-21), così come rivolge espressioni traversate dall'ira profetica nei confronti di ipocriti e menzogneri (Mt 23,13-36)

IL SIGNIFICATO DELLA COLLERA
Il problema non è dunque l'andare in collera, ma che uso fare della collera, come esprimerla, e che cosa rivela di colui che si è adirato. Scrive Agostino: “Nella nostra dottrina si chiede all'anima credente non se va in collera, ma perché, non se è triste, ma da dove viene la sua tristezza, non se ha paura, ma qual è l'oggetto della sua paura” (De civitate Dei IX,5). La collera, infatti è rivelatrice di nostre vulnerabilità: essa ci consente di conoscerci.

Perché una determinata situazione o un certo gesto o atteggiamento o parola di un altro hanno suscitato collera in me? Che cosa mi dice, su di me, la mia collera? Queste domande ci mostreranno che la collera traduce ed esprime essenzialmente il senso di invasione del nostro territorio (simbolico) da parte di un altro, oppure la nostra paura di non essere riconosciuti, rispettati, compresi, oppure il nostro stato di fatica e di stress.

Ovviamente è poi fondamentale il modo di espressione della collera: se la collera non è addomesticata, se il soggetto non assume la responsabilità delle proprie emozioni e dunque della collera, essa può esplodere con quella violenza che si manifesta sia a parole che con gesti, e può uccidere. Di certo, è importante che essa trovi vie di espressione. La collera repressa può essere ancor più mortifera di quella espressa. Scrive Gregorio Magno: “In certi casi l'ira impone all'animo agitato di non parlare e quanto meno si esprime fuori, tanto più brucia dentro e non rivolge la parola al prossimo, e così, col non parlargli, gli dice quanto non lo possa vedere … Può darsi che con l'andar del tempo l'animo irato perda completamente l'amore del prossimo … Spesso l'ira chiusa nell'animo col silenzio ribolle con più veemenza e, pur senza parlare, forma voci violente … Così avviene che l'animo turbato sente più grande strepito nel suo silenzio e la fiamma dell'ira chiusa in cuore lo consuma ancor di più” (Moralia V,79).

Il primo omicidio, secondo la Bibbia, nasce proprio da una collera repressa, taciuta, rimossa. “Caino fu molto irritato” (lett. “a Caino bruciò molto”: Gen 4,5), ma egli non dà parola alla sua collera e non risponde a Dio che lo invita al dialogo (Gen 4,6-8). Così la collera, coltivata e nutrita interiormente, diviene rancore, odio, e l'odio è capace di fare a freddo ciò che la collera potrebbe fare solo a caldo. E Caino uccide Abele. Il testo biblico esprime molto bene sia il fatto che la collera è molto visibile e si manifesta a livello somatico (“il volto di Caino fu abbattuto”: Gen 4,5), sia il fatto che la collera ha a che fare con la relazione con l'altro, con la capacità o meno di reggere il faccia a faccia.

O perché ha il volto abbattuto, rivolto a terra, o perché innalza il proprio volto su suo fratello, Caino sempre sfugge all'incontro faccia a faccia con Abele e il non-incontro diviene omicidio: “Caino si innalzò contro Abele, suo fratello, e lo uccise” (Gen 4,8). Di certo, vi è una collera incontrollata che disumanizza l'uomo rendendolo simile a una bestia: la collera sfigura l'uomo e il parossismo dell'ira rende l'uomo tanto spaventoso quanto ridicolo. E soprattutto un momento di collera può rovinare il bene costruito in tanto tempo e con infinita pazienza.

LA SANTA COLLERA
Tuttavia la Scrittura e la Tradizione parlano anche di una santa collera, di una collera-virtù, di “una collera che nasce dallo zelo e che è una virtù” (Gregorio Magno, Moralia V,82).
Come definire una santa collera? Che cosa rende santa la collera?
È santa la collera che tiene in contatto con Dio o con l'altro uomo. La collera di Giobbe esprime la sua volontà di non fare a meno di Dio, di non staccarsi da lui; essa lo mette in un rapporto di opposizione talmente personale con Dio che non può certo accontentarsi di spiegazioni di seconda mano. (...)
È santa la collera che non si arroga il diritto di fare vendetta dando così il via a una spirale di violenze e ritorsioni senza fine.
È santa la collera che non ha in se stessa il proprio fine, ma tende a ritrovare la pienezza della relazione con l'altro.
È santa la collera che si accende di fronte all'ingiustizia, all'oppressione, alla violenza perpetrata dai prepotenti.
È santa la collera che mi separa da situazioni di violenza subita che rischierebbero di trascinarmi nella confusione e nell'informe e che mi separa da persone che mi manipolano e mi usano.
È santa la collera che si scaglia contro immagini colpevolizzanti o distorte di Dio e che rompe con sistemi ideologici o religiosi che contraddicono l'umano, come fa Giobbe che rifiuta il principio della retribuzione.
È santa la collera che tende alla purificazione del cuore: “Senza collera non vi sarebbe purità nell'uomo se egli non si irritasse contro tutto ciò che è seminato in lui dal Nemico” (abba Isaia).
È santa la collera che si dà un limite: “Adiratevi, ma non peccate. Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).

CURARE LA COLLERA NEGATIVA
L'espressione di abba Isaia ci porta a considerare le modalità di “terapia” della collera.
- Indirizzare la collera contro i cattivi pensieri: “Durante la tentazione non metterti a pregare prima di aver pronunciato, con collera, alcune parole contro il tuo tentatore … Se rivolgerai ai demoni qualche espressione irosa, renderai vani i progetti dei tuoi avversari” (Evagrio, Praktikòs 42). La collera rientra così nella lotta spirituale.
- Cercare la riconciliazione prima di coricarsi, come sta scritto in Ef 4,26: “Il sole non tramonti sulla vostra ira”.
- Prendere una distanza, imporsi il silenzio, non reagire a caldo, ma immettere una distanza fra la causa scatenante la collera e la reazione.
- Mettersi al posto dell'altro. Scrive Seneca: “Non c' è nessuno che sappia dire a se stesso. ‘Questa cosa che mi fa adirare o l'ho fatta anch'io o l'avrei potuta fare'; nessuno valuta l'intento di chi agisce, ma il fatto puro e semplice; eppure bisogna considerare la persona, se ha agito volontariamente o accidentalmente, se per costrizione o per inganno, se è stata spinta dall'odio o dalla mira di un vantaggio, se ha accondisceso a se stessa o s'è messa a disposizione di altri.
- Mettiamoci al posto di ci fa adirare e vedremo che è una falsa valutazione di noi stessi a renderci iracondi, cioè il non voler subire cose che vorremmo fare” (De ira III,12,2-3).
- Esprimere in modo non violento la collera, ovvero alla prima persona, non alla seconda. Se io dico all'altro “tu sei pazzo, “tu sei stupido” (cf. Mt 5,22), lo uccido. Sono molto diversi i due seguenti modi di espressione della collera dovuta, p. es., al ritardo a un appuntamento tra due amici: “Quando ti aspetto mezz'ora rispetto all'ora convenuta, vado in collera perché nelle relazioni io ho bisogno di fiducia. Mi piacerebbe ora che tu mi dicessi come ti senti ascoltando queste mie parole”; “Quando tu mi fai aspettare mezz'ora rispetto all'ora convenuta mi fai arrabbiare e io esigo che tu sia puntuale la prossima volta, altrimenti non sei più mio amico”.
- Esercitarsi alla dolcezza e all'umiltà.
- De-idealizzare gli altri: le visioni idealizzate degli altri nutrono aspettative che possono poi, una volta deluse, suscitare collera.
- Non abusare di eccitanti (caffè, alcol) e fuggire anche il rumore, che può eccitare l'aggressività.
Pregare, praticare la preghiera di Gesù (ripetizione dell'espressione: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore”), e in particolare la salmodia (“Quando sei turbato dalla collera, la tua lingua si muova per la salmodia”: Giovanni Damasceno).
- Aiutarsi con esercizi corporali di respirazione (con particolare attenzione al movimento di espirazione) e distendendo il corpo, facendolo rilassare.
- Immettersi in un cammino di perdono.

NOTA
Il monastero di Bose (vedi link a lato) è una comunità monastica di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse. Una comunità monastica in ricerca di Dio nel celibato, nella comunione fraterna e nell’obbedienza all’evangelo. Una comunità monastica presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio.


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L'invisibile seduzione

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: "E` vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell`albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete".
Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male". Allora la donna vide che l`albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch`egli ne mangiò.
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l`uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
Ma il Signore Dio chiamò l`uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto".
Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell`albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?".
Rispose l`uomo: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell`albero e io ne ho mangiato". Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". (Dal Libro della Genesi, cap.3)

Il male più insidioso e pericoloso si innesca piano piano, con molto garbo e acclamato spirito di generosità negli animi di chi, ancora, è vittima di un problema personale che, oggi, viene quasi acclamato a virtù: l'ostentazione, la presunzione. E infatti il serpente per tentare la donna cose le rivela? Che il frutto proibito le conferirà il potere di conoscere il bene e il male e di diventare quindi come Dio! Se non è presunzione questa... Nei circoli che si dedicano allo spirituale viene definito ego, gli americani lo chiamo "ego trip", ed è sempre e di nuovo lì che si annida con perfida soddisfazione la tentazione più pericolosa, invisibile e seduttiva del male.

Che il mondo sia tutto preso dalla forma a discapito della sostanza, ebbene non è certo una novità. Lo sappiamo e ne siamo preparati. Ma che la presunzione regni sovrana proprio fra coloro che si acclamano spirituali, beh, lì è certamente più grave.

Lo sanno bene coloro che combattono il male, i veri guerrieri dello spirito, che conoscono il nemico, anche se, a volte, purtroppo, capita pure a loro di perdere magari qualche battaglia. Il male è infatti furbo, insidioso, scaltro, astutto... e noi siamo proprio dei grandi ingenuotti. I buddisti affermano che i demoni sono sempre in agguato: ed è proprio così. Ci spiano in continuazione per scoprire i nostri punti vulnerabili in cui entrare piano piano, per poi diventare dei trionfanti dittatori.

E il nostro punto più delicato, e quindi aperto alle sottili sollecitazioni del male, è proprio la presunzione. Gli esoteristi di una volta, quelli che veramente la sapevano lunga e non gli improvvisati di oggi, che pullulano in questo mondo della cosiddetta nuova spiritualità, sapevano molto bene di che mostro si trattasse. Infatti mettevano bene in guardia dai tipici trabocchetti del male, coloro che iniziavano ad avventurarsi sugli sdruccioli sentieri della spiritualità. Infatti, chi inizia il raccoglimento che conduce poi alla meditazione, o anche le pratiche di respirazione, come pure quelle della connessione interna, va a sollecitare molte voci interiori che oggi, così scioccamente vengono proclamate le voci della guida spirituale, oppure addirittura si lascia loro credito, accettandole come entità buone che vengono ad aiutarci.

Si sa molto bene in psicologia che queste voci interiori sono gli echi dei nostri movimenti emozionali e quindi sono attentamente da indagare, per poi approfondire e quindi risalire alla vera motivazione nascosta che le ha generate. Lo sapevano gli esoteristi, o i mistici, che invitavano l'adepto a un severo lavoro di purificazione, fatto in genere di umiliazioni - anche ricercate, sì perché quello è l'unico modo per sgonfiare l'ego che vuole invece dominare.

Il male è insidioso e il miglior modo per trovare accesso è proprio quello di manifestarsi facendo credere alla persona che lo sta contattando di essere una qualche entità buona che desidera aiutare la povera umanità sulla via della distruzione e che lui - o lei, sono i prescelti per portare avanti questa nobile missione. Ora, chi mai rifiuterebbe un simile aiuto? Uno sciocco certo! E invece no. Lo sciocco è chi invece crede a un qualcosa che non può verificare.

Il ragionamento è molto semplice e di infinito buon senso. Se un ladro venisse alla vostra porta, vi aspettereseste che si presentasse come un ladro? No di certo, e infatti di solito si travestono, o l'operaio dell'azienda elettrica, o il finto assicuratore, o quello che fa un'indagine di mercato... Lo stesso accade con questo mondo dell'invisibile. Sì perché poi, ricordiamolo, ognuno attira a sé il suo corrispondente. Se qualcuno non è puro e umile - ma sul serio, non di quella falsa modestia che però è ancora una volta ostenzazione - come fa ad attirare un'entità buona? Attirerà invece il suo corrispondente, ovvero un'entità immatura, che ha bisogno di ricevere gratificazioni, proprio come la persona a cui si presenta. E infatti la leva tipica su cui queste voci interiori, o entità, fanno affidamento è proprio quella del far credere all'interessato di essere un prescelto.

E' chiaro che chi si sente investito da tale responsabilità di fronte all'umanità non si tira per niente indietro! Ed eccola qui la presunzione, l'ego che con finta modestia si gonfia! E quanti contattano santi, maestri disincarnati, entità di varia natura, c'è chi persino contatta Dio in persona e, ovviamente, come si fa a dubitare di chi si proclama così buono e generoso verso il destino dell'umanita?!

Certo, è vero, molti di questi consigli elargiti da tali contatti non sono negativi. I più si rifanno agli scritti spirituali e quindi non sbagliano di certo. Poi alcuni elargiscono pure delle conoscenze scientifiche, che vengono fatte passare per ancora sconosciute - e infatti lo sono certo per i più, ma se si indaga bene si viene sempre a scoprire che si tratta di informazioni già note (in genere ai circoli più alti della scienza, non certo conosciuti dalla massa, anche da quella della comunità scientifica). Altre elargizioni sono costituite da delle specie di miracoli iniziali.

Solo che poi, quando hanno ottenuto la loro bella schiera di adepti che li adorano,o per le rivelazioni così pie, o per quelle così sceintifiche o per i miracoli compiuti, il gioco è fatto. Ecco ottenuta l'energia di gratificazione di cui abbisognano le anime di quelle entità, per questo le elargizioni iniziano piano piano a scemare. Se poi, nel frattempo, il "prescelto" si è organizzato - come fanno in genere tutti gli americani e chi, anche da noi, ha imparato a imitarli - la ricchezza della persona è garantita. Eccoli tutti quanti appagati. L'entità gliel'aveva infatti assicurato che la loro vita sarebbe cambiata!

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Dove inizia la pace

Da un lato le guerre sembrano continuare a scoppiare minacciose, incombenti… dall'altro tutti predicano amore e bontà. Ma dove inizia veramente una pace che sia apportatrice di dignità per tutti?
Spiritualità oggi, per lo meno per la grande massa, spesso significa professare una generica bontà. Una folta schiera di più o meno credibili “maestri” di crescita, come pure il clero e gruppi cattolici/cristiani di massa, invitano a non giudicare e ad “accogliere” l'altro. Presupposti questi che sembrano indispensabili per un mondo di pace. Tuttavia, sebbene molto giusto da un lato questo principio, deve però essere compreso e, soprattutto, ci si deve arrivare non perché si castra la propria percezione, ma perché ci si migliora, riconoscendo e sciogliendo certi grovigli interiori.
Questo riconoscimento del proprio stato interiore, deve quindi permettere poi, nei confronti del mondo esterno, una cristallina serenità di giudizio. Perché il discernimento è indispensabile anche nei confronti dei "maestri", e la forza interiore è pure indispensabile, per resistere di fronte alla massa che taccia ingenuamente per "cattivi", "duri", "rigidi" se si esprime un disaccordo. Tuttavia il disaccordo, ricordiamolo, deve essere lecito, e deve anche essere espresso nel modo più corretto.

SAPER DISCRIMINARE
Notate la differenza: se dite “tu sei un insolente borioso” questo è un giudizio che esprime una condanna dell'altro e, come tale, è veramente da evitare. Se invece dite: “qualcosa di te non mi piace e non mi convince”, non esprimete alcuna condanna bensì riferite a voi - quindi non all'altro - il vostro giudizio mentre evidenziate il fatto che qualcosa non vi persuade. Ovvio che l'altro, anche di fronte a questo secondo tipo di affermazione più corretta, se è borioso, la prenderà male, ma questo dovrà rimanere un suo problema e non il vostro! Infatti spetterà alla vostra correttezza comprendere se è perché rispecchia magari dei vostri insoluti, che allora dovrete affrontare e sciogliere, oppure se è perché, questo “maestro”, dice cose che poi non fa o che sono mal interpretazioni banali di concetti molto più ampi, e via dicendo.
Ci si ritrova spesso sommersi da grandi predicatori, che poi non sanno vivere sul serio e dal di dentro quello che predicano (ovvero con animo genuino e non per l'imposizione di un atteggiamento volutamente “perfetto” che stanno, per così dire, recitando). Per questo è indispensabile saper rimanere critici e, all'occorrenza, saper esprimere il proprio disaccordo. Questa azione non potrà che essere positiva alla crescita di entrambi, in quanto farà da specchio, utile per riconoscersi (anche se ciò può essere che non accada subito!) mentre chi si esprime farà esercizio di dignità riaffermata e, soprattutto, esercizio di correttezza nell'esprimersi.

I nuovi e vecchi pensieri spirituali continuano a sollecitare all'amore e alla bontà e al non giudizio. Che siano gli insegnamenti delle nostre dottrine di casa, o quelle orientali di cui oggi tutti, chi più chi meno, sa qualcosa, oppure quelli che ormai a iosa ci arrivano da “altre dimensioni” (alcune si definiscono da “entità spirituali”, o da “disincarnati più o meno evoluti”, o da “extraterrestri” che hanno a cuore le sorti dell'umanità…) ma tutti quanti esortano alla pace e all'amore. Lo sappiamo, queste sono due verità fondamentali. Ciò nonostante l'aspetto essenziale va spesso perduto, perché al posto di forgiare il carattere delle persone contribuiscono invece ad ammansirlo, a subordinarlo, affievolirlo.
Se analizziamo il modo in cui vengono fatti applicare tali insegnamenti non si può fare a meno di osservare che sembrano mirare a creare un'umanità di personaggi docili e concilianti, incapaci di discernere e quindi distinguere e scegliere veramente autonomamente ciò che va bene da ciò che invece, nonostante l'apparenza positiva, è deleterio per loro.

SOLO UNA QUESTIONE DI BONTA'?
Se ci si rifà agli antichi insegnamenti spirituali, quelli, per intenderci, di grandi figure quali il Budda, il Cristo, o altri Avatar importanti (ovvero non di quella miriade di personaggi improvvisi, spuntati come funghi in questa “creativa” era della cosiddetta new age), l'amore è un sentimento da coraggiosi e non da codardi e arrendevoli.
Invece, questa folta schiera di novelli guru, tutti baci e abbracci, non fa che invitare a essere buoni, disponibili, sorridenti, accondiscendenti nell'accettare l'altro. Così, anche quando qualcuno commette azioni su cui ci sarebbe da ridire, il grande e sempre più mansueto popolo della nuova spiritualità - come pure quello dei nuovi cristiani o dei pii cattolici, si sente in dovere di non reagire, perché solo così facendo è bravo e “ama”. Così finisce che, nel tempo, smette di reagire anche quando queste azioni diventano addirittura scorrette, ingiuste e immorali.
Poiché tutte queste teorie, proclamano di rifarsi alle antiche dottrine, uno con un po' di senso critico, non può fare a meno di osservare l'incongruità di tali affermazioni. Infatti, è vero che le dottrine spirituali invitano all'amore, ma che amore intendono, quello bonaccione di chi accondiscende a tutto perché altrimenti offende l'altro, oppure l'amore che è baluardo di verità – ma la verità significa riconoscere e affermare ciò che è nero, per distinguerlo da ciò che è bianco!

Visto che viviamo in un paese cattolico, pensiamo al Cristo e rifacciamoci a un esempio eclatante, quello del tempio, dove Gesù trova dei balordi a mercanteggiare.
Il Cristo di fronte a quella degenerazione non è andato molto per il sottile quando li ha violentemente sbattuti fuori, rovesciando e distruggendo tutti i loro banchetti! Altro che vogliamoci tutti bene! Di fronte a un'azione scorretta il Cristo ha reagito, e lo ha fatto con chiaro impeto e determinazione (né ha poi pregato il Padre, perché lo perdonasse della sua azione violenta)!
Oppure, per chi conosce un po' di più il pensiero induista, pensiamo a un altro grande maestro, più vicino a noi, Babaji, che in moltissimi dei suoi discorsi, invitava sì all'amore, ma al contempo spronava energicamente a prendere posizione dichiarata contro il negativo (ovviamente, in questa nostra epoca che mira solo al buonismo totale, nei libri poi pubblicati, sono stati scelti unicamente quei discorsi in cui parlava di “amore” e basta!). Tanto per riportare un esempio, ecco alcune delle sue affermazioni:
“Il nostro obiettivo principale deve essere la pace nel mondo. Ma gli esseri umani di oggi sono diventati dei codardi. L'ideologia della non violenza ha influenzato negativamente l'umanità, che ha perso il coraggio di agire giustamente. Il sangue dell'essere umano è diventato simile all'acqua (qui Babaji si riferisce a un proverbio indiano che parla di quelli che non oppongono resistenza al male). Invece si deve essere forti nel proteggere la giustizia. La non violenza ha generato l'incapacità a discriminare il bene dal male.”
Un altro egregio esempio a cui possiamo riferirci è Gandhi, il testimone più credibile della dottrina della “non violenza”. Questo grande uomo, nonostante il suo messaggio d'amore, non ha dimenticato la dignità. Infatti ha ben discriminato tutte le volte che immancabilmente ha dichiarato le cose non giuste e scorrette che vedeva. Ma lo ha fatto sempre e solo senza violenza e senza condanna dell'altro.

Ovvero ha sempre denunciato le ingiustizie, pronto a pagare in prima persona la reazione violenta di coloro che non amavano sentirsi dire in faccia la verità, detta con un tale tono sereno e dignitoso, che non lasciava spazio a nessuna replica, tanto era evidente la verità affermata!

Se si va poi a controllare gli insegnamenti dei grandi di ogni pensiero religioso, si trova lo sprone al coraggio della verità, proclamata con amore. L'amore, non è buonismo, l'amore è verità e giustizia affermati semmai con amorevolezza, anche se in alcuni casi è importante la veemenza se non addirittura la collera. Persino il Dalai Lama, che da tutti viene portato a esempio di una compassione a oltranza, così afferma:
"Fra le emozioni negative figura la rabbia di cui si possono distinguere due tipi, uno dei quali potrebbe essere trasformato in emozione positiva. Per esempio, se una persona ha un effettivo motivo di preoccupazione verso un'altra e quest'ultima non bada ai consigli e avvertimenti ricevuti, a quel punto l'unica soluzione possibile per fermare le malefatte di quell'individuo è intervenire di prepotenza.Sulla base di una motivazione compassionevole, in alcuni casi la collera può essere utile perché ci permette di sviluppare maggiore energia e di agire con prontezza. Abitualmente l'ira conduce però all'odio, sentimento sempre e comunque negativo. (...) E' necessario agire con saggezza e buon senso, senza ira né odio. Se la situazione è tale da richiedere un'azione da parte di chi è stato offeso, allora è possibile ricorrere a una contromisura, lasciando però sempre da parte ogni sentimento di rabbia e di odio. (...) In una società competitiva come quella moderna, a volte, è necessario ricorrere a manovre di 'controffensiva." (Da "I valori della vita", i discorsi del Dalai Lama, Armenia).
Anche nella visione cattolica un certo tipo di collera è positiva. Scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose, che è la "collera santa" a dover essere recuperata:
La Scrittura e la Tradizione parlano anche di una santa collera, di una collera-virtù, di “una collera che nasce dallo zelo e che è una virtù” (Gregorio Magno, Moralia V,82).
Come definire una santa collera? Che cosa rende santa la collera?

È santa la collera che tiene in contatto con Dio o con l’altro uomo. La collera di Giobbe esprime la sua volontà di non fare a meno di Dio, di non staccarsi da lui; essa lo mette in un rapporto di opposizione talmente personale con Dio che non può certo accontentarsi di spiegazioni di seconda mano. (...)
È santa la collera che non si arroga il diritto di fare vendetta dando così il via a una spirale di violenze e ritorsioni senza fine.
È santa la collera che non ha in se stessa il proprio fine, ma tende a ritrovare la pienezza della relazione con l’altro.
È santa la collera che si accende di fronte all’ingiustizia, all’oppressione, alla violenza perpetrata dai prepotenti.
È santa la collera che mi separa da situazioni di violenza subita che rischierebbero di trascinarmi nella confusione e nell’informe e che mi separa da persone che mi manipolano e mi usano.
È santa la collera che si scaglia contro immagini colpevolizzanti o distorte di Dio e che rompe con sistemi ideologici o religiosi che contraddicono l’umano, come fa Giobbe che rifiuta il principio della retribuzione.
È santa la collera che tende alla purificazione del cuore: “Senza collera non vi sarebbe purità nell’uomo se egli non si irritasse contro tutto ciò che è seminato in lui dal Nemico” (abba Isaia).
È santa la collera che si dà un limite: “Adiratevi, ma non peccate. Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26). (Da un articolo apparso su L'Ancora)

Purtroppo, quei “precetti pii” che sono invece predicati, si vanno a innescare egregiamente in secoli di condizionamento pseudo cattolico – dico pseudo perché, come ben sappiamo, è piena la nostra storia di innumerevoli “Don Abbondio”– che ci hanno condizionato a essere solo remissivi e a pregare Dio nella speranza di risvegliare la Sua pietà e ottenere così una qualche grazia. Chiaramente, su un substrato del genere, “maestri” banali che non sollecitano il coraggio e il recupero della dignità ci trovano già molto ricettivi a quel tipo di messaggio pietista, da cui poi diventa difficile liberare le nostre anime da tutti quei secoli di suggestioni in tal senso!
In altre parole, sembrerebbe proprio che si stia creando un'umanità docile e accondiscendente.

CONFONDERE L'EMOZIONALE CON IL REALE
In alcuni ambiti di lavoro, specie in quelli che hanno a che fare con lo sviluppo delle capacità di interazione sinergica nelle aziende, si insegna a non fare l'errore di confondere il personale con il professionale. Il personale sta per ciò che è percepito attraverso le lenti colorate delle proprie emozioni, mentre il professionale, ovvero il reale, è quello che invece è al di là di ogni possibile colorazione emozionale.
Come si può ben capire, questo consiglio sarebbe veramente utile metterlo in pratica dovunque e non solo nell'ambito lavorativo!
In genere, quando si entra in rapporto di simpatia o cordialità con una persona, come pure quando si tratta di familiari, la maggior parte degli individui trova difficile attenersi ai semplici fatti, quando questi accadono, e fare quindi un appunto deciso all'amico/amica, al familiare, se questo fa qualcosa che non va. Si tende a coprirlo, a soprassedere. Cosa deleteria nei rapporti di lavoro, che smettono di essere giustamente produttivi, proprio perché non si osa far notare certe manchevolezze (che comunque vanno poi a incidere sul tutto, non dimentichiamolo!). Ma la cosa è deleteria anche nei rapporti familiari e in quelli sociali, specie poi in questi gruppi della nuova coscienza dove, appunto, non si ha il coraggio di manifestare serenamente il proprio dissenso o il far notare gli errori, in modo molto semplice e, soprattutto, pulito da ogni risvolto emozionale.

Come già accennato prima, Gandhi ha sempre parlato e manifestato il suo dissenso, o le manchevolezze riscontrate, ma lo ha sempre fatto senza mai metterci dell'emotivo - andatevi a rivedere il magnifico film “Gandhi” e osservate bene come lui parla e afferma la verità!- dichiarando semplicemente e anche con amorevolezza serena ciò che voleva evidenziare.
Quindi, ricapitolando, ciò su cui bisogna lavorare in questo contesto è: il discernimento. tale qualità mentale si manifesta:
­- nella consapevolezza di ciò che si sente giusto e positivo e che si distingue da ciò che, invece, non si avverte come indicato a noi (il che non vuol dire che è per forza negativo per tutti, magari per alcuni è positivo e auspicabile, mentre per altri, anche se magari lo potrebbe pure essere, non è però accettabile al momento!),
­- con la verifica che, quanto indicato, produca reali cambiamenti in positivo nel nostro modo di interagire con le sfide quotidiane, affrontandole al meglio di noi stessi;
­- il non confondere e frammischiare la risposta emozionale con il reale, da manifestare in modo semplice, pacato e senza reazione emotiva - avendo però prima ben valutato se invece una presa di posizione più decisa e forte non sia invece il metodo migliore da applicare.

LA PROVA DI VALIDITA'
È inevitabile ma anche giusto che, di fronte a un qualcosa, venga spontaneo esprimere un “giudizio". Per fare in modo di agire correttamente non dovrete zittire la vostra capacità di discernimento ma invece verificare, se quanto vi viene spontaneo da dire, sia semplicemente una critica gratuita, che non serve a nulla, se non a “schiacciare” l'altro, oppure se è, invece, la constatazione che, quello che vi viene detto, o la persona che vi sta di fronte, non vi convince per niente.
Magari non saprete subito dire perché non vi convince, e magari sarà pure dovuto al fatto che, chi vi sta di fronte, rispecchia vostre caratteristiche negative non riconosciute, al che dovrete lavorare su questo riconoscimento, per sciogliere quei nodi interiori, generati dalle sofferenze passate che offuscano il vostro cuore. L'importante è però non generalizzare e, soprattutto, non stroncare il vostro discernimento.

Infatti, se leggete un libro, ascoltate un qualcuno, interlocutore, relatore, maestro, professore… che sia, la mente deve entrare in azioni immediatamente, ma lo deve fare in modo ecologico e non distruttivo. Quindi, per farlo, considerate sempre due aspetti essenziali:
1. come voi stessi avete fino a ora contemplato la questione e rapportate quindi le vostre conclusioni a quanto vi viene ora indicato. Non prendete mai per oro colato quanto vi viene detto, non importa chi avete davanti, se un emerito professore o la regina di tutte le scienze, non lasciatevi intimorire, anche perché non sempre le persone sono così autorevoli e “sapute” come vorrebbero farvi credere!
Rifate sempre il ragionamento che vi viene presentato per collegarlo poi con le riflessioni, che voi stessi avevate già elaborato sul tema in questione. Questo vi permette, innanzitutto, di rivedere i vostri ragionamenti, affinarli e migliorarli anche, grazie all'apporto di quanto avete appena letto o sentito, oppure, di contro, vi permetterà di individuare se il pensiero che vi viene presentato è difettoso. Non si tratta di diventare dei polemici cavillosi, ma di sviluppare, invece, la qualità del discernimento, che poi si manifesta nelle giuste argomentazioni che presenterete.

2. L'altro aspetto da considerare, una volta che avrete appurato che il ragionamento presentato “funziona”, è quello di verificare se tutto ciò abbia senso nel vostro quotidiano. Ovvero, quanto vi viene detto serve a migliorare la vostra capacità di affrontare praticamente e in modo evolutivo il quotidiano? Cioè vi sono stati dati degli input che potete immediatamente provare a mettere in pratica, così che le vostre attitudini vengano sollecitate al miglioramento di voi stessi a livello interiore ed esteriore?

Un terzo aspetto, da considerare non appena sarete più avvezzi ai due precedenti, è quello di appurare se quanto indicato, non solo sia utile e benefico alla vostra vita ma, attraverso di voi, potrà portare benefici alla vita altrui e all'ambiente. È da questa considerazione che vengono piantati dei veri semi di pace, fatta di rispetto della propria ma anche dell'altrui vita.

Il risultato dell'elaborazione di questi due (tre) punti, costituisce la prova di validità che dovrete abituarvi a eseguire, altrimenti perderete solo del tempo e vi illuderete di procedere, quando invece starete solo gratificando il vostro (e spesso anche l'altrui) ego.

Ovviamente, tutto ciò si riferisce a quanto viene presentato come crescita interiore. Le tematiche che vanno al di fuori di questo contesto dovranno essere considerate diversamente, di conseguenza, leggendo un bel libro di filosofia vi potrete anche dilettare nelle speculazioni, e questo andrà bene, farà esercitare la mente, che ha sempre bisogno di allenarsi, proprio come un muscolo da mantenere in esercizio!
C'è poi ancora qualcosa da non dimenticare: non esiste giudizio definitivo. Ovvero, se ora un qualcosa vi appare non accettabile, non è detto che tale valutazione rimanga la stessa per sempre. Chi è in crescita cambia, e cambia quindi le prospettive, per cui può benissimo essere che fra una settimana, un mese, fra un anno, due ecc., ciò che oggi si reputa negativo, risulti invece interessante e probabile. Quindi abituatevi ad accettare il cambiamento di visuale.

SEMINARE LA PACE
Non si può pensare di coltivare dentro di sé dei sentimenti di pace se si parte sopraffacendo la propria dignità a opera di falsi buoni, falsi maestri, falsi perfetti.
Viviamo in un'era che è sempre di più diventata dell'apparenza. Non è vero ciò che è vero ma diventa vero ciò che viene dato come tale. È importante che ci si lasci convincere da testimoni credibili. Questi diventano tali solo se vivono quello che insegnano – per lo meno nel contesto della crescita interiore e della spiritualità.
Discriminare e poi manifestare il proprio discernimento senza però metterci una carica emotiva negativa (come Gandhi, appunto) è chiarezza, è verità e, in definitiva, è amore.

NOTA AGGIUNTIVA

NON ARRABBIARSI E POI?
Un antico apologo indiano potrebbe forse risultare istruttivo:
"C'era una volta un serpente assai velenoso e feroce che un giorno incontrò un vecchio saggio, il quale lo convinse a diventare mansueto. Non appena gli abitanti del villaggio si accorsero che il serpente se ne stava quieto quieto in un angolo, iniziarono a tirargli sassate, a sottoporlo ad angherie e feroci sevizie.
Il serpente subiva e sperava che il vecchio saggio tornasse a liberarlo dell'infausta promessa. Il saggio finalmente riapparve per dirgli che aveva travisato consiglio e promessa, che smettere d'iniettare veleno non significava rinunciare ad emettere sibili e fischi".
(Serena Foglia, I nostri sette peccati , Rizzoli, Milano 1990)


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L'unione col Divino

Si può parlare oggi di misticismo, in un’era dove tutto pare all’insegna della tecnologia più sofisticata e l’essere umano corre il rischio di divenire sempre più alieno a se stesso? Sembra proprio di sì! Aurelio Penna osa affermarlo in un libro (Il misticismo - De Vecchi editore) che non è solo lo studio del misticismo classico ma, anche, vuole essere una proposta per l’uomo moderno alla ricerca di se stesso e alla ricerca di un possibile Senso.

Cosa è il misticismo?
Penna ci spiega che il termine mistico significa, dal greco, "appartenente ai misteri", cioè in relazione agli insegnamenti più segreti delle varie dottrine religiose. Dunque si riferisce a gli insegnamenti esoterici, quelli destinati agli iniziati che solitamente si proponevano di vivere una vita di contemplazione. In definitiva però, il termine misticismo oggi, ha raccolto più ampia, un significato a cui tutti hanno accesso, non solo dunque quei ‘pochi eletti’ che scelgono una vita di ascesi. Il misticismo infatti viene anche come ‘l’arte dell’unione con la Realtà’, quindi di comunione col Divino. Lo si può definire un atteggiamento di fronte alla vita, una predisposizione interiore che porta a vedere le situazioni della vita con una prospettiva da ‘senso ultimo’ e che introduce quindi nella quotidianità una profonda manifestazione di un’unione col Divino e la Sua direzione.

Ciò non è prerogativa di uno specifico pensiero religioso, questa intima unione col senso profondo delle cose e della vita può facilmente essere espressa anche da un animo che si considera ateo ma che, al di là dei formalismi religiosi, nutre per esempio un profondo rapporto con la natura e con il ‘tutto’ che la regola. La conoscenza a cui si perviene attraverso il misticismo è infatti di tipo olistico, cioè integrato, omnicomprensivo - in antitesi al pensiero analitico, tipico della nostra società che, invece, scompone e suddivide le cose. Scrive Tagore (vedi nota a pie' pagina):
“Improvvisamente mi sentii come se una persistente foschia si fosse d’un tratto levata e il significato ultimo delle cose mi apparisse nella sua nudità ... Trovai che fatti sino allora separati e sfuocati si presentavano con grande unicità di significato ... Una inattesa sequela di pensieri percorse la mia mente, come una misteriosa carovana che trasportava le ricchezze di un regno sconosciuto. Immediatamente percepii un mondo immerso in una meravigliosa radiazione, con ondate di bellezza e di gioia, che si propagavano per ogni dove e nulla al mondo, né persone né cose, mi appariva banale o sgradevole.”
Il misticismo porta dunque a uno stato di ‘coscienza elevata’ che è cosciente e consapevole al tempo stesso (vedi nota a pie' pagina sul significato dei due termini) dei nessi esistenti nel creato e di conseguenza del senso della propria vita nel suo essere e divenire in rapporto col tutto. Per questa attenzione posta all’armonico fluire con la vita, un’armonia ricercata e non certo passivamente ottenuta, il misticismo è un percorso evolutivo di grande crescita interiore e rappresenta la via privilegiata per il raggiungimento dell’estasi (vedi nota a pie' pagina).

Come sperimentare il misticismo?
Negli individui più sensibili e attenti, emerge gradualmente il disagio nato dalla incapacità di trovare risposte persuasive al senso della vita, come pure dalla separazione rispetto all’assoluto, al trascendente. L’essere umano avverte la frustrazione derivante dal fatto che normalmente restano irrealizzate quelle che sono le sue potenzialità più elevate; prorompe il bisogno di sentirsi parte di una vita universale. Ogni pensiero religioso porta in sé un messaggio mistico e, come abbiamo già visto, anche al di fuori delle religioni esiste un atteggiamento mistico nei confronti della vita. Penna, da erudito conoscitore delle religioni e delle problematiche esistenziali, suggerisce un approccio che facilmente, e da chiunque, può essere assimilato, questo prende le mosse dalla psicosintesi di Assagioli.

La psicologia transpersonale lavora infatti suggerendo modelli di sviluppo della coscienza individuale per arrivare così a realizzare le proprie potenzialità - di solito inconsce - a livello di consapevolezza, di creatività, di conoscenza e comprensione di tutto ciò che si trova al di là della dimensione puramente razionale. Uno sviluppo della coscienza che, travalicando i limiti di spazio e di tempo, si apre all’infinitudine, all’eternità, all’unità del Tutto, nel quale si fondono il macrocosmico e il microcosmico. Il salto metodologico che la psicologia transpersonale inaugura, consiste nell’uscire dalla tradizione scientifica, che prende in considerazione solo ciò che oggettivamente si può verificare e misurare, per dare spazio anche alla ricerca e all’esperienza individuale, che è rilevabile, ma non è ripetibile e quantificabile. Il passaggio dall’io al sé transpersonale, in cui l’individuo consegue una più vasta unità bio-psico-spirituale, è guidato dall’intenzione, dalla determinazione, che realizza gradatamente una propria specifica progettualità di autosviluppo attraverso l’integrazione e l’armonizzazione delle proprie facoltà e il libero manifestarsi delle potenzialità sopite.

LA PSICOSINTESI
Dagli appunti di Assagioli leggiamo:
“Capii che ero libero di assumere uno fra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla. Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare a un atteggiamento malsano di autocompatimento e assumere il ruolo di martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell’umorismo, considerandola un’esperienza interessante. Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un’occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale, considerando la vita vissuta fino ad allora, quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine, potevo farne un ritiro spirituale. Ebbi la percezione chiara che l’atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano”.
Assagioli identifica la nostra libertà di scegliere l’atteggiamento che vogliamo nei confronti della vita e delle situazioni che essa ci presenta - solo che generalmente non ne siamo consapevoli! Si tratta dunque di recuperare la chiarezza necessaria per comprendere come ci offriamo alla vita e scegliere poi, con crescente consapevolezza, il proprio modo di proporsi. Penna spiega che vi è un graduale passaggio dalla dimensione inconscia, inconsapevole appunto, a quella conscia attraverso un susseguirsi di sintesi parziali. La personalità si organizza intorno a un ‘centro unificatore’ il quale rappresenta la vera e inconfondibile identità del soggetto. Questo io diventa consapevole delle diverse tendenze di comportamento e dei contrasti esistenti al suo interno - diventa dunque consapevole della propria molteplicità. Questi diversi elementi scaturiscono da diversi fattori: influenze ancestrali, familiari, sociali, situazioni emotive derivate dal proprio vissuto, bisogni e aspirazioni... Tutto ciò porta al sorgere di un insieme di spinte interiori, chiamate da Assagioli subpersonalità, che spesso sono in contrasto fra loro e provocano di conseguenza crisi e tensioni.

È compito del ‘centro unificatore’, dell’osservatore come Richard Bach lo chiamava nei suoi romanzi, guidare quell’insieme di spinte in un modo creativo e realizzante. L’individuo, attivando questo ‘centro unificatore’, studia se stesso, si osserva, valuta le proprie dinamiche e le proprie potenzialità, quindi individua quegli aspetti che intende migliorare e si prepara un modello ideale focalizzando il proprio pensiero su di esso, predisponendo un piano operativo e, ovviamente, investendo l’energia necessaria per la sua realizzazione. La realizzazione personale è il presupposto per l’ascesa al transpersonale, ma il cammino non è indolore e non è privo di impegno personale. La vita è come l’ascesa alla vetta di una montagna, a tutti è dato di raggiungerla, ma non tutti se la sentono di intraprendere quella salita!

LE SETTE VIE AL SE' TRANSPERSONALE
Per compiere questa scalata ci sono diversi percorsi possibili. Assagioli così precisa: “I modi di espandere la coscienza verso l’alto sono molto diversi, in relazione avi vari tipi psicologici e alle varie costituzioni individuali. Si possono indicare Sette Vie principali. Dirò subito che queste vie non sono separate ma in realtà spesso si sovrappongono in parte, perciò un individuo può seguirne al tempo stesso più di una. Ma resta il fatto che esse sono diverse l’una dall’altra e che, in un primo tempo, per chiarezza bisogna descriverle e conoscerle separatamente, passando poi alle possibili combinazioni.” Ognuno di noi, in base alla propria vocazione e al proprio patrimonio caratteriale e culturale potrà seguire quella-quelle che più gli corrispondono. Comunque tutte quante conducono alla realizzazione di quella parte più vera e intima di noi stessi, quella parte che se realizzata, ci fa sentire a posto con la vita!

1 - La via della Volontà.
2 - La Via dell’Illuminazione.
3 - La Via dell’Azione.
4 - La Via della Bellezza.
5 - La Via Cognitiva.
6 - La Via Devozionale.
7 - La Via del Rituale.

Vediamole.

1 - La via della volontà
È anche chiamata la Via Eroica ed è propria di chi è portato a osare, affrontando le forze ostili, i propri limiti per sfidare l’ignoto. Su questa via incontriamo chi lotta per i propri ideali, ma anche l’atleta e l’esploratore. È la via del coraggio, della forza e della determinazione.
2 - La Via dell’Illuminazione
È un approccio introvertito alla vita, volto a scoprire e scandagliare quanto, dall’esterno, giunge a noi, al nostro interno. È la via che ricerca l’essere coscienti, dove la coscienza si può allargare a uno scenario in grado di inglobare il cosmo intero, oppure si assottiglia fino quasi a scomparire nell’impercettibile di ciò che forse è invisibile.
3 - La Via dell’Azione
È la Via di colui che opera concretamente, sotto certo aspetti è la più semplice perché ognuno può agire, ciò che importa qui è però rendersi conto degli effetti in prospettiva delle proprie azioni. Non basta fare, agire, qui è d’obbligo la precisa presa di coscienza che tutte le nostre azioni provocano una eco nel contesto in cui le espletiamo, e nel tempo a divenire - per questo è anche chiamata la Via Etica.
4 - La Via della Bellezza
È la Via dell’unificazione tra l’io individuale e la realtà universale, in un certo senso si giunge all’illuminazione attraverso la bellezza, c’è una graduale ascesa dall’ammirazione per la bellezza terrena al desiderio della perfetta sapienza. La bellezza non è solo gioia per gli occhi ma anche nutrimento per l’animo.
5 - La Via Cognitiva
È anche chiamata la Via della Scienza e porta a riconoscere che il mondo fisico come fenomenico e che dietro o sopra di esso esiste un ordine e un’armonia costituiti da energie e potenze intelligenti, e che esistono ulteriori dimensioni rispetto a quello che riusciamo a percepire attraverso i nostri sensi. È la via dell’ordine mentale.
6 - La Via Devozionale
Si basa essenzialmente sull’amore ed esplica il profondo desiderio di riconquistare l’unità. Come San Gregorio Palamas afferma: “Colui che partecipa all’energia divina diventa egli stesso in qualche misura luce, egli è unito alla luce e a quella luce vede in piena consapevolezza tutto ciò che rimane nascosto a chi non ha questa grazia.”
7 - La Via del Rituale e delle danza
È la Via dove il corpo diventa strumento di manifestazione divina per la fusione di materia e spirito. Vi è espressività e un corretto rapporto col proprio corpo e con lo spazio che si occupa. Vi sono le corrette relazioni tra le entità che si esplicano al meglio di se stesse. Anche La Danza, partendo da una dimensione laica e secolare, finisce col raggiungere il sublime.

NOTE AGGIUNTIVE

SRI RABINDRANATH TAGORE
1863-1941, poeta e filosofo bengalese, fonda nel 1903, in un paese del Bengali una ‘Scuola di Saggezza’ che doveva riunire individui di tutte le razza e religioni

CONSAPEVOLEZZA E COSCIENZA
Penna ci fa notare la differenza che esiste fra questi due termini che spesso usiamo come sinonimi. La consapevolezza è la cognizione globale che qualcosa sta accadendo, la coscienza è invece una consapevolezza dei dettagli che formano la globalità della situazione. Un esempio utile per comprendere potrebbe essere il seguente: consapevolezza è accorgersi di un rumore, coscienza è identificare da dove proviene e chi lo produce.

IL SENSO DELL’ESTASI
Si suole definire estasi quel mezzo ideale per giungere - senza passare per le vie tradizionali dell’esperienza e della riflessione filosofica - alla conoscenza diretta e alla percezione immediata della realtà ultima della vita attraverso l’emozione e l’intuizione. L’emozione introduce alla esperienza estatica della comunione, nella quale il mistico, pur unito psicologicamente a Dio, conserva la sua identità ben distinta. L’intuizione invece apre le porte all’unione, dove avviene una identità ontologica, corrispondente, con Dio. Nel primo caso, con l’emozione, l’accesso alla realtà ultima è acquisito con i propri mezzi ed è un percorso creato da noi. Nel secondo caso, con l’intuizione, si ha una specie di ritorno verso un qualcosa che è sempre esistito ma che è stato dimenticato e, con l’estasi viene riconquistato.
Il mistico indù Ramakrishna, vissuto nel secolo scorso, spiega questi due percorsi con una metafora, nel primo caso si tratta di ‘gustare lo zucchero’, mentre nel secondo di ‘essere lo zucchero’.

MISTICISMO O PATOLOGIA?
Spesso la medicina e la psichiatria definiscono come nevrotiche, o, peggio ancora, psicotiche, certe manifestazioni che invece sono mistiche. Sicuramente vi sono dei mistici che al tempo stesso sono psicotici, ma la generalizzazione è comunque troppo sbrigativa. Esistono comunque dei metri di giudizio che permettono una valutazione. Il soggetto disturbato, alla fine di una sua esperienza impropriamente mistica, manifesta paura e angoscia, non registra mutamenti comportamentali in positivo - mentre ne emergono semmai alcuni in senso distruttivo. Il mondo viene percepito come irreale. Il mistico invece, rivive con gioia profonda la sua esperienza di unità con quella dimensione infinitamente più grande di lui. Il comportamento che ne scaturisce è fortemente positivo e si traduce in un intenso sentimento d’amore per l’universo e per le persone in particolare, che ha come conseguenza uno stimolo all’azione altruistica e disinteressata. L’ambiente viene percepito in modo reale e ottimistico.

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Il misticismo
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Mille e non più mille, previsioni e profezie per il nuovo millennio
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Cambiare dentro per essere felici
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La via del Giusto

Tutti i pensieri mistici contemplano l'idea della provvidenza divina, se solo l'essere umano si attiene alle regole armoniose, equilibratrici ed evolutive, indicate dalla propria coscienza.
"Beato l'uomo che retto procede, che non entra a consiglio con gli empi; non va per la via dei peccatori, nel convegno dei tristi non siede; ma nella legge di Dio si compiace e la medita il giorno e la notte.
E sarà come l'albero piantato su rivi di acque correnti, che dà frutto nella sua stagione, né una foglia (a terra) ne cade: (Così l'uomo che teme il Signore), ogni cosa che fa, riesce bene." (Salmo 1)

Così recita il primo Salmo della Bibbia, ma come questo anche altri proclamano che, seguendo la Via del Giusto, la provvidenza divina protegge e realizza l'essere umano aiutandolo a diventare se stesso al meglio (l'albero che dà frutti).

"Non peccò la mia lingua all'uso umano, al verbo dei tuoi labbri io fui federe. Fermo è il mio passo nella via del giusto, nei tuoi sentieri il mio pie' non vacilla. Io t'invoco e tu, o Dio, m'esaudirai!" (Salmo 17)

"Dio mi premiò per il mio agire, mi compensò dell'innocenza mia, ché le vie del Signore io custodii, né mai prevaricai contro il mio Dio. Tutti i giudizi io tengo presenti e i suoi precetti da me non respingo. Integro mi mantenni innanzi a lui e mi guardai da ogni iniquità. E Dio mi premia per il mio giusto agire, perché le mani ho monde agli occhi suoi." (Salmo 18)

Quando si percorre la Via del Giusto, Dio protegge ed esaudisce. Anche il Cristo ribadisce lo stesso concetto quando afferma:

"Perciò io vi dico: Non siate troppo solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. (...) Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. Or non valete voi più di loro? (...) E perché darsi tanta pena per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano, eppure, vi assicuro che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di loro. Or, se Dio riveste in questa maniera l’erba del campo, che oggi è e domani vien gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? Non vogliate dunque angustiarvi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di che ci vestiremo? Di tutte queste cose, infatti, si danno premura i pagani; or, il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno (di Dio) e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date per giunta." (Mt. 6, 25-33)

Come ben si legge, il Cristo non insegna tanto a rinunciare ai beni materiali, di cui Dio sa che ne abbiamo di bisogno (vedi: "Il Cristo insegna la rinuncia?"). Viene invece sottolineata l’importanza di dare tutta la propria attenzione a rendere giustizia a Dio con il nostro comportamento ("Il Regno di Dio è dentro di voi." Lc. 17, 21). Quindi, a impegnarci a migliorare noi stessi in modo da essere in armonia con la legge divina. Il messaggio del Cristo incoraggia principalmente a dare l’attenzione della propria vita, a ciò che richiede il Regno di Dio dentro di noi, ovvero i dettami della nostra anima, perché poi, tutto il resto di cui noi, come esseri umani, abbiamo di bisogno, verrà di conseguenza. Il Cristo enfatizza la ricerca del Regno di Dio dentro di noi, perché è dentro di noi che troviamo i Suoi veri dettami.

IL SENSO DELLA DISCIPLINA
Oggi si scambia per dettami della coscienza ciò che viene indicato come precetto religioso (se non li hai già letti vai poi a "i codici occulti" e "i codici vitali"). Bisogna però distinguere. Lo Spirito Divino, ovvero ciò che gli psicologi hanno riconosciuto essere l'anelito al senso divino, pulsando nelle nostre interiorità, ha tentato di stimolare la nostra crescita interiore, nel corso dell'evoluzione, illuminando degli esseri particolarmente ricettivi ed evoluti, che hanno così manifestato la parola di Dio in ciò che poi è stato formalizzato nelle diverse religioni, con le loro imposizioni e credenze. Da saggezze spirituali, quali erano all'inizio, con delle regole, che in effetti servivano da "esercizi di allenamento" per diventare migliori, si sono poi trasformate in dogmi e norme (codici occulti) la cui finalità iniziale di insegnare all'individuo a migliorarsi, si è quindi trasformata in mera penitenza e sacrificio formali. Soprattutto, queste regole imposte non come allenamento, ma come dovere da eseguire e basta, così da far contento Dio, toglie la possibilità di imparare veramente a percepire ciò che l'individuo è pronto a fare. Non siamo tutti uguali e ognuno si trova a livelli diversi di evoluzione. Da ciò la necessità di differenziare la disciplina: ciò che può essere un ottimo rendimento in un bambino alle elementari è però insufficiente se questo viene dato da qualcuno al liceo!

Abituati come siamo a seguire i dettami religiosi, senza porci la domanda se questi siano dei buoni "esercizi" per la nostra evoluzione, diventiamo un gregge di pecore, il cui unico moto verso il divino diventa la devozione, un aspetto questo che rende ancora di più dipendenti da una divinità che, elargisce le sue grazie solo se riusciamo a commuoverla! Un atteggiamento, che impedisce ulteriormente di comprendere che la "Divinità" è giusta, ovvero, quando ci "premia" è sempre perché noi, in un qualche modo, ce lo siamo meritati.

IL CODICE BINARIO
Osservando come avviene l'evoluzione delle specie, ci rendiamo conto che in ogni frangente, tutto nel Creato, progredisce attraverso l'apprendimento dettato dal semplicissimo codice binario: ovvero del sì, cioè positivo – e del no, ovvero negativo. Se una specie deve modificarsi, lo fa perché la sua risposta alle situazioni esterne è diventata obsoleta, ovvero negativa. Per sopravvivere deve quindi adattarsi alle nuove esigenze della vita e cambiare. Ovvero deve assumere delle caratteristiche che siano in consonanza con i nuovi bisogni che si sono manifestati.

Tutto nella vita funziona secondo le indicazioni di questo semplicissimo codice binario. In teoria dovremmo pure educare i bambini secondo questa regola: se fai bene sei premiato, mentre se fai male sei punito (il punto è che sia i "premi" che le "punizioni" devono però essere elargiti in modo sereno, e non essere mai la risposta nevrotica di persone che sono loro stesse, in prima persona, le vittime dei propri moti interiori disordinati e fuori equilibrio!). Sebbene questa semplice regoletta, l'unica attraverso cui noi apprendiamo veramente, sia così verificabile nel suo funzionamento tutto attorno a noi, e sia estremamente chiara nelle sue possibilità di applicazione, confusi come siamo dalle regole esterne che, in continuazione ci sono state imposte, senza che noi abbiamo potuto appurare la loro validità, oggi risulta quindi molto difficile essere semplici ed efficaci nella nostra vita e nella nostra crescita. Abbiamo perso il contatto con la nostra coscienza, ovvero con il reale timone, che può farci veleggiare con competenza, sul mare degli avvenimenti che ci accadono.

Per scoprire i dettami della nostra anima, ovvero, per comprendere ciò che spetta a noi, personalmente, di compiere, per stare bene con noi stessi, essere in pace con la nostra coscienza e percorrere, quindi, la Via del Giusto, dobbiamo ricercare la saggezza spirituale.

“Non lasciare che preghi al riparo dei pericoli,
ma rendimi intrepido nell’affrontarli.
Non lasciare che implori affinché cessi il mio dolore,
ma per il coraggio di sconfiggerlo.
Non lasciare che supplichi nell’ansia di essere salvato,
ma fammi sperare nella pazienza
di vincere la mia libertà.
Concedimi di non essere codardo,
di non vedere la Tua misericordia solo nel successo;
ma fammi trovare la stretta della Tua mano nel mio fallimento.”
(Rabindranath Tagore, poeta indiano premio Nobel)

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Templi energetici

Secondo una tradizione millenaria esiste un lavorio sotterraneo di misteriose forze della terra, in grado di influire sulla vita degli uomini. È fondamentale imparare a prestare attenzione a queste forze, cercare di sentirle e poi disporsi in modo tale da sfruttare positivamente l'energia emanata.
Proprio per meglio captare e quindi approfittare dell'energia rivitalizzante di queste "fonti" naturali, le chiese (quelle antiche), le cattedrali, santuari, alla stessa stregue degli antichi templi delle culture precristiane, venivano edificati con appositi accorgimenti su queste emittenti energetiche naturali, così da divenire un centro raccoglitore e amplificatore di energia vitale. Le civiltà megalitiche, proprio perché vivevano in simbiosi con l'aspetto energetico della terra, la Grande Madre che nutriva e regolava la sua creazione, erano ancora capaci di percepire le proprietà particolari di determinati luoghi, individuando le correnti sotterranee telluriche, o quelle energetiche prodotte dalla presenza di corsi d’acqua sotterranei, o i campi elettromagnetici naturali, da ciò la loro "innata" capacità di indicare gli spazi più adatti alla costruzione dei templi, edificati per accumulare e poi emettere questa forza energetica naturale.

LE DUE MANIFESTAZIONI DIVINE
In un bel sito dedicato alla cultura ortodossa, viene spiegato egregiamente il significato che le chiese dovevano rappresentare per i credenti:
"Per la Tradizione ogni realtà della Chiesa è legata al credente ed è in servizio del suo progresso spirituale. L'edificio della chiesa ha, così, un valore sacro perché racchiude in sé un universo simbolico. Il credente che si affaccia all'interno di un'antica basilica si trova davanti a una prospettiva, davanti a un cammino con una meta: l'abside e il santuario. La parte iniziale della chiesa simboleggia lo stadio esistenziale di chi si avvicina per la prima volta al cristianesimo. Chi attendeva di essere battezzato sostava nell'area accanto alla porta d'ingresso. Tutta l'area interna simboleggia il cammino nella fede del credente. Il santuario, luogo dov'è posto l'altare e si celebra l'Eucarestia, rappresenta il luogo della visione, il luogo in cui la luce di Dio giunge agli uomini per illuminarli. Così non desta meraviglia che la maggioranza delle chiese antiche siano rivolte con l'abside a est, luogo dove sorge il sole.
Gli elementi cosmici si uniscono a quelli simbolici ed entrambi si collegano alla situazione personale del credente. Nell'edificio ecclesiastico, quindi, il credente ritrova se stesso davanti a Dio. La sacralità della chiesa è, allora, indice e rimando della sacralità della persona umana poiché Dio si rivela nei cuori degli uomini ed è lì che essi devono imparare a scoprirlo.
Il senso del sacro, che ha la chiesa, deriva, inoltre, da qualcos'altro. Per l'Ortodossia Dio ha un aspetto inconoscibile e impartecipabile (la sostanza) e un aspetto conoscibile (l'energia). Attraverso l'energia Dio si diffonde e si fa conoscere. L'energia divina, sempre increata, si diversifica a seconda dei suoi effetti. L'energia santificante (la Grazia) è una tra le tante. Il suo effetto consiste nel divinizzare l'uomo. Esiste pure l'energia con la quale Dio mantiene in vita e conserva il cosmo. Ogni cosa, dunque, partecipa di Dio ma in maniera differente. La sacralità del luogo, oltre a rimandare alla sacralità della persona, rimanda, dunque, a un modo d'intendere Dio. Se Dio viene inteso come un essere impartecipabile (è il caso della classica teologia cattolico-romana dove Dio è una sostanza impartecipabile e la grazia che Lui darebbe è solo una realtà creata) i motivi in base ai quali si dichiara sacro un luogo sono piuttosto labili. Non fa meraviglia che ci sia chi afferma che nulla è sacro. Si comprende, allora, altrettanto bene la costruzione moderna di chiese che materializzano tali concetti secolarizzati." [nota 1]
La costruzione antica delle chiese si rifaceva sempre e comunque alla manifestazione energetica tangibile, dove poi diveniva più "facile" realizzare anche l'altro aspetto della manifestazione divina. Come ben spiega l'autore appena citato, Dio si rivela, infatti, in due forme: una è l'aspetto inconoscibile e impartecipabile (la Sostanza divina), mentre l'altra è un aspetto conoscibile (l'energia). Attraverso questi due modi di manifestarsi, l'energia Dio si diffonde e si fa conoscere. Come si può ben comprendere, l'energia con la quale Dio mantiene in vita e conserva il cosmo, è un'energia è molto reale; l'autore la definisce "conoscibile", in quanto è tangibile e, se fossimo ancora abituati a essere connessi con la natura, come lo erano le culture "primitive" di cui parlavamo prima, questa energia la percepiremmo con il corpo, perché è un'energia "naturale", emanata dalla creazione. Questa è l'energia vivificante che si può attingere nei luoghi sacri.

L'ENERGIA TERRESTRE
Osservando il ciclo immutabile del sorgere e tramontare del Sole, delle fasi lunari e del cambiamento delle stagioni, dell'energia sprigionata dalla terra e da ciò che su di essa vive e si manifesta, si delineò nell’uomo la consapevolezza di "qualcosa" o "qualcuno" che "agiva" dietro le quinte dell’Universo, per regolarne i moti e quindi la vita stessa, in una fusione tra macrocosmo e microcosmo. Dalla preistoria e fino al Medioevo, oltre che nell’ermetismo alchemico, la terra era la manifestazione visibile di un'energia, quella della natura, che era la controparte visibile dell'energia invisibile del divino.

Le popolazioni antiche conoscevano l'energia della terra e del cosmo, per cui percepivano come energetici i boschi, i corsi d'acqua, le grotte… tutti grandi accumulatori, emittenti di energia cosmica. Così anche la pietra, figlia della terra, poteva emanare, a sua volta, quel tipo di energia radiante. La pietra, utilizzata per le costruzioni megalitiche, posizionate secondo le forze energetiche della terra, creava un contenitore emittente di energie. Oggi diamo la definizione di "fallico" alle pietre, in quanto rappresentano l'energia attiva e dinamica della creazione. Mentre la costruzione realizzata con la pietra, atta a contenere ed emanare l'energia, viene definita simbolo del femminile, della "madre" che accoglie e nutre. In questi cerchi magici avvenivano rituali per purificare le energie e ricaricarsi quindi con della nuova e vivificante forza cosmica. I cerchi magici vennero poi sostituiti dai templi e in seguito dalle chiese.

La simbologia rappresentata non può non farci pensare al "calderone celtico dell’abbondanza", un recipiente con proprietà miracolose, in grado di produrre un’infinità di alimenti, benefici e vantaggi di ogni genere, e considerato anche come il luogo eccelso per la "trasformazione", che permetteva ai vivi di "morire" e ai "morti" di rinascere (a diversi livelli di coscienza). Questo calderone, con le sue capacità di trasformazione e di germinazione, ci riporta al crogiolo alchemico e questo, a sua volta, ci riporta alla definizione del tempio, come contenitore di energie, in grado di depurarci prima (il fuoco che brucia e purifica) e in seguito di rigenerarci.

IL LUOGO SACRO COME CROGIUOLO ALCHEMICO
La pianta di quasi tutte le chiese ha la forma di una croce, e la croce è il geroglifico alchemico del crogiolo. È nel crogiolo che la materia prima, necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato. E il crogiolo era anche il simbolo celtico che rappresentava la Dea Madre: Karidween, l’aspetto femminile dell’Oiw – non per nulla, moltissime chiese e santuari sono sorti su antichi luoghi di culto della dea Madre, a volte raffigurata come Venere Nera, nel caso fosse la "guardiana" di potenti grotte sorgive, che la Chiesa ha poi "trasformato" in Madonne Nere.

L’orientamento delle chiese, come è ben noto, ricalca l'usanza antica di rivolgersi al sole, come simbolo divino della vita, per cui il luogo sacro è generalmente orientato con l’ingresso a occidente, cosicché i fedeli, procedendo verso l'altare, il fulcro energetico del tempio dove avviene la trasmutazione energetica attraverso l'opera del sacerdote iniziato, avanzano verso la "luce". René Guenon, il grande studioso di simbolismo sacro e iniziatico, afferma come il "pellegrino" inizi da occidente il suo cammino, entri poi nelle tenebre del settentrione, raggiungi quindi l’oriente, con la rivelazione e poi passi al fulgore del mezzogiorno, dove manifesta ciò che ha compreso, per poi ritornare al buio dell'occidente, da dove inizierà, di nuovo, il prossimo ciclo del suo percorso evolutivo.
Il percorso effettuato dal pellegrino, che entra nel luogo sacro, ribadisce l'incontro del principio verticale spirituale (l’asse ovest-est) con quello orizzontale della terra (i bracci latidunali), che forma la croce dell'esperienza terrena, divinizzata attraverso l'incontro con l'energia cosmica, riproposta nella planimetria del luogo sacro.

Le chiese hanno solitamente più porte (con diversi significati e utilizzi), ma per un percorso di purificazione e ricarica energetica si seguono le indicazioni del movimento orario appena indicato (alcuni asseriscono di farlo per almeno tre volte!). In certi casi questo cammino può iniziare percorrendo verso l'interno il dedalo, che spesso si trova all'entrata. Il labirinto porta l'individuo a entrare dentro di sé, in un percorso difficoltoso che lo purifica e lo prepara a entrare in connessione con l'energia che lo aspetta nel tempio, dove potrà iniziare il lavoro energetico, per ricaricare le proprie forze con l'energia divina che viene accumulata nella chiesa.

Proprio come nel centro della ruota si trova il mozzo, immobile, ma comunque causa del moto, così il tempio deve poter essere il fautore e facilitatore di questo processo energetico.

I SIMBOLI E GLI STILI
Come già indicato, la pianta del luogo sacro cristiano è a croce e, idealmente, conduce il pellegrino da ovest verso est, ovvero verso l'altare.
L’altare, in teoria, dovrebbe essere quadrato, in quanto simbolicamente è rivolto alle quattro direzioni da cui ottiene l'energia. L'altare, di cui una parte è sempre in pietra, simboleggia il sacrificio che trasmuta. Si trova sotto la cupola, l'accumulatore che trattiene l'energia luminosa del "Regno dei Cieli", e simboleggia anche la "Ruota celeste", che mette in movimento le energie.
Dietro l'altare maggiore, spesso, c'è l’abside centrale, ovvero una costruzione rotonda o poligonale che simboleggia il "grande abbraccio", che contiene l'energia divina che viene elargita alle creature. Una volta di più riscontriamo la simbologia del femminile che nutre. Nelle chiese absidate l’altare viene come "spinto" dall’abside, e quindi risulta sporto un po' più in avanti.

Nelle chiese ci possono essere diverse navate, ma la più importante è quella centrale, che deve contenere l’assemblea, mentre le altre sono di supporto, luoghi di sfogo, di passaggio o utilizzate per le processioni. L'essere nella navata centrale dovrebbe dare la sensazione di trovarsi nell’Arca di Noè dei "salvati"; infatti "navata" deriva dal greco e significa "nave", appunto. La navata finisce dove c’è lo scalino.
Le colonne o pilastri simboleggiano per la chiesa i profeti quelle di sinistra, mentre quelle di destra gli apostoli, indipendentemente dal loro numero. Tuttavia è ben chiaro come questa struttura indichi il desiderio dell'essere umano di sospingersi verso l'alto, per raggiungere il divino.

Il presbiterio, chiamato anche vima o bema, termine quest'ultimo che significa "elevato", in quando si trova più in altro rispetto all’assemblea, è la zona dove vi stanno i ministri, i lettori, i salmisti, i ministranti, i diaconi. Soprelevato rispetto al bema c’è il santuario, dove si trova l’altare, cui accedono solo i celebranti. Un tempo al centro del bema vi era l’"omphalos", ovvero l’ombelico, il centro, segnalato da una pietra o da un segno al centro del presbiterio, in corrispondenza del punto più alto che rappresentava l’Ascensione.

L’ambone, in fondo alla navata, sul lato destro, è dove si va a leggere e cantare la parola di Dio, viene erroneamente scambiato per il "pulpito", che è dove, tradizionalmente, si predica la parola di Dio.

Nelle chiese paleocristiane il battistero veniva costruito a parte, poiché i non battezzati non potevano entrare in chiesa. In seguito, venne collocata all’ingresso delle chiese una vasca per il battesimo, e nel "nartece", antistante l’ingresso della chiesa, sostavano i non battezzati. Più tardi scompare il nartece e il battistero viene collocato all’interno, vicino alla porta, entrando nel lato sinistro, che è, simbolicamente, quello degli impuri. Spesso è ottagonale, che ricorda l’ottavo giorno della creazione, giorno della resurrezione di Cristo, e quindi legato al battesimo e, per estensione, alla Vita Eterna, ovvero l’inizio di una nuova era. L'otto è anche il numero della rigenerazione, lo si trova spesso in decorazioni dedicate alla Madre, in quanto la stella a otto punte la rappresentava nell'antichità.

In molte chiese si trova una cripta (dal verbo greco "cripto", che significa "nascondo"); è un'usanza introdotta dai Longobardi ed è costituita da un ambiente sotterraneo in cui, secondo le tradizioni, sarebbero custoditi gli oggetti sacri più importanti. Le cripte sono il corrispondente femminile dei campanili, ovvero i torrioni, anch'essi introdotti dai Longobardi, strutture che rievocavano l'energia maschile dei menhir [Nota 2]. Le cripte dal canto loro, rievocando la simbologia e l'energia delle caverne, erano spesso legate al culto precristiano dalle cosiddette Vergini Nere.
Nelle chiese, la cripta, a livello esoterico corrisponde allo "spazio dell'evocazione", in quanto se vi si accede con cuore puro si realizza nella materia quanto si chiede.

Le primissime chiese si svilupparono longitudinalmente, cioè lungo un'asse che va dall'ingresso all'altare, stabilendo così un percorso che simbolicamente evidenzia l'allontanamento dal mondo terreno, per avvicinarsi al punto focale dell'energia divina, che si trova, appunto, all'altare. L'edificio è formato da un'aula rettangolare divisa in 3 o 5 navate unite da archi o da architravi, la navata centrale termina in un'abside di forma semicircolare il cui spazio antistante (presbiterio) è destinato al clero, il tutto è spesso preceduto da un quadriportico riservato ai cristiani non ancora battezzati. La luce entra abbondantemente dalle ampie finestre disposte lungo la navata e nell'abside, a simboleggiare la presenza divina.

Le chiese romaniche si svilupparono intorno all'anno mille. Il loro stile è raccolto e intimo, l'illuminazione scarseggia, per le finestre piccole, e invita alla preghiera e al colloquio interiore con Dio. Da questo stile si svilupperà poi l'arte monastica, che farà da trait d'union all'avvento del Gotico. Il romanico è stato definito lo stile della meditazione, mentre il gotico dello slancio.

Lo stile gotico nasce in Francia nel XII secolo e si estende rapidamente in tutta Europa assumendo particolare importanza soprattutto in Italia tra il XIII e il XIV secolo. La chiesa gotica pur sfruttando alcuni elementi romanici ha uno stile che invita allo sviluppo verticale, per elevarsi a Dio. L'uso dello spazio e il rapporto delle proporzioni tende a sottolineare la piccolezza e la fragilità dell'uomo nei confronti della potenza divina che si materializza nella grandiosità dell'edificio. La luce, molta, filtra da vetrate colorate che trasformano lo spazio in un luogo spirituale suggestivo.

La chiesa rinascimentale deriva da quel movimento, nato in Italia, tra il secolo XV e parte del XVI. La trascendenza viene ora messa in disparte dalla centralità dell'uomo, celebrato come capace di comprendere e dominare il cosmo. Lo spazio risulta finito e misurato matematicamente, dove l'uomo appare protagonista.

La chiesa barocca corrisponde allo stile culturale del '600. Si forma a Roma e in breve tempo si diffonde in tutta Europa. È un modo spettacolare e grandioso di fare arte, che celebra il potere e la ricchezza, con forme monumentali che devono meravigliare, mostrando l'opulenza. L'arte barocca si rivolge ai sensi, all'istinto, alla fantasia, ai sentimenti e non più alla razionalità come nel rinascimento.

NOTE AGGIUNTIVE

NOTA 1
"La maggioranza delle costruzioni [religiose di oggi] sono concepite in senso puramente utilitario. E' stato coscientemente evitato di renderle opere d'arte ma, ciononostante, sono costate molto. Dal punto di vista tecnico non manca loro nulla: hanno una buona acustica e un'areazione perfetta... Ciononostante queste chiese non sono propriamente delle case di Dio, non sono uno spazio sacro, un tempio del Signore nel quale entrare con piacere per adorare Dio e pregarlo. Sono delle sale nelle quali riunirsi dove non si entra che nei momenti in cui si svolgono le ufficiature liturgiche. Altre recenti chiese sono state espressamente ideate come opere d'arte. Il loro modello è la cappella di pellegrinaggio di Ronchamp. Le Corbousier, il celebre architetto che l'ha progettata, era agnostico ed è riuscito a creare un capolavoro d'architettura. Ma questo non ha fatto dell'edificio una chiesa<. La costruzione può essere un luogo di preghiera personale che stimola la meditazione ma nulla di più! In seguito, tale modello di Ronchamp fu imitato. Così la costruzione delle chiese si è trasformata in un campo sperimentale nel quale poteva scatenarsi la bizzarria soggettiva degli architetti. Questo si è facilitato dal momento in cui s'è imposto il principio per il quale non esisterebbero 'spazi sacri' opposti ad un 'mondo profano'". (Da K. Gamber, "Zum Herrn hin! Fragen um Kirchenbau und Hinwendung beim Gebet nach Osten")

NOTA 2
Da: "Die Langobarden", J. Misch, W Ludwig Verlag

BIBLIOGRAFIA "Simboli della scienza sacra", René Guénon, Adelphi edizioni <"Il Mistero delle cattedrali", Fulcanelli, Edizioni Mediterranee

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Il potere della meditazione

Una storia, conosciuta come “delle cento scimmie”, racconta che in un’isoletta disabitata del Giappone dei ricercatori stavano osservando e studiando il comportamento di un tipo di scimmie. Poiché, a un certo punto, il cibo scarseggiava, gli studiosi fecero portare, via elicottero, diversi carichi di patate. Le patate, chiaramente, non erano lavate, erano, quindi, tutte sporche di terra. Le scimmie non sembravano impazzire per quel tipo di cibo ma, visto che era quello disponibile, se ne nutrivano. Un giorno, una giovane scimmia femmina che chiameremo Yoko, ebbe l’idea di lavare la patata prima di mangiarla. Decisamente le parve migliore e, da quel momento, Yoko lavò sempre le patate prima di mangiarsele. Per diverso tempo Yoko fu l’unica a lavare le patate finché un giorno, un’altra scimmia incominciò a lavarle, era una vecchia scimmia femmina che poteva essere la madre di Yoko. Poco alla volta sempre più scimmie femmine lavavano le patate prima di mangiarle. Poi fu la volta dei giovani maschi non ancora adulti e, infine, per ultimi, i maschi adulti. Quando il numero delle scimmie che lavava le patate prima di mangiarsele, raggiunse un certo quantum, che nella storia si dice di cento, gli studiosi si accorsero che tale abitudine, nuova per quella razza, era passata a tutte le scimmie sulla faccia della terra. Come se fosse scattato un certo meccanismo, non appena si fosse raggiunto il numero necessario per farlo scattare a livello universale.

I CAMPI MORFOGENETICI
La teoria del fisiologo britannico Rupert Sheldrake afferma che i sistemi sono regolati non solo dalle leggi conosciute dalla scienza fisica, ma anche da campi organizzativi invisibili, che lui chiama “morfogenetici”. La sua teoria suppone che, se un membro di una specie biologica impara un nuovo comportamento, il campo morfogenetico per la specie cambia, anche se lievemente. Se il comportamento viene ripetuto abbastanza a lungo, la sua “risonanza morfica” si accumula e inizia a influenzare l’intera specie. Più individui della stessa specie imparano a eseguire un nuovo compito, più potente diventa questo loro campo morfogenetico e più facilmente gli altri individui della specie impareranno a eseguire quel compito. È il cosiddetto salto quantico, che facilita il raggiungimento di un obiettivo, prima considerato difficile per i più. Applicando la teoria di Sheldrake allo sviluppo degli stati di coscienza più elevati, possiamo prevedere che maggiore è il numero di individui che iniziano a elevare il proprio stato di coscienza, più forte diverrà il campo morfogenetico per stati più elevati, e più facile sarà per gli altri muoversi poi in quella direzione.

GLI ESPERIMENTI EFFETTUATI
Il Centro Italiano Maharishi di Studi Vedici e di Ricerca sulla Coscienza, così scrive a proposito delle loro ricerche e scoperte:
“Il termine coerenza in fisica indica il livello di ordine di un sistema. La relazione tra un sistema e gli elementi che lo compongono è biunivoca, ma l’influenza di singoli elementi sul sistema è troppo debole per essere avvertita su ampia scala. Quando tuttavia in un sistema disordinato il numero di elementi ordinati supera un soglia critica, il disordine viene spontaneamente neutralizzato e tutto il sistema diventa perfettamente coerente e ordinato. Il passaggio da uno stato disordinato a uno coerente provoca un salto di qualità nel sistema che comincia ad esibire un funzionamento ideale. Esempi di questo fenomeno sono la luce laser e i superconduttori.

Anche il sistema nervoso può funzionare in modo più o meno coerente. La pratica del Programma di Meditazione Trascendentale e di MT-Sidhi di Maharishi provoca una crescita della coerenza del funzionamento cerebrale. Numerosi progetti pilota hanno dimostrato che l’influenza di armonia irradiata dai gruppi di coerenza, ha prodotto cambiamenti significativi in numerose variabili sociali. Questi risultati, esaminati secondo rigorosi criteri statistici non sono accidentali, ma da attribuirsi alla presenza del gruppo di meditazione, che ha generato ciò che viene definito ‘Effetto Maharishi’.

I RISULTATI OTTENUTI
- Miglioramento della qualità della vita - riduzione del tasso di criminalità, di malattie, di mortalità, di incidenti stradali, di suicidi e di omicidi, d’inquinamento, di consumo di alcool e di sigarette diminuzione del numero dei divorzi e dei processi;
- Economia - calo del tasso di disoccupazione e dell’inflazione, rafforzamento delle valute, aumento dell’indice del mercato azionario e del prodotto nazionale lordo.
- Pace - miglioramento delle relazioni internazionali, progresso verso una risoluzione pacifica dei conflitti, riduzione della violenza del combattimento, del numero di feriti e di caduti in guerra.

L’influenza dell’Effetto Maharishi è stata verificata a livello locale, nazionale e mondiale, ed è così costante ed evidente che è possibile annunciare in anticipo i risultati, confermati successivamente dalla ricerche. L’intensità di questi risultati è proporzionale al numero di partecipanti e gli effetti sono evidenti durante il periodo della presenza del gruppo ma cessano quando questo si scioglie e per questo è importante, perché l’effetto sia mantenuto nel tempo, costituire dei gruppi permanenti". (Le ricerche sull'Effetto Maharishi sono state pubblicate, tra gli altri, su Journal of Mind and Behaviour - Proceedings of American Statistical Association - Business and Economic Statistic Session - Dissertation Abstract International - The Journal of Conflict Resolution - Scientific Research on Maharishi's Transcendental Meditation and TM-Sidhi Program - collected Papers Vol. 2-5)

ALTRI ESPERIMENTI
Nessun altra organizzazione di stampo spirituale ha mai condotto esperimenti scientifici come invece sono stati scrupolosamente eseguiti dai Centri di Ricerca di Maharishi. Tuttavia, bisogna ricordare che ogni struttura d’ordine spirituale indica comunque l’avverarsi di un fenomeno simile a ciò che gli studiosi di Maharishi hanno appunto chiamato col suo nome (“effetto Maharishi”).

A tal conferma è interessante paragonare questo “effetto” con ciò che un altro gruppo spirituale volle e poté verificare. Verso gli anni 80, un industriale inglese: Colin Bloy, riunì a Brighton in un “cerchio di preghiera” - il Fountain Group - un gruppo di cittadini di diversa estrazione religiosa, e li invitò a una regolare meditazione collettiva quotidiana. Tutti, convenuto l'orario e ovunque fossero (non c’era infatti bisogno di riunirsi fisicamente), si ritiravano in meditazione, ognuno secondo il metodo del suo credo o secondo le pratiche che conosceva. L’intento comune era quello di mandare onde di armonia e di pace alla collettività cittadina - molto tristemente famosa in tutta l’Inghilterra per l’alto tasso di criminalità.

Convinti che attraverso la loro pratica sarebbero riusciti a migliorare il terribile problema che li affliggeva, chiesero alle società assicuratrici e alla polizia di iniziare un periodo di verifica che sarebbe partito da aprile 1982 per continuare poi fino al giugno seguente. Le statistiche che si poterono infine controllare al termine di questi tre mesi avvaloravano la tesi iniziale del Fountain Group, e cioè che basta veramente un piccolo gruppo di individui, impegnati quotidianamente a “emettere” vibrazioni positive, a migliorare sensibilmente la qualità della vita per la collettività (e non si diceva anche nella Bibbia che in città di perdizione Dio promise di non mandare catastrofi per punire i peccatori se solo fossero stati presenti alcuni saggi?!)

- I giornali a Brighton riportarono i risultati dell’accaduto; la criminalità era veramente e drasticamente diminuita. Le bande di skinhead che tormentavano la cittadina con lotte fra gang rivali e altri atti vandalici di ogni genere, sembravano non trovare più in Brighton il luogo ideale per le loro nefandezze. Titoli come Have good vibrations (ricevete buone vibrazioni) o Strange power of Fountain people (lo strano potere della gente di Fountain) o ancora Spiritualists use thought to tackle riot problems (degli spiritualisti usano il potere del pensiero per contrastare il problema delle bande) abbondarono in quei giorni a Brighton.

UN ALTRO TEST
Ancora una volta ci rifacciamo alle ricerche condotte dai Centri Maharishi. Fra i vari documenti a nostra disposizione riportiamo quello che tratta del problema del crimine in Gran Bretagna e di come è stato possibile ridurlo in una zona dove venne praticata della Meditazione Trascendentale.

“In Gran Bretagna la capacità di un gruppo di esperti di Meditazione Trascendentale e di MT Sidhi di ridurre il crimine è stata dimostrata in modo convincente nell’area urbana di Mersyside. Nel 1987, questa area, che comprende anche la città di Liverpool, occupava il terzo posto nella graduatoria del crimine tra le undici aree metropolitane britanniche. Nel marzo 1988, un gruppo di esperti nella Meditazione Trascendentale che risiedeva vicino a Mersyside raggiunse una dimensione sufficiente per creare una influenza positiva misurabile nell’intera area di Merseyside, dimensione che venne mantenuta nel tempo. Immediatamente il tasso dei crimini in quell’area scese drasticamente - in contrasto con l’andamento nel resto del Paese dove la criminalità è in continua crescita. Dal 1987 fino al 1992 (epoca in cui è stato reso noto l’effetto), la criminalità nel Merseyside si è ridotta del 12%, mentre nel resto della nazione è invece aumentata del 48%. Nel 1992 Merseyside scese all’ultimo posto della classifica del crimine tra le undici aree metropolitane. Tra i 42 distretti del Galles e dell’Inghilterra, quello del Merseyside si rivelò l’unico dove la criminalità fu in costante diminuzione nel periodo tra il 1987 e il 1992”. (Da una relazione presentata su invito alla conferenza annuale della British Psychological Society on Criminal and Legal Psychology, svoltasi ad Harrowgate dall’1 al 3 marzo 1992)
Praticamente, secondo gli studi pubblicati nel 1975 da due ricercatori americani: Borland e Landrith, è veramente - statisticamente - possibile la riduzione della criminalità a favore di uno stato globale di maggiore armonia. Attraverso la crescita di ‘coerenza’ positiva del gruppo, effettuata per opera di un pur piccolo numero di persone (l’1% della popolazione secondo le ricerche dei Centri Maharishi!), è possibile attuare una trasformazione della qualità della vita dell’intera società.

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Findhorn: una storia tutta acquariana

Forse l’esempio più eclatante, di più puro "stile acquariano", su ciò che si può raggiungere quando le energie degli individui si incontrano in modo proficuo, lo hanno dato i fondatori di Findhorn.
Tre personaggi, una coppia scozzese: Peter e Eileen Caddy e una donna canadese: Dorothy Maclean. Uniti da un’amicizia che si era formata in anni di incontri, dove mettevano in pratica gli insegnamenti della loro ricerca spirituale, con alle spalle un intenso cammino percorso coi Rosacroce e con le pratiche Sufi, e con una gratificante esperienza lavorativa insieme – dirigevano infatti un bell’albergo a Findhorn – in Scozia, si sono trovati la vita completamente sconvolta da un tracollo finanziario. Attraverso il contatto intimo con la saggezza interiore, una connessione acquisita a seguito di anni di esercizi interiori e di pratiche spirituali, si trasferiscono, temporaneamente, come credono all’inizio, a vivere tutti e tre, più i figli della coppia, in una roulotte sulle dune fredde e schiaffeggiate dal vento del mare del Nord. Sono senza lavoro e in una situazione che andava via via peggiorando – per lo meno materialmente parlando. Per resistere ai colpi del destino e trovare in sé la forza di continuare si concentrano sul raccoglimento e sulla meditazione per cercare di comprendere ciò che l’energia universale – la vita – voleva insegnare loro.

Nella meditazione si incomincia a manifestare l’idea della creazione di un orto, per rendere bella e "ricca" la loro vita, nonostante la povertà. L'intuizione è quella di trasformare la loro vita insufflando positive, di luce e di vita a tutto quello che facevano, abbellire la loro esistenza farla splendere attraverso una energia interiore positiva e di fiducia. Ciò che realmente importava in quella situazione così disperata era il tipo d’energia che dovevano mettere nella loro vita quotidiana, che doveva essere "luminosa", carica di gioia, fiducia, vita.

Ebbene a Findhorn nacque un orto prima, e un giardino poi, che a ragione è stato definito spettacolare. Gli scienziati, accorsi da tutto il mondo, non potevano spiegarsi l’accaduto. Il terreno, anche se migliorato con l’apporto dei concimi organici che i tre andavano raccogliendo in giro, non mostrava di possedere né i minerali necessari, né la giusta consistenza, eppure i risultati erano a dir poco incredibili, eccezionali, inspiegabili: verdure gigantesche e saporite, che contenevano tra l’altro tutti i minerali che ci si poteva aspettare da uno spettacolo del genere, e poi fiori, fiori meravigliosi, luminosi, rigogliosi!
Questa fama si sparse ben presto nel mondo, richiamando curiosi, ma anche chi, invece, era desideroso di iniziare un percorso spirituale più in connessione con se stesso e con la propria vita.

Ma chi arrivava a Findhorn, quando ancora i fondatori la dirigevano, riceveva il compito di occuparsi di lavori umili, brutti, anche fastidiosi, come il pulire i gabinetti – e spesso ne rimanevano per questo avviliti. Tuttavia ciò aveva un senso da comprendere e quando finalmente capivano il messaggio e cominciavano a fare con amore e gioia un lavoro che all’inizio avevano pensato così umiliante, allora, e solo allora, ricevevano incarichi “migliori”. Per cambiare la realtà bisogna innanzitutto cambiare la propria realtà interiore e divenire luminosi, superare le barriere egocentriche e distruttive, concentrarsi sulle soluzioni in modo propositivo.

La storia dei tre fondatori di questa comunità ha attirato nel tempo un numero incredibile di persone e oggi, si può considerare Findhorn la comunità acquariana più grande d’Europa. Tuttavia i tempi cambiano per tutti, di conseguenza, già da un bel po’ di anni Findhorn non è più quello che ci si aspetterebbe dopo aver letto la storia dei fondatori. È una comunità “New Age” dove si tengono corsi e laboratori esperienziali e dove, come in ogni altro posto sulla Terra, vi sono le immancabili incongruenze. Findhorn ha avuto lo scopo di risvegliare le coscienze in quel determinato momento storico, ma ora, chi volesse andare a visitare questa comunità, non si aspetti dunque di trovare quei cavoli giganti che, a suo tempo, avevano intrigato tutti i visitatori!

PUNTI FOCALI DEL NUOVO PENSIERO
La realtà si trasforma attraverso l’evoluzione interiore. L’Era dell’Acquario non significa l’attesa passiva di una qualche fantasiosa età bucolica lì da venire. L’Era dell’Acquario è una conquista personale! Significa occuparsi con atteggiamento positivo della propria vita. Infatti, anche se brutta e fastidiosa, la si potrà cambiare attraverso il proprio impegno a ottimizzarla. È questione di giusta strategia, fiducia nelle proprie capacità e, ovviamente, di intelligenza.
L’era dell’Acquario invita a divenire persone consapevoli, integre ma, al tempo stesso, aperte allo scambio e alla sinergia. Per arrivare a ciò bisogna aumentare la propria consapevolezza.

Divenire consapevoli delle proprie reazioni nei confronti degli input esterni, delle proprie emozioni, delle proprie tendenze, viverle – ma non per viverle e basta – e qui spesso la maggior parte si dimentica questa parte importantissima – il viverle permette di oggettivarle e, di conseguenza, migliorarle, indirizzarle. Altrimenti ci si perde nell’esaltazione.
Concedersi quotidianamente uno spazio al di fuori dell’immediato contingente e, in questo tempo spazio inesistente, connettersi con l’Eternità. L’Era dell’Acquario invita al raccoglimento quotidiano per chiarirsi interiormente e aumentare la consapevolezza. Il maestro non è più fuori ma dentro se stessi ed è guida interiore alla propria evoluzione. Basterebbe fare un po’ di silenzio e tante risposte sarebbero già lì pronte – perché invece corriamo ancora appresso a così tanti maestri e perché così tanta gente anela solamente a divenire maestra per gli altri?
L’Era dell’Acquario chiama alla collaborazione, ma per poterci arrivare dobbiamo prima aver lavorato sul nostro carattere per depurarlo dalle tendenze negative, distruttive e possessive. Il lavoro è sostanzialmente individuale!

A proposito di channeling
Un caposaldo della New Age sembra proprio essere il channeling. Dopo che si è continuato a predicare l’esigenza di ascoltare la propria voce interiore, masse indistinte di individui si sono buttati a fare channeling, che tradotto significa "incanalare". L’idea di base era quella che, attraverso il raccoglimenti interiore si può arrivare a percepire quella dimensione della saggezza intrinseca, che è al di là dei fattori contingenti. Tuttavia, in questo folle predicare di questi nuovi guru che invitavano a tale pratica, nessuno ha mai fatto notare che, prima di arrivare ad acclamare di essere in comunicazione telepatica, o interiore, con il santo Tal dei Tali, o il Maestro Guida – e qui i nomi esotici abbondano! – il passaggio obbligatorio, e logico pure, è quello che porta diritti diritti nella dimensione della propria emotività.

Nel momento che si inizia a far silenzio dentro e a raccogliersi, le prime sensazioni che si avvertono sono quelle fisiche: Son forse seduto scomodo? Una parte del mio corpo non si sente rilassata? Mi fa male da qualche parte? Mi si sta addormentando un piede? Per non parlare del fatto che se il nostro organismo è appesantito o intossicato le sensazioni che esso ci comunicherà saranno senz’altro più disturbanti.

Messo a tacere il subbuglio fisico e raggiunta una posizione comoda che ci permette di stare rilassati e tranquilli ecco che il rimestio interiore delle nostre emozioni comincia a salire nella consapevolezza. Sedare questo movimento interno non è cosa da poco, bisogna saper essere psicologi di se stessi, comprendere il perché di certe reazioni e imparare a lasciarle andare. Questo lavoro richiede la capacità di trovare in se stessi, nei propri atteggiamenti interiori, la causa scatenante di avvenimenti esterni a cui reagiamo.

Spesso si accompagnano alle emozioni i pensieri, le varie congetture che non sembrano trovare pace. Anche per la frenesia mentale si deve operare una azione di centratura che permetta al silenzio di trovare spazio dentro di noi.

È solo da questa specie di immobilità interiore che possono manifestarsi le cosiddette "intuizioni" spirituali. Tuttavia si ricordi che queste non hanno mai toni emotivi (mentre abbondano negli scritti di chi opera il channeling!) né possiedono dei toni dogmatici o perentori. Il tono è solitamente rivelatorio, infatti non ripete le ben conosciute verità con le solite parole – che diventano delle vere e proprie banalità proclamate a mo’ di novella dottrina dell’amore – , ma, al contrario, con tono conciso rivelano l’unicità della verità.

Damian Thomson, nel già citato libro, così scrive in proposito: "Negli anni Ottanta sembrava che praticamente chiunque fosse connesso alla New Age potesse effettuare il channeling di lunghi testi, spesso dal contenuto bizzarro e imprevedibile. Il risultato, nella caustica prospettiva della commentatrice americana Suzanne Riordan fu 'una sbalorditiva cacofonia di voci cosmiche che balbettano, chiaccherano e profetizzano su ogni aspetto della vita umana, offrendo una miriade di ingegnose versioni revisionistiche (e spesso reciprocamente contradditorie) della storia, della teologia e della scienza, e una profusione di commenti stridenti e non meno eterodossi sugli eventi correnti’".
Certo, è possibile ricevere messaggi illuminati, ma tutto dipende dalla pulizia interiore (vedi per esempio la storia di Findhorn). Se il canale è "sporco" perché tutto intriso della propria emotività e della propria personalità, il messaggio che ne uscirà sarà simile al contenitore! Come si fa a incitare le persone a fare channeling se manca tutto il lavoro su se stessi necessario per pulire alacremente quel canale?

(Apparso negli Speciali di New Age: "Verso un futuro new age" in edicola nel dic.02, di New Sounds 2000)

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