venerdì 20 giugno 2008
Ospiti non graditi: le forme pensiero
Quando nasciamo arriviamo in una situazione, quella della materia, che di fatto è difficile e faticosa, anche quando non è poi così negativa. Infatti l'esperienza terrena ci porta in una dimensione che non ha nulla di così accogliente come il liquido amniotico entro cui abbiamo passato quei mesi di preparazione all'esistenza fisica, o come la nostra esistenza precedente ancora, nelle dimensioni dello spirito.
Il trovarci nella dimensione fisica crea in noi delle immediate sensazioni negative, come spontanea reazione allo stato accogliente in cui ci si trovava prima. Queste, man mano che cresciamo, verranno ampliate dal tipo di educazione e ambiente in cui vivremo, e diverranno "convinzioni" inconsce che radicheranno nella nostra essenza, determinando il tipo di risposta che andranno a sollecitare.
Mi spiego meglio.
Passando da un ambiente ideale, l'arrivo sulla Terra, in un ambiente completamente nuovo e, a confronto con quello precedente, così freddo, rumoroso e poco accogliente, la reazione più scontata è quella di non sentirsi accolti a amati e curati abbastanza. Si è passati infatti da uno stato ideale a uno che davvero non lo è! Questa reazione crea in noi, nella nostra essenza terrena che si sta formando , degli spazi, delle nicchie di negatività. Come delle "stanze" nella nostra dimora interiore, entro cui prendono posto le prime sensazioni negative che si consolideranno poi, attraverso le esperienze future, in forme pensiero negative.
Crescendo, le risposte dell'ambiente che, educandoci, deve anche imporre dei no, non sempre sbagliati, anche giusti e doverosi... eppure questi, assieme alla fornita schiera di no castranti che riceveremo, andranno ad aumentare la consistenza di quegli "ospiti" alloggiati nelle stanze della negatività che si sono via via formate con la nostra nascita, che diverranno così delle forme pensiero sempre più potenti e... autonome! La loro potenza, nel tempo, farà sì che prendano il sopravvento su chi invece dovrebbe essere il reale "padrone di casa".
Un buon lavoro di autoriconoscimento da un lato, che permetta di identificare in quali spazi interiori abbiano preso dimora le forme pensiero, e quindi un altrettanto intenso lavoro per rinforzare l'autorevolezza del padrone di casa, piano piano possono davvero portare a un miglioramento della situazione.
A livello energetico sottile è la presenza di tali sgraditi ospiti che poi richiama per risonanza tutta quella fornita schiera di energie sottili negative, o addirittura le interferenze di entità negative. tutti quanti richiamati e ospitati dalle forme pensiero.
C'è anche da dire che tali forme pensiero rimangono comunque ancorate a noi perché da qualche parte, nel nostro intimo, c'è di sicuro una possibile corrispondenza. Una nota nostra, anche flebilissima, che vibra su quella lunghezza d'onda. Per cui, anche se il nostro animo non è così negativo e possiede solo un'ombra di negatività, questa basta davvero per emettere quella nota e attivare il richiamo! Figuriamoci poi se il nostro animo è ancora molto negativo, quanta "robaccia" sarà in grado di richiamare come negatività!
Come dicevo, un buon lavoro interiore personale, supportato da una accurata pulizia eterica, porta sicuri miglioramenti e depurazione da ospiti non graditi. Tuttavia non va dimenticato che tali spazi interiori, le "stanze" dedicate alle negatività, anche se svuotate, rimangono però lì, vuote e pronte a riaccoglierle non appena noi ci si indebolisce.E' proprio il fatto che comunque della negatività in noi dimora sempre, perché non siamo però perfetti, basta a ricreare una nota di richiamo. Quando il nostro livello energetico si indebolisce, per dello stress psichico o fisico, oppure a causa di traumi, ecco che la forza, l'autorevolezza di noi, come padroni di casa del nostro spazio interiore, diminuisce e le nostre note negative si ricollegano alle forme pensiero che eravamo riusciti a tenere fuori dal nostro spazio.
Come degli sciacalli quelli, allontanati non se ne vanno del tutto, ma conoscendo la nostra imperfezione aspettano fuori dalla porta. Non appena questa si schiude perché la nostra autorevolezza energetica diminuisce, ecco che irrompono da conquistatori nel nostro spazio, andando vittoriosi a riprendere possesso di quelle loro stanze e iniziandola a fare da padroni.
E' per questo che ogni nuon esoterista, o psicologo, sa molto bene quanto difficile, se non impossibile, sia cancellare certe deviazioni interiori che portano a ricadere nelle modalità malate e negative.
Non si dovrebbe mai abbassare la guardia. Soprattutto, quando la stanchezza imperversa, dovremmo sempre fare in modo di riportarci in un buon equilibrio energetico.
Cosa consuma la nostra energia? La stanchezza appunto, le situazioni di tensione, anche quella creata dall'eccitazione, i desideri troppo intensi, le emozioni in genere troppo coinvolgenti, i traumi, gli spaventi, i dolori, i legami stretti e soffocanti con altre persone...
Ma anche situazioni fisiche che stancano l'organismo fatiche, situazioni ambientali pesanti, come il troppo freddo o il troppo caldo, momenti atmosferici particolarmente ottenebranti. Diversi esoteristi parlano di venti particolari, o di sole troppo martellante, o di cieli plumbei... insomma tutte situazioni che incidono malamente sull'equilibrio dell'organismo che si trova così a perdere più energia del solito e corre il grosso rischio di diventare più vulnerabile agli attacchi.
Tutte le volte che ci si trova in tali stati si dovrà innanzitutto cercare di ritrovare il proprio equilibrio, altre volte però non sarà possibile intervenire a riarmonizzare fino a quando la particolare situazione, epr esempio quella atmosferica, non sarà passata. In quel caso si sappia, che un buon guerriero dello spirito sa anche attendere il momento giusto!
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mercoledì 13 febbraio 2008
Donna e società
Ci sarebbe davvero da chiedersi chi mai abbia messo in giro la diceria che il femminile è il sesso debole. Nell'Antichità, quella più atavica e ancestrale, quando le culture erano matriarcali, le società erano in pace e appagate. Le donne, guerriere per la difesa del gruppo, cacciatrici con l'ausilio dei maschi, che contribuivano, sotto la guida delle guide femminili, al benessere della tribù, ma anche madri, sorelle, autorità. A un certo punto la storia cambia, ovvero cambia l'impostazione delle società.
Gli studiosi non sanno ancora spiegarsi il passaggio dalla cultura matriarcale a quella patriarcale, che avvenne nel neolitico. Intorno al V millennio una nuova cultura neolitica, che aveva addomesticato il cavallo e produceva armi letali, emergeva dal bacino del Volga e travolgeva la pacifica cultura neolitica, proponendo una nuova struttura: teocratica, militare, patrilineare. Questa nuova cultura è chiamata Kurgan (che in russosignifica tumulo) perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari monumentali.Questo è uno dei momenti più complessi della storia: infatti nel pantheon divino gli dèi sostituiranno le dee, mentre contemporaneamente la cultura matrilineare (che resterà ancora per qualche secolo a Creta) sarà interamente sostituita da una cultura patrilineare, guerriera e fortemente gerarchizzata, che instaura un’economia urbana basata sull’allevamento e la coltivazione – e si svilupperà la conquista e l’appropriamentodi sempre più territori e animali. (Tratto da una mia conferenza: Il sacro e la psiche)
Quanto le donne sono state forti e capaci nel gestire le società matriarcali, tanto di più lo sono state in seguito, a sopportare senza soccombere, le angherie imposte dalla nuova società patriarcale. Chissà, a livello psicologico si potrebbe forse anche dire che l'invidia, non è tanto quella della donna nei confronti di un organo a lei mancante, bensì il contrario. Ovvero l'invidia impotente dei maschi, incapaci di realizzare una società positiva come quella gestita dalle donne... Ma questa affermazione genererebbe una polemica infinita e non certo produttiva. Forse, sono invece state delle invasioni sottili da parte di un qualche popolo delle stelle, ovvero da altri pianeti, che è arrivato sulla Terra a portare la loro bassa evoluzione... Le leggende di possibili "invasioni" da altri pianeti avvenute ciclicamente sulla Terra sono ipotesi che alcuni scienziati non si arrischiano a invalidare!
Qualunque sia stata la causa, di fatto il cambiamento ha portato davvero molta ferocia nei confronti delle donne. Ferocia che non sembra ancora retrocedere.
MALTRATTAMENTI
Per l’anno 2006, l’Istat presenta i risultati di una nuova indagine per la prima volta interamente dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne. L’indagine Multiscopo sulla sicurezza delle donne identifica tre diversi tipi di violenza: fisica, sessuale e psicologica, dentro la famiglia (da partner o ex partner) e fuori dalla famiglia (da sconosciuto, conoscente, amico, collega, amico di famiglia, parente ecc.). La violenza fisica è graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, di soffocamento, ustione e la minaccia con armi. Per violenza sessuale vengono considerate le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti. Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.
RISULTATI
Le stime indicano che in Italia oggi, su una decina di donne, sette vengono uccise nell’ambito familiare, in genere dai partner o dagli ex. Le donne subiscono più forme di violenza. Infatti subiscono violenze sia dai partner sia da altri uomini: amici, parenti, datori e colleghi di lavoro, conoscenti e sconosciuti. Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Infatti, solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale in famiglia considera la violenza subita un reatoLe dinamiche delle violenze possono essere così sintetizzate:
• I partner, o gli ex, sono i responsabili della maggioranza delle violenze, spesso stupri. • Sono più colpite da violenza domestica le donne il cui partner è violento anche all’esterno della famiglia. • Le violenze domestiche sono in maggioranza gravi. • Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). Il 21% delle vittime ha subito la violenza sia in famiglia sia fuori, il 22,6% solo dal partner, il 56,4% solo da altri uomini non partner. Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica sia sessuale. Inoltre, nella maggioranza dei casi, le vittime hanno subito più episodi di violenza. La violenza ripetuta avviene più frequentemente da parte del partner (67,1% contro 52,9%). Il picco rilevato è raggiunto nel caso della violenza sessuale da partner attuale (91,1% di violenza ripetuta).• 1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% delle donne tra i 16 e i 70 anni.• 674 mila donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza. Il 61,4% ha dichiarato che i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza.• La letteratura internazionale mostra il legame tra gravidanza e violenza, nel nostro Paese sono l’11,2% le donne incinte che hanno subito violenza dal partner. Per il 52,5% di queste, la violenza durante il periodo di gestazione è rimasta uguale e per il 15,9% è diminuita, mentre per il 17,2% è aumentata e per il 13,6% è addirittura iniziata.• 7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica: le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le intimidazioni nel 7,8% dei casi.
LE DONNE PIU' A RISCHIO
La ricerca evidenzia che le donne maggiormente prese di mira sono le separate e le divorziate: il 63,9%. Valori superiori alla media emergono anche per le nubili. Interessante è poi notare che le donne con una scarsa preparazione scolastica non meno a rischio. Le classi più colpite sono le laureate e le diplomate, le dirigenti, libere professioniste e imprenditrici, le direttive, quadro ed impiegate, le donne in cerca di occupazione, le studentesse, le donne in genere con età compresa tra 25 e 44 anni.
DOVE AVVENGONO LE VIOLENZE
Circa il 28% delle violenze da non partner si verifica sui mezzi pubblici, in stazioni o aeroporti, il 16,8% in strada, il 14,6% in un’abitazione, in particolare l’8,9% a casa della vittima, il 3,6% in casa dell’autore della violenza e il 2,1% in casa di altri. Inoltre, l’11% delle violenze si verifica al lavoro, il 12,7% in un pub, discoteca, cinema o teatro, il 4,3% in automobile o in un parcheggio, il 4,5% in spazi aperti come un parco, un giardino pubblico, al mare, il 2,5% a scuola o negli spazi attinenti, l’1,3% in negozi o uffici pubblici e l’1,1% presso studi medici o strutture sanitarie.
PESANTI EREDITA'
La letteratura internazionale6 sulla violenza domestica sottolinea come i comportamenti violenti si trasmettono tra le generazioni. La violenza subita e di cui si è stati testimoni da piccoli aumenterebbe il rischio che il comportamento venga riprodotto da adulti. È stata, anche, individuata una relazione tra l’essere stato testimone o l’aver subito da piccoli violenza e la vittimizzazione da adulti.Dall’indagine sulla sicurezza delle donne emerge che le donne che hanno subito episodi di violenza sessuale da bambine e da adolescenti subiscono anche più violenza sessuale da adulte. Il rischio di violenza da adulte raddoppia (64,4% contro il 29,6%).
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lunedì 17 dicembre 2007
Il sacro e la psiche
La dimensione del sacro, a detta di molti studiosi, è un’istanza intima e profonda di ogni essere umano, attributo essenziale di una spontanea e naturale predisposizione al divino. Volendovdunque iniziare a ragionare sul sacro si deve in prima istanza comprendere bene il termine. La dimensione del sacro ha sempre a che fare con il potere che si esprime con una delle sue due manifestazioni: o quella magica oppure quella religiosa.
Precisiamo quindi i due contesti.
Per la magia il “potere” è immanente. Le forze benefiche o malefiche fanno parte del mondo e possono essere manipolate.
Per la religione il potere invece deriva da una realtà ultramondana. Vi è dunque implicita una trascendenza.
Gli aspetti che poi contraddistinguono il rapporto col sacro si rivelano sempre ambivalenti, sia che si segua il filone magico, sia che si intraprenda quello religioso.
Infatti, nel sacro sembra concentrarsi tutto il positivo ed il negativo insieme. Può dare la vita, ma anche la morte. Suscita entusiasmo, ma può atterrire.
Il sacro ha poi sempre a che fare con il potere o con l’esercizio di un potere. Ma è un potere molto singolare e fragile perché, per esprimersi, dell’accettazione dell’altro. Se l’altro però non l’accetta, basta uno sguardo per violare la sacralità.
A questo punto, analizzato sinteticamente il termine e la semantica, andiamo a vedere quando, nella storia dell’umanità, si è iniziato a rivelare il sacro.
La maggior parte degli studiosi afferma che il sacro è antico come l’essere umano. Tuttavia, facendo una ricerca più approfondita si scopre qualcosa che porta a insospettate riflessioni.
Il sacro, come rapporto con la magia naturale della vita è la prima forma di sacralità espressa dall’essere umano. Solo che questo tipo di sacro nel tempo ha sempre più perso il significato di sacralità per assumere invece quello di “superstizione”.
Andiamo però con ordine.
Il sacro nasce col culto dei morti nel paleolitico. Questo, infatti, lo si può attestare come presente già 250.000 anni fa, e ci permette di constatare un’idea di continuità della vita che persiste al di là della morte. I morti venivano collocati in modo che potessero continuare una propria vita ultraterrena. Addirittura venivano composti in posizione rannicchiata, quasi fetale. Il tutto suggerisce l’idea di una preparazione alla vita che il defunto andava ora a intraprendere.
Per cui troviamo la prima idea di trascendenza, molto prima della comparsa delle cosiddette Veneri deformi, 25.000/30.000 anni fa, che sono state la prima rappresentazione della divinità e le genitrici di un’unica Grande Dea Madre, che sarà venerata per tutto il mesolitico.
Il culto dei morti, in queste primissime ere dell’umanità, esprimeva un sacro magico, dove la natura era vista nella sua continuità di cicli di vita e di morte e di nuova vita. Gli esseri umani vivevano di caccia e di libero raccolto, la cultura era matrilinea e pacifica. Non c’era timore della morte, visto che il tutto era ciclico, come la donna, venerata in quanto portatrice di nuova vita.
Gli studiosi non sanno invece ancora spiegarsi il passaggio dalla cultura matriarcale a quella patriarcale, che avvenne nel neolitico. Intorno al V millennio una nuova cultura neolitica, che aveva addomesticato il cavallo e produceva armi letali, emergeva dal bacino del Volga e travolgeva la pacifica cultura neolitica, proponendo una nuova struttura: teocratica, militare, patrilineare. Questa nuova cultura è chiamata Kurgan (che in russo
significa tumulo) perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari monumentali.
Questo è uno dei momenti più complessi della storia: infatti nel pantheon divino gli dèi sostituiranno le dee, mentre contemporaneamente la cultura matrilineare (che resterà ancora per qualche secolo a Creta) sarà interamente sostituita da una cultura patrilineare, guerriera e fortemente gerarchizzata, che instaura un’economia urbana basata sull’allevamento e la coltivazione – e si svilupperà la conquista e l’appropriament
di sempre più territori e animali.
Questa nuova struttura sociale e culturale comporterà un profondo mutamento sia nei confronti della natura che sarà vissuta sempre più come aliena, sia nei confronti dell’evento morte. Ed è proprio con l’instaurarsi di questa nuova cultura patriarcale e della vita urbana apportata che l’evento morte assumerà una caratteristica sempre meno naturale e verrà invece vissuta in modo sempre più drammatico, come evento altamente destabilizzante dell’unità del gruppo sociale.
Per mancanza di dati sicuri, è difficile capire come sia avvenuto questo radicale cambiamento. Possiamo pensare che con la rivoluzione urbana – avvenuta circa 6.000-7.000 anni a.C. – che costituisce la base della nostra attuale civiltà, i rapporti sociali siano divenuti estremamente complessi e tali da porre sempre nuovi problemi e sfide all’uomo. Problemi e sfide ben più complessi di quelli del periodo precedente, quando la lotta era solo contro gli elementi naturali (glaciazioni, penuria di cibo ecc.).
In questa nuova fase si instaura un maggiore distacco rispetto alla natura che verrà vissuta sempre più come elemento da sfruttare. Si può ipotizzare che sia proprio questa nuova concezione a far sì che la morte ora, possa essere considerata ancora come evento naturale, un ritorno alla terra perché nuova vita possa generarsi, come era avvenuto nel lunghissimo periodo precedente.
La nuova società competitiva e gerarchica lega i singoli individui in rapporti utilitaristici, così che sarà impossibile per i singoli componenti di essere autonomi rispetto al sostentamento. Questo, da un lato offrirà una maggiore sicurezza materiale e una maggiore capacità produttiva organizzata, dall’altra si porrà come struttura molto instabile e conflittuata: la vita di ogni singolo individuo dipenderà sempre più da quella degli altri. Per tale ragione la morte viene pure vissuta come la perdita di un membro utile all’economia della società.
Questo squilibrio nel gruppo porterà alla creazione gerarchica di figure di riferimento, quali furono all’inizio i sacerdoti-proprietari, e il tempio come luogo di accentramento delle derrate alimentari e dei prodotti.
È la cosiddetta economia templare che sarà successivamente (in genere in modo cruento) sostituita da quella palaziale, ove centro di potere sarà il palazzo reale come sede del più forte in campo militare: il re.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Se non esiste l’immortalità, cioè un “al di là” che rende la morte un semplice passaggio e non la fine, unico modo per affrontare il dramma della morte come scomparsa totale è quello di eseguire azioni degne di lode e di ricordo. Ecco il bisogno compulsivo di costruire monumenti funerari sempre più importanti ed indistruttibili: dai tumuli, alle tombe megalitiche, alle piramidi.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Nicola Lalli, psichiatra e professore all’Università La Sapienza di Roma, così afferma: “Sorge spontanea la domanda di capire quale sia la differenza fra la ‘proiezione’ operata in nome del sacro, e quella che opera lo psicotico nella sua trasformazione delirante della realtà”. (Ricerche tratte dal riferimento bibliografico n. 1). Non per nulla gli uomini sacri erano spesso i “folli divini”!
Nell’esoterismo spesso si afferma che i demoni e gli dei sono una creazione umana… In definitiva, possiamo anche affermare di essere oggi attorniati da una miriade di zombi che abbiamo creato nel corso della nostra storia!. Potenti forme pensiero, che si sono stratificate nella nostra psiche e hanno determinato le varie credenze abitate dalle egregore immaginate!
Tuttavia Jung ipotizza nelle sue Opere che, sotto a tutti questi strati, dove ci stanno le diverse creazioni dell’umanità, si possa raggiungere l’infinito, il vuoto pieno, la dimensione della natura… Qui probabilmente si trova il Sacro senza rappresentazioni che non può essere immaginato.
“Come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede, per così dire, dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali (…), poi più in basso la psiche dei ‘sauri’ a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. (…)
Gli stati più profondi della psiche, più sono profondi e oscuri più perdono in termini di singolarità individuale. (…) Essi assumono un carattere sempre più collettivo, al punto che, nella materialità del corpo, e precisamente nei corpi chimici, diventano universali…”
E Jung così continua in“ricordi, sogni, riflessioni”:
“L’energia che sta alla base della vita psichica cosciente è preesistente ad essa e perciò è dapprima inconscia. A mano a mano che si avvicina alla coscienza essa dapprima appare proiettata in figure come il mana, gli dèi, i demoni, e così via, il cui numen sembra essere la sorgente della forza vitale”
Quindi per attingere al Sacro si deve andare oltre alle immagini e approdare al nulla, all’abisso – senza fondo – dove dietro le espressioni storico-culturali oggettivate, prodotta dagli strati superiori, si avverte un indefinibile Senso che sta al di là, ove non c’è alcun significato categoriale da afferrare. Per arrivare a questo Sacro non rappresentabile occorre probabilmente una demitizzazione delle religioni.
Forse, in ultima analisi, occorrerebbe, semplicemente, fare il vuoto, il silenzio e stare in profonda connessione con la dimensione del nulla!
Scrive Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di santa Maria, a Monte Senario (Firenze):
“Il silenzio è la forma metafisica del cosmo (…) le teologie ci descrivono un volto di Dio umanamente interpretato, ma il suo vero Essere è avvolto nel silenzio, e la preghiera dovrebbe essere un esercizio di silenzio davanti alla Divinità, non più invocata, ma presente”!
BIBLIOGRAFIA
1) Nicola Lalli, L’isola dei Feaci. Percorsi psicoanalitici nella storia della psichiatria, nella clinica, nella letteratura, Nuove Edizioni Romane, Roma 1997.
Nicola Lalli, Psichiatra, Psicoterapeuta, Libero Docente in Malattie Nervose e Mentali e già Professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l'Università “La Sapienza” di Roma
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lunedì 11 giugno 2007
Il labirinto
"Ognuno ha il proprio passato dentro di sé, come le pagine di un libro imparato a memoria, di cui gli amici possono leggere solo il titolo." (Virginia Woolf )
A volte però, sembra che pure noi possiamo ricordarne solo il titolo, mentre tutto il resto viene dimenticato, o sospinto, sempre più all'interno del nostro dedalo! Il labirinto è veramente la metafora dell'umana esistenza. Il passato, con i suoi significati sovente rimasti incompresi, e il futuro, con quella miriade di possibilità che ci si trova davanti e di cui cerchiamo di intravedere le possibili mete che forse, chissà, potremmo pure arrivare a realizzare.
Infatti può capitare di riuscire a raggiungere gli obiettivi, ma altre volte, invece, ci si perde nei meandri di questo nostro labirinto vita, che ci costringono a giri contorti, che spesso ci riportano addirittura al punto d'inizio!
Il labirinto rappresenta egregiamente la vita esteriore, ma al contempo rappresenta pure l'aspetto interiore della vita e ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: entrare dentro di sé per raggiungere il proprio centro. Ogni nostra azione dovrebbe essere progettata in tal modo: valutando bene le varie scelte a disposizione e quindi la direzione verso cui si vorrebbe andare e infine procedere, pronti ad attraversare le situazioni che mano a mano si incontreranno, facendo del proprio meglio per risolverle e superarle. Il punto è arrivare dentro, ovvero arrivare alla verità su noi stessi, per incontrare faccia a faccia chi siamo veramente.
Spesso questo processo impaurisce. Molti si nascondono a se stessi temendo che in fondo al proprio cuore si nasconda il mostro (cioè chi non vorremmo essere!), così si rappresentano dei ruoli, quelli appunto che pensiamo più indicati per vivere come pensiamo dovremmo. Ma questi sono delle pure facciate che prima o poi si sgretolano obbligandoci infine a incontrare il nostro mostro.
Curiosamente, se poi accettiamo di intraprendere questo percorso per incontrare noi stessi, scopriamo che il mostro, dopo tutto, non è così mostruoso e che anzi, le sue caratteristiche ci commuovono per la loro genuinità. Forse in alcuni punti sarà un po' grezzo e quindi da educare, ma questo lavoro non ci spaventerà più perché infine non sarà un ruolo da recitare, bensì saremo noi da interpretare e migliorare, strada facendo. (Si veda "Finding guidance through the Labyrinth")
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domenica 29 ottobre 2006
La favola della vita
Nella nostra interiorità sono accumulate le nostre esperieneze, belle e brutte che siano. Spesso questo insieme indistinto porta a vivere male il presente, che si colora del ricordo inconscio del vissuto. La scrittura aiuta incredibilmente a dipanare la matassa e a orientare la propria vita vero esperienze migliori, non più "colorate" dal passato.
Interessante è rifarsi agli studi dell'antropologo russo
V.J. Propp che negli anni '40 ipotizzò che le fiabe potessero essere completamente rappresentate da una serie finita di funzioni.
La combinazione di una serie di queste funzioni - non necessariamente tutte - permette, in maniera quasi automatica, di creare altre nuove storie, che però seguono sempre lo stesso iter.
La tesi di fondo dello studio è che le fiabe di magia affondino le loro origini storiche nei riti di iniziazione dell'età tribale e presentino, al di là dell'area culturale di appartenenza, una stessa struttura, cadenzata da personaggi che svolgono le stesse funzioni in rapporto allo svolgimento della storia. Le fiabe, dette di magia, presentano degli elementi costanti, indipendentemente dalla storia raccontata.
Le funzioni di Propp, e quindi le favole a cui si riferisce, altro non sono che la metafora della vita. Anche il noto mitologista J. Campbell notò questi punti in comune fra gli archetipi e il manifestarsi della nostra vita. Riferendosi alle figure modello, identificate da Jung, Campbell mise in evidenza come nella nostra esistenza si tenda a riproporre nei nostri comportamenti dei percorsi archetipici risonanti. E' il cosidetto "Viaggio dell'Eroe", ovvero la nostra anima in cammino sul percorso evolutivo.
Sia le funzioni di Propp, sia le tappe del Viaggio di Campbell, aiutano egregiamente a comprendere in quale fase della proprio percorso evolutivo ci si trova.
Le tappe contraddistinte da Campbell possono essere così riassunte:
Primo atto
• Mondo Qutotidiano
• Richiamo all’avventura
• Rifiuto del Richiamo
• Incontro col Mentore
• Varco della prima Soglia
Secondo atto
• Prove, Alleati, Nemici
• Avvicinamento alla Caverna più recondita
• Prova centrale
• Ricompensa
Terzo atto
• La Via del Ritorno
• Resurrezione
• Ritorno con l’Elisir
Mentre qui di seguito vi propongo le funzioni di Propp:
1. Allontanamento - Uno dei membri della famiglia si allontana da casa per lavoro, per un viaggio oppure muore.
2. Divieto - All'eroe è imposta una proibizione o riceve un ordine.
3. Infrazione - Il divieto è infranto; funzione appaiata alla precedente.
A questo punto entra l'antagonista, il cui ruolo è turbare la pace della famiglia, provocare qualche sciagura, danno...
4. Investigazione - L'antagonista tenta di ottenere informazioni su dove si trovino persone o oggetti; oppure è la vittima che interroga l'antagonista.
5. Delazione - L'antagonista riceve informazioni sulla sua vittima.
6. Tranello- L'antagonista tenta di ingannare la vittima per impadronirsi di lei o dei suoi averi. Preliminarmente muta aspetto, quindi agisce con l'inganno, con la magia o con la persuasione.
7. Connivenza La vittima cade nell'inganno e con ciò favorisce involontariamente il nemico.
8. Danneggiamento - L'antagonista arreca danno o menomazione a uno dei membri della famiglia. Mentre le precedenti funzioni sono preparatorie, il danneggiamento dà l'avvio all'azione narrativa vera e propria. Può presentarsi sotto una ricca varietà di forme: rapimento, trafugamento o eliminazione del mezzo magico, rovina del raccolto, scomparsa di una persona, sottrazione dei più svariati oggetti...
9. Mediazione, momento di connessione - La mancanza è resa nota; ci si rivolge all'eroe con una preghiera o un ordine, lo si manda o lo si lascia andare.
Questa funzione introduce l'eroe, che può essere di due tipi: cercatore - nelle fiabe in cui l'eroe aiuta un personaggio danneggiato; vittima quando il danneggiato è vittima e la storia ne segue le peripezie.
10. Inizio della reazione - L'eroe-cercatore, su richiesta o autonomamente, decide di porre fine alla situazione di danneggiamento o mancanza.
11. Partenza - L'eroe abbandona la casa: se è cercatore parte con uno scopo preciso; se è vittima comincia una serie di peregrinazioni con svariate avventure. A volte l'allontanamento non implica spostamento nello spazio, in altre si presenta come fuga.
A questo punto entra in scena il donatore.
12. L'eroe è messo alla prova, interrogato, aggredito... - E' la preparazione al conseguimento di un mezzo o aiutante magico. E' una funzione di grande importanza che può presentarsi nei modi più diversi: richiesta di aiuto o di un servizio da parte di creature deboli o in difficoltà; proposta di scambio dell'oggetto magico con un altro oggetto; richiesta di mansioni strane o onerose senza ricompensa...
13. Reazione dell'eroe - L'eroe reagisce all'operato del futuro donatore, superando in genere la prova.
14. Conseguimento del mezzo magico - Il superamento della prova consente all'eroe di entrare in possesso del mezzo magico, nelle modalità più diverse: direttamente o attraverso istruzioni o raccomandazioni del donatore; oppure il mezzo magico si presenta casualmente o personaggi diversi si mettono a disposizione dell'eroe...
Al mancato superamento della prova (raramente) seguono severi castighi.
15 Trasferimento dell'eroe nello spazio - L'eroe si trasferisce, è portato o condotto sul luogo in cui si trova l'oggetto delle sue ricerche, di solito in un altro luogo molto distante in linea orizzontale, a grande altezza o profondità.
16. Lotta - L'eroe e l'antagonista ingaggiano direttamente la lotta, in campo aperto o come competizione basata sull'astuzia.
17. Marchiatura - All'eroe è impresso un marchio particolare o direttamente sul corpo (una ferita per esempio) o con un oggetto (fazzoletto, anello...)
18. Vittoria - L'antagonista è vinto (ucciso, scacciato...), eliminato nella sua funzione negativa.
19. Rimozione della sciagura o della mancanza - La situazione iniziale di precarietà (sciagura o mancanza) è rimossa.
20. Ritorno - L'eroe ritorna in maniera immediata senza l'indicazione di una nuova funzione di trasferimento.
21. Persecuzione, inseguimento - L'eroe è sottoposto a persecuzione. E' inseguito dal persecutore trasformato in animale che tenta di divorarlo, o in oggetti allettanti sul suo cammino...
22. Salvataggio - L'eroe si salva dalla persecuzione fuggendo, trasformandosi in oggetti che lo rendono irriconoscibile.
Con la sconfitta del persecutore moltissime fiabe terminano.
L'antagonista viene punito - vedi punto 30 - e l'eroe si sposa - 31.
A volte invece non accade e la fiaba ricomincia da capo, dando il via al secondo movimento, una fiaba nella fiaba, una nuova serie di funzioni.
23. Arrivo in incognito dell'eroe
24. Il falso eroe avanza pretese infondate
25. All'eroe è proposto un compito difficile
26. Il compito è eseguito
27. L'eroe è riconosciuto
28. Il falso eroe è smascherato
29. L'eroe assume nuove sembianze
30. Punizione dell'antagonista
31. L'eroe si sposa e sale al trono.
NARRARE LA PROPRIA VITA
Riferendosi ai tre atti di Cambell, a cui associare lo schema di Propp, può diventare estremamente interessante indagare sui passaggi della propria vita e provare a scriverla seguendo la cronologia dei passaggi che si sono dovuti affrontare. Questa trascrizione permette di prendere coscienza in pieno del percorso che si è sostenuto e permette quindi di comprendere a che punto ci si trova nel momento in cui si scrive.
Una volta che si è completato questo primo "compito" si può passare a quello successivo, in cui si identificano quegli avvenimenti faticosi o tragici che si sono dovuti subire e affrontare. Qui di seguito i punti da considerare:
- Si faccia una lista con i "titoli" di eventi importanti che rappresenteranno i capitoli riguardanti il proprio passato/o presente che si sta vivendo al momento.
- Si dispongano in una lista sequenziale per cronologia e importanza.
- Si scrivano i punti chiave per ogni singolo capitolo.
- Si iniziora la stesura della narrazione.
- Una volta completata la si rilegga per correggere dove necessario.
- Si lasci passare alcuni giorni senza andare a rivedere il racconto.
- Dopo almeno 4 giorni lo si riveda, considerando che effetto produce, e annotando, a parte, ciò che eventualmente si è dimenticato.
- Attendere altri 4 giorni e iniziare poi ad apportare le modifiche e le aggiunte che si sono evidenziate nei giorni passati.
Questo lavoro permette di rielaborare quel vissuto negativo e annichilente che ci si porta dentro. Lo si oggettivizza, lo si nomina, come si dice spesso in psicologia, e di conseguenza l'evento si ridimensiona.
RISCRIVERE LA PROPRIA VITA
Una volta che si è completata questa prima fase si può passare a elaborare la seconda, che rappresenta la ricostruzione.
La nostra psiche non fa differenza fra evento realmente accaduto ed evento invece inventato. La percezione è davvero soggettiva, alcuni non vivono in modo drammatico avvenimenti pesanti e faticosi, mentre altri sperimento come delle vere e proprie catastrofi eventi che di per sé non hanno molto di tragico. Per questo è utile ricorrere alla visualizzazione e quindi alla ricostruzione propositiva della propria vita. Qui di seguito i punti:
- Si faccia una lista con i "titoli" di situazioni importanti che si sognavano dover rappresentare i capitoli significativi a riguardo della propria vita.
- Si dispongano in una lista sequenziale per cronologia e importanza.
- Si scrivano i punti chiave per ogni singolo capitolo.
- Si inizi a questo punto la stesura della narrazione, facendo in modo che il racconto evidenzi bene l'atmosfera che si sognava di riprodurre.
- Una volta completata la si rilegga per correggere dove necessario.
PROGETTARE IL FUTURO
Questo esercizio può essere utile anche per chiarirsi quali istanze si desidera davvero riuscire a realizzare nel proprio futuro.
- Si rifletta su cosa della Vita sognata potrebbe essere introdotto nella vita in cui ci si trova al momento.
- Si scrivano poi i punti che ora, in base a come si vive il presente, si pensa importante riuscire a raggiungere per migliorare la propria esistenza.
- Fare una lista sequenziale e strategica con vari punti, quelli derivanti dalla Vita sognata e quelli nuovi elaborati nella situazione attuale.
- Iniziare a stendere il racconto di come, dalla vita presente, si attuano i cambiamenti necessari per arrivare alla vita futura.
- Ci si ricordi sempre di considerare i problemi che potranno insorgere e come si pensa di imparare a gestirli e superarli!
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sabato 22 aprile 2006
Quando la collera è santa
Articolo di Luciano Manicardi, monaco Bose
(vedi pie' pagina)La collera è un'emozione. Come tale essa non è né buona né cattiva. Eppure nella nostra tradizione culturale e religiosa l'ira gode di cattiva fama. Perché? Perché viene spesso equiparata tout court alla violenza, perché viene sentita come incompatibile con l'amore, perché è ritenuta sconveniente da una tradizione culturale che fin dalla più antica trattatistica filosofico-morale l'ha considerata una passione, attribuendola alla parte irrazionale dell'anima, perché è elencata tra i vizi capitali nella tradizione cristiana.
Per la tradizione biblica la collera è ambivalente. Può certamente essere peccaminosa, ma anche santa.
Gesù è modello di mitezza e dolcezza (Mt 11,29), ma è anche colui che “fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi” (Gv 2,15), è colui che guarda “con ira” (Mc 3,5) coloro che stavano a vedere se avesse guarito un uomo malato in giorno di sabato per poterlo poi accusare, si adira con i discepoli che impediscono ai bambini di avvicinarsi a lui (Mc 10,14) e rivolge loro parole di fuoco (Mc 8,17-21), così come rivolge espressioni traversate dall'ira profetica nei confronti di ipocriti e menzogneri (Mt 23,13-36)
IL SIGNIFICATO DELLA COLLERA
Il problema non è dunque l'andare in collera, ma che uso fare della collera, come esprimerla, e che cosa rivela di colui che si è adirato. Scrive Agostino: “Nella nostra dottrina si chiede all'anima credente non se va in collera, ma perché, non se è triste, ma da dove viene la sua tristezza, non se ha paura, ma qual è l'oggetto della sua paura” (De civitate Dei IX,5). La collera, infatti è rivelatrice di nostre vulnerabilità: essa ci consente di conoscerci.
Perché una determinata situazione o un certo gesto o atteggiamento o parola di un altro hanno suscitato collera in me? Che cosa mi dice, su di me, la mia collera? Queste domande ci mostreranno che la collera traduce ed esprime essenzialmente il senso di invasione del nostro territorio (simbolico) da parte di un altro, oppure la nostra paura di non essere riconosciuti, rispettati, compresi, oppure il nostro stato di fatica e di stress.
Ovviamente è poi fondamentale il modo di espressione della collera: se la collera non è addomesticata, se il soggetto non assume la responsabilità delle proprie emozioni e dunque della collera, essa può esplodere con quella violenza che si manifesta sia a parole che con gesti, e può uccidere. Di certo, è importante che essa trovi vie di espressione. La collera repressa può essere ancor più mortifera di quella espressa. Scrive Gregorio Magno: “In certi casi l'ira impone all'animo agitato di non parlare e quanto meno si esprime fuori, tanto più brucia dentro e non rivolge la parola al prossimo, e così, col non parlargli, gli dice quanto non lo possa vedere … Può darsi che con l'andar del tempo l'animo irato perda completamente l'amore del prossimo … Spesso l'ira chiusa nell'animo col silenzio ribolle con più veemenza e, pur senza parlare, forma voci violente … Così avviene che l'animo turbato sente più grande strepito nel suo silenzio e la fiamma dell'ira chiusa in cuore lo consuma ancor di più” (Moralia V,79).
Il primo omicidio, secondo la Bibbia, nasce proprio da una collera repressa, taciuta, rimossa. “Caino fu molto irritato” (lett. “a Caino bruciò molto”: Gen 4,5), ma egli non dà parola alla sua collera e non risponde a Dio che lo invita al dialogo (Gen 4,6-8). Così la collera, coltivata e nutrita interiormente, diviene rancore, odio, e l'odio è capace di fare a freddo ciò che la collera potrebbe fare solo a caldo. E Caino uccide Abele. Il testo biblico esprime molto bene sia il fatto che la collera è molto visibile e si manifesta a livello somatico (“il volto di Caino fu abbattuto”: Gen 4,5), sia il fatto che la collera ha a che fare con la relazione con l'altro, con la capacità o meno di reggere il faccia a faccia.
O perché ha il volto abbattuto, rivolto a terra, o perché innalza il proprio volto su suo fratello, Caino sempre sfugge all'incontro faccia a faccia con Abele e il non-incontro diviene omicidio: “Caino si innalzò contro Abele, suo fratello, e lo uccise” (Gen 4,8). Di certo, vi è una collera incontrollata che disumanizza l'uomo rendendolo simile a una bestia: la collera sfigura l'uomo e il parossismo dell'ira rende l'uomo tanto spaventoso quanto ridicolo. E soprattutto un momento di collera può rovinare il bene costruito in tanto tempo e con infinita pazienza.
LA SANTA COLLERA
Tuttavia la Scrittura e la Tradizione parlano anche di una santa collera, di una collera-virtù, di “una collera che nasce dallo zelo e che è una virtù” (Gregorio Magno, Moralia V,82).
Come definire una santa collera? Che cosa rende santa la collera?
È santa la collera che tiene in contatto con Dio o con l'altro uomo. La collera di Giobbe esprime la sua volontà di non fare a meno di Dio, di non staccarsi da lui; essa lo mette in un rapporto di opposizione talmente personale con Dio che non può certo accontentarsi di spiegazioni di seconda mano. (...)
È santa la collera che non si arroga il diritto di fare vendetta dando così il via a una spirale di violenze e ritorsioni senza fine.
È santa la collera che non ha in se stessa il proprio fine, ma tende a ritrovare la pienezza della relazione con l'altro.
È santa la collera che si accende di fronte all'ingiustizia, all'oppressione, alla violenza perpetrata dai prepotenti.
È santa la collera che mi separa da situazioni di violenza subita che rischierebbero di trascinarmi nella confusione e nell'informe e che mi separa da persone che mi manipolano e mi usano.
È santa la collera che si scaglia contro immagini colpevolizzanti o distorte di Dio e che rompe con sistemi ideologici o religiosi che contraddicono l'umano, come fa Giobbe che rifiuta il principio della retribuzione.
È santa la collera che tende alla purificazione del cuore: “Senza collera non vi sarebbe purità nell'uomo se egli non si irritasse contro tutto ciò che è seminato in lui dal Nemico” (abba Isaia).
È santa la collera che si dà un limite: “Adiratevi, ma non peccate. Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26).
CURARE LA COLLERA NEGATIVA
L'espressione di abba Isaia ci porta a considerare le modalità di “terapia” della collera.
- Indirizzare la collera contro i cattivi pensieri: “Durante la tentazione non metterti a pregare prima di aver pronunciato, con collera, alcune parole contro il tuo tentatore … Se rivolgerai ai demoni qualche espressione irosa, renderai vani i progetti dei tuoi avversari” (Evagrio, Praktikòs 42). La collera rientra così nella lotta spirituale.
- Cercare la riconciliazione prima di coricarsi, come sta scritto in Ef 4,26: “Il sole non tramonti sulla vostra ira”.
- Prendere una distanza, imporsi il silenzio, non reagire a caldo, ma immettere una distanza fra la causa scatenante la collera e la reazione.
- Mettersi al posto dell'altro. Scrive Seneca: “Non c' è nessuno che sappia dire a se stesso. ‘Questa cosa che mi fa adirare o l'ho fatta anch'io o l'avrei potuta fare'; nessuno valuta l'intento di chi agisce, ma il fatto puro e semplice; eppure bisogna considerare la persona, se ha agito volontariamente o accidentalmente, se per costrizione o per inganno, se è stata spinta dall'odio o dalla mira di un vantaggio, se ha accondisceso a se stessa o s'è messa a disposizione di altri.
- Mettiamoci al posto di ci fa adirare e vedremo che è una falsa valutazione di noi stessi a renderci iracondi, cioè il non voler subire cose che vorremmo fare” (De ira III,12,2-3).
- Esprimere in modo non violento la collera, ovvero alla prima persona, non alla seconda. Se io dico all'altro “tu sei pazzo, “tu sei stupido” (cf. Mt 5,22), lo uccido. Sono molto diversi i due seguenti modi di espressione della collera dovuta, p. es., al ritardo a un appuntamento tra due amici: “Quando ti aspetto mezz'ora rispetto all'ora convenuta, vado in collera perché nelle relazioni io ho bisogno di fiducia. Mi piacerebbe ora che tu mi dicessi come ti senti ascoltando queste mie parole”; “Quando tu mi fai aspettare mezz'ora rispetto all'ora convenuta mi fai arrabbiare e io esigo che tu sia puntuale la prossima volta, altrimenti non sei più mio amico”.
- Esercitarsi alla dolcezza e all'umiltà.
- De-idealizzare gli altri: le visioni idealizzate degli altri nutrono aspettative che possono poi, una volta deluse, suscitare collera.
- Non abusare di eccitanti (caffè, alcol) e fuggire anche il rumore, che può eccitare l'aggressività.
Pregare, praticare la preghiera di Gesù (ripetizione dell'espressione: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore”), e in particolare la salmodia (“Quando sei turbato dalla collera, la tua lingua si muova per la salmodia”: Giovanni Damasceno).
- Aiutarsi con esercizi corporali di respirazione (con particolare attenzione al movimento di espirazione) e distendendo il corpo, facendolo rilassare.
- Immettersi in un cammino di perdono.
NOTA
Il monastero di Bose (vedi link a lato) è una comunità monastica di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse. Una comunità monastica in ricerca di Dio nel celibato, nella comunione fraterna e nell’obbedienza all’evangelo. Una comunità monastica presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio.
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giovedì 2 marzo 2006
L'etica dell'ira
“Adirarsi è facile. Ma farlo con chi si deve, nella misura giusta, al momento opportuno, con lo scopo e nel modo convenienti, non è da tutti né facile. Ed è per questo che il farlo bene è cosa rara, degna di lode e bella”. (Aristotele, in Etica Nicomachea)
La collera è una emozione "primordiale", è il nostro istinto di sopravvivenza a scattare mobilitando tutte le energie fisiche necessarie a difendersi o a colpire. La rabbia mette in circolo l'energia subitanea necessaria a "ingaggiare la lotta" per eliminare, cancellare ciò che si percepisce come fonte di dolore o di irritazione.
E il corpo è pronto ad attaccare.
La collera è dunque un meccanismo utile all 'organismo per avere a disposizione il propellente energetico utilizzabile per di fare fronte all'eventuale pericolo per la sopravvivenza.
Per quanto riguarda le motivazioni che suscitano la rabbia numerose ricerche hanno dimostrato che dietro ogni tipo di collera c'è una paura. La paura è principalmente una sensazione di minaccia per la sopravvivenza.
Negli animali la reazione avviene o perché sono aggrediti, disturbati, tormentati; o per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la propria prole.
DISTINGUERE LA COLLERA
Ci sentiamo in colpa se ci lasciamo andare alla rabbia. Ma è sempre negativa la collera? Quando l'essere umano risponde con la collera e l'attacco a quelle sollecitazioni che minacciano la sua sopravvivenza e, in questo caso, la collera è giusta.
Purtroppo accade che l'essere umano manifesti la collera non solo per i motivi di sopravvivenza appena menzionati ma anche per ciò che è connesso alla frustrazione, di attività legate all'immagine. Per esempio la sensazione di poter fallire, di essere sconfitti, o di fronte alla sensazione di essere inadeguati, o anche quando qualcosa ci fa perdere la sicurezza di quello in cui crediamo o di quello in cui siamo, ma anche la paura di perdere qualcosa che contribuisce alla nostra immagine, e via dicendo.
Quando dunque la collera è il risultato del senso di impotenza e/o incapacità nel perseguire con successo i propri desideri allora è una rabbia da sciogliere ed eliminare. Sfogare tutto il nostro rancore e la nostra rabbia, riversandola brutalmente addosso agli altri quando non troviamo un modo efficace per ottenere ciò che vogliamo, ebbene questo è decisamente negativo e ben diverso dall'ira e l'attacco necessari a proteggere la nostra sopravvivenza!
I BISOGNI PRIMARI
Come abbiamo visto la collera è giusta quando:
1 - si è aggrediti, o disturbati nel proprio spazio, tormentati;
2 - o addirittura si è invasi nel proprio territorio vitale o d'appartenenza;
3 - la propria prole è in pericolo.
Il problema è che spesso, gli individui insicuri, quelli che per avere un'immagine di sé abbastanza soddisfacente, devono poter schiacciare gli altri (perché così si sentono superiori e quindi importanti), ebbene si sentono aggrediti quando invece sono solo frenati nella loro prepotenza! Per cui, in casi del genere la loro ira non è comunque convalidata, in quanto è il risultato di una errata percezione della propria libertà di azione nella vita altrui.
Mi piacer riprendere quanto in proposito scrive Alessandra Graziottin, medico e ginecologa che spesso incontriamo nei media:
Si deve imparare a "finalizzare la collera, come un puntatore laser, così da renderla mirata, efficace e costruttiva – o distruttiva, se necessario – ma sempre sotto il lucido controllo di una visione lungimirante del suo significato . Una visione che aiuta a scegliere le argomentazioni più efficaci, le parole più appropriate, l'obiettivo più strategico e la modalità espressiva più rigorosa. In taluni momenti e contesti, questo tipo di collera può arrivare a elevarsi a indignazione sacra. In questo senso, perfino degna di lode. Perché è quella forma di sdegno profondo e risonante, che nasce dal riconoscere l'indegnità – in genere etica – di un comportamento e di una situazione che ci fa dire in fondo al cuore: 'Fosse anche l'ultimo giorno della mia vita, su questo non posso tacere'. E che fa dire tutto quello che non va 'apertis verbis', con parole aperte e chiare, e con il coraggio che viene dal cuore. Perché questa indignazione non nasce dalla frustrazione di bisogni personali, come la collera di bassa lega, ma da un senso alto della vita e dei suoi valori. A costo anche di attirarsi antipatie, controaggressioni o ritorsioni di vario tipo e livello."
LA GIUSTA RABBIA
La dottoressa così continua nel suo intervento:
"Sull'impulsività e sullo spontaneismo, sulle ondate di parole vomitate e laide, sotto l'influsso di una collera informe e bruta, su questo è bene riflettere. Viviamo in tempi che hanno osannato il diritto di lasciarsi andare alle emozioni e all'espressione di ogni moto dell'animo, con picchi di furore che trovano nel mezzo televisivo l'amplificazione più destruente. Assistiamo allora ad un'espressione di collera non filtrata dall'intelligenza e dall'educazione, né dal senso del tempo e della misura. La propria 'verità', fino all'insulto, viene lanciata in faccia, possibilmente in pubblico, in un gusto perverso – nel senso di distruttivo – dell'esibizione di quanto di più magmatico esista nell'animo e nel cervello umani. Di fatto diventando preda dell'emozione più distruttiva per sé e per gli altri."
E di questi atteggiamenti bassi e prevaricatori, di cui purtroppo siamo circondati, visto che oggi è "bene" manifestarsi con spontaneità, che dobbiamo preservarci. Come racconta quella storiella indiana di "un serpente assai velenoso e feroce che un giorno incontrò un vecchio saggio, il quale lo convinse a diventare mansueto. Non appena gli abitanti del villaggio si accorsero che il serpente se ne stava quieto quieto in un angolo, iniziarono a tirargli sassate, a sottoporlo ad angherie e feroci sevizie.
Il serpente subiva e sperava che il vecchio saggio tornasse a liberarlo dell'infausta promessa. Il saggio finalmente riapparve per dirgli che aveva travisato consiglio e promessa, che smettere d'iniettare veleno non significava rinunciare ad emettere sibili e fischi". (Serena Foglia, I nostri sette peccati , Rizzoli)
E' dunque importante far sentire agli altri che il nostro territorio esistenziale non si tocca, accettando pure di "attirarsi antipatie, controaggressioni o ritorsioni di vario tipo e livello" (A.G.). In questo modo otterremo il rispetto necessario affinché si possa realizzare la propria esistenza, altrimenti saremo continuamente presi a sassate. Infatti gli esseri umani sono comunque degli animali, ovvero a livello istintivo percepiscono la remissività, debolezza, la mansuetudine - e questo porta inesorabilmente a fare sì che gli altri si trasformino in gatti che giocano col topo.
Quindi dobbiamo diventare veri padroni del nostro spazio. Come afferma la dottoressa Graziottin dobbiano diventare cavalieri e amazzoni:
"L'uomo, e la donna, che sentano una profonda emozione di collera, sono come il cavaliere, o l'amazzone, sul cavallo di razza, ma ombroso. Come il cavaliere, che sa controllare e indirizzare l'energia e la forza del suo cavallo, può costruire un'unità di pensiero e di azione straordinarie, così l'uomo che sa indirizzare la sua collera può incidere sul contesto in cui vive, sul suo tempo, anche scardinando obsoleti equilibri e opportunismi, se la esplosiva energia vitale che si libera resta governata e indirizzata.
Così fece Alessandro Magno con lo straordinario Bucefalo, montato a pelo e volto sgroppante verso il sole, sotto gli occhi terrorizzati del padre e dei cortigiani, che vedevano in quell'animale, che era bellezza e forza della natura allo stato puro, un rischio mortale per il giovane principe. Eppure Alessandro, con la forza lucida del suo corpo e il vigore intelligente della sua anima, fece sentire a Bucefalo che nessun'altro avrebbe saputo indirizzare la sua energia in modo migliore. E il cavallo divenne un tutt'uno con il suo cavaliere. Così racconta Plutarco.
E così è l'uomo che sa vivere la sua collera con quell'intelligenza forte e lucida al punto da farne un tutt'uno con il suo io, in tempo di pace e di guerra. Nel senso di saper tenere calma e pronta la sua arma migliore. La soddisfazione per l'efficacia con cui riesce a portarla sull'obiettivo nei modi e con il tempismo appropriato di nuovo assomiglia alla squisita concentrazione di forza e leggerezza con cui il cavaliere porta il suo cavallo sull'ostacolo più alto, raccolto e potente nell'attacco, e poi disteso nell'arrivare oltre l'ostacolo, in perfetto e apparentemente rilassato controllo.
Questa capacità è naturale? No. E' bene dirlo con chiarezza. Nasce da un esercizio continuo. Non ci si improvvisa cavalieri perfetti e potenti, come non ci si può improvvisare nell'uso lucido della propria collera, l'emozione che con più probabilità può disarcionare e fracassare l'uomo – o la donna – che credano di dominarla facilmente.
Fin da bambini dovremmo essere educati a saper governare quest'emozione antica e potente. Il che non significa reprimere, come tanti a torto pensano, ma indirizzare, canalizzare, rendere efficace. Un esercizio straordinario, utile sia nel migliorare la capacità di abitare anche i propri astratti o concreti furori, sia nel diventare sempre più incisivi. Ma richiede esercizio nell'arte di pensare con efficacia, di dialogare, di scegliere le parole che meglio vestano il proprio sentire.
Nella collera tutto va a mille: e il pensiero confuso porta fuori strada, e dalla parte del torto assoluto, l'uomo che si faccia dominare dal proprio istinto più cieco. Non a caso letto come vizio.
Ancora una volta, ecco un apprendimento al saper vivere che dovrebbe iniziare con il caffelatte, fin dai primi anni di vita, quando cresce in noi anche il senso etico della vita. E allora potremmo dire che esiste nell'adirarsi una dimensione etica: cui si può attingere solo se l'emozione abbia decantato tutte le proprie impurità istintuali e sia forza pura e passione limpida, al servizio di una causa che meriti la nostra energia e il nostro cuore." (Da Saggio è colui che sa dominare la collera)
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martedì 28 febbraio 2006
Coscienza e realtà
Sembrerebbe davvero esistere una corrispondenza fra la propria realtà interiore e quella esteriore che rappresenta la vita che ci ritroviamo a vivere. Il principio di causalità per cui ogni effetto segue alla sua causa è stato un caposaldo del pensiero occidentale che ha contribuito allo sviluppo delle nostre scienze. Data una determinata causa non può seguire che quell'unico determinato effetto. Per cui ogni fenomeno sarebbe riconducibile a delle cause cui era legato da leggi esatte e predittive. A questo si associa il principio di casualità, molto più sentito dal pensiero orientale, che vede come determinate situazioni, che sembrano dettate dal caso, siano invece il risultato di intime e sottili corrispondenze.
Così, il principio di sincronicità, che lo psicologo svizzero Carla Gustav Jung definì così chiaramente, può seguire entrambe logica, ovvero che il nostro stato interiore, spesso non chiaramente identificato e riconosciuto, determina lo stato esteriore che ci appartiene.
Scrive Jung nel libro “La sincronicità”:
“Una giovane paziente: fece un sogno, in un momento decisivo della cura. Nel sogno essa riceveva in dono uno scarabeo d’oro. Mentre mi raccontava questo sogno, io stavo seduto voltando le spalle alla finestra chiusa. D’un tratto udii alle mie spalle un rumore, come se qualcosa bussasse piano alla finestra. Mi voltai e vidi un insetto alato che, dall’esterno, urtava contro la finestra. Aprii la finestra e presa al volo l’insetto. Era l’analogia più prossima a uno scarabeo d’oro che si poteva trovare alle nostre latitudini, ossia uno 'scarabeide', una 'Centaurea aurata', il comune coleottero delle rose, che evidentemente proprio in quei momento si era sentito spinto a penetrare, contrariamente alle sue abitudini, in una camera buia. Devo aggiungere che un caso del genere non mi era mai successo prima né mi successe in seguito; anche quel sogno della paziente è rimasto un fatto unico nella mia esperienza”.
La paziente di Jung dopo quell’episodio da cui anch’ella fu scossa profondamente, entrò nella fase della guarigione: cioè dice lo stesso Jung, nella fase del rinnovamento e del mutamento, allo stesso modo del significato da attribuirsi allo scarabeo.
Jung all’inizio definì questa corrispondenza “tempo di qualità”, pensando che si verificasse solo in momenti di massima connessione con la parte più intima e vera di se stessi. Infatti la signora che aveva sognato lo scarabeo d’oro stava manifestando in quel periodo un profondo insight chiarificatore. Tuttavia Jung, in seguito, sostenne che sono le stesse condizioni di “energia” a richiamare gli eventi.
Un lettore una volta, interpretando un po’ troppo di pancia quanto avevo scritto in un articolo dove parlavo di queste corrispondenze fra il proprio ambiente interiore e quello estriore della vita quotidiana, mi scrisse chiedendomi come potessi mai sostenere che siamo noi a desiderare certe situazioni di vita. Lui, per certo, non le desiderava proprio, eppure queste c’erano e gli distruggevano l’esistenza. Ma come si può affermare che siamo noi a richiamare certi eventi, concludeva esasperato. Ebbene, gli risposi che non doveva osservare quello che lui, consapevolmente desiderava e verso cui consapevolmente mirava. Il punto che crea la risonanza non è nel mentale ed emozionale di cui siamo arrivati a essere consapevoli, bensì in quello strato dell’inconscio che è la diretta manifestazione del nostro insieme organico.
Il professor Del Giudice così spiega:
“la psicodinamica del profondo, iniziata da Freud, ha sottolineato nell'ultimo secolo come la psiche sia una struttura gerarchica che si forma nel livello misterioso in cui le reazioni chimiche delle molecole producono l'energia, che viene poi convogliata, incanalata, organizzata. Questo livello misterioso fu battezzato Es (in tedesco è il pronome personale di genere neuto), o Id, cioè ‘la cosa’, da Groddeck e da Freud, fino ad arrivare ai livelli superiori dell'inconscio, del subconscio, del preconscio, fino alle soglie della consapevolezza. La psiche non è il livello ell'emozionale-mentale, anche se ne è l'indispensabile premessa. A differenza della mente, la psiche dialoga direttamente con il soma, che accetta ordini dall'inconscio. Viene quindi da sospettare che la psiche sia il modo di essere del soma e sia, in buona sostanza, l'organizzazione che regola l'insieme delle molecole e nello stesso tempo il linguaggio che emerge dalla struttura molecolare."
LA GIUSTA PERCEZIONE
La fisica quantistica con il principio di indeterminazione di Heisenberg ha però messo in evidenza che non esistono unici effetti possibili a una certa causa, bensì innumerevoli. Tutto dipende da cosa si “osserva”. E’ infatti l’azione dell’osservare che fissa, ovvero fa “precipitare” gli avvenimenti in situazioni tangibili.
Per farvi comprendere il meccanismo pensate a una biglia fatta scivolare sulla sabbia. Se la si osserva mentre rotola sulla sabbia vediamo che lascia un’impronta lineare dietro di sé. Nel momento che non la osserviamo, sebbene la realtà ci insegna che la biglia continua la sua corsa sulla sabbia lasciando, ovviamente, dietro a sé la sua traccia, invece nelle scoperte della fisica quantistica la biglia di questo ipotetico esempio non si sa cosa faccia. Infatti non lascia alcuna traccia quando non la si osserva. E’ solo nel momento che riportiamo il nostro sguardo sulla biglia che questa riprende a rotolare lasciando la traccia dietro a sé.
Osservando dunque il percorso della biglia vedremmo una linea intermittente: quando noi guardiamo ecco l’orma lasciata dalla biglia che rotola, quando invece non si guarda ecco che nella sabbia non compare alcuna traccia della biglia.
Praticamente l'indeterminazione è provocata dal fatto che i mezzi di osservazione sull'oggetto osservato sono soggettivi e dipendono dal singolo coi suoi organi di senso e i suoi strumenti di percezione, ovvero di misura.
La psicologia mostra chiaramente la soggettività umana nella percezione delle situazioni di vita. Quanto un soggetto può sentire come disastroso e dilaniante, un altro invece lo potrà percepirà di stimolo a fare meglio e di più…
Dunque, tutto dipende dal tipo di percezione personale. Questa farà sì che si fissino determinate esperienze in negative oppure come incitamento, spinta, sollecitazione. Il problema è che spesso non si è consapevoli di come la nostra psiche più profonda e inconscia abbia incamerato gli eventi vissuti. Per sopravvivere a situazioni percepite come fortemente negative in genere le si allontana dalla consapevolezza, lasciandole nella zona più buia e lontana del nostro inconscio. Che però è anche quella più potente, perché, come spiegava il professor Del Giudice, è l’interfaccia con le energie della vita che richiama per risonanza! Ecco perché è indispensabile entrare in connessione con le zone più buie di noi stessi e iniziare a svelare a nostri occhi quello che siamo veramente, ma soprattutto per pulirci dal malvissuto, accettando la fatica inevitabile del ritornare integri.
RICONOSCERSI
Imparare a conoscersi costa, spesso quello che intravediamo di noi stessi non ci piace per niente. Ma non ci si dovrebbe mai condannare per lo “sporco” che abbiamo dentro, anche perché sovente non siamo stati nemmeno noi a provocarlo, ci è caduto addosso dall’ambiente in cui siamo capitati a vivere. Ripulire quindi il nostro vissuto implica pure un’azione di compassione e perdono verso chi ci ha fatto del male, passo indispensabile questo per poter andare avanti liberando quell’energia repressa che prima avevamo confinato nella parte buia di noi stessi. Solo così impareremo a conoscere la nostra reale natura, quella che si cela dietro alle reazioni innescate, come risposta agli eventi. Chi non si dedica a questo lavoro di riconoscimento finisce col crearsi una “realtà” fittizia, una suggestione, una recita, che però non gli corrisponde.
La vita ha sempre in sé una spinta evolutiva. Le situazioni che ci offre sono sempre una metafora, degli insegnamenti. Solo che a volte noi non vogliamo vedere, soprattutto non vogliamo accettare, specie se siamo dentro nella rappresentazione che ci siamo così bellamente creati. A quel punto la vita è costretta a intervenire con l’inganno così da metterci di fronte a quei limiti che non vogliamo riconoscere. I limiti sono da accettare non per subirli passivamente, ma solo per scegliere meglio ciò che invece ci appartiene!
In questi anni di sessioni al pubblico per un lavoro di autoriconoscimento mi ha sempre colpito constatare come l’esistenza del singolo sia costretta a infliggere delle dure lezioni a chi non vuole uscire dalla bolla di illusioni che si è creato. All’improvviso la persona acclama di aver sperimentato una specie di miracolo. Finalmente accade un qualcosa che tutto d’un colpo gli fa raggiungere vette inaspettate. Mi ricordo di quella signora che insegnava yoga in un piccolo centro. Un giorno arriva trionfante raccontando che le avevano proposto di gestire un cascinale appena ristrutturato per farne un centro alternativo. La signora era in estasi e tutti si complimentavano con lei. Non ci volle però molto perché scoprisse che quello era l’inizio della fine. Un centro, specie se sconosciuto e sperduto in mezzo alla campagna, non è cosa facile da avviare. Bisogna avere contatti, e se non ci sono bisogna crearseli, e questo implica tempo, lavoro e investimenti. In più il cascinale è da mantenere, c’è da tenerlo pulito, riscaldarlo… Insomma altro lavoro.
Esempi come questi ne ho constatati davvero tanti. Quando ci si ostina a non capire le proprie reali capacità e gli ingorghi interiori non risolti, la vita, dopo averci dato innumerevoli piccoli segnali ci dà la grossa lezione per rompere quella specie di bolla illusoria che ci siamo creati. A quel punto può iniziare il vero lavoro di riconoscimento.
REALIZZARE I SOGNI
Quando finalmente si entra in contatto con la vera parte di sé si percepiscono infine le proprie reali istanze. Non si può però essere così ingenuotti da pensare che ora, finalmente, tutto arriverà da solo. Liberare la propria interiorità dalle deviazioni che fino a quel momento sono state attive dentro di noi è un impegno da affrontare con disciplina, senza però divenire dei tiranni di se stessi, che anche questo non giova di certo e, soprattutto, non produce buoni risultati.
Come abbiamo visto è nella parte più profonda e inconscia di noi stessi che sono impiantati quei semi che ci hanno condizionato a quella vita che ora vogliamo cambiare. Questa parte è anche quella più in contatto con il soma, ovvero il corpo. Per cui nella disciplina da realizzare per cambiare i condizionamenti interni si dovrà includere un buon lavoro sul corpo. Perché è il corpo a ricordare. Scrive Luciano Manicardi, monaco della comunità monastica ecumenica di Bose a Magnano (BL):
“Se il corpo (come sottolinea la concezione biblica) è il crocevia delle relazioni del singolo con gli altri, con la società, con il creato e con Dio stesso, ciò ha una ricaduta precisa sull’esistenza di ciascun uomo: dovremmo cioè ricordare che noi siamo anche la storia del nostro corpo, a partire dalla sua origine, la condizione fetale. (…)
Il corpo è portatore di una sua memoria profonda: esso conserva tracce invisibili ma realissime di ciò che l’uomo ha vissuto, provato, sofferto. Questa memoria viene fatta emergere e ‘portata in superficie’ dalle esperienze che ciascuno vive: il corpo, infatti, è il libro del tempo, il libro su cui restano registrate emozioni, sofferenze ed esperienze di un passato che non è dietro di noi, ma dentro di noi; le posture del nostro corpo non sono innocenti, ma sono il frutto di una storia, sono rivelazione ed eloquenza. (…) Posture e gestualità del nostro corpo, il modo con cui lo trasciniamo o lo portiamo ben eretto, il nostro essere incurvati, o ciondolanti, il modo di camminare, le rigidità, sono un linguaggio che riflette il nostro psichismo e i nostri vissuti e che attende interpretazione.” (Da “Il corpo”, edizioni Qiqajon)
Non si può pensare di migliorare il proprio assetto interiore facendo solo leva sulla consapevolezza. Questa in genere non basta, specie quando si tratta di cose antiche e profonde. Lavorando anche sul corpo gli permettiamo di scaricare il mal vissuto, e di liberare così la coscienza da quei grovigli che la imprigionano nelle sofferenze e nel negativo che poi questa richiama per risonanza.
Chi dunque vuole cambiare in meglio la propria vita ha un duplice compito davanti a sé: da un lato quello di divenire consapevole, ma dall’altro anche quello di sciogliere la memoria del corpo dai blocchi rimasti compressi e aggrovigliati nelle proprie membra. E questo lo si ottiene solo dedicando spazio, attività fisica, cura e attenzioni a questo nostro compagno, che troppo spesso abbiamo reso muto.
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venerdì 2 dicembre 2005
La percezione del reale
Sappiamo molto bene che l'interpretazione della vita è spesso soggettiva. Ma anche la lettura di ciò che si percepisce attraverso i sensi del reale è tremendamente soggettiva. Infatti mente ed emozioni giocano un ruolo importantissimo nel condurci a percepire il reale in un modo anziché in un altro.
Vediamo cosa accade con degli esempi.

Osservate la riproduzione in bianco e nero di questo lupo (clicca sull'immagine per ingrandirla) dell'artista Marcus Parisini. Alcune persone con forti tensioni interiori e magari anche vittime di traumi subiti e poi mai più risolti, si sentono poco a loro agio se tenute di fronte all'immagine. Trovano il lupo cupo e inquietante... Ciò che hanno racchiuso nel loro animo è in un qualche modo così opprimente da far leggere loro con la stessa nota l'immagine del lupo. Dunque il nostro vissuto emotivo gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui leggiamo poi ciò con cui entriamo in contatto.
Ma anche il nostro mentale non scherza nel farci prendere lucciole per lanterne, e non mi riferisco tanto a quella frase generica, ormai divenuta banale proprio perché inflazionata, che "la mente mente". Mi riferisco a vere e proprie sperimentazioni che hanno portato a dimostrare oggettivamente che la nostra mente, in base a come è predisposta, focalizza determinati aspetti mentre le sfuggono totalmente altri.
Il famoso storico della psicologia, E.G. Boring, porta ad esempio un'immagine che dimostra l'ambiguità percettiva, che ha dato poi spunto alla creazione di molti altre immagini simili, fra cui le più famose sono quelle dell'artista olandese Escher.
Nella raffigurazione si possono vedere due donne: una è giovane, l'altra è anziana. (Clicca sull'immagine per ingrandirla)

Alcune persone individuano l'una, altre invece vedono immediatamente l'altra. Quando poi si fa notare loro come vedere la figura che ai loro occhi era invisibile, se ne sorprendono, abbastanza divertiti, pure, di quella scoperta che, in un qualche modo, apre loro nuovi orizzonti.
Altre persone, purtroppo, non riescono a far fare alla loro mente quello stacco dalle proprie convinzioni, necessario per poter vedere l'altra figura, e questo già indica che si sono fortemente arroccate al loro modo di pensare e che difficilmente riusciranno ad accettare cose che non rientrano nel loro modello costituito.
Oltre a queste evidenti soggettività percettive esiste poi un altro fattore che rende la nostra capacità di percezione ancora meno libera: i condizionamenti occulti. Ovvero l'ambiente in cui viviamo, la sua cultura ed educazione, ancora di più rende la nostra percezione "inquinata" dai condizionamenti che questa, nel bene e nel male, esercita su di noi.
Come si può ben comprendere, per avvicinarci a una percezione della realtà che sia meno inquinata possibile dai propri moti emozionali o dalla propria disposizione mentale, è necessario conoscersi, così da comprendere il tipo di emozione che l'incontro con l'esterno ci produce al nostro interno. E ovviamente imparare a osservare le vie del pensiero che solitamente percorre il nostro modo di ragionare. Solo così potremo intervenire per apportare i necessari miglioramenti.
Quanto più allargata sarà la nostra capacità di interagire pulitamente con il mondo, perché consapevoli delle nostre emozioni, e perché in grado di guidare il nostro ragionamento verso nuove frontiere, tanto maggiore sarà la nostra capacità di affrontare i cambiamenti che man mano si stanno perpetrando nel mondo.
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martedì 12 luglio 2005
La seduzione di Narciso
Viviamo in una società sempre più narcisistica. Il mito della forma, a discapito del reale contenuto è ciò che oggi si persegue, in questa corsa verso bellezza perfetta e il dinamismo brillante, efficiente, disinvolto - ma alienante. Uomini e donne ne sono coinvolti in un corteo che, avanzando, dimostra solo quanto, dentro, gli esseri umani vengano tuttora e sempre di nuovo umiliati e annichiliti.
Approfondiamo la comprensione di questa deviazione con un articolo della dott.ssa Serena Leone - Psicologa - nel suo "Il mito di Narciso".
NARCISISTI
In genere vengono definite narcisiste persone che appaiono molto prese da sé stesse, in un certo senso innamorate di sé, e poco attente agli altri. È vero che i narcisisti sembrano avere una scarsa considerazione nei confronti di altre persone, ma è anche vero che, contrariamente a quanto si crede, queste persone sono completamente incapaci di provare amore per sé e, di conseguenza, per chiunque altro.
Da un punto di vista clinico, il narcisismo è stato relegato per molto tempo nell'ambito dei disturbi psichiatrici, quindi incurabili. Ma vari studi che sono stati fatti su persone affette da questo disturbo, lo hanno posto nel quadro dei disturbi di personalità. Nella quarta edizione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il narcisismo è collocato tra i disturbi di personalità del gruppo B, e può avere livelli di gravità diversi.
Criteri diagnostici del DSM IV
Un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1. ha un senso grandioso di importanza (per esempio: esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza un'adeguata motivazione);
2. è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;
3. crede di essere “speciale” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni) speciali o di classe elevata;
4. richiede eccessiva ammirazione;
5. ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative;
6. sfruttamento interpersonale, cioè usa gli altri per raggiungere i propri scopi;
7. manca di empatia: è incapace di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;
8. è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;
9. mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.
Approfondimenti di Alexander Lowen
Tra i teorici che si sono occupati in tempi relativamente recenti di narcisismo meritano un posto di tutto rispetto Alexander Lowen e Neville Symington , in quanto sono stati in grado di offrire una visione multisfaccettata di questo disturbo, quindi molto più vicina alla realtà.
Alexander Lowen è autore di un libro in cui affronta la natura del narcisismo sotto punti di vista nuovi e pluridimensionali. La sua classificazione delle varie turbe narcisistiche (riportata di seguito) amplia e chiarisce in modo molto efficace la classificazione, forse troppo monodimensionale, offerta dal DSM IV.
Carattere fallico-narcisistico: si tratta del livello più lieve all'interno delle varie turbe narcisistiche. Lowen descrive i fallico-narcisisti come persone che tendono ad ostentare eccessiva sicurezza nei propri confronti, con troppo marcate preoccupazioni nei confronti della propria immagine. Che siano uomini o donne, sono molto preoccupati della propria immagine sessuale, anche se esprimono questa preoccupazione in modi diversi; in particolare gli uomini sono quasi ossessionati dalla propria potenza sessuale, mentre le donne (che Lowen definisce “caratteri isterici”) sono apertamente seduttive, e tendono a misurare il proprio valore proporzionalmente alla propria attrattiva sessuale. Nel carattere fallico-narcisistico si trovano, seppure in grado minimo, tutti gli elementi distintivi del narcisismo, e cioè: la grandiosità, l'apparente mancanza di sentimenti, la mancanza del senso di Sé e la mancanza del senso di realtà.
Carattere narcisistico: ciò che salta all'occhio osservando queste persone è la grandiosità, elemento molto più accentuato di quanto non avvenga per il carattere fallico-narcisistico; vale a dire che è evidente in loro la necessità di essere sempre considerati i migliori in ogni cosa, hanno l'esigenza di essere perfetti. In effetti spesso si tratta di persone in grado di conseguire notevoli successi in vari ambiti, soprattutto in quello lavorativo, poiché hanno molta facilità di movimento in tutto ciò in cui siano coinvolti potere e denaro. Di conseguenza può succedere che l'immagine grandiosa che hanno di sé sia in un certo qual modo confermata dal modo in cui li vedono gli altri; resta il fatto che questa è un'immagine falsata, piuttosto lontana dalla realtà. Mentre riescono ad ottenere spesso grandi successi nell'ambito lavorativo, le persone con carattere narcisistico si trovano spiazzate nell'ambito dei sentimenti. Avendo poco o nessun contatto con i propri sentimenti, non riescono a gestirli, e di conseguenza non sono in grado di rapportarsi ad altre persone in maniera reale, umana.
La personalità borderline: Lowen individua due tipi di personalità borderline. Il primo tipo proietta un'immagine di sé di estremo successo, con marcate caratteristiche di grandiosità. Il secondo è invece molto schivo, vulnerabile, con una forte tendenza ad appoggiarsi agli altri. È evidente come questa suddivisione rispecchi quella fatta sopra, tra narcisisti ipervigili ed inconsapevoli. Quest'apparente contraddizione è facilmente spiegabile tenendo conto che nelle personalità borderline coesistono potenti complessi di superiorità con altrettanto potenti complessi d'inferiorità. Nel primo tipo descritto il senso di superiorità è palese, mentre quello di inferiorità è nascosto; nel secondo tipo invece accade l'opposto, ovvero è il senso d'inferiorità ad essere palese mentre è quello di superiorità ad essere nascosto. Questi individui si trovano in un eterno, fortissimo dilemma tra l'essere i migliori del mondo o l'essere niente. La differenza tra il carattere narcisistico e la personalità borderline di tipo grandioso sta nel fatto che in questo secondo caso la facciata di successo ed ineluttabilità è estremamente fragile e può crollare al primo segno di stress, rivelando il bambino insicuro e terrorizzato che tale facciata doveva celare.
La personalità psicopatica: in comune con le altre varianti di narcisisti, coloro che presentano una personalità psicopatica, dimostrano arroganza, disprezzo per l'umanità, e tendono a sentirsi superiori a chiunque altro. Diversamente dalle altre varianti, le cosiddette personalità psicopatiche hanno una tendenza molto forte ad agire i propri istinti antisociali rubando, imbrogliando, sfruttando le persone senza presentare alcuna traccia di senso di colpa. Il carattere psicopatico mostra in modo evidente ciò che in altre forme di narcisismo è generalmente celato, ovvero la tendenza ad agire e l'impossibilità di procrastinare la soddisfazione dei propri impulsi. Diversamente da come si potrebbe immaginare, le personalità psicopatiche possono conseguire un alto grado di successo in ambito lavorativo, diventando politici, avvocati, manager, e veicolando in queste attività i propri impulsi omicidi, quindi portandole avanti senza alcun rispetto per gli altri esseri umani; e non è un caso che nella società occidentale si affermino professionalmente persone con questo tipo di caratteristiche. Tanto è vero che per conseguire questo tipo di successo sembra sia fondamentale non avere alcun tipo di sentimento, e la mancanza di sentimenti è uno dei principali indici diagnostici per determinare la gravità di un disturbo narcisistico.
La personalità paranoide: caratteristica tipica delle persone con personalità paranoide è il sentirsi sempre al centro dell'attenzione, immaginare che tutti i discorsi, tutti gli sguardi siano rivolti a loro, con intenzioni malevole. Poiché hanno una percezione di sé come superiori a chiunque altro, ritengono che le persone non facciano altro che tramare alle loro spalle, mosse dall'invidia. In questo tipo di personalità troviamo espresse al massimo grado tutte le caratteristiche tipiche dei disturbi narcisistici: divario tra l'Io e il Sé, mancanza di contatto con la realtà, arroganza, insensibilità verso i sentimenti altrui. Questo tipo di personalità, diversamente da quelle precedentemente elencate, riesce a raggiungere livelli molto bassi di adattamento, e spesso vi si possono trovare dei tratti che sono tipici della psicosi.
Da questa classificazione possiamo notare come Lowen abbia considerato il narcisismo in tutta la sua complessità, come un disturbo che può comparire in forme molto diverse. È della stessa idea Neville Symington, che si spinge fino ad affermare che il narcisismo possa trovarsi alla base di tutti i disturbi mentali.
COME SI DIVENTA NARCISISTI
Per capirlo, dobbiamo anzitutto considerare i concetti di Sè e Io.
Dal punto di vista di Lowen, il Sé è innato, si forma insieme al bambino, è biologico, e si può definire come la capacità di sentire del corpo. L'Io invece si forma con la crescita, ed è ciò che ci da la consapevolezza del Sé.
Si possono trovare analogie interessanti mettendo a confronto le teorie di Lowen e Symington sull'origine dei disturbi di tipo narcisistico. Symington parte da una classica teoria psicanalitica, secondo la quale il narcisismo è un rivolgimento della libido verso l'interno, ma la amplia e la sviluppa.
Per esaminare questa teoria si può partire dal concetto di Sé coesivo (simile al concetto di Sé espresso da Lowen), che può essere definito come l'unione tra mente e corpo. La presenza di un Sé coesivo (che avviene molto presto nella vita del bambino) genera il narcisismo di base. Ed è proprio a questo punto che può verificarsi una scissione. Se le risposte della madre nei suoi confronti sono positive, il bambino svilupperà una “pelle psichica”, ossia un'interiorizzazione del vissuto di stimolazione tattile, che serve a contenere ed unificare le sue esperienze. Quindi egli potrà interiorizzare una serie di oggetti buoni, e sarà capace di sviluppare un Sé relazionale ed un sano amore di sé. D'altro canto, se la madre non risponde correttamente alle richieste del bambino, egli si ritirerà da lei, sviluppando ciò che viene definito “pelle muscolare”, ossia un surrogato della pelle psichica, che però funziona come un'armatura, e non consente scambi con l'esterno. In questo caso, il bambino riuscirà ad interiorizzare solo oggetti cattivi, sviluppando un Sé non relazionale e quindi una prima forma di narcisismo.
Il concetto di pelle muscolare è affine a ciò che Lowen descrive come le contratture muscolari tipiche dei pazienti con problemi narcisistici. Tali contratture, secondo Lowen sono dovute al fatto che i narcisisti devono evitare a tutti i costi di provare emozioni; poiché le emozioni si esplicano come sensazioni provenienti dal corpo, essi si difendono bloccando le percezioni.
Symington, dal canto suo, inserisce nella propria teorizzazione un concetto completamente nuovo, centrale per comprendere come si sviluppino i disturbi narcisistici. Si tratta del concetto di vivificatore. Lo si può definire nel modo seguente: un oggetto associato al seno, alla madre, all'altro. Non è nessuno di questi, ma non può esistere separato da questi oggetti. Si può dire che il vivificatore sia l'alternativa a sé stessi per quanto riguarda l'amore. È inoltre un concetto paradossale poichè, da un lato, esiste solo nel momento in cui viene scelto, dall'altro ha una sua propria vita.
Symington ha ipotizzato che il rifiuto del vivificatore conduca in maniera diretta ad una scelta di tipo narcisistico. Tale rifiuto avviene molto probabilmente nell'infanzia, nel caso in cui la madre si dimostri non disponibile per il bambino; ma il rifiuto non può essere totale, perchè sarebbe messa in pericolo la sopravvivenza del bambino. Così il bambino scinde il proprio Sé, ed una delle sue parti rifiuta il vivificatore. Questa struttura si definisce nucleo narcisista. Ciò che è forse più innovativo nella concettualizzazione di Symingotn è che, secondo questo autore, la scelta che il bambino fa è volontaria.
Dal canto suo, Lowen traccia un quadro abbastanza simile rispetto alla formazione di un nucleo narcisista. Egli parte dalla constatazione che in presenza di una madre rifiutante, il bambino nega i propri bisogni e sentimenti di affetto, poiché non ritiene di poter avere una risposta adeguata.
Lowen traccia il seguente percorso:
1. Vissuto di umiliazione, che rappresenta la ferita narcisistica, situazione nella quale ci si sente impotenti mentre qualcuno esercita su di noi il proprio potere; tale ferita si verifica in età molto precoce.
2. Atteggiamenti di seduzione da parte del genitore di sesso opposto; ciò genera nel bambino un sentimento distorto rispetto all' “essere speciale”.
3. Rifiuto; ossia, il genitore che ha precedentemente sedotto il bambino lo rifiuta, facendolo per di più sentire in colpa per i desideri che egli stesso ha suscitato.
Per spiegare la formazione di un nucleo narcisistico, Lowen sottolinea un concetto in particolare, ed è l'esperienza dell'orrore. Egli sostiene che molti dei suoi pazienti sofferenti di un disturbo di tipo narcisistico narravano in terapia degli episodi della loro infanzia che facevano rabbrividire, ma loro non provavano alcuna emozione nel raccontarli. Lowen ipotizzò che, poiché esperienze terribili nella prima infanzia in genere fanno dubitare il bambino dei propri sensi (in quanto queste esperienze contrastano in modo assoluto con l'idea di come dovrebbero andare le cose), tali esperienze vengano sottoposte ad una potente negazione. Se le esperienze di orrore sono reiterate, è facile immaginare cosa può succedere: il bambino comincerà a dubitare sempre di più di sé e delle proprie sensazioni, e a negarle volontariamente. Una volta stabilizzatasi, tale negazione diverrà totalmente automatica ed inconsapevole.
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giovedì 2 giugno 2005
L'invisibile seduzione
Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: "E` vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell`albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete".
Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male". Allora la donna vide che l`albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch`egli ne mangiò.
Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l`uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
Ma il Signore Dio chiamò l`uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto".
Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell`albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?".
Rispose l`uomo: "La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell`albero e io ne ho mangiato". Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". (Dal Libro della Genesi, cap.3)
Il male più insidioso e pericoloso si innesca piano piano, con molto garbo e acclamato spirito di generosità negli animi di chi, ancora, è vittima di un problema personale che, oggi, viene quasi acclamato a virtù: l'ostentazione, la presunzione. E infatti il serpente per tentare la donna cose le rivela? Che il frutto proibito le conferirà il potere di conoscere il bene e il male e di diventare quindi come Dio! Se non è presunzione questa... Nei circoli che si dedicano allo spirituale viene definito ego, gli americani lo chiamo "ego trip", ed è sempre e di nuovo lì che si annida con perfida soddisfazione la tentazione più pericolosa, invisibile e seduttiva del male.
Che il mondo sia tutto preso dalla forma a discapito della sostanza, ebbene non è certo una novità. Lo sappiamo e ne siamo preparati. Ma che la presunzione regni sovrana proprio fra coloro che si acclamano spirituali, beh, lì è certamente più grave.
Lo sanno bene coloro che combattono il male, i veri guerrieri dello spirito, che conoscono il nemico, anche se, a volte, purtroppo, capita pure a loro di perdere magari qualche battaglia. Il male è infatti furbo, insidioso, scaltro, astutto... e noi siamo proprio dei grandi ingenuotti. I buddisti affermano che i demoni sono sempre in agguato: ed è proprio così. Ci spiano in continuazione per scoprire i nostri punti vulnerabili in cui entrare piano piano, per poi diventare dei trionfanti dittatori.
E il nostro punto più delicato, e quindi aperto alle sottili sollecitazioni del male, è proprio la presunzione. Gli esoteristi di una volta, quelli che veramente la sapevano lunga e non gli improvvisati di oggi, che pullulano in questo mondo della cosiddetta nuova spiritualità, sapevano molto bene di che mostro si trattasse. Infatti mettevano bene in guardia dai tipici trabocchetti del male, coloro che iniziavano ad avventurarsi sugli sdruccioli sentieri della spiritualità. Infatti, chi inizia il raccoglimento che conduce poi alla meditazione, o anche le pratiche di respirazione, come pure quelle della connessione interna, va a sollecitare molte voci interiori che oggi, così scioccamente vengono proclamate le voci della guida spirituale, oppure addirittura si lascia loro credito, accettandole come entità buone che vengono ad aiutarci.
Si sa molto bene in psicologia che queste voci interiori sono gli echi dei nostri movimenti emozionali e quindi sono attentamente da indagare, per poi approfondire e quindi risalire alla vera motivazione nascosta che le ha generate. Lo sapevano gli esoteristi, o i mistici, che invitavano l'adepto a un severo lavoro di purificazione, fatto in genere di umiliazioni - anche ricercate, sì perché quello è l'unico modo per sgonfiare l'ego che vuole invece dominare.
Il male è insidioso e il miglior modo per trovare accesso è proprio quello di manifestarsi facendo credere alla persona che lo sta contattando di essere una qualche entità buona che desidera aiutare la povera umanità sulla via della distruzione e che lui - o lei, sono i prescelti per portare avanti questa nobile missione. Ora, chi mai rifiuterebbe un simile aiuto? Uno sciocco certo! E invece no. Lo sciocco è chi invece crede a un qualcosa che non può verificare.
Il ragionamento è molto semplice e di infinito buon senso. Se un ladro venisse alla vostra porta, vi aspettereseste che si presentasse come un ladro? No di certo, e infatti di solito si travestono, o l'operaio dell'azienda elettrica, o il finto assicuratore, o quello che fa un'indagine di mercato... Lo stesso accade con questo mondo dell'invisibile. Sì perché poi, ricordiamolo, ognuno attira a sé il suo corrispondente. Se qualcuno non è puro e umile - ma sul serio, non di quella falsa modestia che però è ancora una volta ostenzazione - come fa ad attirare un'entità buona? Attirerà invece il suo corrispondente, ovvero un'entità immatura, che ha bisogno di ricevere gratificazioni, proprio come la persona a cui si presenta. E infatti la leva tipica su cui queste voci interiori, o entità, fanno affidamento è proprio quella del far credere all'interessato di essere un prescelto.
E' chiaro che chi si sente investito da tale responsabilità di fronte all'umanità non si tira per niente indietro! Ed eccola qui la presunzione, l'ego che con finta modestia si gonfia! E quanti contattano santi, maestri disincarnati, entità di varia natura, c'è chi persino contatta Dio in persona e, ovviamente, come si fa a dubitare di chi si proclama così buono e generoso verso il destino dell'umanita?!
Certo, è vero, molti di questi consigli elargiti da tali contatti non sono negativi. I più si rifanno agli scritti spirituali e quindi non sbagliano di certo. Poi alcuni elargiscono pure delle conoscenze scientifiche, che vengono fatte passare per ancora sconosciute - e infatti lo sono certo per i più, ma se si indaga bene si viene sempre a scoprire che si tratta di informazioni già note (in genere ai circoli più alti della scienza, non certo conosciuti dalla massa, anche da quella della comunità scientifica). Altre elargizioni sono costituite da delle specie di miracoli iniziali.
Solo che poi, quando hanno ottenuto la loro bella schiera di adepti che li adorano,o per le rivelazioni così pie, o per quelle così sceintifiche o per i miracoli compiuti, il gioco è fatto. Ecco ottenuta l'energia di gratificazione di cui abbisognano le anime di quelle entità, per questo le elargizioni iniziano piano piano a scemare. Se poi, nel frattempo, il "prescelto" si è organizzato - come fanno in genere tutti gli americani e chi, anche da noi, ha imparato a imitarli - la ricchezza della persona è garantita. Eccoli tutti quanti appagati. L'entità gliel'aveva infatti assicurato che la loro vita sarebbe cambiata!
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martedì 2 novembre 2004
Dove inizia la pace
Da un lato le guerre sembrano continuare a scoppiare minacciose, incombenti… dall'altro tutti predicano amore e bontà. Ma dove inizia veramente una pace che sia apportatrice di dignità per tutti?
Spiritualità oggi, per lo meno per la grande massa, spesso significa professare una generica bontà. Una folta schiera di più o meno credibili “maestri” di crescita, come pure il clero e gruppi cattolici/cristiani di massa, invitano a non giudicare e ad “accogliere” l'altro. Presupposti questi che sembrano indispensabili per un mondo di pace.
Tuttavia, sebbene molto giusto da un lato questo principio, deve però essere compreso e, soprattutto, ci si deve arrivare non perché si castra la propria percezione, ma perché ci si migliora, riconoscendo e sciogliendo certi grovigli interiori.
Questo riconoscimento del proprio stato interiore, deve quindi permettere poi, nei confronti del mondo esterno, una cristallina serenità di giudizio. Perché il discernimento è indispensabile anche nei confronti dei "maestri", e la forza interiore è pure indispensabile, per resistere di fronte alla massa che taccia ingenuamente per "cattivi", "duri", "rigidi" se si esprime un disaccordo. Tuttavia il disaccordo, ricordiamolo, deve essere lecito, e deve anche essere espresso nel modo più corretto.
SAPER DISCRIMINARE
Notate la differenza: se dite “tu sei un insolente borioso” questo è un giudizio che esprime una condanna dell'altro e, come tale, è veramente da evitare. Se invece dite: “qualcosa di te non mi piace e non mi convince”, non esprimete alcuna condanna bensì riferite a voi - quindi non all'altro - il vostro giudizio mentre evidenziate il fatto che qualcosa non vi persuade. Ovvio che l'altro, anche di fronte a questo secondo tipo di affermazione più corretta, se è borioso, la prenderà male, ma questo dovrà rimanere un suo problema e non il vostro! Infatti spetterà alla vostra correttezza comprendere se è perché rispecchia magari dei vostri insoluti, che allora dovrete affrontare e sciogliere, oppure se è perché, questo “maestro”, dice cose che poi non fa o che sono mal interpretazioni banali di concetti molto più ampi, e via dicendo.
Ci si ritrova spesso sommersi da grandi predicatori, che poi non sanno vivere sul serio e dal di dentro quello che predicano (ovvero con animo genuino e non per l'imposizione di un atteggiamento volutamente “perfetto” che stanno, per così dire, recitando). Per questo è indispensabile saper rimanere critici e, all'occorrenza, saper esprimere il proprio disaccordo. Questa azione non potrà che essere positiva alla crescita di entrambi, in quanto farà da specchio, utile per riconoscersi (anche se ciò può essere che non accada subito!) mentre chi si esprime farà esercizio di dignità riaffermata e, soprattutto, esercizio di correttezza nell'esprimersi.
I nuovi e vecchi pensieri spirituali continuano a sollecitare all'amore e alla bontà e al non giudizio. Che siano gli insegnamenti delle nostre dottrine di casa, o quelle orientali di cui oggi tutti, chi più chi meno, sa qualcosa, oppure quelli che ormai a iosa ci arrivano da “altre dimensioni” (alcune si definiscono da “entità spirituali”, o da “disincarnati più o meno evoluti”, o da “extraterrestri” che hanno a cuore le sorti dell'umanità…) ma tutti quanti esortano alla pace e all'amore. Lo sappiamo, queste sono due verità fondamentali. Ciò nonostante l'aspetto essenziale va spesso perduto, perché al posto di forgiare il carattere delle persone contribuiscono invece ad ammansirlo, a subordinarlo, affievolirlo.
Se analizziamo il modo in cui vengono fatti applicare tali insegnamenti non si può fare a meno di osservare che sembrano mirare a creare un'umanità di personaggi docili e concilianti, incapaci di discernere e quindi distinguere e scegliere veramente autonomamente ciò che va bene da ciò che invece, nonostante l'apparenza positiva, è deleterio per loro.
SOLO UNA QUESTIONE DI BONTA'?
Se ci si rifà agli antichi insegnamenti spirituali, quelli, per intenderci, di grandi figure quali il Budda, il Cristo, o altri Avatar importanti (ovvero non di quella miriade di personaggi improvvisi, spuntati come funghi in questa “creativa” era della cosiddetta new age), l'amore è un sentimento da coraggiosi e non da codardi e arrendevoli.
Invece, questa folta schiera di novelli guru, tutti baci e abbracci, non fa che invitare a essere buoni, disponibili, sorridenti, accondiscendenti nell'accettare l'altro. Così, anche quando qualcuno commette azioni su cui ci sarebbe da ridire, il grande e sempre più mansueto popolo della nuova spiritualità - come pure quello dei nuovi cristiani o dei pii cattolici, si sente in dovere di non reagire, perché solo così facendo è bravo e “ama”. Così finisce che, nel tempo, smette di reagire anche quando queste azioni diventano addirittura scorrette, ingiuste e immorali.
Poiché tutte queste teorie, proclamano di rifarsi alle antiche dottrine, uno con un po' di senso critico, non può fare a meno di osservare l'incongruità di tali affermazioni. Infatti, è vero che le dottrine spirituali invitano all'amore, ma che amore intendono, quello bonaccione di chi accondiscende a tutto perché altrimenti offende l'altro, oppure l'amore che è baluardo di verità – ma la verità significa riconoscere e affermare ciò che è nero, per distinguerlo da ciò che è bianco!
Visto che viviamo in un paese cattolico, pensiamo al Cristo e rifacciamoci a un esempio eclatante, quello del tempio, dove Gesù trova dei balordi a mercanteggiare.
Il Cristo di fronte a quella degenerazione non è andato molto per il sottile quando li ha violentemente sbattuti fuori, rovesciando e distruggendo tutti i loro banchetti! Altro che vogliamoci tutti bene! Di fronte a un'azione scorretta il Cristo ha reagito, e lo ha fatto con chiaro impeto e determinazione (né ha poi pregato il Padre, perché lo perdonasse della sua azione violenta)!
Oppure, per chi conosce un po' di più il pensiero induista, pensiamo a un altro grande maestro, più vicino a noi, Babaji, che in moltissimi dei suoi discorsi, invitava sì all'amore, ma al contempo spronava energicamente a prendere posizione dichiarata contro il negativo (ovviamente, in questa nostra epoca che mira solo al buonismo totale, nei libri poi pubblicati, sono stati scelti unicamente quei discorsi in cui parlava di “amore” e basta!). Tanto per riportare un esempio, ecco alcune delle sue affermazioni:
“Il nostro obiettivo principale deve essere la pace nel mondo. Ma gli esseri umani di oggi sono diventati dei codardi. L'ideologia della non violenza ha influenzato negativamente l'umanità, che ha perso il coraggio di agire giustamente. Il sangue dell'essere umano è diventato simile all'acqua (qui Babaji si riferisce a un proverbio indiano che parla di quelli che non oppongono resistenza al male). Invece si deve essere forti nel proteggere la giustizia. La non violenza ha generato l'incapacità a discriminare il bene dal male.”
Un altro egregio esempio a cui possiamo riferirci è Gandhi, il testimone più credibile della dottrina della “non violenza”. Questo grande uomo, nonostante il suo messaggio d'amore, non ha dimenticato la dignità. Infatti ha ben discriminato tutte le volte che immancabilmente ha dichiarato le cose non giuste e scorrette che vedeva. Ma lo ha fatto sempre e solo senza violenza e senza condanna dell'altro.
Ovvero ha sempre denunciato le ingiustizie, pronto a pagare in prima persona la reazione violenta di coloro che non amavano sentirsi dire in faccia la verità, detta con un tale tono sereno e dignitoso, che non lasciava spazio a nessuna replica, tanto era evidente la verità affermata!
Se si va poi a controllare gli insegnamenti dei grandi di ogni pensiero religioso, si trova lo sprone al coraggio della verità, proclamata con amore. L'amore, non è buonismo, l'amore è verità e giustizia affermati semmai con amorevolezza, anche se in alcuni casi è importante la veemenza se non addirittura la collera. Persino il Dalai Lama, che da tutti viene portato a esempio di una compassione a oltranza, così afferma: "Fra le emozioni negative figura la rabbia di cui si possono distinguere due tipi, uno dei quali potrebbe essere trasformato in emozione positiva. Per esempio, se una persona ha un effettivo motivo di preoccupazione verso un'altra e quest'ultima non bada ai consigli e avvertimenti ricevuti, a quel punto l'unica soluzione possibile per fermare le malefatte di quell'individuo è intervenire di prepotenza.Sulla base di una motivazione compassionevole, in alcuni casi la collera può essere utile perché ci permette di sviluppare maggiore energia e di agire con prontezza. Abitualmente l'ira conduce però all'odio, sentimento sempre e comunque negativo. (...) E' necessario agire con saggezza e buon senso, senza ira né odio. Se la situazione è tale da richiedere un'azione da parte di chi è stato offeso, allora è possibile ricorrere a una contromisura, lasciando però sempre da parte ogni sentimento di rabbia e di odio. (...) In una società competitiva come quella moderna, a volte, è necessario ricorrere a manovre di 'controffensiva." (Da "I valori della vita", i discorsi del Dalai Lama, Armenia).
Anche nella visione cattolica un certo tipo di collera è positiva. Scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose, che è la "collera santa" a dover essere recuperata:
La Scrittura e la Tradizione parlano anche di una santa collera, di una collera-virtù, di “una collera che nasce dallo zelo e che è una virtù” (Gregorio Magno, Moralia V,82).
Come definire una santa collera? Che cosa rende santa la collera?
È santa la collera che tiene in contatto con Dio o con l’altro uomo. La collera di Giobbe esprime la sua volontà di non fare a meno di Dio, di non staccarsi da lui; essa lo mette in un rapporto di opposizione talmente personale con Dio che non può certo accontentarsi di spiegazioni di seconda mano. (...)
È santa la collera che non si arroga il diritto di fare vendetta dando così il via a una spirale di violenze e ritorsioni senza fine.
È santa la collera che non ha in se stessa il proprio fine, ma tende a ritrovare la pienezza della relazione con l’altro.
È santa la collera che si accende di fronte all’ingiustizia, all’oppressione, alla violenza perpetrata dai prepotenti.
È santa la collera che mi separa da situazioni di violenza subita che rischierebbero di trascinarmi nella confusione e nell’informe e che mi separa da persone che mi manipolano e mi usano.
È santa la collera che si scaglia contro immagini colpevolizzanti o distorte di Dio e che rompe con sistemi ideologici o religiosi che contraddicono l’umano, come fa Giobbe che rifiuta il principio della retribuzione.
È santa la collera che tende alla purificazione del cuore: “Senza collera non vi sarebbe purità nell’uomo se egli non si irritasse contro tutto ciò che è seminato in lui dal Nemico” (abba Isaia).
È santa la collera che si dà un limite: “Adiratevi, ma non peccate. Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26). (Da un articolo apparso su L'Ancora)
Purtroppo, quei “precetti pii” che sono invece predicati, si vanno a innescare egregiamente in secoli di condizionamento pseudo cattolico – dico pseudo perché, come ben sappiamo, è piena la nostra storia di innumerevoli “Don Abbondio”– che ci hanno condizionato a essere solo remissivi e a pregare Dio nella speranza di risvegliare la Sua pietà e ottenere così una qualche grazia. Chiaramente, su un substrato del genere, “maestri” banali che non sollecitano il coraggio e il recupero della dignità ci trovano già molto ricettivi a quel tipo di messaggio pietista, da cui poi diventa difficile liberare le nostre anime da tutti quei secoli di suggestioni in tal senso!
In altre parole, sembrerebbe proprio che si stia creando un'umanità docile e accondiscendente.
CONFONDERE L'EMOZIONALE CON IL REALE
In alcuni ambiti di lavoro, specie in quelli che hanno a che fare con lo sviluppo delle capacità di interazione sinergica nelle aziende, si insegna a non fare l'errore di confondere il personale con il professionale. Il personale sta per ciò che è percepito attraverso le lenti colorate delle proprie emozioni, mentre il professionale, ovvero il reale, è quello che invece è al di là di ogni possibile colorazione emozionale.
Come si può ben capire, questo consiglio sarebbe veramente utile metterlo in pratica dovunque e non solo nell'ambito lavorativo!
In genere, quando si entra in rapporto di simpatia o cordialità con una persona, come pure quando si tratta di familiari, la maggior parte degli individui trova difficile attenersi ai semplici fatti, quando questi accadono, e fare quindi un appunto deciso all'amico/amica, al familiare, se questo fa qualcosa che non va. Si tende a coprirlo, a soprassedere. Cosa deleteria nei rapporti di lavoro, che smettono di essere giustamente produttivi, proprio perché non si osa far notare certe manchevolezze (che comunque vanno poi a incidere sul tutto, non dimentichiamolo!). Ma la cosa è deleteria anche nei rapporti familiari e in quelli sociali, specie poi in questi gruppi della nuova coscienza dove, appunto, non si ha il coraggio di manifestare serenamente il proprio dissenso o il far notare gli errori, in modo molto semplice e, soprattutto, pulito da ogni risvolto emozionale.
Come già accennato prima, Gandhi ha sempre parlato e manifestato il suo dissenso, o le manchevolezze riscontrate, ma lo ha sempre fatto senza mai metterci dell'emotivo - andatevi a rivedere il magnifico film “Gandhi” e osservate bene come lui parla e afferma la verità!- dichiarando semplicemente e anche con amorevolezza serena ciò che voleva evidenziare.
Quindi, ricapitolando, ciò su cui bisogna lavorare in questo contesto è: il discernimento. tale qualità mentale si manifesta:
- nella consapevolezza di ciò che si sente giusto e positivo e che si distingue da ciò che, invece, non si avverte come indicato a noi (il che non vuol dire che è per forza negativo per tutti, magari per alcuni è positivo e auspicabile, mentre per altri, anche se magari lo potrebbe pure essere, non è però accettabile al momento!),
- con la verifica che, quanto indicato, produca reali cambiamenti in positivo nel nostro modo di interagire con le sfide quotidiane, affrontandole al meglio di noi stessi;
- il non confondere e frammischiare la risposta emozionale con il reale, da manifestare in modo semplice, pacato e senza reazione emotiva - avendo però prima ben valutato se invece una presa di posizione più decisa e forte non sia invece il metodo migliore da applicare.
LA PROVA DI VALIDITA'
È inevitabile ma anche giusto che, di fronte a un qualcosa, venga spontaneo esprimere un “giudizio". Per fare in modo di agire correttamente non dovrete zittire la vostra capacità di discernimento ma invece verificare, se quanto vi viene spontaneo da dire, sia semplicemente una critica gratuita, che non serve a nulla, se non a “schiacciare” l'altro, oppure se è, invece, la constatazione che, quello che vi viene detto, o la persona che vi sta di fronte, non vi convince per niente.
Magari non saprete subito dire perché non vi convince, e magari sarà pure dovuto al fatto che, chi vi sta di fronte, rispecchia vostre caratteristiche negative non riconosciute, al che dovrete lavorare su questo riconoscimento, per sciogliere quei nodi interiori, generati dalle sofferenze passate che offuscano il vostro cuore. L'importante è però non generalizzare e, soprattutto, non stroncare il vostro discernimento.
Infatti, se leggete un libro, ascoltate un qualcuno, interlocutore, relatore, maestro, professore… che sia, la mente deve entrare in azioni immediatamente, ma lo deve fare in modo ecologico e non distruttivo. Quindi, per farlo, considerate sempre due aspetti essenziali:
1. come voi stessi avete fino a ora contemplato la questione e rapportate quindi le vostre conclusioni a quanto vi viene ora indicato. Non prendete mai per oro colato quanto vi viene detto, non importa chi avete davanti, se un emerito professore o la regina di tutte le scienze, non lasciatevi intimorire, anche perché non sempre le persone sono così autorevoli e “sapute” come vorrebbero farvi credere!
Rifate sempre il ragionamento che vi viene presentato per collegarlo poi con le riflessioni, che voi stessi avevate già elaborato sul tema in questione. Questo vi permette, innanzitutto, di rivedere i vostri ragionamenti, affinarli e migliorarli anche, grazie all'apporto di quanto avete appena letto o sentito, oppure, di contro, vi permetterà di individuare se il pensiero che vi viene presentato è difettoso. Non si tratta di diventare dei polemici cavillosi, ma di sviluppare, invece, la qualità del discernimento, che poi si manifesta nelle giuste argomentazioni che presenterete.
2. L'altro aspetto da considerare, una volta che avrete appurato che il ragionamento presentato “funziona”, è quello di verificare se tutto ciò abbia senso nel vostro quotidiano. Ovvero, quanto vi viene detto serve a migliorare la vostra capacità di affrontare praticamente e in modo evolutivo il quotidiano? Cioè vi sono stati dati degli input che potete immediatamente provare a mettere in pratica, così che le vostre attitudini vengano sollecitate al miglioramento di voi stessi a livello interiore ed esteriore?
Un terzo aspetto, da considerare non appena sarete più avvezzi ai due precedenti, è quello di appurare se quanto indicato, non solo sia utile e benefico alla vostra vita ma, attraverso di voi, potrà portare benefici alla vita altrui e all'ambiente. È da questa considerazione che vengono piantati dei veri semi di pace, fatta di rispetto della propria ma anche dell'altrui vita.
Il risultato dell'elaborazione di questi due (tre) punti, costituisce la prova di validità che dovrete abituarvi a eseguire, altrimenti perderete solo del tempo e vi illuderete di procedere, quando invece starete solo gratificando il vostro (e spesso anche l'altrui) ego.
Ovviamente, tutto ciò si riferisce a quanto viene presentato come crescita interiore. Le tematiche che vanno al di fuori di questo contesto dovranno essere considerate diversamente, di conseguenza, leggendo un bel libro di filosofia vi potrete anche dilettare nelle speculazioni, e questo andrà bene, farà esercitare la mente, che ha sempre bisogno di allenarsi, proprio come un muscolo da mantenere in esercizio!
C'è poi ancora qualcosa da non dimenticare: non esiste giudizio definitivo. Ovvero, se ora un qualcosa vi appare non accettabile, non è detto che tale valutazione rimanga la stessa per sempre. Chi è in crescita cambia, e cambia quindi le prospettive, per cui può benissimo essere che fra una settimana, un mese, fra un anno, due ecc., ciò che oggi si reputa negativo, risulti invece interessante e probabile. Quindi abituatevi ad accettare il cambiamento di visuale.
SEMINARE LA PACE
Non si può pensare di coltivare dentro di sé dei sentimenti di pace se si parte sopraffacendo la propria dignità a opera di falsi buoni, falsi maestri, falsi perfetti.
Viviamo in un'era che è sempre di più diventata dell'apparenza. Non è vero ciò che è vero ma diventa vero ciò che viene dato come tale. È importante che ci si lasci convincere da testimoni credibili. Questi diventano tali solo se vivono quello che insegnano – per lo meno nel contesto della crescita interiore e della spiritualità.
Discriminare e poi manifestare il proprio discernimento senza però metterci una carica emotiva negativa (come Gandhi, appunto) è chiarezza, è verità e, in definitiva, è amore.
NOTA AGGIUNTIVA
NON ARRABBIARSI E POI?
Un antico apologo indiano potrebbe forse risultare istruttivo:
"C'era una volta un serpente assai velenoso e feroce che un giorno incontrò un vecchio saggio, il quale lo convinse a diventare mansueto. Non appena gli abitanti del villaggio si accorsero che il serpente se ne stava quieto quieto in un angolo, iniziarono a tirargli sassate, a sottoporlo ad angherie e feroci sevizie.
Il serpente subiva e sperava che il vecchio saggio tornasse a liberarlo dell'infausta promessa. Il saggio finalmente riapparve per dirgli che aveva travisato consiglio e promessa, che smettere d'iniettare veleno non significava rinunciare ad emettere sibili e fischi".
(Serena Foglia, I nostri sette peccati , Rizzoli, Milano 1990)
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venerdì 11 giugno 2004
L’impossibile possibile
Le vie d’esplorazione all’interno della nostra psiche sono vastissime, le ricerche sull’uso di droghe, tecniche di respirazione ed esercizi dalla discipline orientali ci permettono di comprendere che le nostre possibilità sono solo una questione di convinzione…
“Noi siamo finiti fuori e infiniti dentro”, così afferma Igor Sibaldi nel suo libro I Maestri invisibili. In questa immensità interiore si apre il mistero di mondi infiniti entro cui l’esplorazione avanza guardinga e, al contempo, affascinata. La ricerca per individuare le possibilità della coscienza sono ormai oggetto di studio da molti anni. Da dove viene la nostra percezione del reale, e il ‘reale’ è proprio oggettivamente reale o è una nostra invenzione - che poi diventa reale? Allora siamo proprio noi gli artefici della nostra realta?
Gli esperimenti e gli studi condotti sono impressionanti, ma, ovviamente, sono da considerarsi ‘sicuri’ se eseguiti con cognizione di causa e sotto il controllo di persone competenti, altrimenti si corre il grosso rischio di distruggere l’integrità funzionale della persona!
LE SPERIMENTAZIONI DEL DOTTOR STANISLAV GROF
Diversi sono gli scienziati che si stanno approcciando a questa perlustrazione, uno di questi, Stanislav Grof, responsabile della ricerca psichiatrica al Maryland Research Center, ha approfondito gli studi da lui effettuati sugli effetti dell’allucinogeno LSD, quando ancora si trovava nella nativa Praga. “Quando Grof iniziò la sua ricerca, la maggior parte degli scienziati considerava l’esperienza dovuta all’LSD come poco più di una reazione da stress, come il modo del cervello di rispondere a una sostanza chimica nociva. Ma quando Grof studiò i resoconti delle esperienze dei suoi pazienti, non trovò prove del ripetersi di alcuna reazione da stress. Vi era invece una chiara continuità che scorreva attraverso ciascuna delle sedute con i suoi pazienti. “Piuttosto che essere causale e privo di relazione, il contenuto dell’esperienza sembrava rappresentare uno svelarsi consecutivo di livelli inconsci sempre più profondi”, dice Grof. Divenne rapidamente chiaro che la serie di sedute con l’LSD avevano la capacità di accelerare il processo psicoterapeutico e abbreviare il tempo necessario al trattamento di molti disturbi. Ricordi traumatici che avevano perseguitato individui per anni venivano dissotterrati e risolti, e a volte perfino condizioni gravi come la schizofrenia venivano guarite. Ma ciò che era ancor più sorprendente era che molti dei pazienti si muovevano rapidamente al di là dei problemi riguardanti le loro malattie e approdavano in aree inesplorate dalla psicologia occidentale. (...) Più sconcertanti di tutte furono le esperienze in cui la coscienza del paziente sembrava espandersi al di là dei consueti confini dell’ego immedesimandosi in altre forme viventi e perfino in oggetti.”
Nelle ricerche condotte da Grof si poté appurare la capacità del cervello, sollecitato dalla sostanza allucinogena, di varcare le soglie della nostra normale visione del mondo ed entrare in una realtà dell’infinito presente, dove molteplici realtà sembrano convivere contemporaneamente. Una comune esperienza dei soggetti testati era quella di rivivere la condizione intrauterina, questi erano in grado di descrivere con precisione stupefacente i processi fisiologici che avvenivano e davano informazioni così specifiche che difficilmente potevano appartenere al bagaglio comune! Questi soggetti erano inoltre in grado di descrivere i pensieri e i sentimenti importanti vissuti dalla madre, di cui, ovviamente, non erano a conoscenza. Grof, nel limite del possibile, verificò le informazioni personali date e dovette constatare la loro veridicità.
Ma più sconcertanti furono le esperienze vissute dai soggetti quando si immedesimavano in realtà estranee a quella umana. “Ad esempio Grof ebbe una paziente che divenne improvvisamente convinta di avere assunto l’identità di un rettile preistorico femminile. Non solo fornì una descrizione riccamente dettagliata di come ci si sente a essere incapsulati in una simile forma, ma osservò che la porzione anatomica del maschio della specie che trovava sessualmente più eccitante era una chiazza di scaglie colorate sul lato destro. Sebbene la donna non avesse alcuna precedente conoscenza di simili cose, una conversazione di Grof con uno zoologo confermò, successivamente, che in alcune specie di rettili le parti colorate sulla testa giocano effettivamente un ruolo importante nel provocare l’eccitamento sessuale.”
Sembrava non esserci alcun limite a ciò che i pazienti sottoposti ai test con l’LSD potessero sperimentare, questi potevano immedesimarsi in ogni situazione immaginabile e dare informazioni dettagliate a riguardo. “Era quasi come se l’LSD fornisse alla coscienza umana l’accesso a una sorta di infinito sistema di sottopassaggi - un labirinto di tunnel e vie traverse che esistono nelle profondità sotterranee dell’inconscio - e letteralmente ogni cosa nell’universo con ogni altra cosa.” Grof si chiese se si poteva accedere a tali mondi paralleli anche utilizzando altre tecniche che non includessero l’uso di droghe. Rifacendosi agli insegnamenti delle dottrine orientali, dove la respirazione viene allenata per entrare in stati ‘alterati’ di coscienza, Grof e la moglie Christina mettono a punto una respirazione, chiamata “olotropica” in grado di sbalzare l’individuo in quella rete globale di diverse realtà, dove è possibile sperimentare la totalità e, al tempo stesso, l’unicità che collega ogni esperienza.
Grof si convince che la realtà globale - e ogni singolo componente di questa realtà - sia in effetti un enorme ologramma in cui nella piccola parte si ritrovano presenti le informazioni e caratteristiche del tutto. Conia il termine “transpersonale” per descrivere quelle esperienze nelle quali la coscienza trascende i confini abituali del nostro ‘reale’. (In seguito, diversi professionisti, tra cui lo psicologo ed educatore Abram Maslow, fondano un nuovo ramo della psicologia, chiamato, appunto, “psicologia transpersonale”.)
LE PERSONALITA' MULTIPLE
Se si prendono in considerazione degli studi effettuati sulle cosiddette “personalità multiple sembrerebbe quasi che, considerando la realtà totale, tutto sia presente contemporaneamente e il tutto, cioè le singole parti che compongono questo tutto, contenga al proprio interno dei registri in cui sono presenti le informazioni inerenti la realtà totale. “È interessante notare che quando la psiche si frammenta, non diventa una raccolta di cocci rotti da bordi ruvidi, ma una raccolta di interi più piccoli, completi e autosufficienti. (...) Un’altra caratteristica insolita è che ciascuna delle personalità possiede un diverso schema di sequenza delle onde cerebrali. Questo è sorprendente poiché - come fa notare Frank Putnam, uno psichiatra presso il National Institutes of Health che ha studiato questo fenomento - normalmente le sequenze delle onde cerebrali di una persona non cambiano, perfino in stati di estrema emozione.” Le diverse personalità presentano caratteristiche, spesso, completamente diverse tra loro e, in teoria, impossibili a cambiare così velocemente all’interno di uno stesso corpo.
Un uomo affetto da personalità multipla fu punto da una vespa. Quando si presentò al suo appuntamento con la psichiatra l’occhio punto era in un tale stato di gonfiore che questa lo fece ricoverare d’urgenza. In ambulanza l’uomo cambiò personalità e passò a una ‘anestetica’ cioé incapace di provare del dolore. Il male e il gonfiore all’occhio scomparvero e quando arrivarono all’ospedale l’uomo non presentava alcun disturbo. Fu dunque mandato a casa. Tornato a casa la personalità anestetica lasciò l’uomo e quella precedente si impossessò di nuovo della sua consapevolezza: il gonfiore e il dolore tornarono immediatamente. “Cambiando personalità, se uno è ubriaco può diventare immediatamente sobrio. (...) È anche difficile anestetizzare alcuni di coloro che sono affetti dal disturbo della personalità multipla: vi sono resoconti di persone di questo tipo che si sono svegliati sul tavolo operatorio, dopo che una delle loro personalità insensibili agli anestetici aveva preso il sopravvento. Altre condizioni che possono variare da personalità a personalità includono cicatrici, segni di bruciature, cisti, l’essere mancini o destrimani. L’acutezza visiva può differire e alcuni di questi soggetti devono portare con sé due o tre paia di occhiali da vista per adattarsi alle diverse personalità che si alternano.”
Questi cambiamenti fisiologici sono tutti quanti considerati ‘impossibili’, tuttavia avvengono. Ci si chiede allora che cosa permette loro di sospendere gli effetti dell’alcool e di altre droghe nel sangue, o attivare e disattivare il diabete? Tra l’altro, se l’individuo affetto dal disturbo delle personalità multiple riesce a guarire e, in un qualche modo, a diventare un intero, riesce ancora a effettuare questi cambiamenti a volontà! “Questo suggerisce che, da qualche parte nella nostra psiche, tutti abbiamo la capacità di controllare queste cose perché “la coscienza contiene l’intera realtà oggettiva.”
LA MENTE E' TUTTO
Nel 1966 uno psicologo di Harward, Richard Alpert, cercò di approfondire gli studi sull’LSD e si recò in India. L’esperienza che più lo colpì gli provenne da un piccolo sant’uomo tutto avvizzito che incontrò sulle colline ai piedi dell’Himalaia. Quando volle fargli provare l’LSD, visto che aveva superato i sessant’anni, Alpert cercò di somministrargli una dose leggera fra i 50 e 75 microgrammi. “Ma l’uomo era molto più interessato a una delle pillole da 305 mcg. - dose relativamente considerevole. Con riluttanza Alpert gli diede una delle pillole, ma l’uomo non era ancora soddisfatto. Con un guizzo negli occhi ne richiese un’altra e un’altra ancora - si mise tutti i 915 mcg. di LSD sulla lingua, una dose massiccia secondo ogni standard, e le inghiottì (per fare un paragone, la dose media usata da Grof era di ca. 200 mcg!). Scioccato, Alpert osservò attentamente, aspettandosi che l’uomo iniziasse a fare ondeggiare le braccia e a ululare, invece si comportò come se niente fosse accaduto. Rimase in quel modo per il resto della giornata, il suo contegno sereno e imperturbato come sempre, eccetto per il guizzo nelle occhiate che lanciava ad Alpert.”
A causa delle convinzioni ricevute, noi pensiamo impossibili tali padronanze, eppure sempre più ci arrivano dal mondo della scienza le constatazioni del potere illimitato della mente. Le nostre immagini interiori, cioè i nostri convincimenti, determinano la realtà oggettiva che vivremo. Il corpo non sa distinguere tra un’immagine che è solo immaginata e una che, invece, riproduce, una situazione esterna. “L’immaginazione e la realtà sono fondamentalmente inscindibili.” dice Michael Talbot in Tutto è uno, l’ipotesi della scienza olografica. Per il nostro corpo qualsiasi immagine è reale, anche se, in effetti, questa è solo immaginaria. Lo dimostrano i successi ottenuti con i placebo, dei finti medicinali dati ai pazienti, a loro insaputa, che, sorprendentemente curano come se fossero dei reali preparati terapeutici.
UN CASO INTERESSANTE
La storia tragica, ma significativa di un uomo chiamato Wright, che soffriva di un cancro progredito alle ghiandole linfatiche, ci indica chiaramente a cosa possa arrivare il potere del convincimento. Wright era in cura dallo psicologo Bruno Klopfer, che in seguito riportò la sua storia. Il paziente era arrivato a uno stadio molto progredito di tumore e il tempo che gli rimaneva da vivere era ormai segnato. Tuttavia Wright venne a conoscenza di un nuovo farmaco, che a quanto pareva sembrava avere dei decisi effetti rigeneranti. Wright supplicò i medici di farglielo provare, nonostante il fatto che ormai avesse superato quella soglia da dove non avrebbe più potuto tornare indietro. Era così deciso nelle sue suppliche che, infine, i medici gli diedero il farmaco. Era venerdì e non ci si aspettava che Wright superasse il fine settimana. Ma lunedì, con la sorpresa di tutti, Wright gironzolava per le corsie dell’ospedale. I suoi tumori ai linfonodi si erano “sciolti come palle di neve su di un fornello a gas”, affermava Wright tutto soddisfatto. Dieci giorni dopo lasciava l’ospedale e, a detta dei medici ancora increduli, Wright era completamente guarito! Stette bene per diversi mesi, poi iniziarono ad apparire articoli in cui si scriveva che il farmaco da lui assunto non aveva quegli effetti strabilianti che all’inizio tutti pensavano avesse. Wright, una persona molto logica e razionale, incominciò a deprimersi, i suoi tumori ricomparvero e fu nuovamente ricoverato in ospedale. Il medico decise allora di fare un esperimento. Gli disse che in effetti quel primo tipo di farmaco non aveva avuto risultati molto particolari, ma ora avevano migliorato la formula e avrebbe potuto curarlo con questa. Il medico non aveva nessun medicinale nuovo ed era intenzionato a somministrargli solo acqua, tuttavia inscenò una procedura molto complicata prima di iniettargli il placebo. Anche questa volta i risultati furono sorprendenti, rimase privo di sintomi per altri due mesi, fino a quando lesse sull’American Medical Association che quel farmaco era stato definitivamente considerato inutile per il cancro. La sua fiducia ormai era stato troppo scossa, il suo tumore si ripresentò e morì due giorni dopo.
IL POTERE DELLA MENTE
La mente sembrerebbe un potente alleato a nostra disposizione. Il Dalai Lama così si esprime in proposito: “Ognuno di noi ha diritto a essere felice - è il nostro cervello la fonte della nostra forza e del nostro futuro, a condizione di usarlo in modo corretto. Dobbiamo discernere cosa generano i nostri stati mentali e usare la nostra intelligenza per scegliere con saggezza quelli da adottare. Per cambiare e imparare ad affrontare ogni sorta di emozioni è fondamentale analizzare quali pensieri sono utili, costruttivi e benefici - L’atteggiamento mentale è importante.”
Esercitare la mente a scegliere i pensieri che producono effetti benefici è senz’altro auspicabile. È un modo di approcciarsi alla vita che può solo far bene, se poi, con l’esercizio, si riuscisse a sollevare il velo dell’illusione e illuminare, poco alla volta, la nostra limitata consapevolezza - anche questo può solo essere un effetto desiderabile. Ma come sempre è l’esercizio che fa il maestro! La scappatoia della droga conduce a degli effetti eclatanti ma devastanti, per chi la utilizza al di fuori dei percorsi iniziatici o scientifici, le cui conseguenze sono spesso rovinose. Chi vuole cambiare la sua vita al meglio non può cercare effimere scappatoie. L’esistenza si migliora solo se innanzitutto miglioriamo noi stessi!
BIBLIOGRAFIA
Le citazioni sono tratte da Tutto è uno, l’ipotesi della scienza olografica, di Michael Talbot, Urra Editrice Milano.
Le parole del Dalai Lama da I valori della vita, edizioni Armenia.
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mercoledì 2 giugno 2004
L'intelligenza emotiva
Una volta Carlo Verdone, durante una chiacchierata in tv, sorrideva del fatto che di solito i personaggi che lui prendeva amabilmente in giro guardavano i suoi films, se la ridevano di gusto, e poi affermavano che sì, ci sono proprio persone del genere in giro. Quello che voleva evidenziare era che le persone non si riconoscono per niente.
Lavorando sulla consapevolezza constato pure io quanto sia incontestabile questo fatto. Andando più a fondo della questione per comprendere cosa impedisce agli individui di riconoscersi, mi sono via via accorta che, durante l'elaborazione del messaggio che ricevono, le persone in genere non compiono il passaggio successivo.
Ovvero, ogni individuo ascoltando, leggendo o vedendo una rappresentazione in cui vengono enunciati certi principi, dovrebbe sempre chiedersi: "Sono d'accordo con quanto viene esposto?" se non lo si è allora è fondamentale comprendere perché si rifiuta la questione.
Se invece ci si trova d'accordo, la mossa successiva ed essenziale dovrebbe essere il porsi la seguentedomanda: "Sì, io sono d'accordo con queste teorie, ma nella pratica del mio quotidiano - io - come mi comporto? Sono d'accordo solo nella teoria e la pratica lascia a desiderare?".
Così si otterrebbe un duplice vantaggio: da un lato si stimolerebbe il pensiero critico che va a indagare se il messaggio ricevuto può essere considerato buono - quindi da adottare se non lo si è già fatto - oppure se è lacunoso, fallace, erroneo o semplicemente inadatto a noi - quindi da rifiutare, se non da combattere!
L'altro aspetto positivo che si ottiene con questo ragionamento di verifica è quello di scoprire come sia facile essere così tanto d'accordo con le buone teorie, i buoni propositi e via dicendo, solo che poi, quando ci sarebbe da metterli in pratica e la cosa magari costa, allora, ecco che si dribbla con molta leggerezza la faccenda.
Come quando si assicura qualcuno che si farà di sicuro una determinata cosa - e mi riferisco a un qualcosa di importante ovviamente - e poi la si dimentica tranquillamente!
E' vero, questa è una caratteristica tipicamente italiana che fa impazzire gli stranieri, è una leggerezza data dal carattere piuttosto infantile di questo nostro esuberante e superficiale popolo, tuttavia è comunque segno di immaturità! Non serve a molto "filosofeggiare" sul concetto di correttezza o su altri validi e valorosi principi, e sentirsi totalmente d'accordo se poi, al di là del condividere la giusta teoria, si "dimentica" quindi di metterla pratica! E molti, però, in quasi buona fede, sono invece convinti di essere coerenti. Perché ciò accade? Cosa ci porta a mentire a noi stessi? Il non conoscersi!
Nel nostro mondo di oggi è divenuto sempre più evidente che non basta essere intelligenti, furbi, abili, e quant’altro, ciò che rende un individuo autorevole e attendibile è anche e soprattutto dato dalla sua “intelligenza emotiva”. La dottoressa Margherita Iavarone, Psicologa Psicoterapeuta Analisi Transazionale, spiega che "L'intelligenza emotiva può definirsi come intelligenza del cuore e presiede ai rapporti con noi stessi e con gli altri. È responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni, reazioni; ne fa parte la nostra sensibilità, l'adattabilità sociale, l'empatia, la disponibilità, la possibilità di autocontrollo.
La consapevolezza emotiva ci mette cioè a contatto con il nostro mondo interiore, con i nostri bisogni, le nostre aspirazioni, le nostre predisposizioni…portandoci ad esprimere e realizzare le nostre potenzialità personali, a dare il meglio di noi stessi.
Le persone che hanno scarsa consapevolezza (e maturità emotiva n.d.a.) verso ciò che provano, di fronte alle delusione cadono in sensazioni devastanti, perché non sono preparati a gestirla. Si lasciano cioè sopraffare dai propri sentimenti molto più degli altri che sono capaci di riconoscere il proprio disagio già sul nascere. Sono abituati a reprimere la propria emotività, ma questa riaffiora d'improvviso con modalità autodistruttive, non solo con inaspettate e inopportune esplosioni emotive, ma anche in certi casi con disturbi fisici anche molto gravi.
Se il nostro QI è in gran parte prefissato dalla nascita, la crescita emotiva è un processo che dura tutta la vita. Si inizia con l'insegnare al nostro corpo a riappropriarsi delle capacità di provare emozioni e sensazioni. Si tratta di allenare le nostre risorse emotive, spesso irrigidite alla stregua di un muscolo atrofizzato, in modo da potenziare la nostra autoconsapevolezza, conservare il nostro ottimismo, controllare più efficacemente i nostri sentimenti negativi, essere perseveranti malgrado le frustrazioni, cooperare empaticamente con gli altri, stabilire legami sociali…nell'obbiettivo di conseguire un futuro più sereno, una migliore qualità della vita che dia maggiore gioia a noi e a quanti ci circondano."
Quando si portano dentro diversi insoluti, di cui in genere non ci si rende conto, la propria interiorità ne è così impregnata da non accorgersi che la visione del mondo esterno viene inquinata dalle propria proiezioni personali. Una storiellina, che nella sua simpatia rivela in pieno i meccanismi di cui sovente non si è lontanamente consapevoli di esserne vittima è stata raccontata da Paul Watzlawick, sociologo e ricercatore all’Università di Stanford.
C'era un uomo che, un giorno, aveva deciso diappendere un quadro. Solo che si accorge di non avere il martello. Così pensa di andare dal suo vicino di casa a chiedergli di imprestarglielo. Mentre si incammina verso la casa del vicino, gli viene però in mente di averlo incontrato il giorno prima e questi lo aveva appena salutato. "E se adesso non mi vuole imprestare il martello?" si chiese subito dopo che la scena del giorno prima gli era venuta in mente. "Già, perché poi non mi ha salutato con il solito calore? Che ce l'abbia con me? E perché poi, io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa chissà che cosa! Certo è che, se a me venissero a chiedere un attrezzo, io glielo darei subito! E' proprio gente di quel tipo che rovina i rapporti, per di più, ora, quello lì si immagina che io ho bisogno di lui, ma glielo faccio vedere io!" Così, arrivato alla porta del vicino, suona e prima ancora che quello potesse dire una parola, si senti gridare in faccia: "Tieniti pure il tuo martello, villano!"
Come vedete da questa storiellina, ciò che è intimo e proprio, viene proiettato all'esterno e scambiato per qualcosa che appartiene all’altro, e da questa visione distorta si dà poi agli altri delle colpe, che in effetti, sono solo nostre!
Ovvero, il soggetto, per sue ragioni molto intime e nascoste, in un qualche modo non si sente a posto – magari è anche a causa dell’educazione repressiva ricevuta, che lo fa sentire in colpa quando poi di colpe proprio non ce ne sono, tuttavia fino a quando non riconosce questo strisciante senso di colpa e va a investigare da cosa deriva e, una volta identificatolo, lo elimina con un atto di consapevolezza, in quanto frutto di una educazione repressiva, ebbene dicevo, fino a quel momento quel subdolo senso di colpa agirà in lui portandolo a percepire pensieri o azioni accusatorie negli altri verso di lui che non hanno alcun fondamento oggettivo. Se l’altro non ci ha salutato, molto probabilmente era perché preso in problemi suoi. Infatti, se poi ci si prende la briga di indagare, immancabilmente si viene a sapere che è così.
Ma oggi, in cui la psicologia da rotocalco abbonda e, di conseguenza, anche la questione della proiezione è conosciuta, superficialmente, ma pur sempre si sa di cosa si tratta, ebbene le relazioni si sono ancora di più aggrovigliate in pseudo spiegazioni semplicistiche. Il caro amico e ricercatore Alberto Tedeschi, un giorno, parlando di alcune situazioni che avevamo potuto osservare di persona, notava che con questa diffusione di una psicologia banale, si è finiti a situazioni spesso paradossali. Mettiamo di vedere qualcuno che si èi inavvertitamente sporcato di vernice; lo tocchiamo per avvisarlo e così facendo ci sporchiamo la mano. Mentre ce la puliamo, avvisiamo intanto quel qualcuno che si è sporcato. Quello ci guarda incattivito dall'osservazione e, riferendosi alla nostra mano sporcata, ci grida come risposta che siamo noi a essere sporchi, per questo proiettiamo su di loro il negativo che non vediamo!
Come diceva la dottoressa Iavarone, le persone che hanno scarsa consapevolezza verso ciò che provano, possono cadere in sensazioni devastanti, faticosamente accettabili e che, ovviamente, non permettono loro di affrontare la vita con la necessaria obiettività come pure con quella sana pacatezza, che mette della giusta distanza fra noi e il mondo, quello spazio da cui ognuno può agire in modo autonomo e sinergico, dove ciò sia possibile.
L’intelligenza emotiva si basa sull’autoconoscenza, che permette di comprendere i propri moti interiori e la capacità di indagare a cosa questi reagiscono. Solo così, con questa premessa si possono sviluppare le altre tre componenti di questa funzione, ovvero l’empatia, l’interazione, ma anche un sano autocontrollo.
Il primo passo verso l’autoconoscenza è quello di essere consapevoli di quando qualcosa ci tocca particolarmente, per il fastidio o – di contro l’esaltazione. Ebbene questi sono i segnali che ci indicano che siamo nel nostro lato emozionale! E’ sempre il coinvolgimento, più o meno manifesto, che indica la sollecitazione emotiva. Quando si è in questa dimensione si deve fare molta attenzione ad affrontare questioni pratiche, in quanto, se non avremo gestito, veramente, ciò che causa il movimento interiore, inevitabilmente proietteremo all’esterno le nostre dinamiche interiore. E questo a discapito di ogni acclamata correttezza, eticità o quant’altro. Confondendo così l'emozionale con il reale, con il professionale.
Dunque, l'intelligenza emotiva consiste nella capacità di entrare in contatto con sé stessi e di avere consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e la capacità di regolare le proprie emozioni. Questo permette poi di sviluppare anche l'attenzione necessaria a percepire le emozioni degli altri, basandosi sull'osservazione attenta, che include il comportamento non verbale. Tutto ciò apre le porte all'empatia e all'intereazione. E' solo da una vera connessione con se stessi e quindi da un positivo riconoscimento e quindi gestione dei propri moti che noi possiamo sviluppare la vera apertura verso gli altri. Quando ciò manca c'è solo la costrizione di una tolleranza artefatta, che prima o poi scoppia e, proprio come nella storia del martello, si butteranno addosso agli altri situazioni che invece solo solo il frutto delle nostre proiezioni.
NOTA AGGIUNTIVA
L'INTELLIGENZA EMOTIVA IN BREVE
Il concetto di Intelligenza Emotiva elaborato da Daniel Goleman include al suo interno 5 differenti competenze. Le prime tre sono collegate alla modalità con cui noi ci relazioniamo con noi stessi e sono:
• L’Autocoscienza: ovvero la consapevolezza di sé, la conoscenza di se stessi, delle proprie potenzialità, delle proprie criticità. “Questo aspetto è un elemento importante – ricorda la dott.ssa Duccoli – perché per esempio negli stessi colloqui di lavoro, la capacità di presentare criticamente i propri punti di forza ma anche i propri punti di debolezza viene giudicata positivamente dal selezionatore”. La consapevolezza di sé implica quindi un lavoro continuo di conoscenza di se stessi e di autovalutazione delle proprie risorse interiori.
• La padronanza di se stessi: ovvero la capacità di controllare in ogni occasioni le proprie emozioni, i propri sentimenti al fine di gestire per esempio il nervosismo e lo stress. In una situazione di mercato del lavoro caratterizzata da continui cambiamenti e dalla necessità di flessibilità, la capacità delle persone di mantenersi calme senza farsi sopraffare dal nervosismo e la capacità di saper reggere e gestire lo stress sono fattori giudicati positivamente.
• La motivazione di sé: la capacità di automotivarsi è fondamentale. Essere in grado di smobilitare continuamente energie positive contribuisce a mantenere costante l’impegno e l’interesse verso le attività che quotidianamente vengono intraprese e verso il raggiungimento di obiettivi non solo professionali ma anche personali. “La motivazione di sé è legata quindi all’ottimismo delle persone, ovvero alla costanza nel perseguire i propri obiettivi senza percepire un senso di frustrazione nel caso di errori e sbagli” racconta la dott.ssa Duccoli. Anche questa competenza del resto si affina con tutte le altre parte dell’Intelligenza Emotiva con l’età, con il tempo, con i continui ritorni e feed-back.
Le ultime due competenze sono invece correlate al modo in cui gestiamo la relazione con gli altri, “Mentre la consapevolezza di sé, la padronanza di sé e la motivazione sono competenze più personali, possiamo dire che le ultime due ovvero l’empatia e l’impegno sono più di tipo sociale”.
• Empatia: ovvero la capacità di comprendere ciò che gli altri sentono, capire i loro sentimenti. Questa capacità include la valorizzazione degli altri, attraverso il riconoscimento del valore e del contributo degli altri, delle potenzialità degli altri, ammettendo e rispettando le diversità di ciascuno, superando ogni pregiudizio.
• Abilità Sociali: rientrano all’interno di queste capacità, tutto ciò che riguarda la modalità di relazione con gli altri. Non solo quindi guardare gli altri, ma interagire con loro.
(Dott.ssa Delia Duccoli, psicologa docente e consulente ISTUD)
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domenica 4 aprile 2004
L'abuso emozionale
Una situazione di abuso verbale o emozionale avviene quando una persona "utilizza" una seconda persona (marito, fidanzato, conoscente,ecc.) prevalentemente nell'intento di soddisfare le proprie necessità (consce o inconsce), che possono essere emozionali, materiali o sessuali. L'abuso verbale o emozionale avviene prevalentemente in famiglia, ma può accadere in situazioni lavorative, in rapporti pseudo-sentimentali, tra amici e conoscenti.
Un testo interessante che tratta l’argomento e di cui vi fornisco una sintesi
è "The emotionally abused woman" di Beverly Engel. Si riferisce principalmente all'abuso in ambito familiare ma i consigli sono applicabili a tutte le vittime di abusi, anche in altre situazioni non domestiche.
Si definisce abusatore colui/colei che mette in atto l'abuso, e vittima colui/colei che lo subisce.
L'abuso si verifica - oltre che in certe patologie - anche nel caso di alcolisti, tossicodipendenti, persone che non presentano problemi mentali ma che hanno adottato nel corso della loro vita tecniche manipolatorie che hanno permesso loro di salvaguardarsi e ottenere presa sugli altri (per cui energia e potere).
PERCHE' AVVIENE L'ABUSO
In molte persone affette da disturbi di personalità l'abuso è un mezzo difensivo che permette loro o di evitare di assumere le proprie responsabilità, appoggiandosi (per cui anche soggiogandoli, sfruttandoli o manipolandoli) agli altri per placare i propri problemi (interiori o esteriori), anche i più elementari.
Queste persone, se messe alle strette possono anche promettere un 'cambiamento' che però raramente avviene continuando così la situazione di abuso che hanno sempre adottato per soddisfare le proprie necessità interiori e/o esteriori.
Spesso fanno leva sul senso di pietà e compassione della vittima così da continuare a ricevere l'attenzione necessaria.
Gli altri a lungo andare saranno visti alla stregua di "oggetti" intercambiabili con la prevalente finalità di ottenere l'aiuto di cui necessitano (anche dato dal sollievo emozionale che ne ricavano)
PERSONE DISTURBATE
Le persone che presentano personalità emotiva, narcisistica, istrionica o dipendente sono candidate al ruolo di abusatore o vittima.
Le persone con cui entrano in contatto ne sono esposte in uguale misura.
Si deve ricordare che:
1. Le persone affette da disturbo emotivo o narcisistico non si riconoscono come manipolatori e quindi è quasi impossibile parlarne apertamente.
Di fronte a un’offerta di aiuto potranno anche rinfacciarlo, negandone la necessità, o incolpando la vittima di non agire nel loro interesse.
2. I familiari non possono curare una persona affetta dal disturbo. Le persone vittime di abuso e coinvolte emotivamente non riescono di solito a mantenere la rigidità necessaria a contenere l’abusatore entro certi limiti.
3. Il trattamento di tali persone va affidato a un operatore esperto, che a sua volta può essere esposto a manipolazioni. Tali persone, di solito, evitano o non riescono a continuare una psicoterapia.
4. Trattandosi di disturbi relazionali, ovvero riguardanti la sfera dei rapporti con gli altri, una certa numero di mariti o mogli di persone affette da tali disturbi, prima o poi è costretto a scegliere la strada del divorzio.
5. Di fronte ad abusatori nel proprio contesto, la cosa migliore da farsi è quella di spingere i soggetti a curarsi e ad assumersi le proprie responsabilità, affinché imparino a ricorrere sempre meno agli abusi e vivano bene la propria vita.
VARI TIPI DI ABUSO
La realtà si trasforma attraverso l’evoluzione interiore. L’Era dell’Acquario non significa l’attesa passiva di una qualche fantasiosa età bucolica lì da venire. L’Era dell’Acquario è una conquista personale! Significa occuparsi con atteggiamento positivo della propria vita. Infatti, anche se brutta e fastidiosa, la si potrà cambiare attraverso il proprio impegno a ottimizzarla. È questione di giusta strategia, fiducia nelle proprie capacità e, ovviamente, di intelligenza.
Dominazione – Quando qualcuno vuol controllare ogni azione della vita altrui. Ha le proprie idee e i propri obiettivi personali e, per raggiungerli o dimostrarli, ricorre spesso a minacce e avvertimenti che incutono paura nella sua vittima. Di fronte a qualcuno che domina la vittima è portata a perdere il rispetto verso se stesso.
Assalti verbali - Tramite il redarguire, l'incolpare all'eccesso, criticare, applicare nomignoli, urlare e minacciare, usare il sarcasmo e l'umiliazione. L'abusatore fa emergere i difetti della sua vittima e si diletta di farlo anche di fronte ad altre persone. A lungo andare questo tipo di abuso erode il senso di autostima e tutti i valori personali della vittima, lasciandola sul lastrico emotivo.
Aspettative abusive – È quando vengono rivolte richieste irragionevoli pretendendo che si metta da parte tutto il resto per soddisfare ciò che richiede. Può consistere nella richiesta di attenzione costante, attività sessuali frequenti, o la richiesta di utilizzare tutto il tempo libero della sua vittima. Tuttavia, non importa mai quanto si dia, perché per l'abusatore non è mai abbastanza. La vittima è soggetta a critiche costanti e viene costantemente incolpata di non riuscire a soddisfarlo.
Ricatto emotivo - L'altra persona gioca sulla paura, sul senso di colpa, compassione, sui valori personali o tocca altri "punti caldi", oppure, di contro, fa leva sui punti deboli della vittima, pur di ottenere ciò che vuole. Ciò include minacce, per esempio, di porre fine alla una relazione, o di rispondere con freddezza emotiva, o attraverso la messa in atto di altre tattiche di controllo (es. anche la minaccia di suicidio).
Risposte imprevedibili - Consistono in: drastici cambiamenti di umore, tipici delle personalità emotive, oppure risposte differenti in tempi diversi, allo stesso comportamento che la vittima ha tenuto nei loro confronti (così che questa viene destabilizzata, non capendo più perché una volta andava bene come si comportava e la volta dopo non più), oppure quando la persona un giorno dice una cosa e il giorno dopo dice l'opposto, o quando dice che le piaci in un momento e in un secondo tempo afferma o lascia comprendere l’esatto contrario.
UN LAVAGGIO DEL CERVELLO
Come abbiamo visto, l'abuso emozionale – ricordiamolo - è ben peggiore di quello fisico, in quanto lascia tracce indelebili nella vittima. Consiste in alcuni comportamenti progettati per controllare un'altra persona attraverso l'uso di: paura, umiliazione, assalto verbale o fisico.
Può includere anche un abuso verbale, attraverso critiche costanti e tattiche più subdole come l'intimidazione, manipolazione e rifiuto di essere accontentati.
L'abuso è come un lavaggio di cervello che logora sistematicamente la vittima nella fiducia in sé, nel senso di valore personale, nella gestione corretta delle proprie percezioni e nell'autostima.
Se avviene tramite una costante sminuizione della personalità della vittima, con l'intimidazione o il redarguire, sottoforma di insegnamenti o consigli sbagliati, i risultati saranno simili. Il destinatario, nel tempo, perderà tutto il senso di sé, l'autostima e i rimanenti valori personali.
REAZIONI ALL'ABUSO
Sono identiche sia per le persone che soffrono di disturbi emotivi o meno.
Se una persona è imprigionata in un rapporto di abuso, è utile che si sottragga alla relazione o perlomeno chieda aiuto ad un esperto.
Se c'è un bambino che in ambito domestico è vittima di un abuso, bisogna far di tutto per proteggerlo dai danni che ne possono derivare.
EFFETTI DELL'ABUSO
L'abuso colpisce il nucleo della persona, creando ferite psicologiche di lunga durata e difficili da rimarginare. È peggiore di quello fisico.
L'abuso emozionale, gli insulti, le insinuazioni, le critiche, e via dicendo, erodono pian piano il senso di autosima della vittima, che infine è incapace di giudicare la situazione realisticamente. La vittima è talmente abbattuta dal punto di vista emotivo che incolpa addirittura se stessa di essere l'abusatore.
La sua autostima infine è talmente ridotta, che la vittima si aggrappa disperatamente alla figura dell'abusatore nella speranza di riuscire a ottenere il suo consenso (cosa che, per altro, non avviene mai.)
La vittima crede di non avere più valore, né persone alle quali rivolgersi, e resta nella situazione abusiva dalla quale non sa come uscire. A lungo andare sperimenterà soprattutto paura, confusione, irritazione, stress e ansia sempre più forti.
Subire tali situazioni mette sempre in uno statolimite. La vittima è come se fosse costantemente in uno stato di attesa ansiosa, perché non sai mai cosa la attenderà. La vittima può diventare così ipervigilante, cercando di essere pronta a parare il prossimo scoppio emotivo o il successivo cambiamento di umore.
VIVERE CON QUALCUNO CHE ABUSA
Diventa tremendamente difficile convivere con un abusatore a causa dell'ansia indotta; la vittima si trova sempre in stato di paura, inquietudine e fuori equilibrio. Gli atteggiamenti che rendono insicura la vittima, in sintesi, sono i seguenti.
Negazione di fatti realemnte avvenuti
L'abusatore può negare di aver compiuto alcune azioni o fatti o cose che ha detto.
Nelle persone disturbate emotivamente questo avviene frequentemente, in quanto la persona disturbata ricorda la realtà in modo differente. Tuttavia la vittima sa, però, che non è vero, anche se viene portata a dubitare fortemente di essere poi lei in errore.
Caos e teatralità
La persona può deliberatamente avviare discorsi o azioni ed essere in costante conflitto con gli altri. L'abusatore può essere propenso alla teatralità, ovvero ad esagerare sentimenti ed emozioni per ottenere aiuto e creare agitazione nella vittima.
Nota però che anche le persone non disturbate spesso sono propense alla teatralità.
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sabato 6 marzo 2004
Eco e Narciso: la coppia impossibile
Arrivare a una buona dinamica di coppia è il risultato dell'incontro di due persone che sono riuscite a diventare autonome e abbastanza solide da permettersi di "dialogare" con l'altro. Ma non sempre questo normale processo di crescita avviene. Molte, troppe volte, le persone vengono deviate da situazioni familiari castranti. Vediamo attraverso le spiegazioni di diversi esperti del settore cosa avviene.
TUTTO INIZIA CON UN ABBANDONO
La depressione è un'esperienza centrale nell'esistenza umana. La psicologia esistenziale vede nell'essere-gettato-nel-mondo la fondamentale matrice della psicopatologia. La psicoanalisi seguendo questo concetto ha prestato particolare attenzione alle vicende psichiche legate alla nascita dove il bambino sperimenta una propria pena, un proprio dolore che lascia un imprinting nella psiche. La vita ha origine da un distacco, da una separazione, da un abbandono, da una "caduta" ed è perciò una perdita dell'ambiente uterino, anche se questo talvolta può inquinare lo psichismo fetale a seconda del clima familiare della madre.
L'esistenza umana nasce da questo vissuto di perdita, così che la sofferenza, la tribolazione, il dispiacere, divengono dimensioni esistenziali universali. Quando esperienze precoci rinforzano l'originario imprinting del dolore influenzando lo stile di vita della persona, si costituisce una struttura depressiva. Con l'accumularsi o l'accentuarsi di esperienze di carenza affettiva rinforzanti l'imprinting iniziale, di fronte ad un io le cui difese non sono più sufficienti, si ha una degenerazione patologica.
- La carenza d'amore di una madre assente e/o insufficiente che non ha saputo riconoscere e rispettare il bambino fin da piccolo imprime una cronica sensazione di inferiorità con la conseguente convinzione di indegnità che lo porterà nella vita ad accontentarsi di poco, a non far valere mai le proprie opinioni. Si costituisce così un Io fragile, insicuro, scarsamente intraprendente, rinunciatario e pessimista, che nella vita svolgerà sempre mansioni di gregario o di spettatore, di fronte a qualsiasi possibilità di successo avrà sempre un comportamento decisamente fallimentare; così abbiamo il bambino che a casa sa bene la lezione ma a scuola sbaglia il tema, lo studente bravo che crolla agli esami di maturità, l'impiegato che arriva ad un pelo dalla poltrona dirigenziale ma se ne guarda bene dal raggiungerla.
E' tipico della persona depressa rimandare ad un indefinibile futuro la propria realizzazione: da grande andrò, farò, comprerò...ma non si sa mai quando diventerà grande. Talora questa impostazione di vita viene teorizzata, per cui la persona depressa abbraccia ideologie della rinuncia, in nome dell'equità sociale, o di un partito, o di Dio. Metodicamente il depresso viene a sviluppare una singolare familiarità con il dolore, con la sofferenza e con la sventura che gli consente una sensibilità e un'identificazione particolare con ogni portatore di afflizione, uomo o animale che sia. Immerso nelle sensazioni di indegnità, inadeguatezza, rinuncia, pessimismo, sofferenza, sensibilità per il dolore altrui, il depresso inconsciamente finisce spesso col perdere la dimensione dei propri desideri: ed eccolo quindi ad accettare i peggiori compromessi, castranti rinunce, enormi sacrifici, senza rendesi conto di quanto siano in contrasto con i propri desideri.
Sarebbe ingannevole ritenere che l'altruismo di queste persone, la loro accondiscendenza, il loro darsi da fare riposino su una situazione personale di armonia, di appagamento, di tranquillità interiore. Il depresso si porta dentro un'antica mancanza un connaturato bisogno, un'avidità mai sazia, un'incolmabile vuoto d'amore. Non è privo di desideri, semplicemente li ha repressi e spesso non li ascolta né li vede. Il paradosso è che questa repressione dei desideri è addirittura funzionale alla soddisfazione del fondamentale desiderio depressivo, quello di affetto. Per l'affetto questa persona è disposta a qualunque sacrificio, a qualunque compromesso o prostituzione, sviluppa questa forte capacità di dare perché stimolata da un'insaziabile bisogno di ricevere.
In questa distorta relazione tra il desiderare e il ricevere dimora la pena del depresso: ha continuamente bisogno di prendere, di ricevere, di avere, ma per una carenza antica, che ormai non esiste più, la sua avidità nel voler prendere è un'antica coazione che si ripete e perpetua anche se ora non ha più un bisogno reale, in quanto il suo bisogno attuale è sostenuto unicamente dal suo bisogno arcaico. La brama d'affetto induce la personalità depressa dapprima a una logica di "bravo bambino", più tardi a quella del "buon uomo", entrambe sostenute da quella logica del dovere che costituisce una delle più gravi condanne del suo temperamento, che lo porta molto spesso ad essere sfruttato dalla collettività e anche nell'ambito familiare; tutta la sua disponibilità ed efficienza mirano a quei surrogati di affetto, come stima e riconoscenza, al fine di compensare quell'affetto primordiale che non c'è mai stato. L'ideale depressivo è un attaccamento affettuoso, caldo, inseparabile. Il tipo depresso è incapace di stare da solo, le sue relazioni interpersonali sono caratterizzate da un nutrire letteralmente gli altri, offrendo comprensione, sostegno, allegria, ma è un'allegria falsa che può celare un'aggressività potente, enorme, distruttiva.
CLIMA FAMILIARE
Freud faceva risalire la formazione del carattere ossessivo alla fase anale (circa nel secondo anno di vita). Durante questa fase il bambino viene educato al controllo degli sfinteri ed acquisisce una progressiva capacità di controllo sul proprio corpo. Per la psicoanalisi risalgono a queste primitive esperienze di controllo e alla erotizzazione di esse quei tratti di rigidità, parsimonia e ostinazione tipici della sub-personalità ossessiva, che vengono riassunti nella cosiddetta triade anale: avarizia-ordine-ostinazione.
E' lo stadio in cui il bambino inizia a dire "No", affermando così la propria individualità, a riconoscersi come differenziato dall'altro, costituendo le categorie "Io" - "Tu" . Questo comporta anche che l'io si scontri con il tu; si moltiplicano infatti le occasioni in cui può scontrarsi con il mondo, vivendosi scomodo, maleducato,cattivo. L'educazione al controllo degli sfinteri e alla pulizia in genere costituisce la prima e più ricorrente occasione in cui viene agito lo scontro fra l'io del bambino e il tu del mondo circostante.
Quando la pressione educativa comincia ad imporre le sue limitazioni e le sue direttive, al bambino si impone un grosso conflitto che riguarda la natura stessa della sua evoluzione: "restare bambino o diventare adulto? Aderire al rigore delle regole interne oppure sviluppare la libertà personale?" Il clima familiare pressante dell'ossessivo, impregnato di aspettative, richieste, comandi, agisce sin dalla nascita originando quelle sensazioni di dovere definite "nuclei preedipici del Super-io".
Alla costituzione della struttura ossessiva ci può essere sia un clima particolarmente aggressivo e castrante, che soffoca il bambino e lo inquadra entro un rigido reticolo di norme precise e minuziose, dove il genitore agisce spinto dal bisogno di affermare il suo potere sul figlio; sia un ambiente familiare caotico, che non offre direttive e orientamenti, dove il bambino cerca di regolamentarsi da solo e molto spesso le autoimposizioni sono più rigide di quelle genitoriali. Tutte queste dinamiche si accentuano quando il bambino è costituzionalmente vivace; la sua naturale esuberanza spaventa i genitori ossessivi perché non la possono controllare e per questo motivo diventano ancora più castranti. Troppo e troppo presto il bambino viene responsabilizzato, viene repressa la sua esuberanza psichica, sessuale o aggressiva. Viene minata la sua capacità di affermarsi, di esprimersi spontaneamente.
Nelle pressioni per il controllo degli sfinteri si gioca una questione fondamentale, quella dell'affermazione del potere. Nel conflitto fra potere dei genitori e potere del bambino si cerca di coartare l'autoaffermazione dei figli e di promuovere l'identificazione con un mondo genitoriale che rappresenta il giusto e l'assoluto. La madre è un punto di riferimento costante ma non gratificante, si cercano sempre i suoi occhi, il suo sguardo è sempre colpevolizzante e castrante; l'ossessivo si porta sempre dentro quello sguardo che lo fulmina prima ancora che abbia fatto qualcosa, imparando troppo presto a stare attento e a controllarsi, aumentando così la paura delle punizioni e la disposizione a sentirsi in colpa. Il bambino diventerà quindi una persona scrupolosa, ligia al dovere, coscienziosa, testimoniando così l'avvenuta introiezione del mondo genitoriale, tomba dell'evoluzione personale. Identificandosi con il genitore non vive più secondo i propri dettami ma secondo quelli parentali, diventando così al tempo stesso il persecutore e il perseguitato; quando la componente genitoriale monopolizza completamente il comportamento abbiamo l'anancasmo e anche il paralizzarsi nell'immobilità catatonica, quando invece la componente infantile, troppo a lungo repressa, prende il sopravvento, abbiamo forme di fuga nel delirio, ovvero espressioni di una libertà irrefrenabile, non vincolata a nessuno schema.
La scelta impossibile entro cui l'ossessivo si dibatte è quella fra sé e i genitori, la cui risposta ossessiva classica è la non scelta. Il dubbio eterno: "Posso fare ciò che voglio o devo adeguarmi?" paralizza la persona nell'impotenza, il cui fine è proprio quello di non trovare una soluzione per difendersi dalla propria spontaneità, per sospendere l'impulso personale finché si indebolisce sufficientemente. La paura della punizione, legata alla rigidità e al sadismo del Super-io, impone che ogni azione sia giusta in assoluto, perfetta, altrimenti scatta la punizione inesorabile che coincide con l'azione stessa fino addirittura a precederla. A ogni azione deve coincidere una contro-azione, ad ogni pensiero un contro-pensiero. Quando la distanza fra un impulso e un controimpulso si riduce fino ad annullarsi non c'è più spazio per l'azione e l'ossessivo rimane paralizzato nella sua rigidità. L'evoluzione personale è percepita con desiderio ma anche con timore; crescere significa affrancarsi dal dominio genitoriale e per l'ossessivo c'è solo una soluzione per affrancarsi: mors tua vita mea. Per questo motivo nei bambini ossessivi ci sono frequenti fantasie di morte a carico dei genitori; da adulti la situazione si può capovolgere: il genitore ossessivo desidera uccidere il figlio perché gli impone delle limitazioni. Il desiderio di uccidere il genitore castrante può assumere anche connotazioni suicide, dove l'unico modo per sopprimere i genitori diventa quello di uccidere se stessi. Ed ecco allora la paura di cedere alle tentazioni, di gettarsi dalla finestra come unico modo di liberarsi dal persecutore interno.
La lotta fra bambino e genitore, fra spontaneità e coazione, diventa un conflitto tra realizzarsi e non realizzarsi, un conflitto che si esplicita nel tentennare, dubitare, nel fare improduttivo, oppure viene traslato su un piano spaziale ed ecco quindi la paura di uscire o di muoversi da solo o di stare in casa. Le fobie in questo caso hanno lo scopo difensivo di prendere e perdere tempo, per fare senza agire veramente. Il clima persecutorio familiare lascerà il posto per spostamento alle ossessioni che seppur deliranti hanno lo scopo di obnubilare le prese di coscienza e anche la realtà. L'ossessione sta al posto della presa di coscienza di volere uccidere i persecutori. (Fiore Cianci neuropsichiatra)
LA COSTRUZIONE DEL GENERE
Essere maschio o femmina oggi è qualcosa di molto meno stabilito socialmente di quanto avveniva in passato, così come per quello che riguarda gli altri ruoli, sia sociali, sia affettivi. Quindi si tratta di percorsi più lunghi e costruiti attraverso percorsi soggettivi ed obiettivi di elaborazione individuale o meno, organizzati socialmente e fondamentalmente definiti (...) L'identità contemporanea è sicuramente più complessa, più flessibile e lascia spazio maggiore alla libertà individuale, ma quindi anche all'incertezza soggettiva meno contestualizzata in ambiti fondamentalmente rassicuranti Quando si tratta di identità di genere si identifica qualcosa che concerne le aspettative relative all'essere maschio e all'essere femmina, all'interno di un determinato ambito psicosociale. Quindi non si tratta di un concetto biologico, perché diverso dall'identità e dall'orientamento sessuale. E' qualcosa che riguarda le aspettative di ruolo relative all'essere maschio o femmina all'interno di una determinata cultura.
LA DEFINIZIONE DELL'IDENTITA'
Le origini dell'identità di genere, ossia l'identità nucleare di genere si costituiscono nella prima infanzia, sono addirittura precedenti alla consapevolezza della differenza anatomica fra i sessi. E' un qualcosa che riguarda uno stato soggettivo del sentirsi maschio o femmina che si costruisce a partire dal fatto che i genitori pensano di avere un neonato sessuato. Ha a che fare con l'immagine di sé che si costruisce attraverso il rispecchiamento nelle relazioni di base con i genitori. Sussiste un nucleo dell'identità di genere che si fonda sostanzialmente nella prima infanzia e che intanto per maschi e per le femmine comporta una differenza di base.
Il primo oggetto d'amore e d'identificazione per entrambi i sessi è la madre, significando che il bambino maschio ha come primo oggetto di identificazione "un'altra", appunto di altro sesso da cui deve disidentificarsi e separarsi per rivolgersi altrove, ma che ritroverà in altri aspetti e sembianze nel futuro come nuovo oggetto d'amore. Mentre la bambina ha come primo "altro da sé" un altro uguale a sé e da cui non dovrà quindi disidentificarsi nelle stesse modalità maschili. Però la bambina dovrà fare uno spostamento per l'oggetto d'amore verso un altro di un altro sesso. Questa differenza di base determina discrepanze e diversità importanti per quello che riguarda la costruzione differenziata e sessuata dell'identità di genere.
LA PATERNITA'
Per l'adolescenza maschile, in quanto l'oggetto d'amore primario è la base, la problematica fondamentale è la separazione della disidentificazione, di doversi staccare da quello che rimane un nucleo d'attrazione primaria, in quanto comporta problematiche di dipendenza e passività. Risulta necessaria la figura paterna che sostenga il processo identificatorio. La presenza del padre è un elemento fondamentale per consentire la costruzione dell'identità di genere nell'adolescente maschio, in quanto "altro" valorizzato da sé e dalla madre.
Non è il padre di freudiana memoria con le sue valenze limitanti e castranti, ma è un padre che fornisce modelli, sistemi di valori, norme di comportamento, che accompagna la funzione di tutore della crescita, in una funzione maschile essenziale per la costruzione del sistema di valori che governano l'identità di genere maschile e di cui sentiamo una forte carenza nell'attuale sistema sociale (per esempio considerando il processo di femminilizzazione della scuola, come una delle istituzioni per cui forse i preadolescenti maschi si trovano più a disagio nel percorso di scolarizzazione, per cui la dimensione femminile preclude l'identificazione con la componente maschile).
Nel momento in cui viene meno il ruolo maschile adulto, come ruolo ostetrico rispetto al fare emergere i valori maschili, si presenta il rischio che questi ultimi agiti nell'ambito del gruppo dei pari assumano, proprio per effetto d'attrazione degli aspetti infantili come la passività e la dipendenza, forme di radicalizzazione e vengano estremizzati, nella difficoltà di integrazione dell'aggressività quale istanza virile. Quindi l'elemento virile propositivo, costruttivo, attivo, si trasforma purtroppo in violenza che deriva dalla mancata presenza di una funzione adulta come potenziale contenitore e integratore di un preciso sistema di valori.
L'ADOLESCENZA FEMMINILE E IL RUOLO MATERNO
Problematiche diverse si riscontrano nel percorso adolescenziale femminile. Al momento della scoperta anatomica e della differenziazione sociale tra maschile e femminile subentra una sorta di delusione narcisistica da parte della bambina per la propria identità che nasce da una ferita, secondo Freud l'invidia del pene, quale trauma complesso riguardante l'immagine di sé, del proprio valore in quanto donna, maturando un senso d'inferiorità viscerale. Si tratta comunque di una ferita che facilita lo spostamento della simbolizzazione verso il padre, verso il maschile, decentrando l'oggetto d'amore, ma che rende il percorso di costruzione dell'identità di genere un'istanza da ricostruire rispetto ad una delusione primaria, attraverso processi di identificazione e controidentificazione con individui dello stesso sesso.
Integrare le caratteristiche della costruzione dell'identità di genere così come viene proposta e suggerita dalla società contemporanea con quello che concerne lo specifico dei valori della femminilità e del materno, in aree che riguardano la realizzazzione della femminilità e dell'area materna, della seduttività, in una società così complessa risulta essere un'operazione molto complicata. (Da La costruzione del genere)
IL MASCHIO "MATRIZZATO"
Lo psicoterapeuta Risé afferma che la maggior parte degli uomini occidentali oggi sono re Pescatori: hanno proceduto lungo il loro sviluppo maschile ma, a metà strada, hanno incontrato qualcosa che è più grande di loro e la loro mascolinità ne è rimasta ferita.
Passando dalla leggenda alla storia e alla cultura in cui siamo inseriti possiamo elencare le cause di tale condizione: la fine della famiglia patriarcale, i cui membri dipendevano e si organizzavano verticalmente intorno al "maschio" padre o padrone: figli, moglie, sorelle; la fine della funzione dei ruoli maschili socialmente riconosciuti e della loro preminenza (potere militare, politico, economico). Gli effetti sono stati nel maschio il disorientamento e lo smarrimento di fronte a un vuoto di potere e a una inettitudine al cambiamento, mentre le alternative di trasformazione sono rimaste nell'ombra perché fanno paura, vengono rimosse, ingoiate dentro, dove diventano oscuri nodi complessuali oppure sono proiettate negativamente sulla controparte sessuale, la donna, incolpandola della nuova condizione di re senza scettro.
Nella leggenda questo percorso è rappresentato da Parsifal, che si allontana dalla madre per compiere la sua missione di cavaliere e sarà il salvatore del re Pescatore. La madre lo libera della sua protezione, gli dona un abito filato da lei stessa da portare sempre indosso. Parsifal, fra le molte avventure, incontra il Cavaliere Rosso, simbolo-ombra del 'maschile', forza potenzialmente distruttiva, lo sfida e lo vince. Sotto il velo della leggenda si iscrive una grande verità: per diventare uomini bisogna lottare con l'Ombra del Cavaliere Rosso, senza tuttavia rimuoverla, perché significherebbe la rimozione della propria aggressività (da "adgredior": procedo, vado avanti).
Con l'emancipazione della donna e anche, almeno in certe aree, con la femminilizzazione della società, è invece aumentato il "complesso materno". Finché l'uomo rimane avviluppato, in linea difensiva, nel "complesso materno", non può riappropriarsi della propria mascolinità e neppure mettersi in relazione con il femminile interiore, cioè i sentimenti, gli affetti, ed esteriore, cioè le donne reali. Per "complesso materno" si intende il desiderio regressivo di ritornare a essere bambino, allo stato di dipendenza dalla madre. E' il desiderio dell'uomo di lasciar perdere, il suo disfattismo, la sua richiesta che gli altri, le donne, si occupino di lui. Tutto questo provoca nell'uomo un malessere profondo; oggi, in una società che tendenzialmente pone l'accento sul femminile, molti uomini cercano di delegare a una donna reale la loro realizzazione e ne restano insoddisfatti, perché nessuna donna può assumersi un ruolo che non può incarnare in quanto non è il suo, a meno che non si instaurino relazioni asimmetriche e di dipendenza. Il risvolto più pericoloso di questa situazione di disagio dell'uomo è la risposta reattiva, violenta.
Il maschio "matrizzato", dipendente dalla madre, intesa questa sia come madre reale sia come idea che il maschio si fa della donna, può rappresentare l'eterno fanciullo; nella mitologia erano i fanciulli-fiore, Narciso, Giacinto, incapaci di amare se non se stessi e in maniera sterile (vedi box "La negazione del vuoto dentro"); il loro destino ultimo è infatti un destino di morte, pensiamo al mito di Narciso, perché non si può amare se stessi se non attraverso l'amore per gli altri e la capacità di prendersi cura propria dell'adulto e di confrontarsi col diverso da noi.
Allora che cosa fare, per tornare, ma in maniera nuova, non replicante un passato improponibile, a essere maschi, padri, amanti, senza dipendenze, proiettive o reattive rispetto alla donna? Come fare a uscire da questa frustrazione? Simbolicamente il maschio deve andare alla riconquista del proprio "fallo". Il maschio che non ha costruito una relazione positiva con la propria fallicità è oscillante e pauroso, ha paura del Cavaliere rosso, della sua aggressività e, senza integrarla in sé come forza equilibrata, la nega e si mette in dipendenza della donna oppure la esaspera, ma in maniera separata dalla mente e dagli affetti, ne viene come impossessato perché non la sa gestire e può diventare violento o semplicemente diffusivo, affettivamente inconsistente.
Oggi, in una società di immagine, si assiste anche al fenomeno dell'esibizione del corpo fallico maschile - il maschio che cura con la palestra la sua struttura muscolare, che si preoccupa di avere le giuste dosi di proteine, di ormoni, e, secondo l'età, anche di Viagra in funzione di buone performance sessuali, ma può trattarsi soltanto di un camuffamento del disagio per la propria inconsistenza maschile. Può accadere allora che questo tipo di uomo viene "usato" e non amato dalle donne, a causa della sua avarizia sentimentale ed emotiva, allora si sente solo come un cane. Potremo usare le parole forti di Risé, quando prende in considerazione questi comportamenti maschili oggi diffusi: "questi uomini si sono castrati con le proprie mani, pensando anche di fare un buon affare", perché, riconoscendo passivamente la scalata compiuta in questi decenni dalla donna e non interagendo con lei, le affidano, come per alleggerirsene, responsabilità proprie.
Se l'uomo non si distacca dalla dipendenza materna e non riesce ad assumere la posizione fallica, che è generosità, prendersi cura di, paternità, rimane prigioniero dell'atteggiamento fondamentale di quella relazione: la richiesta verso di lei, il bisogno che la madre deve assolvere, la protesta anche violenta quando non lo fa. Egli si comporta come se tutto il mondo fosse un grande seno che lo deve rifornire di alimento, senza chiedergli nulla in cambio e senza smettere mai. Ma il maschio eterno figlio della madre è destinato a sperimentare spesso la frustrazione. Le mamme da cui egli perennemente dipende, la fidanzata, la moglie, l'azienda, l'Associazione, la stessa madre, prima o poi esauriscono l'energia e lo lasciano a bocca asciutta; o peggio, profittano del suo stato di continuo bisogno per renderlo succube. C'è una sola donna che potrebbe amare quest'uomo: il tipo "crocerossina", la donna che ama storie con un uomo debole, interiormente povero perché questo gratifica il suo senso di potere (la donna che è stata repressa, trova in questa relazione l'unico modo per ottenere un senso, e quindi potere n.d.r). Ma si sarebbe di fronte a un rapporto asimmetrico e fonte di reciproche frustrazioni. (Vedi anche il box "La dipendenza che ammalia")
Parsifal, per non essere deriso dalle donne che incontrava, dovette togliersi l'abito che la madre gli aveva detto di portare sempre indosso. L'uomo deve riappropriarsi del proprio spazio maschile interiore e fare agire l'immagine interiore del padre. (Da Il mito dell'ermafrodito)
NOTE AGGIUNTIVE
ECO E NARCISO: IL MITO
Narciso era un giovane così bello che tutti, uomini e donne, s'innamoravano di lui. Lui però non se ne curava, anzi preferiva passare le giornate tutto dedito alla sua passione della caccia.
Tra le sue spasimanti c'era pure la Ninfa Eco, costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le era stato detto; perché Giunone l'aveva punita. Infatti Eco era stata complice di Giove quando, con la sua abile oratoria, la distraeva mentre lui, il Re dell'Olimpo, si dilettava con le altre ninfe, sue amanti.
Quando comunque Eco cercò di avvicinarsi a Narciso questi la rifiutò. Da quel giorno la ninfa si nascose nei boschi consumandosi per quell'amore non corrisposto, fino a quando non rimase di lei solo una voce. Infine Nemesi vendicò però l'indifferenza di Narciso, che fu condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nell'acqua.
Così Narciso iniziò a passare le sue giornate davanti alle pozze d'acqua, in cui si vedeva riflesso, lamentandosi poiché non riusciva a raggiungere la sua immagine, e i suoi lamenti venivano ripetuti da Eco.
Una volta compreso, però, tutto ciò che era accaduto, Narciso si lasciò morire nello struggimento. Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, trovarono al suo posto un fiore cui fu dato il suo nome.
(Vedi alcune riflessioni di Umberto Curi sul mito di Eco e Narciso)
LA DIPENDENZA CHE AMMALIA
Spesso chi sperimenta per la prima volta la sostanza o l'oggetto della propria dipendenza, descrive quest'incontro come un "colpo di fulmine", un incontro con tutto ciò che avevano sempre cercato: "sono finalmente a casa". A volte questo primo momento viene vissuto come un'esperienza pseudomistica, un "barlume di assoluto", un'espansione infinita fino all'identificazione con l'intero universo. (E', di fatto la percezione energetica del potere sull'altro... ndr)
Secondo quanto afferma William James nel suo libro Le varietà dell'esperienza religiosa: "La sobrietà sminuisce, discrimina e dice no, l'ebbrezza espande, unisce e dice sì". (Da: L'Io e l'Infinito)
AMARE TROPPO
"Amare troppo significa, in sostanza, essere ossessionate da un uomo e chiamare questa ossessione amore, permettendole di condizionare le vostre emozioni e gran parte del vostro comportamento…. Significa anche misurare il grado del vostro amore dalla profondità del vostro tormento” (Da "Donne che amano troppo", Norwood, Feltrinelli)
LA NEGAZIONE DEL VUOTO DENTRO
Il Narcisista manifesta atteggiamenti esteriori di plateale autonomia, benessere, disponibilità alle relazioni, e ostentato senso di superiorità. Tali atteggiamenti sono però come intrisi di rabbia che, come si sa, è spesso una negazione della sofferenza. Essa si declina come sentimento di vuoto e di insignificanza, scontentezza, noia, senso di colpa, superficialità nei rapporti interpersonali.
Come si è detto, a questi stati d'animo si sovrappone un atteggiamento volontaristico ed efficientistico, volto all'affermazione, al successo, al potere.
E' dunque facile cogliere una incongruenza tra le due modalità coesistenti; in tale incongruenza si rivela quella che potremmo chiamare l'assenza di spessore del narcisista, la sua obliquità che è insieme tragica e sinistra, quasi una belle indifference.
Ma si può allontanare soltanto da ciò che ci è vicino: il narcisista non coglie il paradosso consistente nel volersi liberare di qualcosa che egli vive come lontano (cioè non suo), di qualcosa che dunque egli non riesce a toccare. Egli sta al centro della sua cella, non si avvicina alle mura del carcere; e queste continuano ad opprimerlo. La loro lontananza si dà in lui come lontananza da se stesso. (Da Una falsa identità)
SE L'ISTINTO DI CONSERVAZIONE E' ESASPERATO
La tendenza a conservare la vita è un istinto primario che accomuna tutti noi. Se qualche fattore minaccia da vicino la nostra esistenza, la nostra individualità, la tendenza alla conservazione si acuisce, si esaspera, fino ad indurre una diffidenza generalizzata che si impone coattivamente e "istintivamente" anche nelle situazioni meno ostili. Quando una persona è a struttura schizoide, la sua costante comportamentale è caratterizzata proprio da una diffusa e insuperabile diffidenza legata direttamente a un esasperato istinto di conservazione. La diffidenza nello schizoide si presenta come una difesa psichica che ha assunto un carattere invalidante.
È infatti caratterizzata da un potenziamento dell'autos, ovvero di tutto ciò che si fonda sul se stesso; dall'autonomia, all'autoarchia, all'autismo. Chi non si fida di niente e di nessuno tende inevitabilmente a fare da solo, con il risultato che l'indipendenza e l'autonomia diventano valori assoluti. Lo schizoide è dunque per sua natura riservato, può essere scambiato per timido, snob, altezzoso, ma in realtà ha paura del rapporto con gli altri. Egli ha sempre bisogno di avere un determinato spazio personale intorno a sé, che non può essere occupato, invaso, pena l'aumento immediato della paura. I rapporti interpersonali sono piuttosto superficiali, dove tendono al minor coinvolgimento possibile. Spesso lo schizoide dà per scontato che gli spettino disponibilità, prestazioni e favori. Le sue aspettative esasperano l'altro, fino a portarlo a continue prove del suo amore; se il partner non regge la situazione, lo schizoide può finalmente concludere che "faceva proprio bene a non fidarsi" e tornare, rafforzato nel suo atteggiamento, all'autarchia originaria. Lo schizoide non è anaffetivo, ma vive la sua affettività in modo disturbato. Dentro la corazza di cui lo schizoide si riveste palpita un midollo tenero e sensibile, che si strugge dal desiderio di potersi affidare a qualcuno ed aspira a rapporti affettivamente intensi. Spaventato fino al panico, l'individuo si ritira entro la sua turris eburnea e guarda con somma diffidenza tutto ciò che sta al di fuori.
La diffidenza, la scarsa familiarità con i sentimenti, la paura dell'emotività impongono lo sviluppo di altre funzioni e di altri lati della personalità. È tipico riscontrare nello schizoide un grande sviluppo delle facoltà percettive; sempre all'erta, affina l'apparato sensorio. Si dice che abbia "antenne" molto sensibili; in effetti coglie il particolare, capta le atmosfere, fiuta le cose prima che accadano. Il mondo di chi non si può fidare è irto di potenziali pericoli: è quindi necessario avvertirli il più precocemente possibile.Verrebbe erroneamente da pensare che abbia una forte capacità intuitiva, ma in realtà il forte controllo razionale inibisce questa facoltà; allora si può dire che le sue siano acute osservazioni. Il lato intellettivo-razionale è infatti sviluppato in maniera ipertrofica. Solo ciò che è scientifico e matematicamente certo è affidabile. Considera deboli coloro che credono nella legge, nelle istituzioni, nell'etica o nella religione. Gli schizoidi riescono bene negli studi che comportano un alto livello di astrazione: la filosofia permette di trovare una spiegazione razionale a tutto e quando tutto è chiaro non è più insidioso, non fa più paura. L'ipertrofia della ragione, nello schizoide, non implica di per sé la presenza anche della critica. Le elucubrazioni schizoidi sono certamente logiche, spesso lucide, ma non necessariamente critiche. Proprio per il fatto di essere anticipatori e non convenzionali, gli schizoidi sono spesso scarsamente popolari, ma al tempo stesso possono scatenare cambiamenti ed essere pionieri e iniziatori, poiché vivono più intensamente la precarietà dell'esistenza umana. Lo schizoide ha capacità ironiche e satiriche, un occhio acuto per le debolezze altrui; è poco incline a tollerare l'inautenticità dell'altro, crede nelle proprie capacità e vive in larga misura senza farsi illusioni. Nelle strutture fortemente schizoidi riscontriamo atteggiamenti di dominio sugli altri, più o meno marcati di sadismo psichico e/o fisico, di teorizzazione della propria autarchia e mancanza di legami come un valore assoluto (è il caso di molti dittatori). Chi è senza legami diventa facilmente inumano. Fintanto che le difese schizoidi rimangono tipologiche e non divengono patologiche, sono molto spesso adattive e funzionali alla nostra società. La nostra società stessa, infatti, va assumendo sempre più caratteri marcatamente schizoidi.
Clima familiare
C'è da chiedersi dove nascano atteggiamenti e difese così radicati e strutturati come quelli dello schizoide. La risposta classica, assai ovvia, ci rimanda al primo quadrimestre di vita e alle vicende della posizione schizo-paranoide descritte dalla Klein. Ma noi, avvallandoci di stimabili ricerche scientifiche, vorremmo osservare che cosa accade al bambino nel ventre materno e cosa vive nel travagliato momento in cui lo lascia. Gli studi sulla vita prenatale pongono sempre più in luce la complessità dell'esistenza all'interno dell'utero. Alla quinta settimana di vita il feto dispone di una gamma di risposte riflesse. Già all'ottava settimana, queste si organizzano in un autentico linguaggio corporeo con cui il bambino risponde agli stimoli, interni ed esterni, che gli pervengono. A quattro mesi è in grado di discriminare i sapori, di avvertire i rumori anche provenienti da fuori e di reagirvi. Sin d'ora è in grado di riconoscere la voce, non solo della madre, ma anche del padre e, ciò che più importa, dopo la nascita saprà precocemente riconoscere tali voci e rispondervi emotivamente. Nel terzo trimestre di vita pare che le strutture nervose centrali e periferiche consentano il costituirsi di rudimentali tracce mnestiche e di una primordiale vita emotiva. Certe abitudini materne vengono assimilate dal feto e ricordate dopo la nascita. Tra madre e nascituro si instaura un flusso intenso continuo e puntuale di comunicazioni, che potrebbe essere definito una precocissima forma di comunicazione simpatetica. Stati d'ansia, di collera ed altri stati emotivi della madre si trasmettono tempestivamente al feto. Il feto non solo recepisce, ma discrimina i sentimenti della madre e vi reagisce. Ricerche sui disturbi comportamentali neonatali hanno dimostrato che i figli non voluti presentano, fin dal momento della nascita, una più alta incidenza di disturbi e disadattamenti, la stessa cosa si verifica anche per madri ambivalenti. L'accettazione vera, sentita, spontanea del futuro figlio è la prima forma di igiene psichica
L'utero materno è il primo mondo del bambino, se questo è accogliente egli può iniziare sin da prima della nascita a sviluppare sentimenti positivi, ma se questo è ostile e rifiutante egli reagirà, a sua volta, con rifiuto e chiusura. Le ricerche sulla vita intrauterina sembrano confermarci che gli eventi prenatali influenzano il nascituro, inducendo atteggiamenti fiduciosi e progressivi, o atteggiamenti sfiduciati e regressivi. L'importanza delle esperienze precoci si estende anche nel parto. Il parto in moltissimi casi è evento violento, ai confini con la tortura. Leboyer lo definisce una "tempesta percettiva".
Per una nascita senza "violenza" l'autore ripropone un ritorno alla naturalità del parto, invece l'odierna società industriale crea attorno al parto un clima che possiamo definire maschile (in senso archetipale). Esso è caratterizzato dall'attività al posto dell'attesa, dal fare al posto del lasciar accadere, del gestire al posto del recepire. È con questo bagaglio di esperienze, talora già gravoso e gravido di conseguenze, che il neonato affronta il primo, decisivo anno di vita, sottoponendosi a un lunghissimo periodo di dipendenza dall'ambiente. Molte esperienze arcaiche configurano il mondo come ostile, facendo sì che il bambino lo viva come terrificante e minaccioso. A queste esperienze minacciose il bambino può reagire soltanto rafforzando in modo esasperato il proprio istinto di autoconservazione. La sub-personalità schizoide, ovvero l'insieme strutturato delle difese schizoidi, nelle sue manifestazioni più vistose, può essere intesa proprio come espressione di un esagerato istinto di autoconservazione, un estremo tentativo di non essere sconvolto dall'altro e dal mondo. Questa sub-personalità cresce all'ombra di due stereotipi di madre, l'una troppo assente, l'altra troppo presente, entrambe incapaci di amare, entrambe foriere di paura. La madre assente, spesso schizoide ella stessa, non è capace di manifestazioni affettive, di un rapporto fisico sciolto, di contatto, specialmente rifiuta il figlio. Ci sono infinite possibili cause di rifiuto, talvolta per forza maggiore, talvolta per una scelta più o meno responsabile. Il rifiuto della madre può essere recepito già durante la vita prenatale; dopo la nascita aleggia, ancor più, questo clima mefitico di poco amore, di scarsa dedizione, di aperto rifiuto.
Il bambino non legge il linguaggio verbale, ma decodifica quello analogico non verbale. La madre antepone i propri bisogni a quelli del figlio, non ha atteggiamenti affettuosi nei suoi confronti, lo considera un peso, lo rimprovera a torto e a ragione. Questi atteggiamenti caratterizzano sia le prime fasi di vita, sia tutto l'ulteriore rapporto educativo con il figlio, dove la madre non è una presenza che rassicura, ma una presenza che fa paura. La madre assente non è capace di comunicazione simpatetica con il figlio e quindi risponde in maniera impropria alle richieste del bambino. Egli si trova continuamente solo a far fronte ai propri bisogni: il mondo, per lui, è un mondo vuoto, senza nessuno che accorra ai suoi pianti, senza nessuno che risponda adeguatamente alle sue richieste. Solo con i suoi bisogni, troverà in se stesso l'unico punto di riferimento, più tardi assumerà abitualmente se stesso a misura della realtà. Via via che cresce il bambino avvertirà l'assenza di una madre che teme l'affettuosità del figlio, una madre che svaluta il suo affetto con ironia beffarda, con il risultato che il bambino viene smascherato troppo presto nei suoi bisogni affettivi e umiliato nel suo voler bene. Il bambino allora comincerà a porsi una domanda fondamentale: "Visto che i miei affetti non servono a niente, non sarà meglio che me ne sbarazzi?" In questo clima affettivamente glaciale ogni esigenza di calore viene delusa. Delusa non solo l'esigenza di ricevere affetto, ma anche di darne. Abbandonato a se stesso il bambino vive drammaticamente la minacciosità del mondo e la precarietà della sopravvivenza. Rifiutato da una madre ostile, non gli resta che riparare fra le presenze rassicuranti delle sue fantasie. La realtà conosciuta attraverso la madre-assente è, per ogni verso, una realtà ambigua che ora accetta, ora respinge. Il bambino non sa se aprirsi o chiudersi e rimane paralizzato, incapace di dare o di ricevere, perché ormai non si orienta più, non si fida. Il secondo stereotipo di madre che favorisce lo strutturarsi della sub-personalità schizoide è la madre invadente. Anche lei è spesso mossa da un profondo rifiuto del figlio. L'aggressività che essa prova la fa sentire talmente in colpa che si prodiga in ogni modo per proteggere il figlio. Proprio in questo eccessivo prodigarsi si insinua la sua originaria aggressività: lascia l'altro senza scampo, senza respiro, gli nega ogni libertà. La madre invadente si sostituisce al figlio in tutto, è sempre minacciosamente incombente, quando non sono più i sensi di colpa, può essere una struttura ossessiva che la induce a controllare senza posa il figlio. La madre invasiva è incapace di decodificare il pianto del figlio e allora, per non sbagliare, gli dà tutto: lo nutre, lo cambia, lo culla, cerca di prevenire ogni sua richiesta. Incapace di dare le cose giuste al momento giusto, essa assilla il figlio in continuazione.
Tante volte a rafforzare questi comportamenti materni intervengono fattori familiari e ambientali. Ecco allora che una moltitudine di persone si affaccia al mondo del bambino e per lui non c'è mai un attimo di tregua, di tranquillità, di intimità. Non c'è confine tra spazio pubblico e spazio privato, lo spazio pubblico invade ogni momento quello personale del bambino, manca sempre il contatto, l'intimità: sono queste le condizioni affettive che improntano la sub-personalità schizoide. La madre-assente e la madre-invadente potrebbero essere paragonate al mito di Medusa che è un anti-madre, che con il suo sguardo squalifica e mortifica la vita psichica del bambino gettandolo in un universo di paura. Accanto a queste tipologie di madri ritroviamo spesso un padre che "brilla" per la propria assenza, un padre che scarica sulle sole spalle della madre il peso, le responsabilità e la difficoltà dell'educazione dei figli.
Non di rado si sente trascurato dalla moglie e va a farsi consolare altrove. La moglie vive così continue frustrazioni che non scarica sul marito perché non c'è, ma sul figlio. Come possiamo notare queste sono esperienze che accomunano moltissime persone, ma non tutti sono necessariamente schizoidi; per capire come viene a strutturarsi una sub-personalità schizoide è necessario tener conto del sommarsi delle offese che finiscono per logorare e lasciare il segno. Quando l'ambiente si dimostra più e più volte ostile e poco affidabile, il bambino piccolo si sente vittima del disagio e della paura. Dall'intreccio di queste esperienze nasce la paura folle, l'autentico panico che attanaglia lo schizoide. È da questa paura che il bambino deve imparare, e presto, a difendersi. Il bambino reagisce al clima letale in due modi fondamentali: quello della fuga e quello dell'identificazione con l'aggressore. Le due forme estreme dell'autismo e della simbiosi sono gli esiti ultimi di un'infinita gamma di gradazioni comportamentali. La madre invadente e quella assente sortiscono lo stesso effetto: la paura. In preda al panico il bambino si ritira dal mondo-madre sino ad arrivare a forme autistiche, oppure avvia un processo di identificazione con l'aggressore: egli stesso diventa la madre. L'aggressività feroce nei confronti della madre viene sepolta sotto un'impenetrabile coltre di premure e di dedizioni che entrambi chiamano amore. Non di rado quando la madre muore, l'organizzazione difensiva crolla, la persona si scopre senza identità, allora comincia a chiudersi sempre più sino alla chiusura totale, autistica. Fortunatamente oggi i padri sono più responsabili nei confronti dei propri figli e aiutano la compagna con la loro presenza all'educazione del figlio. Non sempre il bambino ha a che fare con una madre anaffettiva ma tante volte con una madre, specialmente le primipare, insicura ed inesperta che crea nel figlio lo stesso clima nel quale lei vive. (Fiore Cianci, neuropsichiatra)
LA DIPENDENZA AFFETTIVA
Molte sembrano identificarsi in Belle, la protagonista di “La bella e la bestia”, ovvero in eroine capaci di trasformare la bestia in un bellissimo principe! Che delusione quando questo non succede. Eppure la favola è chiara: affinché avvenga la trasformazione è indispensabile che la bestia sia stata un giorno un bellissimo principe trasformato da un incantesimo che deve sciogliersi prima del matrimonio non dopo. Ma le nostre caparbie eroine insistono nell'attesa che il miracolo avvenga, lasciando che il loro amore e la loro vita sfioriscano tra liti e maltrattamenti psicologici e fisici di ogni tipo, rifiutandosi di accettare che, anche con ogni giustificazione, hanno sposato una “bestia” vera e che può essere trasformata solo da un aiuto esterno e non dal nostro amore! L'amore fa molti miracoli, ma non quando parliamo di tossicodipendenza, alcolismo o tendenza a violenti attacchi d'ira spesso giustificati da gelosia, possesso o altro.
Le eroine di cui stiamo parlando sono soggetti il cui cuore sanguina a causa di una forma di dipendenza affettiva. Sono le donne che innamorate di un uomo sposato, si accontentano di briciole di tempo nell'eterna speranza che lui lasci la moglie per loro (speranza sorretta dalle promesse di lui!), sono le compagne di alcolisti o tossicodipendenti, le mogli vittime di violenze fisiche e psicologiche, ma anche le innamorate silenti del proprio capoufficio, da cui si lasciano maltrattare pur di sentirsi importanti. Per motivi di spazio evito qui di parlare delle donne che si fanno male, ovvero autolesioniste. Insomma un'ampia categoria di persone che addebitano alla sfortuna la propria sofferenza. C'è sempre un partner sbagliato nella vita di queste persone.
Gli studi fatti sulla scelta amorosa dimostrano che in realtà non è stato il caso che ci ha fatto incontrare quella persona invece di tal altra, ma quell'incontro è stato il risultato di una nostra attenta, anche se inconsapevole, ricerca. Una sorta di profezia che si autoadempie: da bambine infelici a donne … infelici. (…)Queste donne sono state “bambine adulte” che spesso si sono dovute occupare del genitore o dei fratellini, bimbe buone e brave, angioletti che imparano presto a cucinare, sistemare casa, andare bene a scuola e, soprattutto, camminare in punta di piedi quando l'atmosfera lo chiede; che crescendo continuano a volere redimere, aiutare, salvare le persone che hanno accanto ripetendo il copione familiare. Si sentono responsabili di tutto e di tutti e sentono di potersi realizzare solo salvando la persone che hanno accanto. (…) Credo che ad ognuno sia capitato di sentirsi dire “Ti amo, anche se non sei bellissima”, e spesso si è sentito ferito da questa affermazione, tutti vogliamo essere belli agli occhi di chi ama, se non avviene ci sentiamo veramente uno straccio! Ora immaginiamo che la serie dei “anche se non sei…” diventi molto lunga, allora può succedere che io mi senta di dovere gratitudine a chi mi ama nonostante tutti quei “anche se non …” e mi convinca che nessuno sarebbe così stupido da amarmi nonostante io non sia …” e giorno dopo giorno le insicurezze aumentano insieme alla dipendenza.
Mentre scrivo mi accordo di usare frequentemente il femminile rivolgendomi ai soggetti dipendenti dall'amore, questo avviene perché quando si tratta il tema pernicioso ma sempre attualissimo della sofferenza auto o etero inflitta, si tende a parlare di donne. Questo non perché gli uomini non hanno motivi di sofferenza o non scelgano donne carnefici, ma perché frequentemente gli uomini che hanno subito traumi o sono cresciuti in famiglie cosiddette a rischio, tendono a diventare attivamente carnefici o dipendenti da sostanze. La Miller, nel suo libro “Donne che si fanno male” precisa che l'infanzia violata da violenze fisiche o psicologiche è una realtà anche maschile. La diversità, secondo l'autrice, esiste nell'educazione ricevuta, mentre gli uomini che hanno subito traumi infantili tendono a diventare a loro volta violenti, le donne tendono a riprodurre su se stesse tale violenza, tendono a subire più che ad infliggere.
Nelle coppie disfunzionali in cui uno dei due è alcolizzato o violento, si tende a vedere l'altro come un eroe, che con pazienza e grande coraggio sopporta tutto per il bene dei figli, oppure perché “un giorno grazie a me cambierà”, o perché “cosa farebbe senza di me?”. (…) Queste persone non sono realmente eroi ma solo individui che stanno tentando di soddisfare un loro bisogno insoddisfabile. Di fondo sono persone assolutamente incapaci di occuparsi di se stesse e riescono a sopportare solo quello strano tipo di solitudine a due perché riproducono ciò che hanno ricevuto nell'infanzia. In pratica finché hanno qualcuno di cui occuparsi sono forti e capaci ma se devono occuparsi di se stesse sono assolutamente incapaci ed impauriti.
La letteratura d'oltre Oceano si è molto occupata di queste strutture di personalità da quando la problematica della dipendenza affettiva è letteralmente scoppiata in seguito al nascere di gruppi di self- help per mogli e mariti di alcolisti. Si è scoperto che queste persone erano dipendenti tanto quanto i compagni alcolisti (o tossicodipendenti) ed avevano bisogno di imparare non tanto ad aiutare il compagno quanto ad aiutare se stesse. Questo è avvenuto nel tipico stile americano dei gruppi di self- help. La problematica diviene evidente solo quando il partner eletto a disfunzionale decide di uscire dal proprio tunnel, e quindi si disintossica, frequenta gruppi self- help, diventa una persona “sana”. Il partner prima considerato sano anche se infelice, l'eroe della situazione rimane senza nessuno di cui occuparsi e, come un guerriero in tempo di pace, cade nella più cupa depressione.
(Tratto da I lividi del cuore)
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domenica 11 maggio 2003
La ricerca della Visione
Prima o poi arriva per tutti il momento in cui si devono fare i conti con i propri errori. La vita non va come dovrebbe e ci si trova "ingarbugliati" negli effetti generati da scelte sbagliate. A quel punto è essenziale chiarire con obiettività la propria situazione così da poter progettare il miglioramento.
Un ottimo metodo, pratico ed efficace, per analizzare la propria vita e identificare i punti deboli, ma anche quelli di forza ce lo offre la pratica delle quattro direzioni utilizzata dai nativi amerindiani.
Con loro ho passato dieci anni di "apprendistato" dal 79 in avanti e qui di seguito vi riporto alcuni punti del loro sentire che trovo di aiuto anche per la nostra cultura.
E quello che i Nativi definiscono il "percorso sulla Ruota di medicina", ovvero il percepire le energie delle direzioni che si muovono dentro e fuori dalla nostra vita, per riportarle al loro fine primario. In sintesi queste rappresentano:
L'Ovest: il corpo, il sentire del corpo, i nostri cinque sensi da riattivare anche e soprattutto attraverso la giusta alimentazione, respirazione, movimento, riposo.
Il Nord: la mente, come sbloccarla dall'abitudine di utilizzarla in modo speculativo (a cosa serve sapere se il chakra è rosso o giallo nella mia vita quotidiana se poi non so viverla con maggiore serenità e centratura? - ovvio nelle questioni di crescita interiore: cerca la prova di validità), per imparare a utilizzarla in modo strategico ma ecologico per il nostro benessere, quello del nostro gruppo e dell'ambiente.
Il Sud: le mie emozioni, come riconoscere ciò che le suscita e quindi come purificarle sempre e di nuovo, in modo da ritrovare le originarie fiducia e innocenza con cui vivere la vita.
L'Est, lo Spirito, come permettergli di manifestarsi, così che ci conferisca l'ardore e il fervore necessario a vivere la nostra battaglia sulla Terra come dei Guerrieri vittoriosi e non come delle pavide gelatine.
Per i Nativi le energie dal cui connubio avviene e diviene la vita sono quelle attribuite alle quattro direzioni: ovvero l'energia spirituale che feconda la materia, assegnata all'Est; l'Ovest, l'energia della fisicità che realizza l'input spirituale della materia; il Nord, l'energia della mente che analizza e valuta con il pensiero le situazioni, così da renderle ecologicamente proficue per sé per l'ambiente in cui si vive; il Sud, l'energia delle emozioni che, se debitamente ripulite e rinnovate, scaldano il cuore umano e gli arrecano la forza necessaria a realizzare le proprie motivazioni.
E' percorrendo la dinamica della "Ruota di Medicina", che si può attuare la guarigione.
Il Cerchio della Ruota di Medicina è l’universo. È cambiamento, vita, morte, nascita e apprendimento. Questa grande loggia è la loggia dei nostri corpi, delle nostre menti e dei nostri cuori. È il cerchio entro cui esistono tutte le cose. Il cerchio è il nostro modo di toccare e di sperimentare l’armonia con ogni altra cosa attorno a noi. E per coloro che cercano la comprensione il cerchio è il loro specchio. Questo cerchio è l’albero rifiorente. (Traduzione dell'Autrice da Seven Arrows, H.Storm).
La Ruota di Medicina è la rappresentazione che esprime le forze del creato. Come abbiamo già detto, la creazione tutta è vista come espressione di quattro forze naturali principali che la vivificano. Queste sono le forze delle quattro direzioni cardinali.
Il concetto però non è nuovo, anche nella nostra tradizione esoterica si suddividono le energie del creato nelle quattro direzioni cardinali e lo stesso avviene con la concezione astrologica dei divenire della vita.
Concettualmente possiamo illustrare il significato delle direzioni. Tuttavia, per comprenderle veramente si deve viverle. H.Storm scrive:
Entrare in contatto e sentire col cuore significa sperimentare. Molta gente vive
la sua intera vita senza mai entrare in contatto o essere toccata da alcunché.
Sono Individui che vivono In un mondo mentale. e di pensiero che, a volte, li
può condurre verso la gioia, le. lacrime, la felicità o il dolore. Tuttavia non
entrano in contatto veramente. Non vivono e non diventano uno con la vita.
Il rituale è ciò che permette al Nativo di divenire consapevole di queste forze operanti nel creato e di riconoscerle così nella vita e farne esperienza. La Danza del Sole – ovvero la vita – è quindi rappresentazione e sperimentazione delle forze insite nel creato e in se stessi. La vita intera viene considerata una Danza del Sole, che l’individuo deve percorrere per imparare e crescere. Danzando con la vita si percorre la Ruota di Medicina e si interagisce con le forze delle quattro direzioni, sperimentandole apertamente, infatti la Ruota si deve percorrerla, così da entrare in contatto vero con tutte le caratteristiche delle direzioni per completarci sempre di più: Intanto che impariamo cambiamo, e lo stesso avviene al nostro modo di percepire. Questa ampliata capacità di percezione diventa un nuovo Maestro operante dentro di noi. Se noi impariamo mentalmente il significato delle quattro direzioni senza imparare a percepirle nella nostra vita e a interagire con esse, non abbiamo imparato proprio nulla perché quelle rimangono dei meri concetti. È solo vivendo la Ruota di Medicina che io comprendo come le direzioni agiscono nella mia vita, e così posso imparare a interagire con queste forze senza esserne sopraffatto.
Un individuo inizia il suo percorso sulla Ruota di Medicina da un qualsiasi
punto che sente di percepire. Con alcuni sarà nel Nord, nella saggezza. Per
altri sarà nel Sud, con l'innocenza nel cuore. Altri ancora potranno toccare la
Ruota di Medicina iniziando con l'Ovest, l'introspezione. E alcuni altri
potranno provare la Ruota partendo dall'Est, l'illuminazione. Ogni modo di
percepire rappresenta la Medicina di quell'individuo, ognuno di noi possiede uno
di questi doni iniziali. Ma gli esseri umani devono imparare a percepire tutte e
quattro le vie per diventare interi! (H.Storm)
Come abbiamo visto arriviamo al mondo “toccando” una direzione, quella che è più propria al nostro carattere, tuttavia, nella vita, abbiamo il dovere di completarci, entrando in intimo contatto con le qualità delle altre direzioni.
Un individuo che possiede solo il dono del Nord sarà saggio, ma sarà un
individuo freddo e senza sentimenti. L’individuo che vive solo nell’Est avrà la
visione chiara e di prospettiva dell’Aquila, ma non sarà mai vicino alle cose,
si sentirà separato, lontano dalla vita e penserà che nulla potrà mai toccarlo.
Un uomo o una donna che percepiscono solo dall’Ovest continueranno a riflettere
e rimanere sullo stesso pensiero, senza mai riuscire a decidersi. E se una
persona possiede solo il dono del Sud vedrà ogni cosa con gli occhi di un
topolino: sarà infatti troppo rasente il terreno e non potrà che vedere le cose
più vicine, solo quelle che staranno proprio sotto ai suoi occhi e gli
pizzicheranno i baffetti. (H.Storm)
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martedì 6 maggio 2003
Amori deliranti
Ci sono amori che si rivelano totalmente folli nelle loro manifestazioni ossessive. Chi più chi meno si è comunque sentito trasportato dalla pazzia dell'amore, quella che toglie l'obiettività e spinge a cercare l'altro, a volerlo, a possederlo, a "mangiarlo"... ma queste sono momentanee pazzie, tipiche dell'incantamento amoroso, dopo un po' scemano e la persona riacquista la lucidità. E se invece non accade e uno, invece di migliorare la sua ossessione, la aumenta?
Vediamo cosa scrive Anna Oliverio Ferraris, in Psicologia Contemporanea (n. 164/2001)
Iniziamo con delle premesse.
Un uomo sulla quarantina, sconvolto dalla perdita della moglie, è in terapia per un'incresciosa vicenda che l'ha portato in tribunale. Per quasi due anni questo individuo ha pedinato, accusato, diffamato e persino minacciato di morte la ginecologa che aveva un tempo visitalo la moglie. Anni addietro, la donna che questo signore aveva appena sposato e di cui era innamoratissimo, si era infatti sottoposta a una visita di routine nello studio della dottoressa in questione. In quell'occasione, la moglie si era poi dimenticata di ritirare il risultato del suo pap-test. Accortasi della dimenticanza, la dottoressa aveva successivamente cercato in tutti i modi di rintracciarla. Inutilmente: infatti si erano trasferiti in un'altra città, senza lasciare alcun recapito.
Ttrascorso più di un anno prima che la signora si fece nuovamente visitare ma, a quel punto, il suo carcinoma uterino era a uno stadio così avanzato che non ci fu più nulla da fare. In preda alla disperazione, il marito si trasferì nuovamente nella città in cui la prima ginecolova esercitava, con il fermo propositivo di vendicarsi. Prima al telefono, poi in studio, davanti alle pazienti, questo marito sconvolto prese ad accusarla di aver assassinato sua moglie e di avergli rovinato la vita.
La dottoressa si disse fin dall'inizio molto addolorata per quanto era accaduto e spiegò di essere ricorsa persino a un detective privato per rintracciare la sua ex paziente. Lui però non volle sentire ragioni. In un drammatico confronto, le disse che non era giusto che lei fosse ancora viva mentre sua moglie non lo era più e le promise di distruggerle la carriera e l'esistenza. A queste minacce fece seguire i fatti. La pedinava. L'aspettava sotto casa. L'affrontava in strada per insultarla. Entrava in studio all'improvviso e "metteva in guardia" le pazienti dall'imperizia della dottoressa. Una volta le fece trovare, sul sedile anteriore dell'auto, un ratto morto alla cui coda aveva attaccato un biglietto di minacce.
La dottoressa, che inizialmente aveva cercato di capire e aiutare quest'uomo, esasperata dall'escalation delle sue minacce (che quel marito sconvolto aveva poi esteso anche alle sue due figlie), dalle voci diffamanti che diffondeva e dai pedinamenti sempre più frequenti e ossessivi, alla fine si decise a denunciarlo. La vicenda finì in tribunale e sulle cronache dei giornali.
GLI "STALKER" - I PERSECUTORI
Lo Stalker non agisce solo per desiderio di vendetta, come nel caso del signore che abbiamo appena riportato. Le motivazioni del persecutore possono essere le più varie. Può essere dominato dal desiderio di conquistare a tutti i costi un amore o un'amicizia, oppure dall'illusione di ottenere, attraverso il destinatario delle sue attenzioni, un vantaggio personale (economico, lavorativo, o d'altro tipo). Ma può anche essere sopraffatto dall'odio e dal desiderio di vendetta, come nel caso appena citato.
Qualunque sia il movente, lo Stalker diventa sempre schiavo del suo progetto, sia esso di conquista o di vendetta, tanto da non poter decodificare mai correttamente i feedback altrui, che spesso neppure registra.
Lo stalker si muove in una dimensione autistica, caratterizzata da un senso di infantile onnipotenza. A rinforzarlo sono le emozioni che gli procura la "caccia" in sè, le tensioni interne, la pianificazione delle incursioni o degli avvicinamenti. Alcuni stalker riescono a procurare dei danni notevoli alle proprie vittime: possono sconvolgere la loro vita familiare o lavorativa, sospingerle in situazioni insostenibili, in qualche caso anche ucciderle. Questi persecutori sono quasi sempre persone infelici, sole, a volte vittime di ingiustizie o in preda alla disperazione.
Nel corso della terapia è emerso che quel marito sconvolto, aveva avuto un'infanzia e una giovinezza particolarmente tormentate. Il padre si era allontanato da casa quando lui aveva otto anni. In quell'occasione la madre era caduta in una grave forma depressiva. Qualche anno più tardi, aveva saputo che il padre se ne era andato con un'altra donna, dopo aver vinto una cifra cospicua a una lotteria. A causa della malattia materna, che i medici non riuscivano a curare, aveva dovuto prendersi cura dei due fratelli minori.
Quando poi arrivò ai dodici anni, uno dei fratelli morì e la madre fu definitivamente ricoverata in una clinica per malattie mentali. Lui e il fratello andarono così a vivere da uno zio. Entrambi lasciarono gli studi e si misero a lavorare.
Il successo che ottenne sul lavoro fu notevole e incominciò a guadagnare bene, tuttavia, a ventiquattro anni, fu vittima di un incidente d'auto. Dalle conseguenti fratture non riuscì mai a guarire completamente e queste continuarono sempre a procurargli dolore. Fece causa ai medici che l'avevano curato ma non ottenne alcun risarcimento. Il resto lo sappiamo: sarà di nuovo un medico al centro della sua vita.
I DIVERSI PERSECUTORI
Una recente classificazione (Mullen et al., 1999) che tiene conto sia della motivazione dominante che spinge il Persecutore alla 'caccia', sia del contesto in cui egli la esercita, distingue cinque tipologie di Stalker: il Respinto, il Bisognoso d'affetto(tipologia in cui rientra anche l'"erotomane"), il Corteggiatore incompetente, il Risentito e, infine, il Predatore.
Alla luce di questa classificazione, dobbiamo assegnare il marito della nostra vicenda al gruppo dei "Risentiti". L'obiettivo di queste persone è quello di vendicarsi di un danno o di un torto subito, spaventando la vittima e danneggiandola in vari modi. Il Risentito è fermamente intenzionato a perseguire un piano punitivo e considera giustificati i propri comportamenti, da cui trae confortanti sensazioni di potere e di controllo, che hanno poi l'effetto di rinforzarlo inducendolo a continuare.
Il Respinto, già come indica il nome, inizia generalmente la persecuzione dopo che la partner (o il partner) lo ha lasciato, o ha espresso il desiderio di porre fine alla relazione. L'obiettivo esplicito può essere la riconciliazione oppure la vendetta. In pratica, però, è molto frequente che egli porti avanti entrambi gli obiettivi e che passi dall'uno all'altro a seconda delle circostanze. E' questa una delle forme più persistenti di stalking. Il Respinto è consapevole del fatto che insistenze, minacce, pedinamenti, aggressioni, denunce e rappresaglie hanno l'effetto di peggiorare il suo rapporto con l'oggetto amato e tuttavia non desiste, anzi da' vita ad una sorta di escalation. Questa ha l'effetto di produrre, nella vittima, reazioni sempre più negative e, nello stalker, uno stato di inquieta eccitazione e una sete crescente di rivalsa. Il Respinto può lamentarsi del fatto che la relazione è sempre stata insoddisfacente, che l'ex partner è una persona indegna ma, nonostante questo, non esce dalla morsa che lo tiene legato all'oggetto d'amore. La persecuzione, in questo caso, diventa una continuazione della relazione, la cui perdita è percepita come troppo minacciosa. Ad essa sono legate emozioni e desideri irrisolti che risalgono molto spesso all'infanzia. C'è chi vive la fine di una relazione come un'umiliazione tanto grave da distruggere la propria autostima e chi, avendo investito tutte le proprie speranze e aspettative in un partner da cui è totalmente dipendente, ha l'impressione di perdere una parte fondamentale di sè.
Il Bisognoso di affetto ricerca un rapporto intimo (d'amicizia o d'amore, quest'ultimo non necessariamente sessuale o romantico, ma anche materno o fraterno) con un partner idealizzato. La relazione che sogna dovrebbe risolvere un dilemma centrale della sua vita: quello della solitudine, della mancanza di una relazione fisica o emotiva stabile con un'altra persona. Molti sono convinti che i loro sentimenti siano contraccambiati e che l'altro debba essere aiutato a superare qualche problema (concreto o affettivo) che lo blocca. Da un lato, possono vedere nel partner d'elezione delle qualità umane uniche e, dall'altro, rimproverargli di non saper dimostrare o ascoltare i propri sentimenti, di averne paura, di essere insensibile e crudele. Per mantenere nel tempo un attaccamento nei confronti di qualcuno che non risponde positivamente agli approcci, bisogna reinterpretarne continuamente i feedback, un'attività a cui il Bisogno d'affetto dedica molte delle sue energie mentali.
Nel "delirio erotomane", che è una forma spinta del Bisogno d'affetto, ed è più frequente nelle donne, qualsiasi tipo di risposta, compresi i maltrattamenti e gli insulti, viene letta come un segno di incoraggiamento. La persona in questo caso è chiusa in un suo bozzolo difensivo che la rende impermeabile ai segnali che provengono dall'esterno: ha investito così tanto di sè e così tanto nella costruzione della sua relazione immaginaria che qualsiasi tentativo possano fare gli amici per aprirle gli occhi o farla ragionare viene percepito come un attacco intollerabile all'Ego.
Per infatuarsi o innamorarsi di una persona non è necessario essere ricambiati. Nella maggior parte delle persone, quando ci si accorge che l'altro non prova gli stessi sentimenti o la stessa attrazione, man mano si abbandonano le speranze e ci si rassegna. Qualche volta l'amore può continuare sotto la forma dell'autoabnegazione: in questo caso, però non ci si attende nulla dalla persona amata e non ci si auto inganna su quelle che sono le sue reazioni e i suoi sentimenti. L'Erotomane, invece, non accetta di non essere ricambiato. E' convinto, e ha bisogno di credere, che l'amore ci sia, o che ci sarà, al di là delle apparenze. Per questi "malati d'eros" l'amore non si fonda sulla comunione e sulla reciprocità, ma su una fissazione totalizzante. Questa condizione psichica è anche nota con il nome di "sindrome di de Clèrambault".
Anche il Corteggiatore incompetente non riesce ad entrare in sintonia con il partner desiderato, ma stavolta il motivo è da rintracciarsi nella sua incapacità nell'approcciare e nell'intrattenere dei rapporti interpersonali con persone dell'altro sesso. Quando è uomo, l'incompetente è la caricatura del macho: assertivo, opprimente, convinto che le donne debbano subire il suo fascino e cadergli immediatamente tra le braccia. Le sue avances sono grezze ed esplicite. Pensa di avere il diritto di ottenere ciò che vuole e se non lo ottiene diventa maleducato, aggressivo, manesco. Il forte bisogno di possesso e di conquista lo porta a considerare l'altro come un semplice oggetto ai cui sentimenti è del tutto insensibile. Rispetto agli altri tipi di stalker, le molestie del Corteggiatore incompetente durano meno nel tempo. Egli è però il più recidivo di tutti.
C'è, infine, il Predatore, il cui scopo è sempre quello di avere un rapporto sessuale con la vittima. Per raggiungere il suo obiettivo può dedicare molto tempo alla pianificazione delle proprie azioni e degli inseguimenti. A differenza del Risentito, che trae gran parte del suo piacere dallo spaventare e tirturare la vittima, il Predatore prova soddisfazione e senso di potere nell'osservarla di nascosto, nel pianificare l'agguato senza minacciare o lasciar trapelare in anticipo le proprie intenzioni.
I Predator, che sono sempre di sesso maschile e che spesso vengono arrestati per molestie sessuali (e qualche volta per omicidio), costituiscono un piccolo ma determinato e pericoloso gruppo di persecutori che attacca di sorpresa. Tra loro ci sono anche pedofili, esibizionisti e feticisti. Le prede possono essere adulti o bambini, donne o uomini.
In linea di massima, i Predatori, più o meno come gli Incompetenti, sono privi delle abilità sociali di base, incapaci di fare profferte amorose in modi accettabili e di interpretare correttamente i segnali comunicativi altrui. Alcuni ritengono che il fattore critico all'origine della loro deviazione sia proprio questa incapacità a relazionarsi con il sesso preferito, incapacità che incomincerebbe a diventare un problema a partire dalla pubertà.
LA TERAPIA POSSIBILE
Il recupero del Persecutore dipende molto dalla gravità della sua fissazione. In alcuni casi questa è l'espressione di una psicosi e come tale va curata. Quando il disturbo è meno grave, una psicoterapia può aiutare lo Stalker a vedere più chiaro in se stesso, a comprendere le motivazioni reali dei suoi comportamenti, a riflettere sui danni che arreca agli altri e a se stesso, a ridurre il suo stato di isolamento emotivo, ad imparare modi di comunicazione più efficaci.
Un primo passo, per il terapeuta, consisterà nel riuscire a penetrare in quel mondo fatto di idee fisse, illusioni e razionalizzazioni intorno a cui il persecutore ha organizzato il suo pensiero e le sue giornate. Ciò non è sempre facile perchè costui, pur sentendosi infelice, frustrato o rifiutato, trae delle soddisfazioni secondarie dal suo stile di vita, dagli appostamenti, dagli inseguimenti, dalle vendette che riesce a mettere a segno e anche dalle reazioni della vittima: ottenere delle risposte, seppur negative, gli consente infatti di mantenere viva la comunicazione con il proprio "oggetto" di riferimento. Ciò nonostante, nei momenti di maggior lucidità è possibile farlo ragionare sul costo che la sua fissazione ha dal punto di vista pratico ed emotivo e su come gli stia progressivamente rovinando la vita. Un secondo passo consisterà nel farlo uscire da quella sfera di onnipotenza infantile e di egocentrismo in cui si è isolato e nel portarlo poco a poco ad accettare l'idea che, se non si può cambiare gli altri, si può però sempre cercare di cambiare il proprio modo di reagire ai comportamenti altrui.
Procedendo nel percorso terapeutico, i Bisognosi d'affetto possono scoprire che le loro iniziative e pianificazioni, con tutto il coacervo di emozioni e di tensioni che comportano, sono diventate, in realtà, un sostituto della relazione affettiva, più che un mezzo per raggiungerla. Ugualmente, i Respinti possono scoprire che l'insieme delle attività che dedicano alle vendette, a denigrare l'ex-partner, a rimproverarlo, ecc., sostituiscono, sul piano emotivo, la relazione perduta e che di conseguenza essi si trovano bloccati in un circolo vizioso: non possono nè ristabilire il legame, nè liberarsi dall'ex partner.
Gli Incompetenti possono arrivare a comprendere che i loro approcci sono inefficaci, destinati al fallimento, e che tutto ciò non richiede un cambiamento da parte degli altri, ma da parte loro. In questi casi il problama è per certi aspetti abbastanza simile a quello dei Predatori (fatti salvi i casi estremi in cui questi ultimi sconfinano nella pedofilia, nell'esibizionismo, nel feticismo, ecc.). Gli uni e gli altri sono sempre persone isolate. Hanno però bisogno, come tutti, di feedback sociali positivi e di conferme. Se si riesce a migliorare e ad ampliare la loro rete sociale, se li si aiuta ad acquisire quelle competenze che consentono di avvicinare le persone in modi gradevoli e convincenti, di stringere delle amicizie e di mantenerle, se li si educa a non entrare immediatamente in crisi di fronte ai rifiuti, si possono ottenere notevoli risultati, sia nel porre fine ai comportamenti persecutori, sia nel prevenirli.
I Risentiti, infine, possono realizzare che i loro inseguimenti, pedinamenti e vendette, cui dedicano energie, tempo, collere e malumori, non sono tanto il frutto di una sete di giustizia, quanto invece del bisogno inconscio di procurarsi delle gratificazioni a breve termine, infliggendo delle sofferenze alla vittima designata. E' questo il percorso terapeutico intrapreso per il trattamento del marito raccontato nella nostra storia iniziale.
COME DIFENDERSI
Se alcuni tipi di Stalking sono tollerabili, gestibili e si risolvono in un arco di tempo ragionevole, altri invece sono violenti, distruttivi e possono dar luogo a ferite psicologiche profonde, vere e proprie sindromi da disordine postraumatico. Ciò significa che lo Stalking può generare nella vittima stati persistenti di insicurezza e di paura, incubi, flashback intrusivi i cui contenuti sono le minacce, gli inseguimenti e gli attacchi subiti. Anche se ogni caso è una storia a sè, è logico chiedersi se esistano dei segni premonitori dello stalking e delle contromisure difensive.
Non sempre si riesce ad individuare con certezza la presenza di segni premonitori. Tuttavia, dietro la possessività, la dipendenza, l'ipersensibilità, la gelosia e gli improvvisi sbalzi d'umore (oscillazioni tra una totale devozione e un rifiuto distruttivo) può nascondersi un potenziale persecutore. Se questi atteggiamenti ci danno fastidio è bene chiarirlo al più presto, in modo da non lasciare spazio ad equivoci e illusioni.
Coloro che non assumono un atteggiamento fermo (sia pure educato) finiscono per incoraggiare il Persecutore, alimentandone le speranze. Per non innescare nella controparte il piacere della sfida, meglio evitare le discussioni e le contro-argomentazioni. Bisogna anche guardarsi dal dare informazioni su di sè, sui propri spostamenti o luoghi frequentati. Il fatto che le persone famose siano dei bersagli ideali non dipende soltanto dalla loro visibilità e apparente disponibilità nei confronti del pubblico, ma anche dal fatto che paparazzi e giornali rivelano particolari sulla loro vita privata e sui luoghi che frequentano.
Quando le molestie sono conclamate è bene informare qualche persona di cui ci si fida, o contattare chi può riferirci notizie utili sui movimenti del Persecutore. Se i bambini diventano dei potenziali obiettivi secondari bisogna prendere le misure necessarie affinchè non vengano coinvolti. E' necessario cercare di evitare confronti e contatti, spiegano Mullen et al. (1999).
Anche restituire un regalo indesiderato o rispondere a una lettera sono forme di contatto da evitare. Naturalmente, la strategia del non-contatto diventa difficile quando il persecutore è un collega di lavoro o un vicino di casa.
Altre strategie difensive possono infine essere le seguenti: non rispondere mai al telefono, affidandosi alla segreteria, cambiare spesso numero telefonico e portare un cellulare per le emergenze, se possibile trasferire il domicilio per un certo periodo, installare sistemi di allarme. Una misura importante consiste nell'evitare le routine che rendono prevedibili gli spostamenti: conviene cambiare spesso strada per andare al lavoro o a far spese, evitare di uscire o rientrare a casa ad ore fisse. In caso di week-end, partire senza preavviso, con amici e per un luogo sconosciuto al persecutore. La polizia, infine, può sempre dare consigli più personalizzati.
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sabato 5 aprile 2003
PNI: sani dentro, sani fuori
L’interesse su come gli stati interiori influenzino la condizione della nostra salute è di vecchia data. Già il medico greco Galeno (130-200 d.C.) aveva evidenziato come certe tipologie umane avessero la predisposizione a sviluppare determinati disturbi.
Galeno aveva descritto come il tipo ‘melancolico’ avesse la tendenza a sviluppare dei tumori più di ogni altra tipologia. La medicina, sin dalle sue origini, aveva osservato lo stretto rapporto esistente fra il corpo e la psiche, da qui il detto romano: mens sana in corpore sano. Negli ultimi anni, con il concetto di disturbo psicosomatico - cioè della psiche che influisce sul soma, il corpo - la scienza sta tentando di identificare e meglio comprendere queste importanti connessioni. In modo particolare si sono concentrati gli studi sull’effetto dello stress.
LO STRESS INFLUISCE SULLA SALUTE
Nel 1950, il medico e ricercatore austriaco Hans Selye, naturalizzato in Canada, conduce uno dei primissimi studi sugli effetti dello stress all’Institute of Experimental Medicine and Surgery di Montreal, di cui lui era a capo.
Da questo rapporto si legge come lo stress ambientale determini negli animali, come negli uomini, il rilascio di adrenalina (vedi box), a cui poi l’organismo si adegua. Tuttavia, se l’agente stressogeno continua nel tempo, il naturale meccanismo di adattamento comincia a indebolirsi, provocando infine una serie di disturbi che Selye chiamò ‘malattie da adattamento’. Selye evidenziò come lo stress influisce sul sistema nervoso simpatico, su quello endocrino e quello linfatico.
Gli studi successivi a quelli di Seyle (Canon 1953) dimostrarono come, non solo l’esaurimento fisico, bensì le emozioni acute troppo prolungate fossero una delle cause principali dello stress. (Vedi pie' pagina: ‘Stress ed emozioni’.) E nel 1984, i ricercatori Lazarus e Folman allargarono definitivamente il significato di stress a una situazione con una forte componente psicologica, derivante, cioè, da una reazione alle sollecitazioni dell’ambiente che “la persona percepisce come imponenti ed eccessive per le sue risorse a disposizione”. Questa ridefinizione, tuttavia, non ha evidenziato gli effetti fisiologici sul sistema immunitario. Di questo specifico settore si occuperà la psiconeuroimmunologia, chiamata anche PNI per comodità.
LA PNI
Ha avuto inizio con uno studio di Engel, nel 1962, che partiva dalla ricerca sui modelli di malattia multifattoriale generati dallo stress. Questo studio fu ampliato, in seguito, da Solomon che si concentrò sull’impatto degenerativo causato dallo stress sul sistema immunitario. Nel 1981 i ricercatori Ader e Cohen coniarono il temine di ‘psiconeuroimmunologia’ per descrivere le interazioni che avvengono tra il sistema nervoso e quello immunitario. La PNI riconosce fermamente la natura multifattoriale del benessere e del malessere. Le ricerche, continuate in questo campo, evidenziarono come le emozioni negative e lo stress siano in grado di influire negativamente sulle cellule.
Il sistema immunitario è quel dispositivo che permette al nostro organismo di controllare ed eliminare tutti quei fattori che potrebbero scatenare una patologia.
Ormai da molti anni, gli esperimenti eseguiti nei principali organi di ricerca statunitensi, ma anche europei, hanno statisticamente provato che, migliorando le qualità psicologiche della vita, il sistema immunitario tende a riprendersi. In pazienti ammalati di cancro, o da altre malattie degenerative, si è riscontrato che, quelli sottoposti a particolari attenzioni psicologiche, riuscivano a vivere più a lungo di quelli che invece non erano seguiti psicologicamente. Inoltre si approcciavano alla morte con spirito più sereno.
Sembrerebbe che siano gli alti livelli ansia a influire negativamente sul sistema immunitario, indebolendo sempre di più le sue capacità. Dopo dieci anni di ricerca all’Ohio State University a Columbus, negli Stati Uniti, si è dimostrato che la risposta degli anticorpi e del sistema immunitario diminuisce con il crescere dell’ansia.
Esiste, dunque, una intima relazione tra il cervello e il sistema immunitario e le ricerche, oggi, dimostrano che avvengono dei cambiamenti biologici significativi quando si è vittima di stress ansiogeno prolungato.
ALCUNE SOLUZIONI
Diversi sono i metodi che oggi abbiamo a disposizione per migliorare la risposta del sistema immunitario, e per eliminare, dunque, quelle informazioni negative fissate dalle nostre emozioni (vedi pie' pagina: ‘Memoria delle cellule, ovvero la memoria dell’acqua’).
Le tecniche di biorisonanza, per esempio, si avvalgono dello strumento elettronico per risintonizzare l’organismo sulle sue giuste frequenze. Così facendo si trasmette al corpo la giusta informazione che dovrebbe sostituire, nel tempo, cioè dopo ripetute sessioni, quella negativa.
Su questo principio della biorisonanza si sono sviluppati diversi metodi e apparecchiature. Anche altre tecniche, pur essendo di antichissima origine, oggi si sa, che sfruttano proprio il principio delle frequenze. Per esempio, la visualizzazione usata nella meditazione, è generatrice di frequenze armonizzanti. La vibrazione interiore provocata dalla recitazione di mantra o preghiere è anch’essa apportatrice di frequenze armonizzanti - addirittura ci sono preghiere o salmodie speciali per ‘trattare’ ogni tipo di disagio! Tutto l’universo è vibrazione, quindi frequenza. Ogni manifestazione ha il suo giusto valore di frequenza. Quando, per una qualsiasi ragione, ci si ‘stona’, le frequenze non sono più quelle che dovrebbero essere, e si manifesta così il disordine, quindi, la malattia.
Le diverse discipline spirituali hanno, nei secoli, proposto delle tecniche di meditazione o preghiera che, a livello scientifico, si sono potute constatare positive nel far recuperare la salute agli individui. Il problema è che si sono rivelate salutari solo in alcuni individui. Perché? Ancora ci viene in aiuto la PNI.
Dagli studi effettuati per identificare ciò che è in grado di influire positivamente sulle emozioni, oltre alle attenzioni psicologiche, si è testato il movimento fisico. La conclusione è stata che, se il movimento fisico viene imposto contro voglia, questo obbligo viene recepito come stressogeno e influisce, quindi, negativamente sul sistema immunitario. Quando invece si fa del movimento come risultato di un desiderio volontario, allora l’effetto è rigenerativo sul sistema immunitario.
In poche parole, dove c’è costrizione e imposizione, si genera tensione. La tensione prolungata crea ansia, emozioni negative in genere, e questo si manifesta in un indebolimento delle capacità difensive del corpo. Ogni situazione che crea tensione è dunque negativa, anche se, in se stessa, la situazione non lo sarebbe. A chi non è capitato di vedere degli individui che seguivano un cammino spirituale, o una qualunque altra tecnica o modalità, che, pur essendo così ligi alla disciplina non potevano certo dirsi delle persone che emanavano un senso di salute e benessere interiore. Spesso sono individui interiormente tesi a migliorarsi, a evolversi, a contenersi, o a dare il proprio esempio e aiutare gli altri...
Se la tecnica salutare è perseguita con rigidità gli effetti sul benessere psico-fisico potrebbero essere realmente devastanti!
“Un numero crescente di persone si sforza di usare la coscienza per stare bene, per creare la propria realtà di salute e assumersi piena responsabilità di ciò che accade. (...) ‘Pensare positivo’ ha effetti collaterali e nutrirsi forzatamente di speranza è sempre più spesso riconosciuto pericoloso. (...) Quasi sempre, in questi esercizi, si fa riferimento alla parte cosciente della psiche. Tuttavia, la psicologia moderna ha dimostrato che gran parte della vita psichica non risiede nella coscienza, ma nell’inconscio. (...) L’inconscio implica considerevolmente la preghiera. (...) Oggi identifichiamo la preghiera quasi esclusivamente con la razionalità e la consapevolezza, qualcosa da esprimere in modo cosciente attraverso il linguaggio. (...) Uno dei principi fondamentali della psicologia di C. G. Jung è che nella psiche di ogni uomo c’è un impulso intrinseco verso la totalità e l’integrazione. Questa ‘urgenza all’unità’ è sostanzialmente spirituale ed è alla base dei principi di tutte le grandi tradizioni religiose, è il bisogno di tornare, o di ricongiungersi, in qualche modo, all’Assoluto. Questa spinta verso la totalità è la caratteristica fondamentale della preghiera e del fervore religioso, il sentirsi attirati verso qualcosa di più alto, più grande, più profondo.” (Da Il potere curativo della preghiera, Larry Dossey)
DEL FERVORE
Questa specie di slancio interiore si può provare quando l’animo si libera dalle pesantezze generate dalle emozioni negative. Nell’antichità si usavano i canti devozionali, che ancora oggi sono presenti in molte dottrine orientali, per elevare l’animo a Dio. Il fervore ha a che fare con l’amore, è un’apertura interiore di fiducia e abbandono. È uno stato in grado di purificare intensamente l’animo. Forse, un animo puro, semplice e devoto è la giusta premessa per una vita in salute e benessere interiore.
NOTE AGGIUNTIVE
COSA E' L'ADRENALINA
È un ormone prodotto dalla parte midollare delle ghiandole surrenali, un altro suo nome è quello di ‘epinefrina’. Si produce quando l’organismo, sottoposto a una tensione, deve essere messo in grado di gestire l’eventuale pericolo. L’adrenalina, riversandosi nel sangue, si diffonde in tutto il corpo accelerando i battiti cardiaci e aumentando la pressione del sangue - permettendo, così, ai muscoli di lavorare più in fretta e più a lungo del normale.
STRESS ED EMOZIONI
Lo stress è una sollecitazione derivante da degli stimoli esterni - la parola inglese che lo descrive, significa, appunto, sollecitazione. Questo procura in noi delle immediate risposte emotive che possono essere percepite come benefiche, oppure, in altri casi, come negative.
Questi stimoli vengono percepiti come positivi, quando ci permettono di sviluppare e manifestare le nostre qualità al meglio. Lo stimolo provoca, allora, una reazione emotiva di risposta che ci procura la soddisfazione di sfidarci e di vincere. In questo caso, oggi, alcuni ricercatori definiscono questo tipo di stress come ‘eustress’.
Se, tuttavia, gli stimoli sono troppo intensi oppure troppo pesanti, e, soprattutto, troppo prolungati nel tempo, questi provocano in noi delle emozioni di incapacità, paura, a volte anche di dolore. Questo stress negativo viene chiamato da alcuni ‘distress’.
LA MEMORIA CELLULARE, OVVERO LA MEMORIA DELL'ACQUA
Sembrerebbe che tutto ciò che ci accade, e produce in noi una risposta emotiva, si fissi nell’organismo, mantenendogli quella informazione costante, anche se, in effetti, nella realtà quella situazione non sussiste più. In psicologia, questo, viene definito come avvenimenti che l’individuo non ha ancora integrato, cioè gestito e risolto. Tuttavia, chiunque abbia fatto esperienza di terapia psicologica sa, fin troppo bene che, certi avvenimenti, anche se compresi, spesso rimangono fortemente impressi nel nostro cuore. Il tempo, forse, placa l’intensità del ricordo, che, comunque permane con le sue caratteristiche negative o positive.
In occasione di uno degli ultimi Saben di Milano, si sono riuniti in una tavola rotonda Paolo Bellavite - professore di Patologia Generale all’Università di Verona, Emilio del Giudice - fisico e ricercatore presso il CNR di Milano, Alexandra Delinick - medico omeopatico e ricercatrice presso l’Istituto di Tecnologia dell’Università di Atene, Madeleine Bastide - biologa e ricercatrice presso l’Università di Montpellier in Francia. Questi studiosi hanno confermato, in base i loro studi, che l’acqua possiede una memoria, e che, quindi, si può utilizzare questa sua prerogativa per dare all’acqua l’informazione che si desidera questa porti e trasmetta.
L’organismo umano è composto in prevalenza di acqua. In questo nostro liquido organico rimangono probabilmente impresse le informazioni ricevute, quindi anche le nostre emozioni.
UN TEST PER MISURARE LO STRESS
Qui di seguito viene data una lista in cui si misura, in punti, l’intensità dello stress. Alla fine di questa lista si possono leggere i limiti igienici, quindi gestibili dall’organismo senza incorrere in vere ripercussioni sulla salute.
Morte del coniuge ----------------------- 100
Divorzio --------------------------------- 73
Separazione dal partner ------------------ 65
Prigione ------------------------------- 63
Morte di un familiare stretto ----------- 63
Incidente o malattia personale ---------- 53
Matrimonio --------------------------- 50
Licenziamento -------------------------- 47
Riconciliazione matrimoniale ----------- 45
Pensionamento -------------------------- 45
Malattie in famiglia ------------------ 44
Gravidanza --------------------------- 40
Difficoltà sessuali ------------------- 39
Nuovo membro in famiglia -------------- 39
Cambiamento stato finanziario ------ 38
Morte di un amico stretto --------- 37
Cambiamento di mansioni nel lavoro -------- 36
Cambiamento del numero di litigi col coniuge 35
Ipoteca elevata --------------------- 31
Cambiamento nelle abitudini di dormire - 30
Perdita di un bene o di un prestito --- 30
Cambio di responsabilità sul lavoro --- 29
Figlio o figlia che lascia la casa ---- 29
Fastidi con la legge ------------------ 29
Notevole successo personale ----------- 28
La moglie comincia o finisce di lavorare - 26
Inizio o fine della scuola --------------- 26
Cambiamento nelle condizioni di vita -- 25
Cambiamento nelle abitudini personali --- 24
Problemi con il proprio corpo ------------ 23
Cambiamento nelle condizioni di lavoro -- 20
Cambiamento di residenza ----------------- 20
Cambio di scuola dei figli --------------- 20
Cambiamento nei divertimenti ------------- 19
Cambiamento DI attività legate alla religione 19
Cambiamento nelle attività legate al sociale 18
Ipoteca o prestito non molto elevato ---- 17
Cambiamento nel nucleo familiare ------- 15
Cambiamento abitudini alimentari -------- 15
Vacanze --------------------------------- 15
Natale ---------------------------------- 12
Violazione della legge ------------------ 11
Calcolando un punteggio che sta al di sotto dei 150 punti annui si è ancora in grado di gestire lo stress con le nostre normali risorse energetiche.
Tra i 150 e i 199 si è in uno stato di medio rischio.
Dai 200 ai 299 il rischio di mettere a repentaglio la propria salute diventa più pesante.
Sopra i 300 punti il pericolo è effettivamente esistente.
Secondo gli studiosi Rahe e Holmes, i soggetti con punteggi superiori ai 300 si erano ammalati nell'arco degli otto mesi successivi agli eventi stressanti, mentre chi aveva un punteggio inferiore fino a 150 erano colpiti da disturbi vari.
Anche il rumore è causa invisibile di notevole tensione con effetti deleteri. Ricercatori danesi hanno scoperto che chi viveva in ambienti abbastanza tranquilli, da 51 a 63 decibel - pari ad un ufficio con poche persone, non accusava tutti quei disturbi che invece portavano frequentemente dal medico chi viveva in ambienti rumorosi, da 69 a 78 decibel - pari ad un ufficio con numerose macchine da scrivere.
Per curiosità riportiamo la misura in decibel di diversi rumori estremamente disturbanti. L'avvio di un jet: 140, un'arma da fuoco: 125, il martello automatico: 116, la musica rock e simili: 110, la sirena: 105.
PROPRIO PERCHE' SANTI...
Alcuni ricercatori moderni, per comprendere cosa rende ‘santi’ alcuni individui, hanno operato i loro studi su santoni e guru, la cui presenza emanava una indiscutibile pace e serenità - confermata pure dal rilevamento delle onde cerebrali. Sorprendentemente questi presentavano spesso intossicazioni fisiche ingiustificate - considerato lo stile di vita salutare che seguivano! Si potrebbe ipotizzare che questi individui attirano su di sé parte dei mali dell’umanità - per aiutarla così a purificarsi.
Diversi sono gli esempi illustri di grandi maestri e/o santi che sono morti a causa di malattie degenerative:Santa Bernadetta, a cui apparve la Vergine a Lourdes nel 1858, morì giovanissima per una tubercolosi diffusa, chiamata anche ‘cancro delle ossa’;
Jiddu Krishnamurti, un grande e incomparabile maestro spirituale, morì per un cancro al pancreas;
Suzuki Roshi, che portò il buddismo Zen fuori dal Giappone, morì per un cancro al fegato;
Sri Ramana Maharshi, uno dei più amati santi dell’India moderna, morì per cancro allo stomaco.
LETTURE CONSIGLIATE
Il potere curativo della preghiera, L. Dossey, Red edizioni.
Psiconeuroimmunologia, F. Bottaccioli, Red edizioni.
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venerdì 21 marzo 2003
La comunicazione ecologica
Non è sempre possibile rapportarsi bene agli altri, comunicare in modo positivo, ecologico e virtuoso. Questo perché a volte non siamo nella posizione di farlo. Ci si deve infatti trovare nella posizione di poter noi stessi per primi impostare la dinamica. Quindi, se si è genitori, insegnanti, oppure in un rapporto a due, dove entrambi vogliono davvero mettersi in gioco, sul serio e non solo a parole. Al di fuori di questi settori è difficile, se non che impossibile, impostare una comunicazione davvero profocua. Se qualcuno, non in grado di comunicare bene e giustamente, si trova in posizione di potere, è fatica sprecata il tentare di instaurare un dialogo giusto per entrambe le parti. Ciò nonostante però, è sempre buona norma rimanere corretti nel rapportarsi all'altro, così da essere "ineccepibli", come direbbe Don Juan di Castaneda.
Se siamo invece nella giusta posizione e possiamo quindi essere noi a impostare la modalità di comunicazione, allora è davvero possibile realizzare degli incontri tanto proficui quanto di grande soddisfazione e crescita. Vediamo di spiegare come.
Nei rapporti interpersonali arriva sempre, prima o poi, il momento in cui uno sente di volere o di dover esprimere un suo desiderio nei confronti dell’altro. Le richieste potrebbero partire da cose semplici come un “Beviamo qualcosa insieme dopo il lavoro?”, dove solitamente nessuno o quasi ha delle difficoltà nell’esprimere il proprio consenso o il proprio diniego, per arrivare poi a richieste più impegnative, dove, per esempio, vorremmo esprimere il nostro desiderio di un maggiore coinvolgimento dell’altro nei nostri confronti: “Che ne dici se ci mettessimo insieme?”
Oppure quando si deve difendere il proprio spazio da invasioni non desiderate e accomiatare magari un ospite che non se ne va con un gentile, ma fermo: “Ora ti devo proprio congedare”.!
Per poter esprimere bene cosa si desidera dagli altri, bisogna innanzitutto essere chiari con se stessi così da comprendere ciò che uno veramente desidera. Per cui l’esercizio principale è quello di chiedersi cosa piace e cosa non piace di ciò che si sta vivendo al momento. Il piacere però deve derivare da ciò che procura felicità e non da ciò che, invece, è solo un palliativo momentaneo, un tappa buchi, o meglio un colma vuoto interiore! Bisogna ricominciare a percepire l’anima che vibra perché emozionata dalla libertà di esprimersi, questo è ciò che procura la felicità
Una volta compreso come ci si sente nella vita affettiva, nel lavoro e nel sociale, si può iniziare a fare un programma, dove le situazioni dannose alla propria evoluzione interiore, vengono messe sulla lista d’eliminazione.
La soppressione di tali elementi di disturbo dovrà avvenire in modo strategico e armonico – anche se deciso. Se il vostro lavoro vi opprime e, di conseguenza, dovrà essere cambiato, non significa però che dovete da un giorno all’altro licenziarvi (anche se a volte azioni del genere si rivelano essere estremamente efficaci nel permettere all’energia repressa di riprendere a fluire creativamente) bensì dovrete con coraggio continuare il vostro lavoro, mentre, in contemporanea vi darete da fare per trovarne uno nuovo!
Uno dopo l’altro si dovrà, coscienziosamente, liberarsi dai fattori di disturbo che non permettono alla propria anima di evolversi. L’eliminazione di queste ostruzioni genera un grosso afflusso di energia, che permetterà di dedicarla a quei progetti in cui si sentirà l’emozione e la gioia di vivere – nonostante le sfide che questi comporteranno (non è detto che un progetto, sebbene parli al proprio cuore, sia per questo di facile attualizzazione!).
COMUNICARE LA PROPRIA POSIZIONE
Nel momento che abbiamo chiaro cosa vogliamo, dobbiamo esternarlo a chi ci sta attorno o ne è direttamente coinvolto. Per avere dei rapporti fluidi bisogna poter manifestare la propria posizione in maniera chiara e serena. Una fattore molto importante nell’esprimersi agli altri è quello di non parlare con un animo alterato – o perché troppo eccitati oppure agitati. L’emotività può provocare reazioni indesiderate, mentre la chiave per una comunicazione proficua è quella di affermare semplicemente la propria posizione. Nessuno può biasimare la semplice esposizione di quello che uno, personalmente, prova nei riguardi di situazioni che concernono la sua vita (è vero, qualcuno lo fa, si dovrà fargli notare che non ha nessun diritto a contestare come uno vuole vivere la propria vita. Spesso capita che bisogna educare queste persone non abituate a rispettare lo spazio degli altri!).
Alcuni pensano che non hanno bisogno di comunicare agli altri quello che provano, specialmente se gli altri sono delle persone con le quali esiste un rapporto di affetto e di intimità. Sono erroneamente convinti che gli altri, se li amano, dovrebbero immaginarsi cosa loro provano e pensano. Invece bisogna imparare a comunicare, proprio per evitare inutili malintesi
La chiarezza nell’esprimere la propria posizione implica innanzitutto una chiarezza con se stessi e, in secondo luogo, la capacità di assumersi la responsabilità dei propri moti. Quindi l’affermare “io sento che questo mi piace e lo voglio” oppure “sento che questo non mi piace e non lo voglio nella mia vita” indica chiaramente agli altri cosa proviamo nei confronti della situazione.
Se si vogliono instaurare dei rapporti corretti, si deve imparare a esprimere la propria posizione senza illudersi che gli altri possano, o addirittura debbano, comprenderla solo perché ci sono vicini! Inoltre, per essere corretti anche con se stessi, si deve imparare a prendersi la responsabilità di dichiarare quello che si vuole o non si vuole.
DIFENDERE IL PROPRIO SPAZIO
Quando si deve difendere il proprio spazio da ingerenze, appurato che non si tratta di un’emergenza, dove l’altro, per esempio, sta male e ha veramente bisogno del nostro aiuto, dobbiamo farci rispettare – anche se l’altro che così leggermente esige la nostra attenzione e di fronte al nostro pacato diniego, un po’ infantilmente, ci potrà mettere il muso e fare l’offeso.
Come già detto, si deve anche educare chi ci sta attorno al rispetto. Nel momento che si preserva il proprio territorio dall’invasione, anche involontaria, dell’altro, gli si fa da specchio e gli si permette di constatare dove si rivela invadente. Dovrà poi a lui/lei correggersi, ma se noi non glielo facciamo notare, esigendo che si ritiri dal nostro spazio, questa persona difficilmente potrà correggersi – nonostante il malumore che noi gli esprimeremo. E qui sta l’errore, nel non dire tranquillamente come è la situazione, prima dunque di arrabbiarsi, e sopportare e sopportare, lasciandosi scappare dei commenti che diventano sempre più irritati, finché qualcosa scoppia.
Abbiamo spesso paura a difendere il nostro territorio, l'educazione a una forza generosità, come sinonimo di necessaria bontà, ci incute il dovere di essere altruisti. Per esempio, mi piace spesso ricordare la la storia di San Martino. In genere viene raccontato che il Santo, incontrando un giorno un povero sulla sua via, venne toccato dalla sua indigenza, così gli offrì il suo mantello per ripararsi. Tuttavia, nel riportare questa storia c’è un piccolo errore di trasposizione: piccolo, impercettibile quasi, ma estremamente importante. Forse qualcuno se lo ricorderà, ma la storia, in effetti narra che San Martino, visto il povero mendicante, prende la sua spada e taglia a metà il suo mantello, dandone poi una delle due metà al poveraccio, mentre l’altra se la tiene per sé, per continuare il suo viaggio. In questo piccolo errore di trasposizione che fanno in molti sta il dramma della nostra società, che si sente costretta all’abnegazione di se stessa, alla rinunzia di se stessa, per poter essere considerata buona e brava dalla vigente morale.
Per questo è fondamentale ricordare che nessuno ha mai detto di concedere tutto il nostro spazio! Dobbiamo comprendere fino a dove possiamo dare, prima che ciò diventi deleterio per l’evoluzione della nostra anima. Una pianta per crescere ha bisogno di spazio, lo stesso accade per la nostra anima: ha bisogno di non essere soffocata, altrimenti non potrà evolversi. Quindi dobbiamo imparare a reimpossessarci del nostro territorio, per farlo in modo corretto dovremo incominciare a parlare, affermando semplicemente ma in modo fermo, e senza rancori, la nostra posizione.
La nostra intenzione non deve assolutamente essere quella di offendere, per questo, con purezza d'animo possiamo, in tutta tranquillità. affermare il nostro pensiero.
Se l’altro poi, in risposta a una nostra negazione, vorrà fare l’offeso, nella speranza quindi di farci sentire in colpa, questo non dovrà assolutamente toccarci, perché altrimenti ricadremo nella trappola della manipolazione. Dovremo invece lasciarlo stare, in modo che nel tempo di accorga di questo suo sciocco atteggiamento, che non ha più alcun potere su di noi. Dobbiamo imparare a non intervenire per toglierlo/la dal disagio che si è procurato, così che potrà comprendere di aver oltrepassato i limiti e imparerà quindi a rispettarci. In questo modo saremo veramente d’aiuto a noi stessi e agli altri.
Essendo dritti noi, nessuno accanto a noi potrà essere storto, dovranno per forza adeguarsi alla nostra drittura. Chi non lo vorrà fare, dovrà obbligatoriamente allontanarsi, e noi libereremo, col tempo, il nostro spazio, da quegli approfittatori che, pur di non prendersi le loro responsabilità, si appiccicano a noi, invadendo il nostro spazio, così necessario alla nostra crescita ed evoluzione.
AVANZARE LE NOSTRE RICHIESTE
Se non stiamo difendendo il nostro spazio, ma esprimiamo invece una richiesta nei confronti dell’altro, dobbiamo allora anche saper accettare che l’altro risponda con la stessa semplice chiarezza.
Vediamo un po’ cosa può accade quando esprimiamo una richiesta a un altro:
- La cosa gli va, quindi la sua risposta è affermativa.
- Si trova in posizione neutra: può rispondere “sì” senza molti problemi, perché la cosa non gli costa molto. In quel modo concederà il favore che vi farà felice. Ma potrebbe anche – per diverse sue motivazioni – non volere concedere il favore, quindi dovrà rispondere “no”.
- La cosa non gli va troppo, tuttavia, vuole, per quella volta, sacrificarsi e far felice l’altro, quindi glielo farà presente – ma non con un “guarda io cosa sono disposto a fare per te”, un tono che si aspetta dall’altro lo stesso favore in ricambio! – quindi dirà “sì”, sapendo però che l’altro sarà sempre libero di rispondere a sue eventuali richieste future con la stessa semplicità!
- La cosa non gli va proprio, quindi la sua risposta è negativa.
Quale che sia la risposta, questa non deve assolutamente intaccare la stima e l’affetto che scorre tra i due. Solo i manipolatori usano una reazione da vittima, o di muta accusa, per far sentire in colpa l’altro che non ci soddisfa! Bisogna ricordare che ognuno di noi ha un solo diritto: quello di salvaguardare e affermare il proprio territorio – in modo che così possa crescere -, ma non ha alcun diritto sul territorio dell’altro. Qui però si possono avanzare delle richieste, sempre però accettando che, ai propri appelli, la risposta potrà essere sì o no.
Come si vede è fondamentale imparare a sentire quello che si muove dentro di noi come risposta immediata alle situazioni che entrano in contatto con noi. Sono queste le nostre reazioni immediate che determinano il tipo di animo che abbiamo. Imparando a conoscerci impariamo anche a prevenire i possibili scontri e disaccordi. Ovvero saremo in grado in precedenza di sapere quali situazioni saranno a nostro favore e quali invece si riveleranno delicate. A questo punto dovremo valutare se saremo nella posizione di determinare l'andamento della questione. Se non lo saremo è meglio stare quieti. Non si va a "combattere" quando ci si trova nella posizione inferiore e l'avversario sta sopra! Certo, qualcuno sentirà che ne va della sua spontaneità. E' vero, ma i rapporti proficui avvengono tra persone che si sono sapute educare. Gli altri, purtroppo, rimarranno nella massa, che si muove seguendo le voglie del momento. E' una questione di evoluzione la propria capacità e volontà di realizzare giusti rapporti con gli altri!
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lunedì 2 dicembre 2002
Quanto costa la libertà?
Tutti vorremmo essere liberi, tutti vorremmo fare quello che più ci piace… ma siamo disposti a pagare il prezzo della disciplina e fatica che questa scelta comporta?
Tutti abbiamo dei desideri, ma spesso questi si rivelano di difficile attuazione e così, sovente, lasciamo perdere, perché costa fatica, perché forse non ci siamo tagliati, perché siamo "sfortunati" e, "di sicuro" non ce la faremo mai… Ma riflettiamo un po' su quanto segue.
- Beethoven maneggiava con difficoltà il violino e preferiva suonare le proprie composizioni anziché migliorare la tecnica. Il suo insegnante lo definiva senza speranza come compositore.
- Gli insegnanti di Thomas Edison dissero che era troppo stupido per imparare qualcosa.
- I genitori del famoso cantante d'opera Enrico Caruso volevano che diventasse ingegnere. Il suo insegnante diceva che non aveva voce e non sapeva cantare.
- Albert Einstein non parlò fino all'età di quattro anni e non imparò a leggere fino ai sette. Il suo insegnante lo definì "mentalmente tardo, asociale e sempre perso nel suoi stupidi sogni. Fu espulso e gli venne negata l'ammissione al Politecnico di Zurigo.
- Walt Disney fu licenziato da un direttore di giornali per mancanza di idee. Inoltre andò in fallimento diverse volte prima di costruire Disneyland.
- Diciotto case editrici rifiutarono il racconto di dieci mila parole di Richard Bach su un gabbiano "che si libra in aria", (Il gabbiano Jonathan Livingston), prima che finalmente lo pubblicasse la Macrnillan nel 1970. Nel 1975 aveva ormai venduto sette milioni di copie nei soli Stati Uniti.
In effetti avere dei sogni significa avere delle mete e, proprio come la cima di una montagna, ogni meta implica la necessaria disciplina nel volerla raggiungere, nonostante lo sforzo e la fatica che questo possa implicare. La vittoria finale è sempre data dalla vittoria su se stessi, sui propri aspetti negativi e le proprie limitazioni.
Oggi sono in pochi a sapersi dedicare all'impegno, il grande sogno comune è quello di riuscire, sfondare e ottenere da subito l'ambito riconoscimento del successo. Ma non è così.
A questo proposito mi piace ricordare una storia che vi riporto qui di seguito. È indicativa, visto che permette di comprendere come non basti avere un sogno e buttarsi così, alla rinfusa nell'avventura, sperando che la Fortuna ci arrida. Avere un sogno è un obiettivo, di cui bisogna valutare i modi più strategici per riuscire a raggiungerlo, per poi analizzare se siamo veramente disposti all'impegno che la sua riuscita comporta. Perché per arrivare bisogna anche accettare le inevitabili sconfitte e umiliazioni che ci attendono sul cammino. Il Paradiso non è per i deboli e i titubanti! Ma non lo è neppure per gli arroganti che non sanno calcolare le proprie vere forze.
IN VOLO PER LA LIBERTA'
C’era una bella famigliola di oche che viveva tranquilla nella fattoria dove erano tutte nate. Un giorno, a spasso per l’aia, si sentì in alto, nel cielo, il grido delle anatre che migravano. Le piccole oche, tutte eccitate, chiesero chi mai fossero quei parenti lontani e la madre, con fare di superiorità, spiegò loro di non badarci, erano parenti "snaturati" e non era proprio il caso di perderci del tempo considerandoli. Ma le piccole oche continuarono ad investigare e si incominciarono a chiedere se anche loro avessero potuto volare. La madre le placò dicendo che, le loro ali, non erano più fatte a quello scopo e che la loro esistenza aveva altri fini – “sì, quello di finire arrosto in una pentola!” Replicò una delle piccole oche.
La madre, scandalizzata, cercò di far ragionare la prole, mettendo in evidenza tutti i vantaggi che la vita nella fattoria presentava: non dovevano andare a procurarsi il cibo, tutto veniva loro servito; mentre le povere anatre selvagge dovevano lottare per sopravvivere, e poi c’era anche quel terribile viaggio per spostarsi verso il sud al sopravvenire dell’inverno: una fatica indicibile, che procurava anche la morte per alcune! - “ma loro sono libere! E possono scoprire il mondo e vivere l’avventura!” – la madre sempre più indignata non sapeva più cosa rispondere a questa prole così ribelle, quindi si allontanò con fare offeso, mentre nelle orecchie, le risuonava ancora il grido delle anatre selvagge che, chissà perché questa volta, le ricordarono, vagamente, molto vagamente, un desiderio lontano, molto indietro nel tempo, dove anche lei, nel suo cuore, provò un fremito di desiderio di libertà. Subito zittito e ormai perso definitivamente.
Le tre piccole oche, ormai tutte elettrizzate dall’idea dell’avventura, decisero di provare a imparare a volare. La prima, fece una rincorsa veloce e poi si librò nell’aria sbattendo velocemente quelle sue alette, mentre riusciva a guadagnare altezza. – “guardatemi, volo! Sto volando!” – gridava tutta eccitata alla atre due che la osservavano da terra. Ma lo sforzo a cui non era abituata la stremò e dopo un po’ cadde vorticosamente nel campo poco distante e morì sul colpo. La contadina corse a prenderla, mentre si chiedeva cosa fosse preso a quella sciocca, che ora era bella e pronta per la padella. La seconda oca dichiarò che l’errore della prima fu quello di non aver preso la slancio giusto. Così se ne andò sul tetto e da lì, tutta trionfante, si gettò nel vuoto, dove riuscì a volare per un po’, ma anche lei, non abituata ad usare le ali, dopo un qualche tempo non ce la fece più a sostenere le correnti. Come la sorella stramazzò al suolo e la contadina, sempre più sorpresa della pazzia che aveva preso alle sue oche, la andò a recuperare nel campo per prepararla per la padella.
La terza oca si mise a riflettere. Pensò che era l’allenamento ad essere mancato alle sue sorelle, così cominciò, giorno dopo giorno, ad esercitarsi per irrobustire le sue ali. Pensò anche di abituarsi a mangiare meno, perché nel futuro, dovendosi procurare da sola il cibo doveva sì essere più leggera per volare meglio, ma anche a proprio agio con meno nello stomaco! Si allenò di nascosto da tutti e con estrema determinazione: il sogno di raggiungere un giorno il caldo sud con delle nuove compagne di libertà, la sosteneva nello sforzo. Infine venne il momento in cui si reputò pronta ad osare superare la cinta ed avventurarsi nel grande mondo. Così fece.
La libertà aveva il sapore dell’avventura ma anche quello della paura. Era la prima volta che si trovava tutta sola a dover badare a se stessa. Fuori dalla fattoria non aveva più protezione contro le volpi o altri animali, né poteva essere sicura del cibo che si sarebbe potuta procurare. Ma ormai non poteva più tornare indietro: ora doveva lanciarsi e osare ancora di più. Furono giorni duri quelli che seguirono: pieni di timori per tutti i rumori e gli odori sconosciuti con cui veniva in contatto. Cosa erano: nemici forse? Il cuore le batteva spesso all’impazzata quando si credeva ormai persa nelle fauci di un qualche predatore, tuttavia le sue ali reggevano quando, per fuggire, spiccava il volo.
Così si rassicurò e incominciò ad aspettare che un nuovo gruppo di anatre selvatiche passasse per migrare al sud. La sua attesa non fu lunga. Quando le vide arrivare sentiva dentro un’emozione profonda che quasi la faceva venire meno. Era giunto il momento: chissà se l’avrebbero accettata, chissà se ce l’avrebbe fatta, chissà come sarebbe stata la sua nuova vita? Con tutti quegli interrogativi nella testa si gettò in volo per raggiungere le sue nuove compagne. Si mise in fondo mentre, con tutta la sua migliore volontà, sbatteva le ali, che però non le dolevano più, anzi, nello sforzo quasi si irrobustivano. Dall’alto vide la sua fattoria, ma non c’era tempo di gridare loro nulla, in più non l’avrebbero di certo riconosciuta! Delle compagne le si affiancarono mentre delle altre completarono il gruppo dietro di loro: era fatta, ora avrebbe volato libera con loro. Il caldo sud le aspettava! (Libera traduzione dell'Autrice di una storia di Gudrun Pausewang narrata in "Die Prinzessin springt ins Heu")
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sabato 30 novembre 2002
La faccia della paura
La paura è prodotta da un meccanismo neurobiologico primordiale, il cui dispositivo fondamentale viene da molto lontano dal punto di vista dell’evoluzione della vita sulla Terra.
Al centro c’è l’amigdala, formazione posta nella profondità del cervello. In tutti gli animali nella quale è presente (rettili, uccelli e mammiferi) l’amigdala comanda innanzitutto la risposta di paura, risposta rapidissima e automatica che ha l’obiettivo di proteggere la vita dell’individuo da pericoli veri o presunti.
Quando c’è da salvare la pelle è l’amigdala che prende il comando. Può agevolmente farlo perché è collegata, in entrata, a una scorciatoia sensoriale che, dal talamo (principale relais sensoriale), fa affluire rapidamente tutte le informazioni essenziali sull’eventuale pericolo. In uscita, l’amigdala è in presa diretta con il sistema nervoso simpatico, principale sistema di emergenza dell’organismo, che, in poche frazioni di secondo, è in grado di aumentare il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la disponibilità di glucosio per i muscoli che devono contrarsi per attaccare o fuggire.
L’amigdala è in sostanza il nostro pilota automatico emotivo, che tende a inserirsi spontaneamente, con effetti non piccoli. Questa area cerebrale è la sede più accreditata della memoria emotiva inconscia che, nel corso delle vita, si stratifica nel nostro cervello. Per fortuna, però, non è al di fuori di ogni controllo. L’amigdala ha numerosissimi collegamenti con altre aree cerebrali, ma due sembrano fondamentali: le cortecce prefrontali e l’ippocampo. Dall’ippocampo viene la contestualizzazione della paura e dello stimolo emotivo in genere tramite i ricordi razionali su episodi precedenti e sulle strategie messe in atto per superarli. Dalle cortecce prefrontali, come si spiega nell’articolo sopra, può venire un controllo sulla risposta di allarme neurovegetativo. E’ questa la base dell’utilità delle psicoterapie cognitivocomportamentali, che puntano a organizzare, nelle cortecce prefrontali, un nuovo circuito di risposta che soppianti quello basato sulla paura incontrollata.
TRAUMI E INTERVENTI
E' noto da tempo che uno shock può avere serie conseguenze sulla salute mentale. Dagli studi sui veterani americani della guerra in Vietnam, è emersa una nuova classificazione di malattia conseguente a un trauma psichico: il disturbo da stress posttraumatico, che, ovviamente, può manifestarsi anche come conseguenza di altri traumi, come, ad esempio stupri, aggressioni, malattie gravi, catastrofi naturali.
Secondo J. Douglas Bremner, psichiatra studioso della malattia, del quale in questi giorni è nelle librerie americane l’ultimo libro "Does stress damage the brain?", New York (Lo stress danneggia il cervello?), la diffusione del disturbo da stress posttraumatico è notevole, riguarderebbe l’810 per cento delle popolazioni urbane, con punte maggiori tra le donne giovani, che, del resto, sono spesso oggetto di più o meno aperte aggressioni sessuali, con una frequenza impressionante. (...)
La terapia del disturbo da stress posttraumatico non è semplice. Gli psichiatri, soprattutto europei, ricorrono agli antidepressivi, tra i quali, il più efficace, stando a recenti studi, sarebbe la paroxetina (controindicata in gravidanza), molecola del gruppo degli inibitori selettive del riassorbimento della serotonina, che addirittura sarebbe in grado di stimolare la formazione di nuovi neuroni (neurogenesi) nell’ippocampo.
L’ippocampo fa parte di una triangolazione cruciale per le risposte emozionali. Per questo è anche un’area bersaglio di tutti i disturbi dell’umore: dalla depressione al disturbo di panico al disturbo da stress posttraumatico fino all’ansia generalizzata. In tutte queste malattie, l’ippocampo, che è la sede della formazione dei ricordi, viene colpito, creando problemi di memoria anche seri.
Accanto ai farmaci, negli Stati Uniti, è molto diffuso l’uso di particolari tecniche di psicoterapia cognitiva, elaborate negli anni ‘80 da J. Wolpe.
Queste tecniche vengono usate per estinguere la memoria della paura in numerosi disturbi, tra cui anche il disturbo di panico. Il trattamento, che punta alla desensibilizzazione del soggetto, si basa su tecniche di rilassamento accompagnate da visualizzazioni, per gradi, dell’evento traumatico. In alcune situazioni, la dove è possibile, gli psichiatri americani guidano momenti di riesposizione diretta del paziente al trauma. Complesso è il ricorso all’ipnosi, che presenta alcune controindicazioni se non esercitato da uno psicoterapeuta abile e coscienzioso.
Infine, va segnalata una tecnica molto in voga soprattutto per il panico: la desensibilizzazione tramite movimenti rapidi degli occhi (Emdr). La tecnica è stata elaborata da Francine Shapiro sulla base di antiche tecniche tibetane.
Non si hanno però studi controllati in merito, a differenza, invece, delle psicoterapie, di cui abbiamo parlato sopra, che presentano una documentazione convincente.
A parere degli esperti in materia, fondamentale è però il fattore tempo: la persona traumatizzata dal punto di vista psichico, deve essere sottoposta a psicoterapia prima possibile, proprio per impedire che la memoria dell’evento pauroso si consolidi e per porre mano alla sua estinzione.
LO STRESS POST TRAUMATICO
Francesco Bottaccioli, Presidente della Società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia, così si esprime a riguardo: "Come si fissano i ricordi legati a un trauma, sia fisico che psicologico. E come si possono cancellare? Paura, terrore o la semplice ansia dove si generano e come riemergono alla coscienza? Domande semplici, di grande rilievo teorico e pratico a cui danno una prima risposta su Nature del 7 novembre 2002, Mohammed R. Milad e Gregory J. Quirk, due fisiologi dell’Università di Ponce, Porto Rico.
Innanzitutto, i due ricercatori confermano, a distanza di quasi un secolo, le fondamentali scoperte del grande fisiologo russo Ivan Petrovic Pavlov sui riflessi condizionati. A dei cani faceva sentire un campanello mentre dava della carne: dopo poche sedute di condizionamento, i cani salivavano abbondantemente al solo suono della campanella. Effetto che svaniva dopo un certo tempo. Si era realizzata una estinzione del condizionamento. Pavlov intuì che non era una cancellazione del precedente ricordo, bensì della formazione di una nuova memoria.
Negli ultimi decenni, si sono moltiplicati gli esperimenti, su animali e umani, legati soprattutto al condizionamento prodotto dalla paura. E oggi, Milad e Quirk, dimostrano che, effettivamente, nel processo di estinzione del ricordo della paura, si ha la formazione di una nuova memoria, che è conservata in un circuito fondamentale del cervello dei mammiferi, nelle cortecce prefrontali ventromediali. Infatti una lesione in questa area impedisce che si estingua la memoria della paura. Questo circuito del nostro cervello è sede di una rilevante attività mentale con memorie anche di tipo emotivo, nonché segnali, come il dolore, riguardanti lo stato di salute dell’organismo.
Dove si fissa, e con quali procedure, il ricordo di una grande paura? Joseph LeDoux, neurobiologo della New York University e autore di due bei libri di alta divulgazione scientifica, Emotional Brain (tradotto in italiano con il titolo "Cervello emotivo") e Synaptic Self (da poco uscito negli Usa), ha da tempo mostrato che l’amigdala, una formazione nervosa a forma di mandorla, è la sede della lavorazione delle memorie emotive e quindi anche dei ricordi paurosi.
L’amigdala è composta da una ventina di aree funzionali. Rilevanti appaiono soprattutto il complesso basolaterale e il nucleo centrale. Il primo è quello che elabora la memoria di paura che, successivamente, viene inviata alle cortecce prefrontali. Il nucleo centrale, invece, essendo collegato con il sistema dello stress e con il neurovegetativo, è responsabile della risposta dell’organismo. Lo stato di ansia, di paralisi e di sconvolgimento neurovegetativo che segue il richiamo mentale di uno shock, è prodotto dall’iperattività di questa area dall’amigdala.
Quando, invece, il nostro cervello è in grado di controllare la paura, vuol dire che nelle cortecce prefrontali mediali si sono formati nuovi collegamenti con i nuclei dell’amigdala: un circuito, che origina dal complesso basolaterale e deposita nelle cortecce prefrontali il modo per controllare la paura (la memoria dell’estinzione) e un altro, che dalle cortecce prefrontali invia un messaggio di controllo sul nucleo centrale dell’amigdala, bloccandone la ipereccitazione e le sue spiacevoli conseguenze comportamentali. Ciò spiega perché una grande paura difficilmente può essere cancellata, e riattivarsi nel momento in cui si ripresentano stimoli simili a quelli che l’hanno generata.
Può essere però ben gestita offrendo al nostro cervello un nuovo schema di risposta"
LA MEDICINA CINESE E I TRAUMI
Secondo l’antica medicina cinese, ogni circuito energetico, simbolicamente legato a un organo (fegato, cuore, milza, polmone, rene) sostiene determinate attività mentali e sentimenti. Al tempo stesso, le emozioni possono danneggiare i circuiti energetici che le producono e altri ad essi collegati.
La paura appartiene al rene. Può sorgere da un deficit di questo circuito energetico. O può venire dall’esterno, ma il suo bersaglio è sempre il rene. Poiché è la radice della vita e dello stesso cervello, anche la paura può diventare la radice di tutte le altre emozioni, abbracciandole e piegandole a sé.
Il Nei Jing (Il libro dell’interno, 400 avanti Cristo), recita: «Un deficit di qi (energia) di rene causa facilmente paura: il cuore batte come se ci fosse qualcuno che ti afferra». Qualche secolo dopo, il Jingui yaolue (Prescrizioni della camera d’oro), scritto nel 220 dopo Cristo, dice: «la malattia inizia dall’addome inferiore, sale e attacca la gola. Quando si scatena, ci si sente come morire. Ritorna e poi cessa. Tutto deriva da spavento e paura». Descrizioni che ricordano da vicino ciò che noi oggi definiamo un attacco di panico.
Per questo, può essere utile integrare la terapia moderna dei disturbi psichici legati alla paura, con l’antico approccio cinese, tramite agopuntura, piante e dietetica.
(Tratto da La repubblica - novembre 2002)
NOTA AGGIUNTIVA
LE EMOZIONI PRIMARIE
La Medicina Tradizionale Cinese considera che tutte le malattie e le sofferenze fisiche di origine interna nascono dallo squilibrio delle emozioni.
Il Taoismo, la cui filosofia è alla base dell'energetica cinese, individua cinque emozioni primarie collegandole ai principali organi interni: la gioia al cuore, la collera al fegato, la paura al rene, la tristezza al polmone, il pensiero ansioso alla milza.
Questa classificazione non è arbitraria, le emozioni si manifestano nel corpo in maniera fisiologica essendo necessarie alla vita e all'equilibrio degli organi stessi, ma possono manifestarsi in modo patologico creando degli squilibri:
- il cuore si apre in un clima gioioso, ma la troppa gioia lo fa palpitare e sconvolge il plesso solare;
- la collera può essere una valvola di sicurezza per salvaguardare l'integrità del fegato, ma la rabbia in eccesso lo danneggia;
- la paura ci stimola ad agire con prudenza conservando l'energia nei reni, ma se sproporzionata e irragionevole provoca una perdita di liquidi e d'energia essenziale;
- la tristezza favorisce l'interiorizzazione e la sensibilità percettiva utili al polmone, ma l'eccesso o la mancanza di pianto blocca il petto e intasa le vie respiratorie;
- la riflessione è necessaria alla milza per dare forma ai pensieri, ma l'eccesso di preoccupazione provoca disturbi allo stomaco.
Non ci sono quindi emozioni negative in sè, ognuna ha la sua funzione nel garantire e favorire la vita; sono le emozioni eccessive o cronicamente trattenute che fanno nascere le patologie.
La paura è forse l'emozione piú antica insieme alla gioia di essere vivo: paura di ciò che non si conosce (di ciò che è oscuro alla coscienza), paura del pericolo; è un'emozione che ci accomuna a tutto il mondo animale e, secondo alcuni filosofi, a tutta la natura.
Paura come spinta all'autoconservazione (reazione attacco-fuga), paura come sentimento della "impermanenza" come dicono i buddisti, paura come insicurezza di sè o delle proprie azioni, paura generata e rafforzata dall'ignoranza. (Tratto da L'energia delle emozioni)
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domenica 6 ottobre 2002
L'arte di amare
Autore: Erich Fromm (tratto dall'omonimo testo)
Il bisogno di amare è il bisogno fondamentale dell’uomo, superiore per urgenza a quello della fame, della sete o dello stesso "sesso", in quanto per soddisfarlo questi ultimi possono anche essere messi a tacere. Da dove nasce questo bisogno?
L'uomo è cosciente di sé stesso come realtà unica e irripetibile, della propria individualità. Questa coscienza di sé stesso come realtà separata, la consapevolezza della propria breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e che contro la propria volontà morirà; che morirà prima di quelli che ama, o che essi moriranno prima di lui, il senso di solitudine, d'impotenza di fronte alle forze della natura e della società, possono rendergli insopportabile l'esistenza. Diventerebbe pazzo, se non riuscisse a rompere l'isolamento, a unirsi agli altri uomini, al mondo esterno.
Il senso di solitudine provoca l'ansia; anzi, è l'origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci penetrare attivamente nel mondo che circonda.
Questo profondo bisogno dell'uomo, dunque, è il bisogno di superare l'isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L'impossibilità di raggiungere questo scopo porta alla pazzia, poiché il panico della completa separazione può essere vinto solo da un isolamento dal mondo esterno così totale, da cancellare il mondo esterno, dal quale si è separati, e così scompare il senso di separazione.
L'uomo - di qualsiasi età e civiltà - è messo di fronte alla soluzione di un eterno problema: il problema di come superare la solitudine e raggiungere l'unione.
TENTATIVI DI SUPERARE LA SEPARAZIONE
Esistono diversi tentativi con cui l’uomo tenta di superare questo senso di separazione e di solitudine. Oltre l’esercizio maturo dell’amore si possono sintetizzare tre modi: l’esercizio della sessualità, il conformismo e l’attività creativa:
La soluzione sessuale, entro certi limiti, è un modo naturale e normale di superare la separazione, ed è una soluzione parziale al problema dell'isolamento. Ma in molti individui per i quali la solitudine non può essere superata in nessun modo, l’esercizio dell'attività sessuale assume una funzione che li rende non molto diversi dagli alcoolizzati e dai tossicomani. Diventa un tentativo disperato di sfuggire all'ansia suscitata dalla separazione e il suo risultato è un sempre crescente senso d'isolamento, poiché l'atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo.
La soluzione più frequente scelta dall'uomo nel passato e nel presente è l'unione col gruppo, il condividerne costumi, usi, pratiche e credenze.
Anche nella civiltà occidentale contemporanea, l'unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l'isolamento. È un'unione in cui l'individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.
La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell'illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie convinzioni; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza.
Nella società capitalistica contemporanea il senso di uguaglianza è mutato. Per uguaglianza, s'intende l'uguaglianza degli atomi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo. "Uguaglianza oggi significa uniformità, anziché unità". È l'uniformità astratta degli uomini che compiono lo stesso lavoro, che scelgono gli stessi divertimenti, leggono gli stessi giornali e hanno le stesse idee. La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro, per farli funzionare in una massa compatta: tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Così come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell'uomo. Questa standardizzazione è chiamata "uguaglianza".
L'unione ottenuta mediante il conformismo, non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l'ansia della solitudine. I casi di alcoolismo, di tossicomania, di manie sessuali e di suicidio, sono sintomi del fallimento di tale unione.
Un terzo modo per raggiungere l’unione è l’attività creativa, sia quella dell’artista che dell’artigiano. In ogni attività creativa, colui che crea si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che lo circonda. Sia che il contadino coltivi il grano o il pittore dipinga un quadro, in ogni tipo di lavoro creativo, l'artefice e il suo oggetto diventano un'unica cosa: l'uomo si unisce col mondo nel processo di creazione. Questo, tuttavia, vale solo per il lavoro produttivo, per il lavoro nel quale io progetto, produco, vedo il risultato della mia fatica. Ma nel moderno processo di lavoro, al dipendente, anello di una catena senza fine, poco è lasciato di quel genere di lavoro che crea l'unione tra lui e il mondo. Il lavoratore diventa un'appendice della macchina o dell'organizzazione burocratica. Ha cessato di essere "lui", e di conseguenza non può verificarsi nessuna unione se non quella del conformismo.
RAPPORTI CHE NON SONO ANCORA MORE
L'unità conquistata col lavoro produttivo non è interpersonale; l'unità raggiunta con la fusione orgiastica (sessuale) è fittizia; l'unità ottenuta col conformismo è solo una parvenza di unità. Non sono che soluzioni parziali al problema dell'esistenza. La soluzione completa sta nella conquista dell'unione interpersonale, nella fusione con un'altra persona, nell'amore. Il desiderio di fusione interpersonale è il più potente. È la passione più antica, è la forza che tiene unita la razza umana, la tribù, la famiglia, la società. Il non riuscire e raggiungere questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l'umanità non sopravviverebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamo "amore" la conquista dell'unione interpersonale, ci troviamo in serie difficoltà. La fusione tra persone può essere raggiunta in diversi modi. Ma sono poi tutte forme d'amore? Oppure dobbiamo riservare la parola "amore" a una particolare tipo di unione, che è stata la virtù ideale di tutte le grandi religioni e dei sistemi filosofici di quattromila anni di civiltà orientale e occidentale?
Come sempre nelle difficoltà attorno al contenuto delle parole, la risposta può essere solo arbitraria. Ciò che conta è sapere di quale tipo di unione parliamo, parlando d'amore. Ci riferiamo all’amore come alla matura soluzione del problema esistenza, oppure alludiamo a quelle incomplete forme di amore che possono chiamarsi unioni simbiotiche? Nelle seguenti pagine chiamerò amore solo la prima. Inizierò la discussione sull'amore con le ultime.
LE UNIONI SIMBIOTICHE
L’unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione tra la madre e il feto Sono due, eppure uno. Vivono insieme (simbiosi), hanno bisogno l'uno dell'altro. Il feto è parte della madre, riceve tutto ciò di cui ha bisogno da lei; la madre è il suo mondo; lei lo nutre, lo protegge, ma anche la sua vita è intensificata da esso. Nell'unione simbiotica fisica, i corpi sono indipendenti, ma lo stesso genere d'unione esiste psicologicamente.
La forma passiva dell'unione simbiotica è quella della sottomissione, o, per usare un termine clinico, dei masochismo. Il masochista sfugge all'insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un'altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge; che è la sua vita e il suo ossigeno, per così dire. Il masochista ha la percezione di essere nulla, a meno che non diventi parte di uno che ritiene potente: parte di grandezza, di potere, di sicurezza. Il masochista non ha da prendere decisioni, non ha da correre rischi; non è mai solo, non è indipendente; non ha autonomia; non è ancora pienamente nato. Può esserci la sottomissione masochistica al destino, alla malattia, alla musica ritmica, allo stato orgiastico provocato dalle droghe, o sotto influsso ipnotico: in tutti questi casi la persona rinuncia alla propria integrità, fa di sé stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di sé stessa.
La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio o, per usare il termine psicologico corrispondente al masochismo, il sadismo. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine, al proprio senso d'isolamento, impossessandosi un'altra persona. Sublima se stesso incorporando un altro essere, che lo idolatra.
Il sadico è legato a chi gli è succube così come quest'ultimo è subordinato al primo; non può nemmeno vivere, senza l'altro. La differenza sta solo nel fatto che il sadico domina, intraprende, offende, umilia, e il masochista è comandato, offeso, umiliato. Questa è una differenza considerevole, in senso realistico; ma in un senso più profondo ed emozionale, la differenza è minima, rispetto a ciò che ambedue hanno in comune; fusione senza integrità. Se si capisce questo, non ci si meraviglierà di scoprire che una persona reagisce sia nel modo sadico che masochistico, verso oggetti diversi. Hitler agì in un primo tempo in modo sadico, verso il popolo; ma in modo masochistico verso il destino, la storia, l'"alto potere" della natura. Il suo suicidio tra la distruzione generale è altrettanto caratteristico quanto il suo sogno di successo, di dominio totale.
L'UNIONE FONDATA SULL'AMORE
In contrasto con l'unione simbiotica, l'amore maturo è unione a condizione di mantenere la propria integrità, la propria individualità. L'amore è un potere attivo dell'uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d'isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell'amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.
L’AMORE COME ATTIVITA'
Se diciamo che l'amore è un'attività, dobbiamo chiarire il significato della parola "attività". Per "attività", nell'uso moderno della parola, di solito s'intende un'azione che opera un cambiamento in una situazione esistente, attraverso un dispendio di energia. Un uomo è considerato attivo se fa affari, studia medicina, lavora, costruisce o pratica uno sport. Comune a tutte queste attività è il fatto che sono volte a conquistare una meta. Ciò di cui non si tiene conto, è la causa di ogni attività. Prendete per esempio un uomo spinto verso il lavoro incessante da un senso di profonda insicurezza e solitudine; o un altro guidato dall'ambizione o dalla brama di ricchezza. In tutti questi casi la persona è schiava di una passione, e la sua attività in realtà è una "passività", poiché è guidata: è la "vittima", e non è l’"attore". D'altro canto, un uomo che se ne sta inerte a contemplare, senza scopo né fine tranne quello di arricchire la propria esperienza e la propria unità col mondo, è considerato "passivo", perché non fa niente. In realtà, questo atteggiamento di meditazione è la più alta attività che esista, un'attività dell'anima, che è possibile solo in una condizione di intima libertà e indipendenza. Un concetto moderno di attività si riferisce all'uso dell'energia per raggiungere scopi esterni; l'altro concetto di attività si riferisce all'uso dei poteri inerenti all'uomo, senza tener conto di qualsiasi cambiamento esterno. Questa seconda teoria è stata espressa nel modo più chiaro da Spinoza. Egli distingue gli affetti in attivi e passivi, "azioni" e "passioni". Nella funzione di un affetto attivo, l'uomo è libero, è padrone del suo affetto; nella funzione di un affetto passivo, l'uomo è oggetto di eventi di cui lui stesso non si rende conto. Invidia gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l'amore è un'azione un potere umano che può essere praticato in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione.
L'amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto "dare" e non ricevere
COSA SIGNIFICA "DARE"
Che cosa significa dare? La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi "cedere" qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l'atto di dare in questo modo. Il "tipo commerciale" è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento. La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito si rifiuta di dare. Alcuni trasformano in sacrificio l'atto di dare. Sentono che solo per il fatto che è penoso dare, si dovrebbe dare; la virtù, per loro, sta nell'accettare il sacrificio. Per loro, la regola che è meglio dare anziché ricevere significa che è meglio soffrire la privazione piuttosto che provare la gioia.
Per la persona attiva, dare ha un senso completamente diverso. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell'atto mi sento vivo.
Nella sfera delle cose materiali, dare significa essere ricchi. Non quello che ha molto è ricco, ma colui che dà molto. L'avaro che è terrorizzato all'idea di perdere qualche cosa è, psicologicamente parlando, un povero essere, per quanto ricco sia. Chiunque sia capace di dare se stesso è ricco. Solo chi avesse appena quanto basti a sopravvivere, sarebbe incapace di godere nell'atto di dare cose materiali. Ma è noto che i poveri sono più ansiosi di dare dei ricchi. Ciò nonostante, la povertà oltre un certo limite può rendere impossibile il dare, ed è assai doloroso, non solo per la sofferenza che provoca direttamente, ma perché toglie al povero la gioia di dare.
La sfera più importante del dare, tuttavia, non è quella delle cose materiali, ma sta nel regno umano. Che cosa dà una persona a un'altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita. Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l'altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale. In questo dono di se stessa, essa arricchisce l'altra persona, sublima il senso di vivere dell'altro sublimando il proprio. Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell'altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell'altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell'atto di dare qualcosa nasce, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe. Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore.
"Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l'espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato."
AMORE COME ESPRESSIONE DI MATURITA'
È inutile sostenere che sentire l'amore come un atto di dare dipende dal carattere dell'individuo. Al contrario presuppone la conquista di un atteggiamento prevalentemente produttivo; in quest'orientamento l'individuo ha vinto l'indipendenza, l'onnipotenza narcisistica, il desiderio di sfruttare gli altri, e ha preso fiducia nelle proprie capacità umane. Nella misura in cui queste qualità mancano, egli ha paura di dare sé stesso, e quindi di amare.
Al di là dell’elemento del dare, il carattere attivo dell’amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d'amore. Questi sono: la premura (o cura), la responsabilità, il rispetto e la conoscenza.
LA PREMURA
L’amore è premura soprattutto nell'amore della madre per il bambino. Noi non avremmo nessuna prova di questo amore se la vedessimo trascurare il suo piccolo, se lei tralasciasse di nutrirlo, lavarlo, curarlo; e restiamo colpiti dal suo amore se la vediamo assistere il suo bambino. Non c'è differenza anche nell'amore per gli animali o per i fiori. Se una donna ci dicesse di amare i fiori e la vedessimo dimenticare di innaffiarli, non crederemmo nel suo "amore" per i fiori. "Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo" Là dove manca questo interesse, non esiste amore.
LA RESPONSABILITA'
Cura e interesse implicano un altro aspetto dell'amore: quello della responsabilità. Oggi, per responsabilità spesso s'intende il dovere, qualche cosa che ci è imposto dal di fuori. Ma responsabilità, nel vero senso della parola, è un atto strettamente volontario; è la mia risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere "responsabile" significa essere pronti e capaci di "rispondere". La persona che ama risponde. La vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di sé tesso. Questa responsabilità, nel caso della madre e del bambino, si riferisce soprattutto alle cure materiali; nell'amore tra adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell'altra persona.
IL RISPETTO
La responsabilità potrebbe facilmente deteriorarsi nel dominio e nel senso di possesso, se non fosse per una terza componente dell'amore: il rispetto. Rispetto non è timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere = guardare), la capacità di vedere una persona com'è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto significa desiderare che l'altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. Il rispetto, perciò, esclude lo sfruttamento; voglio che la persona amata cresca e si sviluppi secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, e non allo scopo di servirmi. Se io amo questa persona, mi sento uno con lei, ma con lei così com'è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me. È chiaro che il rispetto è possibile solo se ho raggiunto l'indipendenza; se posso stare in piedi o camminare senza bisogno di grucce, senza dover dominare o sfruttare nessuno. Il rispetto esiste solo sulle basi della libertà: l'amore è figlio della libertà, mai del dominio.
LA CONOSCENZA
Non è possibile rispettare una persona senza conoscerla: la cura e la responsabilità sarebbero cieche, se non fossero guidate dalla conoscenza. Conoscere sarebbe una parola vuota se non fosse animata dall'interesse. Ci sono molti gradi di conoscenza; il conoscere, in quanto aspetto dell'amore, non si ferma alla superficie, ma penetra nell'intimo. È possibile solo se riesco ad annullarmi a vedere l'altro quale veramente è. Posso capire, ad esempio, se una persona è adirata, anche se non lo dimostra apertamente, ma se la conosco a fondo, mi accorgo che è ansiosa e preoccupata, che si sente sola, che ha un senso di colpa. Allora mi rendo conto che la sua ira altro non è che la manifestazione di qualcosa di più profondo, e l'ansia. manifestazione di sofferenza, e non di collera.
Premura, responsabilità e comprensione sono strettamente legate fra loro. Sono un complesso di virtù che fanno parte della personalità matura, di una persona che sviluppa con profitto i suoi poteri, che sa quello che vuole, che ha abbandonato sogni narcisistici di onnipotenza e di onniscienza, che ha acquistato l’umiltà fondata sulla forza intima che solo l’attività produttiva può dare.
GLI OGGETTI D'AMORE
L'amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un'attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona coi mondo, non verso un "oggetto" d'amore. Se una persona ama solo un'altra persona e è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egotismo portato all'eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l'amore sia costituito dall'oggetto, non dalla facoltà d'amare. Infatti, essi credono perfino che sia prova della intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona "amata". Questo è lo stesso errore di cui abbiamo già parlato prima. Poiché non si vede che l'amore è un'attività, un potere dell'anima, si ritiene che basti trovare l'oggetto necessario e che, dopo ciò, tutto vada da sé. Questa teoria può -essere paragonata a quella dell'uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l'arte, sostiene che deve solo aspettare l'oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato. Se io amassi veramente una persona, io amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire a un altro "ti amo", devo essere in grado di dire "amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso".
Dicendo che l'amore è un orientamento che si riferisce a tutto e non a uno, non voglio dire che non ci siano differenze tra le varie forme d'amore, legate all'oggetto amato.
AMORE FRATERNO
La forma più fondamentale d'amore, è l'amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall'assenza di esclusività. Se io ho sviluppato la capacità d'amare non posso fare a meno di voler bene ai miei fratelli. Nell'amore fraterno c'è il desiderio di fusione con tutti gli uomini, c'è il bisogno di solidarietà umana. L'amore fraterno si fonda sul principio dell'unione coi nostri simili. Le differenze di talento, d'intelligenza, di comprensione, sono trascurabili in confronto a quello che c'è in comune tra tutti gli uomini. Per sentire questa uguaglianza è necessario penetrare dalla superficie in profondità. Se io percepisco un altro essere solo in superficie, sento le differenze che ci separano. Se penetro in profondità, percepisco la nostra uguaglianza, ciò che ci fa fratelli. Questa è comunicazione profonda anziché superficiale. Come Simone Weil ha espresso così meravigliosamente: "Le stesse parole (ad esempio, un uomo dice alla moglie " ti amo ") possono essere banali e straordinarie, secondo come sono dette. E il modo dipende dalla profondità di un essere umano, dalla quale scaturiscono senza che la volontà sia in grado di fare nulla. E con un accordo meraviglioso esse raggiungono in lui forma ed espressione. Così colui che sente può discernere, se ha potere di discernimento, ciò che é il valore del mondo."
L'amore fraterno è amore tra esseri simili; ma, in realtà, anche tra simili che non sono sempre "simili": infatti. poiché siamo esseri umani, siamo tutti bisognosi di aiuto. Oggi io, domani tu. Ma questo bisogno di aiuto non significa che uno è indifeso e l'altro potente. La debolezza è una condizione transitoria; la capacità di stare ritto e camminare coi propri piedi è lo stato normale e permanente.
Eppure, l'amore per l'essere indifeso, l'amore per il povero e per lo straniero, sono il principio dell'amore fraterno. Amare la propria carne e il proprio sangue non è una conquista. L'animale ama i suoi piccoli e li cura. Il debole ama il suo padrone poiché la sua vita dipende da lui; il bambino ama i suoi genitori poiché ha bisogno di loro. Solo l'amore disinteressato è un sentimento maturo, completo. È significativo, nel Vecchio Testamento, il fatto che l'oggetto d'amore dell'uomo sia il povero, lo straniero, la vedova e l'orfano, ed eventualmente, anche il nemico, l'egiziano e l'edomita. Con la compassione per il debole, l'uomo comincia a sviluppare l'amore per il fratello; e nel suo amore per se stesso, ama anche colui che ha bisogno di aiuto, l'essere umano fragile e insicuro. La compassione implica la comprensione e la fraternità. "Voi conoscete il cuore di uno straniero" dice il Vecchio Testamento "perché eravate stranieri nella terra d'Egitto... di conseguenza, amate gli stranieri."
AMORE MATERNO
Abbiamo già parlato della natura dell'amore materno in un capitolo precedente, che trattava la differenza tra l'amore materno e paterno. L'amore materno, come ho già detto, è un'affermazione incondizionata della vita del bambino e dei suoi bisogni. Ma è necessario fare un'importante aggiunta a questa definizione. L'affermazione della vita del bambino ha due aspetti; uno è rappresentato dalle cure necessarie alla preservazione della vita e alla crescita del bambino. L'altro aspetto va oltre la pura e semplice conservazione: è l'attitudine che instilla nel bambino un amore per la vita, che gli dà questa sensazione: è bello essere vivi, è bello stare su questa terra! Questi due aspetti dell'amore materno sono espressi in modo molto semplice nella storia biblica della creazione. Dio crea il mondo e l'uomo. Ciò corrisponde alla semplice affermazione della esistenza. Ma Dio va oltre. Ogni giorno dopo che la natura, o l'uomo, sono stati creati, Dio dice: "È bello." L'amore materno, in questo secondo giardino fa sentire al bambino che è bello essere nato; instilla nel bambino l'amore per la vita e non solo il desiderio di restare vivo. La stessa idea può essere applicata ad un altro simbolismo biblico. La terra promessa (terra è sempre simbolo di madre) è descritta come "traboccante di latte e di miele". Il latte è il simbolo del primo aspetto dell'amore, quello per le cure e l'affermazione; il miele simboleggia la dolcezza della vita, l'amore per essa, e la felicità di sentirsi vivi. La maggior parte delle madri è capace di dare "latte", ma solo una minoranza di dare anche "miele". Per poter dare latte una madre non deve soltanto essere una "brava mamma", ma una donna felice, e non tutte ci riescono. L'amore della madre per la vita è contagioso, così come lo è la sua ansietà; ambedue gli stati d'animo hanno un effetto profondo sulla personalità del bambino; si distinguono subito tra i bambini - e gli adulti – coloro che ricevono soltanto "latte" e coloro che ricevono "latte e miele".
In contrasto con l'amore fraterno e con l'amore erotico, che sono amori sullo stesso piano, i rapporti della madre col bambino sono, per la loro stessa natura, su un piano diverso, in cui uno ha bisogno di aiuto, e l'altro lo dà. È per questo carattere altruistico che l'amore materno è stato considerato la più alta forma d'amore e il più sacro dei vincoli affettivi. Tuttavia la vera conquista dell'amore materno non sta solo nell'amore della madre per il neonato, ma nel suo amore per la creatura che cresce. In realtà, la grande maggioranza delle madri sono madri amorose finché il bambino è piccolo e completamente legato a loro. Quasi tutte le donne desiderano avere figli, sono felici coi loro piccoli e sono premurose con loro. E questo ad onta del fatto che non " ottengono " niente in cambio, tranne un sorriso o l'espressione soddisfatta nel viso del bambino. Sembra che questa forma d'amore sia radicata sia negli animali che nella razza umana. Ma, qualunque sia il peso di questo fattore istintivo, nell'amore materno hanno molta importanza alcuni fattori psicologici. Uno di questi è l'elemento narcisistico. Finché il neonato continua a far parte della madre, il suo amore e il suo attaccamento possono essere una soddisfazione al suo narcisismo. Un altro elemento può essere costituito dal bisogno di possesso della madre. Il bambino, essendo debole e completamente soggetto alla sua volontà, è un oggetto naturale di soddisfazione per una donna autoritaria e tirannica.
Per quanto questi fattori siano frequenti, probabilmente sono meno importanti di quello che può essere chiamato il bisogno di trascendenza. Questo è uno dei più fondamentali bisogni dell'uomo, radicato nel suo egocentrismo, nella sua insoddisfazione del ruolo di creatura che non sa rassegnarsi a essere un dado gettato fuori dal bicchiere. Ha Bisogno di sentirsi il creatore, colui che trascende il ruolo passivo di creatura. Ci sono molti m per conquistare questa soddisfazione creativa; il più naturale, e anche il più facile a raggiungersi, è la cura amorosa per la propria creatura. La madre supera se stessa nel bambino, il suo amore per lui le dà lo scopo, il senso della vita. (In questa incapacità del maschio a soddisfare il suo bisogno di trascendenza portando il peso dei figli, sta il suo bisogno di superare se stesso creando cose e idee.)
Ma il bambino deve crescere. Deve emergere dal grembo materno; diventare un essere completamente indipendente. La vera essenza dell'amore materno è di curare la crescita del bambino, e ciò significa volere che il bambino si separi da lei. Qui sta la differenza con l'amore erotico. Nell'amore erotico, due persone distinte diventano una sola. Nell'amore materno, due persone che erano una sola, si scindono. La madre deve non solo tollerare, ma desiderare e sopportare la separazione del figlio. 16 solo a questo stadio che l'amore materno diventa un compito così difficile da richiedere altruismo, capacità di dare tutto senza chiedere niente e di non desiderare niente altro che la felicità dell'essere amato. È anche a questo stadio che molte madri falliscono nel loro compito. La narcisista, l'autoritaria, la tirannica può riuscire ad essere una madre "amorosa " finché il bambino è piccolo. Solo la donna veramente " amante ", colei che é più felice di dare che di ricevere, può essere una madre amorosa durante il processo di separazione del bambino.
L'amore materno per il bambino che cresce, amore fine a se stesso, è forse la forma d'amore più difficile a raggiungersi, ed è anche la più ingannevole, a causa della facilità con cui una madre ama la propria creatura. Ma proprio a causa di questa difficoltà, una donna può essere una madre veramente amorosa solo se può amare; se è capace di amare H proprio marito, altri bambini, il prossimo, tutti gli essere umani. La donna che è incapace di amare in questo modo, può essere una madre affettuosa finché il bambino è piccolo, ma non può essere una madre amorosa. La condizione per esserlo è la volontà di affrontare la separazione, e, anche dopo la separazione, la capacità di continuare a amare.
AMORE EROTICO
L'amore fraterno è tra simili; l'amore materno è amore per l'essere indifeso. Diverse come sono tra loro, queste forme d'amore sono, per la loro stessa natura, non limitate a una persona. Se io amo mio fratello, amo tutti i miei fratelli; se amo mio figlio, amo tutti i miei figli; e oltre a ciò, amo tutti i bambini che hanno bisogno del mio aiuto. In contrasto con ambedue queste forme, è l'amore erotico; questo è il desiderio della fusione completa, dell'unione con un'altra persona. È per la sua stessa natura esclusivo e non universale; è forse la più ingannevole forma d'amore che esista.
Prima di tutto, é spesso confuso con l'esperienza di "innamorarsi", l'imprevista caduta delle barriere che esistevano fino a quel momento fra due estranei. Ma, come ho accennato prima, questa esperienza d'improvvisa intimità è per sua stessa natura di breve durata. Dopo che lo sconosciuto è diventato intimo, non ci sono più barriere da superare, né segreti da penetrare. La persona "amata" ci è nota come noi stessi. O, forse, farei meglio a dire altrettanto sconosciuta. Se si potessero sondare le profondità dell'altra persona, se si riuscisse a penetrare interamente la sua personalità, essa non diventerebbe mai così familiare, e il miracolo di superare le barriere potrebbe rinnovarsi ogni giorno. Ma per la maggior parte della gente, la propria personalità, e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita. Per loro l'intimità è stabilita principalmente col contatto sessuale. Poiché sentono la separazione dall'altra persona principalmente come separazione fisica, l'unione fisica significa superare la separazione.
Oltre a ciò, ci sono altri fattori che per molta gente significano il superamento della separazione. Parlare della propria vita personale, delle proprie speranze e delle proprie ansie, mostrarsi sotto aspetti infantili, stabilire un interesse comune di fronte al mondo, tutto ciò è inteso come un superamento della solitudine. Perfino dimostrare la propria rabbia, il proprio odio, la propria completa mancanza di inibizioni, è scambiato per intimità, e ciò può spiegare l'attrazione perversa che spesso lega una coppia, che è unita solo a letto o quando dà libero sfogo al rancore e all'odio Ma tutte queste forme di intimità tendono a ridursi man mano che il tempo passa. La conseguenza è che si cerca l'amore con un'altra persona, una persona nuova. Ancora una volta, l'estraneo viene trasformato in "intimo", di nuovo l'esperienza di innamorarsi è intensa, e inebriante; poi comincia a farsi sempre meno intensa, e termina col desiderio di una nuova conquista, un nuovo amore - sempre con l'illusione che il nuovo amore sarà diverso dal precedente. Il carattere ingannevole del desiderio sessuale ha un peso notevole in queste illusioni.
Il desiderio sessuale tende alla fusione ed è, senza dubbio alcuno. solo un appetito fisico, il sollievo ad una tensione spasmodica. Ma il desiderio sessuale può essere stimolato dall'ansia della solitudine, dal desiderio di conquistare o di essere conquistato, dalla vanità, dalla volontà di ferire e perfino di distruggere, così come può essere stimolato dall'amore. Sembra che il desiderio sessuale possa facilmente essere confuso, o essere stimolato, da una forte emozione. Poiché il desiderio sessuale è insito nella mente e associato al bisogno d'amore, è facile concludere che ci si ama quando ci si desidera fisicamente. L'amore può ispirare il desiderio dell'unione sessuale; in questo caso la relazione fisica manca di brama, di desiderio di conquistare o di essere conquistato, ma è caratterizzata dalla tenerezza. Se il desiderio di unione fisica non è stimolato dall'amore, se l'amore erotico non è anche amore fraterno, non porta mai alla fusione se non in un senso orgiastico e fittizio. L'attrazione sessuale crea, sul momento, un'illusione d'unione, eppure senza amore questa "unione" lascia due esseri estranei e divisi come prima - a volte li fa vergognare l'uno dell'altro e li fa perfino odiare l'un l'altro, perché quando l'illusione è svanita essi si sentono più estranei di prima. La tenerezza è senza dubbio, come credeva Freud, una sublimazione dell'istinto sessuale; è la conseguenza diretta dell'amore fraterno, ed esiste sia nelle forme psichiche d'amore, che in quelle fisiche.
Nell'amore erotico c'è un'esclusività che manca nell'amore fraterno e materno. Il carattere esclusivo dell'amore erotico richiede ulteriori chiarimenti.
Spesso, l’esclusività dell'amore erotico è interpretata come attaccamento possessivo. È molto frequente trovare due persone "innamorate" tra loro che non sentono amore per nessun altro. Il loro amore è, infatti, un egotismo a due; sono due esseri che si annullano a vicenda, che risolvono il problema della separazione fondendosi tra loro. Credono così di superare la solitudine; eppure, staccandosi dal resto della specie, restano separati tra di loro e perfino da loro stessi; la loro unione è un'illusione. L'amore erotico esclude l'amore per gli altri solo nel senso di fusione erotica ma non nel senso di profondo amore fraterno.
L'amore erotico, per essere vero amore, richiede una condizione: che io ami dall'essenza del mio essere, e "senta" l'altra persona nell'essenza del suo essere. Nell'essenza, tutti gli esseri umani sono identici. Siamo tutti parte di Uno; siamo Uno. Partendo da questo principio, non ha importanza chi amiamo. L'amore dovrebbe essere essenzialmente un atto di volontà, di decisione di unire la propria vita a quella di un'altra persona. Questo è, in verità, ciò che di razionale v'è dietro il concetto dell'insolubilità del matrimonio, com'è dietro molti matrimoni tradizionali, in cui i due sposi non si scelgono tra loro, ma vengono scelti l'uno per l'altro, e che tuttavia ci si aspetta si amino. Nella civiltà occidentale moderna questo concetto appare falso, nel suo insieme. L'amore dovrebbe essere una reazione emotiva, spontanea, un sentirsi improvvisamente uniti da un sentimento irresistibile. Sotto questo aspetto, si vedono solo le caratteristiche dei due esseri coinvolti, e si dimentica il fatto che tutti gli uomini sono parte di Adamo, e tutte le donne parte di Eva. Si trascura un fattore fondamentale, nell'amore erotico: quello di volere. Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l'amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà sempre, se non sono cosciente e responsabile della mia scelta?
Tenendo conto di questi elementi, si arriva alla conclusione che l'amore è essenzialmente un atto di volontà, e che di conseguenza non importa chi ne sia l'oggetto. Sia il matrimonio combinato da altri, sia esso il risultato di una libera scelta, basterebbe un atto di volontà a garantire la durevolezza dell'amore. Questo punto di vista sembra non tener conto del carattere paradossale della natura umana e dell'amore erotico. Tutti noi siamo Uno, eppure ognuno di noi è un'entità unica, separata. Nei nostri rapporti col prossimo si ripete lo stesso paradosso. In quantoché siamo uno, possiamo amare tutti nello stesso modo, nel senso di amore fraterno. Ma in quantoché siamo esseri distinti, l'amore erotico esige prerogative strettamente individuali, che esistono tra determinate persone, e non certo tra tutte.
Entrambi i punti di vista, perciò, sia quello dell'amore erotico inteso come attrazione strettamente individuale tra due persone, sia quello dell'amore erotico considerato come un atto di volontà sono fondati, o meglio la verità non è né questa né quella. Di conseguenza, il concetto di un rapporto che si possa facilmente troncare se fallisce, è altrettanto errato del concetto che tale rapporto non possa mai essere troncato.
AMORE PER SE STESSI
Mentre non suscita nessuna obiezione l'applicazione del concetto d'amore a vari oggetti, è opinione diffusa che sia virtuoso amare gli altri e peccato amare se stessi. Si ritiene che nella misura in cui amo me stesso non posso amare gli altri, che l'amore per se stessi sia una forma egoistica d'amore. Questo punto di vista ha la sua origine nel pensiero occidentale. Calvino parla di amore per se stessi come di " una peste ", Freud ne parla in termini psichiatrici, ma, nonostante ciò, il suo giudizio è uguale a quello di Calvino. Per lui, amore per se stessi significa narcisismo, libido verso se stessi. Il narcisismo è il primo stadio dello sviluppo umano, e la persona che in età adulta ritorna a questo stadio è incapace di amare; nel caso estremo è malata di mente. Freud parte dal presupposto che l'amore sia la manifestazione della libido, e che la libido sia o rivolta verso altri (amore) o verso se stessi (amore per se stessi). Amore per gli altri e amore per se stessi sono reciprocamente esclusivi, nel senso che pia ve n'è di uno, meno ve n'è dell'altro. Se l'amore per se stessi è peccato, ne deriva che l'altruismo è virtù. Sorgono ora queste domande: L'osservazione psicologica sopporta la tesi che ci sia una contraddizione basilare tra l'amore per se stessi e l'amore per gli altri? È l'amore per se stessi lo stesso fenomeno dell'egoismo, oppure è l'opposto? Inoltre, è l'egoismo per l'uomo moderno un vero interesse per se stesso come individuo, con tutte le sue possibilità intellettuali, emotive e sensuali? Non è egli diventato un'appendice del suo ruolo economico-sociale? È il suo egoismo uguale all'amore per se stesso, oppure è cagionato dalla mancanza di esso?
Prima di parlare dell'aspetto psicologico dell'egoismo e dell'amore per se stessi, va sottolineato l'errore che l'amore per gli altri e l'amore per se stessi siano reciprocamente esclusivi. Se è virtù amare i miei vicini come esseri umani, deve essere virtù, e non vizio, amare me stesso, poiché anch'io sono un essere umano. Non esiste concetto d'umanità in cui io stesso non sia incluso. Una dottrina che proclama una simile esclusione è contraddittoria. Il concetto biblico "ama il tuo prossimo come te stesso" significa che il rispetto per la propria integrità, l'amore e la comprensione di se stessi, non possono essere scissi dal rispetto, dall'amore e dalla comprensione per un altro essere umano.
Siamo ora arrivati alle premesse psicologiche sulle quali si fonda il nostro argomento. Generalmente queste premesse sono come segue: non solo altri, ma anche noi stessi siamo l'oggetto dei nostri sentimenti e attitudini; le attitudini verso gli altri e verso noi stessi sono fondamentalmente congiuntive Rispetto al problema in questione ciò significa: l'amore per se stessi si trova in coloro che sono capaci di amare il prossimo. L'amore, come principio, è indissolubile per quel che riguarda la connessione tra "oggetti" e noi stessi. L'amore genuino è un'espressione di produttività ed implica cure, rispetto, responsabilità e comprensione. Non è un "affetto" nel senso di essere amato da qualcuno, ma uno sforzo attivo per la crescita e la felicità dell'essere amato, dettato dalla propria capacità di amare.
Amare qualcuno è la realizzazione e la concentrazione dei potere d'amore. L'affermazione fondamentale contenuta nell'amore è diretta verso la persona amata come verso un'incarnazione di qualità essenzialmente umane. L'amore per una persona implica l'amore per l'uomo come tale. La "divisione del lavoro ", come William James la chiama, per cui un uomo ama la famiglia ma non sente niente per lo " straniero ", è sintomo d'incapacità d'amare. L'amore dell'uomo non è, come generalmente si crede, una astrazione che viene dopo l'amore per una specifica persona, ma è la sua premessa, sebbene geneticamente la si acquisisca amando specifici individui.
Ne deriva che il mio io deve essere un oggetto di amore tanto quanto ogni altro essere. L'affermazione della propria vita, felicità, crescita, libertà è determinata dalla propria capacità di amare, cioè nelle cure, nel rispetto, nella responsabilità e nella comprensione. Se un individuo è capace di amare in modo produttivo, ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare completamente.
Se l'amore per se stessi non è disgiunto dall'amore per gli altri, come ci spieghiamo l'egoismo, che ovviamente esclude qualsiasi interesse genuino per gli altri? L'egoista s'interessa solo di se stesso, vuole tutto per sé, non prova gioia nel dare, ma solo nel ricevere. Vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne; non ha interesse per le necessità degli altri, né rispetto per la loro dignità e integrità. Non può vedere altro che se stesso; giudica tutto e tutti dall'utilità che gliene deriva; è fondamentalmente incapace d'amare. Questo non prova che l'interesse per gli altri e l'interesse per se stessi sono alternative inevitabili? Sarebbe così se l'egoismo e l'amore per se stessi fossero la stessa cosa. Ma questa convinzione è l'errore che ha suscitato tante conclusioni errate riguardo il nostro problema. Egoismo e amore per se stessi, anziché essere uguali, sono opposti. L'egoista non ama troppo se stesso, ma troppo poco; in realtà odia se stesso. Questa mancanza di amore per sé, che è solo un'espressione di mancanza di produttività, lo lascia vuoto e frustrato. È solo un essere infelice e ansioso di trarre dalla vita le soddisfazioni che impedisce a se stesso di raggiungere. Sembra interessarsi troppo di sé, ma in realtà non fa che un inutile tentativo di compensare la mancanza di amore per sé. Freud sostiene che l'egoista è un narcisista, che ha concentrato su se stesso ogni capacità d'amore. P vero che gli egoisti sono incapaci di amare gli altri, ma sono anche incapaci di amare se stessi.
È più facile capire l'egoismo se lo si paragona ad un morboso interesse per gli altri, come lo troviamo, ad esempio, in una madre troppo premurosa. Mentre lei crede di essere particolarmente attaccata al suo bambino, in realtà ha una profonda, repressa ostilità per l'oggetto del proprio interesse. È eccessivamente premurosa, non perché ami troppo il proprio figlio, ma perché deve compensare la sua incapacità di amarlo.
Questa teoria sulla natura dell'egoismo è nata dall'esperienza psicoanalitica dell'"altruismo" nevrotico, un sintomo di nevrosi osservato in molti soggetti turbati non solo da questo sintomo, ma da altri ad esso connessi, quali la depressione, la stanchezza, l'incapacità di lavorare, il fallimento nei rapporti col prossimo, e via dicendo. Non solo l'altruismo non è considerato un "sintomo"; è spesso l'unico tratto positivo del carattere del quale i soggetti si vantano. La persona " altruista " non vuole niente per sé; vive solo per gli altri, si vanta di non considerarsi importante. È sorpresa di scoprire che, ad onta del proprio altruismo, è assai infelice e che i suoi rapporti con coloro che la circondano non l'appagano. Uno studio analitico dimostra che questo altruismo non è qualcosa di separato dagli altri sintomi, ma uno di essi, e spesso il più importante; che il soggetto è inibito nelle proprie capacità di amare e di godere; che è pieno di ostilità verso la vita e che dietro la facciata dell'altruismo si nasconde un sottile ma intenso egocentrismo. Questo individuo può essere curato solo se anche il suo altruismo è interpretato come un sintomo tra gli altri, in modo che la sua aridità, che sta alla base sia dell'altruismo che degli altri sintomi, possa essere corretta.
La natura dell'altruismo si manifesta in modo particolare nell'effetto che la madre " altruista " ha sui propri figli. È convinta che il suo altruismo insegnerà ai figli a provare che cosa significhi essere amati, e ad apprendere, a loro volta, che cosa significhi amare. L'effetto del suo altruismo, tuttavia, non corrisponde mai alle sue aspettative. I bambini non mostrano la felicità delle persone convinte di essere amate; sono tesi, timorosi del giudizio materno, e ansiosi di appagare le sue speranze. Di solito, sono colpiti dall'ostilità repressa della madre verso la vita, ostilità che essi sentono oscuramente, restandone spesso influenzati. Nell'insieme, l'effetto della madre "altruista" non è troppo diverso da quello della madre egoista anzi, spesso è peggiore, perché l'altruismo della madre impedisce ai figli di criticarla. Si sentono nell'obbligo di non deluderla; imparano, sotto la maschera della virtù, il disprezzo per la vita. Chiunque abbia possibilità di studiare l'effetto di una madre dotata di genuino amore per se stessa, può vedere che non c'è niente di più utile che dare a un bambino l'esperienza di ciò che è amore, gioia, felicità, che solo può ricevere il bambino amato da una madre che ama se stessa.
Questo concetto di amore per se stessi può essere sintetizzato citando questa massima di Meister Eckhart: "Se ami te stesso, ami gli altri come ami te stesso. Finché amerai un'altra persona meno di te stesso, non riuscirai mai ad amare te stesso, ma se ami tutti nello stesso modo, compreso te stesso, li amerai come una persona, e quella persona è sia Dio sia l'uomo. E' grande e giusto chi, amando se stesso, ama in ugual modo il suo prossimo."
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lunedì 19 agosto 2002
La mappa non è il territorio
Ecco, ci hanno voluto insegnare a vivere, ci hanno raccomandato come comportarci e ci hanno indicato i modelli preconfezionati che ci permetteranno di arrivare al successo. In altre parole ci hanno consegnato la mappa della vita mentre – a nostra volta – siamo stati "mappati". Ma, come afferma Alfred Korzbyski, “la mappa non è il territorio”!
Cosa c’è oltre i confini e le delimitazioni di questa dignitosissima mappa, ed è proprio tutto vero ciò che così diligentemente è stato indicato in questa preziosissima mappa? Corrisponde proprio al vero ciò che nella mappa viene indicato come tale? Ma infine - cosa è vero e cosa è falso? Esiste una verità assoluta che crea una realtà, anzi “la realtà”? I luoghi comuni – anche quelli più intelligenti – uccidono la consapevolezza!
Einstein scopre la relatività e cioè che ciò che esiste, esiste in quanto determinato dalla posizione dell’osservatore – quindi esistono tante realtà quante posizioni possono esistere. Ogni posizione, ogni punto di vista, determina la realtà – anzi quella realtà - perché dopotutto la realtà è pur sempre personale. Non esistono punti di riferimento esterni, la stella polare non è da ricercare fuori, in una realtà virtuale, ma piuttosto dentro, perché è solo da dentro di noi che si genera la realtà che ci corrisponde
Al timone della propria esistenza: Platone faceva la similitudine di un vascello la cui ciurma è rimasta senza capitano perché imprigionato nella sua cabina. Noi, spesso, siamo proprio come quel vascello che veleggia su questo mare della vita, senza la guida del suo capitano. Ora il mare è quieto, ora è in tempesta, ora è incapricciato e mosso, ora liscio come l’olio e senza il minimo alito di vento. Il nostro vascello è in completa balia degli eventi. Quando la burrasca imperversa, preghiamo Dio che ce la mandi buona, che ci salvi dalla possibile catastrofe e siamo pronti a promettere ogni genere di sacrifico in cambio dell’incolumità. Quando invece va tutto a gonfie vele, ci sentiamo spavaldi e sicuri del nostro destino. Quando poi tutto tace, nell’immobilità dell’attesa, attenti e inquieti ci chiediamo cosa ci serberà la sorte. Di fronte agli eventi difficilmente andiamo al timone. Così lasciamo che essi accadono e ci incalzino. Il nostro modo di vivere è quasi come un parare i colpi – non c’è strategia ma piuttosto una tattica estemporanea del momento, per riuscire a dribblare l'inconveniente.
TROVARE LA PROPRIA DIREZIONE
In mezzo alla cacofonia della vita dobbiamo trovare il nostro centro e da lì dirigere, con la nostra intenzione, gli avvenimenti della nostra vita. Il senso, la direzione è determinata dall’intenzione – non quella effimera, dettata dagli impulsi emotivi che reagiscono alla vita, ma quella che sta dietro ad ogni senso, e che è "il Senso", la propria ragione di vita. Inoltre, ognuno ha il suo proprio "Senso", e nessuno può permettersi di dire a un altro quale Senso debba perseguire, attenzione quindi a non generalizzare e non pontificare!
Le azioni smettono di essere meccaniche ma acquistano il proprio senso. Mano a mano, superando gli inevitabili e spesso continui ostacoli che ci mettono alla prova, smettiamo di essere burattini dai fili tirati da una fantomatica ed opprimente esigenza esteriore a cui continuamente reagiamo: bisogna agire e non reagire!
Ma, attenzione! Le nostre azioni non sono dei singoli avvenimenti che si ripercuotono solo su di noi. Siamo tutti interconnessi e influiamo gli uni sugli altri – anche se gli effetti immediati dei nostri gesti non sono sempre immediatamente visibili. "Battendo le mani, una farfalla, all’altro capo del mondo, ha un fremito d’ali!"
L'INTERCONNESSIONE
Nella fisica moderna la teoria dei Quanti afferma che ciò che accade alle particelle subatomiche, non sempre sembra avere una causa ben definita. Cioè, nessuna causa locale, (tutto si esegue in laboratorio dove è possibile calcolare ogni aspetto), può giustificare, a volte, il comportamento delle particelle. Qual è dunque la connessione? Significa forse che ciò che accade avviene in modo arbitrario? E che la nostra vita è dunque frutto del caso?
Ebbene, certi eventi non accadono per una causa locale ma perché lo scienziato vuole vederli e si aspetta dunque che questi accadano! Se il ricercatore si aspetta di trovare determinate risposte o eventi, questi, immancabilmente, si verificano – dimostrando così l’interconnessione esistente nel creato e anche le possibili dinamicità. Questa relazione “occulta” tra lo scienziato e l’effetto desiderato, determina l’avvenimento. Questa relazione occulta è dunque determinata dall’intenzione. La divisione fondamentale dettata da Cartesio fra mente e materia, quindi fra osservatore e aspetto osservato, viene decisamente invalidata. La prima dimensione della materia infatti sembra proprio rispondere alle aspettative del ricercatore, alle intime intenzioni del ricercatore. Poi c'è anche un dimensione più profonda, che ora la fisica quantistica sta scoprendo essere "in mano" a un qualcosa di più potente e ancora indecifrabile, ma per il momento ci soffermiamo sulla realtà più immediata e vicina a noi.
Dunque, si diceva, sembra che una buona parte del singolo determina l’accadimento degli avvenimenti. E questo, comunque, non è una novità, visto che anche la psicologia lo afferma. Certo, spessissimo tale situazione è inconscia. Un giorno un lettore mi scrisse molto perplesso su questo fatto. Mi scriveva che lui certamente non desiderava la sconfitta, eppure molto spesso la sperimentava. In effetti lui, coscientemente, non la desiderava, ma probabilmente nel suo inconscio erano stati piantati i semi della sconfitta, ecco perché sarebbe stato necessario andare a dissodare quei semi, per liberarsi dal messaggio, impiantato nel suo inconscio, che lui era un perdente! "Ieri ero furbo. Ecco perché volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio. Ecco perché sto cambiando me stesso" (Sri Chimnoy)
PRIGIONIERI DI UNA MAPPA
Vi invito a eseguire il seguente Test, e quindi a leggere la soluzione riportata nella stessa pagina. Poi tornate a leggere qui.
“È possibile che il segreto del potere del cervello risieda in gran parte nel fatto che esso offre un’enorme possibilità di azione reciproca tra gli effetti della stimolazione di ogni parte dei campi riceventi. È questa capacità che ci permette di reagire al mondo nella sua totalità, assai più di quanto non possano quasi tutti gli altri animali” (da Doubts and certainity in science di J.Z.Young) Perché dunque limitarci le possibilità insegnandoci dei percorsi come se fossero gli unici possibili?!
DEFINITI DA LIMITAZIONI
Siamo davvero "mappati", condizionati. Le “regole del gioco” sono state identificate e ora sono divenute obbligatorie! Invece ognuno dovrebbe scoprire da solo a che gioco sta giocando e, soprattutto, quali regole determinare.
D'altro canto, però, non si può dimenticare il fatto che le regole o le convenzioni sono importanti perché ci aiutano a relazionarci meglio.
“Der Tisch ist ein Tisch” - il tavolo è un tavolo - diceva il narratore Peter Bichsel in una sua famosa novella. Chiamiamo “tavolo” quell’oggetto, perché tutti abbiamo concordato a denominarlo in quel modo, ma avremmo potuto benissimo chiamarlo con un altro suono. Oggi, parlando, ci comprendiamo perché, in genere, siamo concordi - abbiamo accettato - i significati generali attribuiti ai suoni che creano le parole. Tuttavia bisogna ammettere che non è facile trovare un equilibrio tra l’accettazione delle definizioni socio-culturali e la libertà di esplorare nuovi spazi e dimensioni - interne ed esterne. Ai due estremi troviamo la follia da un lato, e la sottomittanza dall’altro.
“Alcune ostriche soffrono di una forma grave di complesso di Edipo” – Intercalando la nostra chiacchierata con un nonsenso creiamo una pausa, che permette uno stacco - in alcuni casi può anche far sorridere - ma intanto la consapevolezza si aggiorna.
Dovremmo imparare a staccare nella vita, allontanarci da tutto quello che stiamo facendo, per osservare se, quello che stiamo facendo, abbia veramente un senso. Altrimenti corriamo il rischio di venire avviluppati nei luoghi comuni, così ragionevoli, eppure così pericolosi.
I LUOGHI COMUNI ADDORMENTANO LA COSCIENZA
Le mode sono luoghi comuni, come potrebbero parimenti esserlo lo tradizioni. Oggi siamo ancora legati ai doveri della tradizioni ma siamo anche tremendamente condizionati dai dettami delle mode – e la consapevolezza dorme. Ma di cosa mai si dovrebbe essere consapevoli?! Vi siete mai posti la domanda di quello che potremmo essere se non fossimo condizionati da ciò che ci è stato insegnato che dovremmo essere? Noi non stiamo avanzando nel futuro, ma retrocediamo nel futuro – perché esso è il risultato di pensieri già pensati che proiettiamo in avanti; non c’è nulla di nuovo, è sempre il risultato di cause messe in precedenza. È Karma. È possibile rompere le catene create dalle reazioni alle azioni?
“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in ulna selva oscura, ché la retta via era perduta” - Quante volte ci siamo già sentiti alla stessa stregua di Dante, sommersi da pesantezze, paure, preoccupazioni... tanto da farci proprio sembrare di esserci persi in una foresta di guai. Cosa fare, come riprendersi, ritrovarsi, direzionarsi fuori da questa “selva oscura”? Siamo stati così fermamente condizionati a non dare ascolto al nostro istinto – in favore dell’inflessibile legge del “dovere” innanzitutto, del "buon senso", dell'"essere ragionevoli" – che poi finiamo in situazioni di profondo disagio da cui è difficile districarsi.
LIBERARE L'ANIMO
“Quando nasciamo i nostri pensieri e i nostri sentimenti sono senza limiti perché la mente è come una lavagna bianca. Quello che un bimbo proietta nella Legge Universale è una naturale purezza non ancora intralciata dai limiti delle fedi - dei modi di credere - degli adulti. Perciò avviene spesso che i bambini non siano consapevoli di avere determinati limiti fisici, e può capitare che osino quello che a noi sembra impossibile (...). Solo più tardi attraverso l’educazione imparano i limiti delle loro possibilità. Ma questi confini, o limiti, sono illusioni. Ogni limitazione delle nostre possibilità è creata soltanto da forme di fede, dai nostri modi di credere, prodotti per lo più a causa della nostra ignoranza, e poi trasmessi di generazione in generazione. Questo insieme di modi di credere, che Jung ha definito ‘inconscio collettivo’, appare via via sempre più valido col passare del tempo, e diventa sempre più vincolante. (...) La tua capacità di operare miracoli dipende unicamente dal grado di abilità con cui riesci a dribblare l’inconscio collettivo. E ciò che ti frena è unicamente il tuo attaccamento all’inconscio collettivo e ai modi di credere del mondo circostante. Questo attaccamento, che tu hai accettato dalla nascita, è la tua sfida più grande”. (da Miracoli di Stuart Wilde)
• Si comprenda dunque bene il meccanismo: il pensiero, l’idea, e le profonde emozioni ad esso connesso attivano nella realtà, attraverso la convinzione profonda che si è instaurata, gli effetti conseguenti.
C’è sempre una informazione iniziale che ci viene data o che noi stessi appuriamo attraverso riflessione, ad essa si associano le emozioni derivanti e le esperienze che facciamo, questo genera le convinzioni. Questo è l’inconscio collettivo di cui si parla, le profonde motivazioni psicologiche apprese e adottate nel corso della propria esistenza che si assommano a quelle della razza di appartenenza, e del genere umano. Diceva Don Juan a Castaneda che “I messaggi interiori sono ciò che ci impediscono di crescere”.
Riuscire a liberare la propria mente è qualcosa che richiede un lavoro personale per aprirsi alle infinite possibilità che, come esseri umani abbiamo a disposizione, per iniziare quindi ad accumulare le esperienze positive necessarie a modificare le proprie convinzioni. Un adagio americano afferma: nothing succeeds like success, “niente ha più successo del successo”. È infatti l’esperienza cumulativa che rafforza la convinzione. Se siamo convinti di un qualcosa richiamiamo quel risultato, quindi, è molto logico ed ecologico, cercare di liberarsi da convinzioni che non sono nostre, per esplorare così i nuovi mondi delle diverse possibilità che la vita ci offrirebbe, se solo osassimo lasciare andare le catene che ci imprigionano, ma a cui noi stessi continuiamo a incatenarci.
"La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre misura. È’ la nostra Luce, non il nostro buio che ci fa paura. Noi ci chiediamo: “chi sono io per essere così brillante, così grandioso? così pieno di talenti, favoloso?” In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei un Figlio di Dio. Se tu voli basso, non puoi servire bene il mondo. Non si illumina nulla in questo mondo se tu ti ritiri, appassisci e gli altri intorno a te non si sentiranno sicuri. Noi siamo nati per testimoniare la Gloria di Dio dentro di noi non soltanto in qualcuno ma in ognuno di noi. Nel momento in cui permettiamo alla nostra Luce di splendere noi, inconsciamente, diamo agli altri il permesso di fare lo stesso. Nel momento in cui noi siamo liberi dalla nostra paura. la nostra presenza stessa, automaticamente, libera gli altri." (Nelson Mandela)
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