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Il blog di Evoluzioni

Il flusso della speranza

Siamo costantemente sottoposti a prove interiori, la vita non è semplice, i disguidi e le problematiche, materiali in primis, ma anche quelle che si creano con gli altri esseri umani che ci turbano interiormente. Insomma una fatica continua. Per non parlare di quando i problemi, al posto di riuscire a dipanarli e risolverli, li complichiamo: o perché non riusciamo a controllare e guidare gli impulsi del nostro carattere, oppure perché ci tocca imparare a resistere, a essere forti, a esercitare il "muscolo" anima perché diventi più capace. In altre parole la situazione non è certo fra le più facili...
Eppure ci viene detto di coltivare la speranza. Ogni pensiero spirituale lo afferma, e il Natale per le nostre religioni cattoliche e cristiane non è altro che la riconferma di questo insegnamento, che ci invita a credere nella Luce, a volerla fortemente anche quando ci si trova nel periodo più buio dell'anno.
Infatti è la volontà a determinare il flusso della speranza. Quando si ha smesso di volere, quando non si riesce più a rigenerare l'animo con l'idea di nuovi orizzonti possibili, allora è l'inizio della fine.
Il nemico numero uno, quello dietro cui si annida il padre di tutti i mali, è la perdita della speranza. Per questo dobbiamo imparare a coltivarla e anche quando il nostro terreno si è inaridito, perché anche allora, da dentro, è fondamentale ricreare lo stimolo a volere di nuovo ricominciare. Tutto sta nella volontà positiva che non dobbiamo mai abbandonare. Se l'abbiamo persa, allora basta pensare che già solo il fatto che siamo in vita significa che questa è ancora dentro di noi. Da qualche parte dentro, nascosta tra le pieghe di tutte le nostre problematiche, sempre e tuttora c'è la forza vitale. Cercatela, non lasciatela morire dentro di voi!

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Forma e sostanza

In effetti la vita non va bene perché c'è sempre qualcuno che agisce male: il governo, la giustizia, le aziende, gli operai, gli impiegati, i commessi, i compagni, i vicini... Insomma sono gli altri a comportarsi male, noi il concetto di giustizia e moralità l'abbiamo ben chiaro! Solo che ci è chiara la teoria. All'atto pratico e a livello personale, invece, la questione è ben diversa.
Non si ruba, non si mente, non si è violenti... ma certo è vero, è proprio vero vero... Ma poi, nel nostro personalissimo agire quotidiano quanto veramente lo mettiamo in pratica?
Se, per esempio, a qualcuno che si è reso disponibile chiediamo più del dovuto, a meno che lo si paghi, non sarebbe questo un approfittare, ovvero rubare, il suo tempo, la sua energia...
Se il nostro agire non è tra i più dignitosi e lo celiamo mascherandolo con altro, non è forse questa una menzogna, a noi stessi probabilmente in primis, e agli altri poi...
Se le nostre parole, anche se non violente in sé, sgorgano da un animo incattivito, non è forse anche questa violenza, probabilmente delle più meschine, perché non dichiarata...

Ma non ce ne accorgiamo, perché "onestamente" siamo abituati a vivere la farsa, il teatrino di quello che si dice, agisce fuori, ben lontano da quello che poi si è veramente dentro. Tragico davvero quando la forma esteriore viene presa per genuina sostanza!

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Il valore dell'eroismo

Il coraggio, la forza, la capacità di lottare per superare le avversità sono tutte qualità che appartengono all'eroe. Non lo spavaldo che ama pavoneggiarsi di trofei insulsi quanto mai inutili. Ma il dignitoso che nel silenzio continua la sua ardua scalata alla montagna sacra.
Sì perché oggi, chi avanza sui veri sentieri dello spirito, vie solitarie spazzate da venti inesorabili e implacabili, che non concedono consolazioni, deve per forza essere un individuo dalla indubbia capacità di rigenerazione. In autonomia deve sapersi rialzare, confortato semmai da chi prima di noi ha lottato e continua a combattere le battaglie che portano alla vittoria dello spirito. In quel frangente ciò che conta è la suprema e intima connessione con le direttive superiori espresse dal silenzio più intatto e cristallino.
Questo è l'eroismo dell'animo. Dote indispensabile per riuscire a gestire i cambiamenti vibrazionali in atto, che destabilizzano coloro non abituati a resistere alle pressioni esteriori e interiori.

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Energie ingarbugliate

Pensavo alla complessità delle energie che si intessono nei rapporti umani, sottile trama e ordito che crea nella realtà dei veri e propri tessuti di rapporti e situazioni. E mi rendo conto della fine attenzione e cura che sempre si dovrebbe porre alle relazioni che nascono, crescono e maturano. E del fatto che basta una leggerezza, una noncuranza, a far deviare rapporti che invece potrebbero fruttificare in abbondanza. Così mi sono venute in mente le parole di Franco Lorenzoni: "Per (…) praticare la difficile arte della convivenza, i saperi di cui abbiamo bisogno hanno forse più a che vedere con l'arte del tessere - e soprattutto del disfare ciò che di troppo si è tessuto - che con l'abitudine a inventarsi e combattere ogni giorno nuovi mostri."

È il coraggio di disfare che in genere manca, così lasciamo che si formino quei bubboni abnormi che deviano il sano fluire delle energie che si dovrebbero incontrare, invece che ostruire. Non lo facciamo per vari motivi: per comodità, per paura di doverci poi coinvolgere in momenti di confronto faticosi e impegnativi, per passività dell’animo…
Ma i bubboni sono anche le escrescenze che si formano naturalmente per scartare il marciume di una situazione nociva che quindi scoppiano quando sono maturi. Forse, per chi non sa disfare in tempo il male d’essere, la tumescenza che spurga, in definitiva, è un’ottima salvezza!

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La leggerezza

Sempre più sovente mi ritrovo a prendere rifugio nei classici. Dagli antichi, con la letteratura greca o latina, fino ai moderni del Novecento, è scontato che nei loro scritti io ritrovi non solo il piacere di una bella scrittura, ma anche il saggio acume che spesso non riconosco nei libri di oggi, dalle copertine eleganti e d'impatto visivo (spesso anche tattile), che riempiono le librerie delle nostre città.
Così l'altro giorno mi sono ritrovata a riprendere in mano un testo che mi fu caro: "Lezioni americane: sei proposte per il nuovo millennio" di Italo Calvino. La prima qualità che l'Autore indica necessaria per affrontare i tempi in cui ora ci troviamo è la leggerezza. Per salvarsi dalla pesantezza del mondo Calvino ci porta l'esempio di Perseo, l'unico a essere stato in grado di tagliare la testa alla Medusa, il mostro dallo sguardo che pietrificava, proprio come la nostra realtà. Per riuscire a vincere la Gorgone Perseo non la guarda mai, ma la osserva però di riflesso nel suo scudo di bronzo. Si affida quindi alla visione indiretta, che non è rifiuto della realtà, ma un modo non coinvolto e libero di giocare la sua parte. Il coinvolgimento implicato nell'essere consapevoli della pesantezza toglie la leggerezza. Qualità essenziale per non essere acchiappati nelle spire di un mondo che pietrifica nella pesantezza.

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Il dramma della complessità



Viviamo in un'epoca che ha perso ciò che solitamente veniva inteso con semplicità. I sistemi sono sempre più articolati e complessi, le connessioni molteplici e diversificate. La semplicità di una volta non esiste più e, anche a fuggire dal mondo, la realtà con cui, poco o tanto, ci si deve comunque confrontare rimane quella della complessità. E questo, ovviamente, si ripercuote sul nostro interno, obbligandoci a una molteplicità di attenzioni, di sfumature, di proposte, di prudenze...
La semplicità sta diventando un bene prezioso che però sta sfumando. Al suo posto è subentrata l'essenzialità, che tra l'altro fa tendenza, perchè sinonimo di raffinatezza. E dunque non si riferisce più alla sobrietà, a cui appunto la parola dovrebbe alludere, ma ancora e di nuovo riporta alla complessità. La nostra tecnologia ne è l'esempio più immediato: un telefonino, o un computer, o un televisore, dietro a una linearità di forme e sembianze nascondono però un succedersi continuo di nuove funzioni da scoprire, da far apparire! Dietro a uno schermo essenziale, e quindi apparentemente semplice, si cela l'incredibile complessità e molteplicità del contenuto che si svela alla necessità.
Questo lascia intendere quanto oggi sia fondamentale saper essere sintetici, così da non rallentare il mondo ma, all'occorrenza, saper però articolare in profondità e spessore i propri contenuti.
Questa è la sfida che il futuro imminente ci sta offrendo: l'inutilmente pieno o il miseramente vuoto non avranno più spazio, ci si dovrà concentrare...

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Frontiere



Quelli che io definisco i "sentimentaloni" a oltranza fanno l'errore di pensare che una vita armoniosa dove tutti convivono insieme in pace e gioia, non possa, anxi non debba essere limitata dalle frontiere.
Di contro, quelli che invece si sentono per questo invasi nei propri spazi, che magari a fatica sono riusciti a conquistare, reagiscono con intolleranza, esigendo sempre più muri che li tutelino da interferenze, ma soprattutto da usurpazioni.
Io credo che si debba distinguere. Una vita insieme in armonia non significa puntare a un" miscelamento" totale. Se il nostro corpo, che è programmato a una sinergica e produttiva armonia che lo fa vivere bene (fino a quando riusciamo a rispettare il suo essere!) fosse costituito da un "pastone" indistinto di cellule, organi, ossa, muscoli... non funzionerebbe per niente e noi saremmo - se mai saremmo! - una massa indistinta di materia diversa.
Lo stesso con gli esseri umani e le nazioni. C'è questa forzatura del pensiero buonista che vuole per forza delle convivenze pacifiche a oltranza, non rendendosi conto che certi insiemi non vanno proprio, anzi diventano davvero distruttivi per entrambe le parti.
Del resto pensiamo a un'orchestra: violini e gran casse non sono vicini, eppure coesistono nella stessa realtà, ma ognuno nel proprio spazio e con i vicini più consoni. Questa disposizione permette all'orchestra di produrre suoni armoniosi, senza disturbarsi a vicenda.
Forse sarebbe il caso di iniziare a ragionare in tal senso, al posto di promuovere un buonismo che, in definitiva, è falso, perché è imposto da un ideale che non corrisponde alla vera natura dell'universo.

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Intolleranza?

L'intolleranza che contraddistingue la nostra società è certamente un fatto grave. Tuttavia c'è da chiedersi perché siamo diventati così intolleranti. A volerci pensare ci si accorge che probabilmente è una reazione dettata anche dall'esaperazione.
Se le buone maniere una volta erano un pregio, oggi sono quasi sinonimo di mollezza. E anche senza arrivare a delle vere proprie usurpazioni bisogna ammettere che nessuno bada più a nessuno. I vicini che a ogni ora fanno baccano senza pensare a chi abita loro accanto. Mentre si gira in auto, in mezzo al traffico, è consigliabile essere pronti sempre a tutto, perché le regole stradali sono spesso un optional per qualcuno. Nel bus strapieno dell'ora di punta difficilmente un adolescente lascerà il posto a un'anziana, questi sono gesti che non si vedono più. Al lavoro poi le meschinerie sono all'ordine del giorno.
Insomma, noncuranza e cattiverie imperano. Detta in altre parole l'educazione non esiste più, semmai c'è solo un sottile strato di formalità, che subito scompare se ci si pensa in diritto a qualcosa. E oggi è facile sentirsi sempre in diritto di qualcosa. Il problema è che invece, in dovere, ci si sente poco. Ci si sente sempre in diritto di essere accontentati, senza tenere conto che, davvero, la nostra libertà finisce dove inizia quella dell'altro.

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Il genere comune

Nella nostra società, il genere comunemente utilizzato è, ovviamente, quello maschile. Sebbene le donne stiano piano piano acquisendo spazio e autorevolezza, a un prezzo che comunque è ancora molto alto da pagare, rimane tuttavia il fatto che i vantaggi spontanei, scontati quasi, di cui usufruiscono gli uomini sono ancora molti. Questo lo affermo non per iniziare la solita battaglia dei sessi, ma perché è una verità di cui bisogna divenire consapevoli appieno.
Nei paesi anglofoni, e tedeschi, nei vent'anni passati, molto è stato fatto per instillare nella popolazione tale consapevolezza. Un esempio è quello del genere. Chi ha vissuto in quei contesti lo saprà fin troppo bene: oggi non si può più usare il genere maschile nel parlare e nello scrivere, si devono utilizzare entrambi, oppure sostituirli con il più neutrale "si".
Un tempo, quando tale lotta per rendere consapevoli le persone di quanto il genere maschile fosse ingiustificatamente predominante nel nostro linguaggio, ci fu un periodo che le femministe, e chi appoggiava tale causa, al posto di utilizzare il maschile come genere comune, utilizzava invece il femminile. In quesgli anni io mi trovavo a vivere con americani e tedeschi che, a mia insaputa, avevano adottato tale linguaggio. Così, arrivata di fresco in quella comunità pedagogica, sentivo gli avvisi dati solo per il genere femminile. Ovvero "le insegnanti sono pregate di recarsi nella sala delle conferenze" - oppure "le studentesse sono attese sul piazzale della scuola"...
Io ci andavo, visto che ero appunto un'insegnante donna, ma intanto mi chiedevo dove invece sarebbero andati gli insegnanti uomini. Una volta arrivata, però, me li scoprivo essere anche loro proprio dove eravamo noi donne. E lo stesso con le studentesse!
Devo ammettere che all'inizio mi infastidiva tutto quel femminile, mi strideva dentro. Tuttavia ho compreso che lo spazio e l'equivalenza dei sessi doveva, per forza, passare anche da queste "piccole" sfumature. E così anche io ho iniziato a parlare e ad esprimermi con il doppio genere: he and she - er und sie... Cosa che ho mantenuto pure al mio ritorno in Italia, dove non riesco più a utilizzare "uomini" quando si intende gli esseri umani. Peccato che qui, però, mi sembra quasi una fatica donchisciottesca questa! C'è qualcuno che vuole combattere con me?

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La scomparsa dell'ottimismo

Se riflettiamo, dalla Rivoluzione industriale fino a poco tempo fa l'umanità si è inebriata di entusiasmo per il futuro. Nonostante le guerre intercorse c'era però un filo conduttore che ci spingeva in avanti pieni di ottimismo. Le scoperte della scienza, come pure quelle della scienza medica erano inebrianti. Macchine che svolgevano i lavori faticosi che prima erano toccati alle persone, nuove medicine che salvavano, anzi premunivano, da malattie che fino allora avevano decimato l'umanità... Insomma c'era ben da essere euforici. Sembrava che il futuro sarebbe passato sotto il controllo diretto della razza umana, e forse si sarebbe arrivati pure a debellare la morte! Ma oggi ci troviamo invece di fronte a una realtà che ha perso il suo sapore frizzante. Oggi il futuro ci fa paura!
"L'Occidente ha fondato i suoi sogni d'avvenire sulla convinzione che la storia dell'umanità sia inevitabilmente una storia di progresso. (...) Le teorie di Sigmund Freud, profondamente critiche nei confronti della fede nel progresso, passarono comunque nel bilancio dell'epoca come un progresso in più, da annoverare nella colonna 'profitti'!
Oggi c'è un clima diffuso di pessimismo che evoca un domani molto meno luminoso, per non dire oscuro... In quinamenti di ogni genere, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie... la lunga litania delle minacce ha fatto precipitare il futuro da un'estrema positività a una cupa e altrettanto estrema negatività. (...) La promessa è diventata minaccia...
(...) La nostra odierna società è la prima che pur possedendo tecnologie, ne è anche, al tempo stesso, posseduta. Ci limitiamo a premere dei pulsanti, ignorando il più delle volte quali meccanismi vengono innescati. (...) Ogni società del passato ha posseduto delle tecniche, ma i suoi membri conservavano con essi un rapporto che potremmo definire di intimità: le tecniche non costituivano una combinatoria autonoma, non funzionavano secondo una propria logica, indipendente da ogni considerazione umana e culturale." (Da "L'epoca delle passioni tristi" di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, Feltrinelli)

Così, estraniati dal contatto con la realtà che ci circonda non ci resta che aderire alle sempre più forti richieste della pubblicità che ci invita a possedere ciò che ci farà finalmente felici, autonomi, appagati... Il tranello è sottile, invisibile. Ma forse rappresenta una nuova selezione naturale in atto.
Chi è in grado di vedere e quindi di agire in modo oculato, magari, si salverà.

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Sempre più illetterati

Certo è che la cultura in questi ultimi cent'anni si è estesa a molte più persone. Ora molta di più è la gente che frequenta le scuole superiori e l'università. Ciò nonostante i dubbi sulla qualità di tale cultura vengono. Forse più conoscenze hanno raggiunto un maggior numero di persone, ma la qualità è peggiorata. E' come se allargandosi la cultura si fosse anacquata. Al tempo mi aveva veramente sconvolto leggere di come gli italiani fossero illetterati.
Mi spiego: attorno al 2000, il Cede (Centro europeo per l'educazione), aveva promosso una ricerca sulla competenza alfabetica in Italia. Così, il gruppo di teste d'uovo del ministero della Pubblica Istruzione, si è messo a sondare le diverse classi sociali del nostro paese, per arrivare a una sconcertante scoperta: l'Italia soffre "illetteratismo", che, in poche parole, significa: cultura scarsa, ignoranza, fatica a maneggiare le conoscenze che danno accesso al potere o al controllo del potere.
Se si considera che l'8 per cento di quelli che si sono posizionati al livello più basso, quello che viene considerato al limite dell'analfabetismo, è laureato, o che il 10 per cento è diplomato... c'è di che rimanere sconcertati!
Infatti, questa alta percentuale di illetteratismo - oltre la metà degli italiani - non riguarda in modo particolare coloro che la scuola l'hanno lasciata da un pezzo, ma riguarda, per il 48 per cento, i ragazzi che sono ancora a scuola o che l'hanno appena lasciata, il che è veramente impressionante. Più della metà di una generazione con altissimi tassi di scolarizzazione si colloca nei due livelli più bassi! Il professor Benedetto Vertecchi, direttore del Cede e ideatore di questa ricerca, appare sconsolato: «Ognuno di noi sa di aver dimenticato molta matematica o di non saper più leggere il greco o tradurre il latino. Ma ora sta accadendo qualcosa di nuovo: ora non si perdono più solo le conoscenze di discipline specifiche. Ora ci si perde la cultura di base, quella alfabetica», cioè la capacità di utilizzare l'alfabeto per capire e per comunicare. Sta aumentando la gente che si esprime con un vocabolario povero e capisce solo concetti elementari. Magra consolazione è il fatto che l'illetteratismo è un fenomeno di quasi tutti i paesi più industrializzati. La specializzazione va a discapito della cultura generale, infatti i dati dimostrano che, nonostante l'educazione scolastica, sempre più sono quelli che non sono in grado di utilizzare Il linguaggio per produrre o ricevere messaggi che richiedono una pur modesta organizzazione del discorso e non riescono quindi a utilizzare le proprie competenze alfabetiche e Linguistiche al di fuori del proprio ristretto campo specifico. Ora sono passati un po' di anni ma il Cepu si è sempre di più consolidato come elemento indispensabile per affrontare l'università. A quanto pare gli studenti sono incapaci di studiare da soli e farcela. Eppure le materie sono diminuite in confronto a quello che si doveva preparare una volta per gli esami universitari. Eppure c'è più attenzione nei confronti degli studenti, mentre una volta l'inclemenza e la severità verso noi studenti era d'obbligo. Che pensare? Io non riesco a sentirmi ottimista!

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Distinguere

Oggi sono in molti a parlare e spesso a scrivere pure: di tutto di più, da competenti o incompetenti, in modo facile o difficile, con stile complesso o semplice, con concetti chiari oppure nebulosi...
Dietro a così tante parole e informazioni, non sempre adeguate, il problema principale è quello di comprendere dove stia la vertià, così da riconoscerla dalla verità parziale, personale, interessata, o addirittura da quella calcolata della menzogna.
Non c’è alcun dubbio, per arrivare a comprendere chi ha ragione in mezzo a questo mare di informazioni con cui ci ritroviamo ad avere a che fare è necessario conoscere. Quindi leggere, informarsi e poi non dare mai per buona una notizia prima di averla controllata e paragonata alle altre che man mano riusciremo a ottenere.
Fatta una bella collezione di punti a favore e contro, ora è il momento di far entrare in gioco la nostra intelligenza e il nostro buon senso.
Troppo spesso oggi veniamo invitati ad affidarci agli “specialisti” per poi, inevitabilmente, venire a scoprire le loro limitazioni e, a volte, addirittura le loro incompetenze. E infatti, chi ci può veramente garantire? Forse che una laurea basta? Di fronte alle continue manchevolezze di molti accademici e scienziati, chi di noi se la sente di dare a cuor leggero la propria totale fiducia?
Ma se non è il titolo a garantire le competenze a chi rivolgersi allora?
Oggi sono in molti a proporsi come competenti. Ci sono però così tanti nuovi aspetti da conoscere, spesso sempre più al di fuori della normale preparazione offerta dagli studi classici, o da quella inevitabilmente parziale di tutte queste nuove tecniche, che diventa difficile stabilire e quindi garantire la reale preparazione di chi si propone come “competente”.
Ecco perché è indispensabile che le persone oggi siano sempre più informate da un lato, ma anche e soprattutto che vengano sollecitate a esercitare il proprio senso critico.

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Valori e virtù

Una volta la virtù era sinonimo di valore. Le virtù erano ricercate e applicate. Quanto più virtuoso era un individuo, tanto maggiore il suo valore, la sua importanza e la sua autorevolezza, ed era quindi degno di stima, rispetto, di credibilità…
Dunque la virtù ha impregnato il concetto di importanza e autorevolezza che ancora oggi continuiamo, inconsciamente, ad attribuire a chi si ritrova in quelle posizioni considerate da sempre "per bene". Senza esserne veramente consapevoli, attribuiamo loro quella "virtuosità", eco del tempo passato, che però oggi non si rivela più totalmente giustificata.
Infatti, man mano, veniamo sempre più a conoscenza di cosiddetti scienziati, al servizio di aziende che, per tornaconto economico, ci vengono a dichiarare come certi prodotti siano magari innocui o addirittura benefici, quando invece non lo sono per niente! Chi è poi preposto a fare comunicazione, per cui i giornalisti, riporta pari pari ciò che la "scienza" afferma, perché anch’essi attribuiscono autorevolezza scontata ai suddetti scienziati!
Ma non solo dalla parte di chi, per posizione, dovrebbe essere competente e veritiero veniamo ingannati. Lo siamo pure da una miriade di persone semplici, che spesso con grande ingenuità credono di aver capito e si mettono a pontificare, offrendo conferenze, corsi, pubblicazioni (non ci si dimentichi che si può sempre pubblicare in proprio, oppure pagando un editore - metodo questo sempre più adottato dalle case editrici!). Per non parlare poi dei prodotti che vengono creati, dove non si capisce il confine tra le possibili mire economiche che li hanno spinti o il vero e sincero desiderio di aiutare.
A volte, ciò che propongono è buono. Ma in altri casi, proprio per ignoranza - infatti, nella loro semplicità, ignorano molto - ci si ritrova con prodotti che diventano pericolosi.
Bisogna dunque conoscere, conoscere e conoscere.

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La saggezza è universale

Molti non sanno che i cosiddetti classici del pensiero, nel corso dei secoli di storia dell'umanità, hanno elaborato dei pensieri di saggezza attualissimi in ogni contesto ed epoca.
In un'era dove si crede che siano i guru smaglianti del nuovo pensiero a portare gocce di illuminante saggezza, si è dimenticato che questi hanno attinto a piene mani dai veri saggi, quelli che con le loro riflessioni sono infine giunti a delle toccanti e vere conclusioni. Vere, perché sono stati loro stessi a elaborarle!
Per cui è indispensabile tornare alla vera fonte e dare a Cesare quel che è di Cesare in riconoscimenti. Ci si accorgerà così che tali pensieri, espressi da chi li ha formulati, si rivelano molto più incisivi e profondi che quelli espressi così gagliardamenti e spesso in modo decisamente superficiale di chi ha saputo solo "copiare"!
Riscopriamo quindi la saggezza di chi, in vero contatto con l'Essenza, ci ha dato opere veramente indimenticabili.

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I mostri

Un allievo Shaolin chiese un giorno alla sua Guida: «Maestro, perché ci stanno raffigurati tutti quei mostri all'entrata del Tempio?» - «Per spaventare chi non è ancora preparato!».
Quanti "mostri" incontriamo quotidianamente durante il percorso della nostra vita? Mostri che spesso pensiamo di gestire, mentre il più delle volte non è così.
Sovente è solo una corazza la nostra, un involucro di pseudo forza con cui gonfiamo la nostra apparenza e che speriamo vivamente faccia indietreggiare e arrivi a "disintegrare" la difficoltà che ci troviamo a fronteggiare. É la legge del "pugno di ferro", il più forte, il più duro, il più astuto, vince... Ma la durezza, anche se al momento può non sembrare data l'euforia della battaglia, ci violenta e ci devasta. Forse vinceremo, è vero, forse diventeremo dei potenti, è vero, ma a che prezzo? L'empatia e la capacità di intimità si perdono per lasciarci sì efficienti, ma vuoti e soprattutto soli. La natura e la vita ci scorrono accanto mentre noi ne abbiamo perso il senso, quello vero, che forse ci vedrebbe meno potenti, ma senz'altro più umani e gioiosi di appartenere al flusso vita.

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L'illusione del reale


«Non è che il mondo delle apparenze sia errato; non è che non esistano oggetti là fuori, a un certo livello della realtà. È che se lo attraversate e osservate l’universo con un sistema olografico, giungete a una visione differente, una diversa realtà. E quest’altra realtà può chiarire cose che sono finora rimaste scientificamente inesplicabili...» (Karl Pribram in un’intervista apparsa su Psychology Today)

Se non abituiamo il nostro cervello a staccarsi dalla rigida interpretazione del reale, non potremo effettivamente scorgere il reale che sta dietro all’apparente reale. Abituare la mente e la psiche a pensare all’incontrario, a pensare l’impossibile, a pensare diversamente è un ottimo esercizio per affinare le qualità percettive che, in effetti, manifestano i sensi dell’anima. Emozioni coinvolgenti e rigido raziocinio imprigionano la capacità di discernere, il reale sta proprio oltre la soglia dell’illusione.

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Perché facciamo quello che facciamo?

Un monaco orientale stava celebrando una funzione religiosa quando nel tempio entrò un gatto che cominciò a gironzolare e a disturbare i fedeli. Il maestro diede ordine di legare il gatto all'altare e di liberarlo dopo la cerimonia. Il gatto si presentava ogni giorno ed ogni giorno era necessario legarlo.
Poi il monaco morì improvvisamente senza poter lasciare disposizioni al suo successore. Quando un nuovo monaco subentrò chiese agli altri quali fosse il preciso cerimoniale da seguire affinché il rituale avesse efficacia.
E tutti risposero che fra le altre cose bisognava legare un gatto all'altare e questo entrò a far parte della tradizione e fu tramandato nei secoli.
Forse, non siamo sempre consapevoli del perché delle nostre azioni, tante cose ci vengono semplicemente tramandate attraverso quel bagaglio culturale che si rivela nelle tradizioni, ma anche nelle più semplici abitudini acquisite. Forse non ci abbiamo nemmeno mai pensato, se dietro alle nostre abitudini ci sta veramente un senso oppure no. Forse, appunto, ci siamo abituati a vivere in quel nostro solito modo di vivere. Smarriti in un labirinto formale, abbiamo perso il senso dell’esistenza e la via d’uscita, diventando dei consumatori ottimali di banalità. La capacità di sapersi indignare si è ammosciata, e la forza di rifiutare diminuita. L’orizzonte si è ristretto e, con questo lasciar correre, perdiamo il nostro intimo e più vero diritto alla felicità. Ma non tutto è andato perduto. Se l’insoddisfazione quotidiana serpeggia, lì possiamo allora trovare quella forza necessaria per uscire dagli insulsi luoghi comuni e trovare infine la via che ci soddisfa e, soprattutto, ci realizza.

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Insieme per uno scopo comune

Le grandi opere sono sempre il risultato del lavoro di un insieme di individui. Tuttavia, in questo grande ideale, non basta avere un sogno in comune da realizzare, c’è pure bisogno della disponibilità interiore dei singoli a collaborare.
Nella Torre di Babele l’idea che accomunava tutti quanti era quella di costruire un edificio che arrivasse fino al cielo, ma dopo un po’ ognuno cominciò a parlare una lingua diversa, cioè a esprimere e considerare unicamente la propria visione della situazione, così l’incomprensione dilagò e il risultato fu fallimentare. Oggi, molto spesso, ci troviamo di fronte alla stessa dinamica: in famiglia, al lavoro, nella comunità... L’idea iniziale, che accoglie i consensi di tutti, viene poi disgregata da atteggiamenti individualistici che operano solo sulla base delle necessità individuate nella propria sfera personale. In poche parole, ognuno finisce a tirare l’acqua al suo mulino. Il risultato, come in ogni razzia, sembrerebbe gratificante per coloro che sono stati più furbi e son riusciti a portare a casa più del dovuto - a discapito, ovviamente, degli altri. Considerata però la faccenda nel suo insieme, il risultato è in definitiva ben triste per tutti. Quando il saccheggio è terminato, nulla può più crescere su un terreno così devastato! Ultimamente si parla molto di sinergia e molti pensano che sia un mettersi insieme.
Per essere sinergici bisogna innanzitutto avere un ideale comune e quindi essere disposti a lavorare per il bene del tutto, dell’idea da realizzare - dove ognuno darà il meglio di sé in modo spontaneo e gioioso. Il calcolo del proprio tornaconto non può esserci perché rovinarebbe il risultato.

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Una vita di apparenze



Apparire o essere? Parafrasando Erich Fromm che poneva il fatidico quesito esistenziale di «essere o avere?», oppure quello amletico di «essere o non essere», ci troviamo a confrontarci con una realtà fittizia che troppo spesso prende il posto di quella reale e genuina. Forse ciò accade proprio perché quella ‘reale e genuina’ non è stata coltivata, l’attenzione si è spostata sull’importanza della forma, a discapito dunque dell’essenza. Così tutti si ritrovano condizionati a recitare, e a proporre un’apparenza che, diciamolo francamente, inganna. Ma l’inganno oggi è spesso pane quotidiano. Il venditore che propone un prodotto e che illustra come pressoché perfetto - eppure tutti sappiamo che non lo è! I media che propongono dei modelli laccati di simpatia e sfavillio - eppure tutti sappiamo che, al di fuori del contesto, si rivelano troppo spesso scialbi e banali - vuoti appunto. La società oggi esige degli individui che si propongono con verve e dinamismo (eredità molto ‘made in USA’!) per dimostrare di essere dei vincenti.
Proporre delle apparenze, seppur difficili nelle raffinatezze a cui tendiamo oggi, è sempre più facile che proporre genuinità. Ci vuole forza di carattere a farsi vedere per quello che si è: piccoli, spesso spaventati dalle circostanze, insicuri, titubanti - ma anche spontanei, a volte ingenui, e decisi ad andare avanti per confrontarsi con la vita e così crescere e migliorarsi. Chissà chi, fra tanta artificiosità, deciderà di percorrere quella via di valore che parte proprio dalla semplicità dell’essere e tralascia quelle vistose patacche dell’apparire?

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Il senso della vita

Siamo spesso schiacciati da meccanismi che tendenzialmente umiliano la nostra intelligenza e la nostra dignità. Come intorpiditi, molti proseguono sulla via senza prendere posizione. Impauriti da ciò che potrebbe accadere, se solo osassero manifestare il loro disaccordo, subiscono, di buon grado, il fastidio - diventando così complici di situazioni poco edificanti e, soprattutto, correndo il rischio di perdere la capacità di distinguere. Molti credono che, prendere posizione, significhi insorgere e diventare sessantottini rivoluzionari. Invece, ciò che conta, è ritrovare e manifestare la propria dignità. Viktor Frankl, psichiatra e neurologo ebreo viennese, sperimentò la disumana ferocia dei campi di concentramento. In quella quotidiana esistenza di dolore e smarrimento, al di fuori dell’umana comprensione, si trovò a riflettere sul significato della vita in una situazione dove, in definitiva, il significato sembrava definitivamente perso. In mezzo ai patimenti e alla morte comprese che la vita manteneva un senso, a dispetto dell’orrore che al momento si trovava a dover affrontare. Proiettandosi al di là di se stessi gli esseri umani riescono a trovare e a rivolgersi a un significato che li eleva, anziché umiliarli. «Solo l’atteggiamento e l’impostazione giusti, che l’uomo assume di fronte a un destino inevitabile e ineliminabile, gli consentono di testimoniare ciò di cui solamente l’uomo è capace: trasformare anche il dolore in una prestazione. (...) L’uomo è pronto a vivere per realizzare un significato e, per amore dei valori, è anche disposto a mettere in gioco la propria vita.» (Da: Alla ricerca di un significato della vita di Viktor Frankl)

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La nevrosi di vivere

«Ho paura di quel che è nuovo e ho paura di vivere quel che non capisco - voglio sempre avere la garanzia di pensare che capisco, incapace come sono di abbandonarmi al disorientamento. Come spiegare che la mia paura più grande è proprio: essere? E tuttavia è l’unica strada. Come spiegare che la mia paura più grande è proprio quella di andar vivendo ciò che dovrà essere? Come spiegare che io non sopporto di vedere, solo perché la vita non è quel che pensavo, bensì altro - come se prima avessi saputo di cosa si trattava!» (Da: La passione secondo G.H. di Clarice Lispector)

Insicuri di dentro abbiamo bisogno di certezze esterne - per controbilanciare, appunto, il tremore della nostra incertezza. E la mente se la passa da sovrana: vuole ordinare capire, programmare... che tracotanza, ma soprattutto che limitazione! Viviamo la nostra piccola vita in base all’apertura che abbiamo ricevuto dall’ambiente, poco più, poco meno. Ma quante realtà esistono oltre il nostro limitato orizzonte? Noi siamo finiti fuori ma infiniti dentro, perché limitare la visione e la nostra vita a quel poco che la mente è in grado di catalogare? La vita può essere di più, molto di più.
E se provassimo a lasciarla entrare questa vita?!

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Elogio alla semplicità

Una volta, un uomo che si reputava molto importante decise di andare a fare visita al Maestro del Tempio perché, dialogando con Lui, avrebbero indubbiamente potuto scambiarsi della saggezza reciproca. Si presentò dunque al Tempio senza essersi prima annunciato e, al discepolo perplesso di questa visita improvvisa, disse che il Maestro, saputo chi fosse venuto a visitarlo, avrebbe sicuramente acconsentito con piacere ad accoglierlo. E così fu. Il Maestro venne da lui sorridendo e lo introdusse nelle sue stanze. Qui, l’uomo "molto importante" iniziò a raccontare di sé, delle sue ‘vaste’ conoscenze ed esperienze, cercando di far capire al Maestro quanto lui fosse un uomo di conoscenza. Il saggio Maestro ascoltava con molto interesse, annuendo di tanto in tanto, quando il racconto dell’uomo si faceva più intenso e carico. Quando l’uomo ebbe terminato la sua esposizione, pensò di aver fatto grande effetto sul Maestro, poiché questi lo invitò a bere il tè assieme a lui. Batté le mani e chiese al discepolo di portare la bevanda affinché, rifocillati, potessero conversare più piacevolmente. Il discepolo, in silenzio, fece quanto gli era stato chiesto e, di lì a poco, si presentò con la bevanda fumante.

Il Maestro chiese di essere lasciati soli e Lui, in persona, si mise a servire quell’uomo ‘molto importante’. Questi si sentì estremamente onorato da tutta quella attenzione e si preparò a un confronto interessante. Il Maestro intanto gli versava del tè nella tazza mentre continuava a conversare affabilmente, senza accorgersi però che il tè, riempita ormai la tazza, si stava travasando tutto intorno. L’uomo, perplesso, pensò all’inizio che il Saggio Maestro, ormai anziano, si fosse un po’ svampito. Intanto il tè si spargeva sul tavolo e colava sul pavimento. A quel punto l’uomo, allarmato, decise di far notare che la tazza era piena e non poteva contenere più nulla. «Esattamente come te, caro Figliolo» rispose il Maestro, «se uno è troppo pieno, non è in grado di assorbire più nulla!»

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Il coraggio di esser franchi

Quanto veri siamo ancora capaci di essere? Pane al pane e vino al vino, si diceva. Ma oggi, spesso, il nostro parlare e il nostro vivere è divenuto molto calcolato e la schiettezza - se si può definirla tale - viene sovente espressa in villania!
Essere franchi, spesso, sembra sconveniente al proprio tornaconto: è meglio allora tergiversare e prendere tempo, non pronunziarsi, in poche parole: non esporsi. Tutto viene aspramente criticato dietro le quinte, ma mai apertamente affrontato.
Eppure l’essere franchi, con semplice chiarezza, riporta a un senso di dignità e di giustizia, perché, per essere franchi, bisogna innanzitutto esserlo con se stessi - così da sentirsi in pace - , e poi anche con gli altri - così da sentirsi veri. Imparare ad affermare con schietta semplicità la propria posizione: mi piace o non mi piace - sono d’accordo oppure non lo sono e perché, non implica l’indurre a un litigio, ma semplicemente a un riconoscimento e, chissà, forse anche a uno spaziare oltre le proprie prospettive. Essere franchi significa essere leali ed onesti, se non altro nel riconoscere le proprie motivazioni! Essere franchi significa essere realisti - perché è solo nell’indefinito e indefinibile che si muove l’illusione e la menzogna. Ma essere franchi implica coraggio: siamo ancora capaci di esprimere coraggio?

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Ridere per illuminare la vita

Ci si può immaginare la vita senza il suono e l'eco di una risata? La capacità di ridere, di trovare il lato comico della faccenda e, soprattutto, la capacità di ridere di se stessi, è un mezzo potentissimo per ridimensionare le situazioni e trovare il giusto orientamento. La risata, però, deve essere sincera e non forzata. Il sarcasmo è micidiale, è veleno che mortifica l'animo e toglie la voglia di fare. La risata, d'altro canto, non è nemmeno quella del bonaccione che tutto accetta e tollera. L'ottimismo, come il vino, è un gusto da educare, è un allenamento a pensare in termini di soluzioni e non di problematiche. E, anche se non è certamente facile mantenere il proprio sense of humour in situazioni drammatiche, tuttavia, non bisogna dimenticare che la drammaticità è solo questione di punti di vista: "ciò che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro la chiama farfalla" diceva Richard Bach riproponendo l'antica saggezza di Lao Tse. I problemi e i disagi sono lo specchio della nostra realtà interiore, la esteriorizziamo traducendola in prove, per poter comprendere e così gestire meglio ciò che si muove dentro, nel nostro cuore. Non lasciamoci sopraffare e spaventare da ciò che invece serve solo a chiarirci per organizzarci al meglio e portare così maggiore crescita nella nostra vita!

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Per un mondo di luce

«Se voi gridate la vostra voce si sente appena a una cinquantina di metri, ma quando voi pensate i vostri pensieri vanno attorno al mondo tanto lontano e presto quanto una radio. I pensieri di ogni singolo giorno portano benedizione o maledizione nel grande fiume dell’opinione mondiale. Ogni uomo, nel corso della sua vita, riversa milioni di pensieri benevoli o malevoli nella perpetua corrente della storia dell’uomo, lasciando la sua impronta nel tempo illimitato. Se la trasmissione mentale opera tra gli individui, vuol dire che ognuno ha un’enorme responsabilità per l’espansione del bene e del male. Significa che ogni nostro pensiero è un aiuto o un danno per l’altro. La più impellente necessità della nostra epoca riguarda la mentalità globale della gente che pensa il pensiero del mondo, che compie le azioni del mondo e prega le preghiere del mondo.» (Da: Preghiera, la più grande forza del mondo, di Frank C. Laubach)

Mai come in questo periodo dell’anno la natura ci richiama all’interiorità. È il periodo dove le tenebre sovrastano la luce. È il periodo in cui ci si può ritirare in se stessi e ripensare alla propria vita per ricercare quella luce che le dovrebbe dare il senso e la direzione. Ma quanti pensieri negativi offuscano quella luce? Le pesantezze della vita quotidiana, spesso, ci annichiliscono, il coraggio va perduto e ci si abbandona allo sconforto... Se ci si lascia andare e si attende passivamente che qualcosa, dal di fuori, illumini questo buio, cadiamo nella dipendenza che ci porta a rincorrere tutto pur di avere, in un modo o in un altro, un qualche attimo di sollievo. Ma, se nonostante l’oscurità, si fa luce al proprio cuore con pensieri di fede, allora quella nostra voluta luce interiore non potrà che richiamare luce nella propria vita.

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L'essenziale della vita

Lo scrittore americano Thornton Wilder in un suo pezzo teatrale Our town narra la storia di una famiglia americana la cui figlia, cresce, si sposa e subito dopo muore. La ragazza, nel mondo dell’aldilà, non sa darsi pace di aver dovuto lasciare gli affetti a lei più cari, ma i defunti con cui si trova assieme cercano di farle comprendere che tutto quel rammarico non è proprio giustificato in quanto i vivi non sono capaci di cogliere l’essenziale. La ragazza, tuttavia, non riesce a staccarsi e il suo costante rimpianto per quella vita ormai persa non riesce ad abbandonarla. Un giorno scopre che ai defunti è data la possibilità di tornare a rivivere parti della vita già trascorsa. È felicissima e quasi non sa contenersi dalla gioia. I defunti cercano ancora una volta di dissuaderla da questa folle idea, perché i vivi, come hanno sempre ripetuto, non sanno cogliere l’essenziale. La ragazza però, tutta presa dal suo desiderio, non li ascolta e decide di tornare a rivivere il giorno del suo quattordicesimo compleanno. Quando quel mattino si sveglia ritrova la vista della sua cameretta e questa familiarità già le scalda il cuore. Corre poi giù dalla madre per salutarla e, fermandosi davanti a lei, le dice «mamma, sono qui mamma, sono io!» - La madre, affaccendata per la colazione le risponde: «ma certo cara, lo so che sei tu, ma ora sbrigati che altrimenti farai tardi!». La ragazza corre dunque dal padre e la stessa scena si ripete. Così accade durante tutta quella giornata, dove lei cerca di far capire ai vivi quanto sia importante l’essere vivi, l’essere assieme, avere a disposizione tutte quelle situazioni che si danno solitamente per scontate... ma nessuno le fa caso, nessuno la comprende. Torna infine nell’aldilà consapevole che i vivi non sanno vivere l’essenziale.
E noi, quanto consapevoli siamo di questa nostra vita?

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