lunedì 17 dicembre 2007
Il sacro e la psiche
La dimensione del sacro, a detta di molti studiosi, è un’istanza intima e profonda di ogni essere umano, attributo essenziale di una spontanea e naturale predisposizione al divino. Volendovdunque iniziare a ragionare sul sacro si deve in prima istanza comprendere bene il termine. La dimensione del sacro ha sempre a che fare con il potere che si esprime con una delle sue due manifestazioni: o quella magica oppure quella religiosa.
Precisiamo quindi i due contesti.
Per la magia il “potere” è immanente. Le forze benefiche o malefiche fanno parte del mondo e possono essere manipolate.
Per la religione il potere invece deriva da una realtà ultramondana. Vi è dunque implicita una trascendenza.
Gli aspetti che poi contraddistinguono il rapporto col sacro si rivelano sempre ambivalenti, sia che si segua il filone magico, sia che si intraprenda quello religioso.
Infatti, nel sacro sembra concentrarsi tutto il positivo ed il negativo insieme. Può dare la vita, ma anche la morte. Suscita entusiasmo, ma può atterrire.
Il sacro ha poi sempre a che fare con il potere o con l’esercizio di un potere. Ma è un potere molto singolare e fragile perché, per esprimersi, dell’accettazione dell’altro. Se l’altro però non l’accetta, basta uno sguardo per violare la sacralità.
A questo punto, analizzato sinteticamente il termine e la semantica, andiamo a vedere quando, nella storia dell’umanità, si è iniziato a rivelare il sacro.
La maggior parte degli studiosi afferma che il sacro è antico come l’essere umano. Tuttavia, facendo una ricerca più approfondita si scopre qualcosa che porta a insospettate riflessioni.
Il sacro, come rapporto con la magia naturale della vita è la prima forma di sacralità espressa dall’essere umano. Solo che questo tipo di sacro nel tempo ha sempre più perso il significato di sacralità per assumere invece quello di “superstizione”.
Andiamo però con ordine.
Il sacro nasce col culto dei morti nel paleolitico. Questo, infatti, lo si può attestare come presente già 250.000 anni fa, e ci permette di constatare un’idea di continuità della vita che persiste al di là della morte. I morti venivano collocati in modo che potessero continuare una propria vita ultraterrena. Addirittura venivano composti in posizione rannicchiata, quasi fetale. Il tutto suggerisce l’idea di una preparazione alla vita che il defunto andava ora a intraprendere.
Per cui troviamo la prima idea di trascendenza, molto prima della comparsa delle cosiddette Veneri deformi, 25.000/30.000 anni fa, che sono state la prima rappresentazione della divinità e le genitrici di un’unica Grande Dea Madre, che sarà venerata per tutto il mesolitico.
Il culto dei morti, in queste primissime ere dell’umanità, esprimeva un sacro magico, dove la natura era vista nella sua continuità di cicli di vita e di morte e di nuova vita. Gli esseri umani vivevano di caccia e di libero raccolto, la cultura era matrilinea e pacifica. Non c’era timore della morte, visto che il tutto era ciclico, come la donna, venerata in quanto portatrice di nuova vita.
Gli studiosi non sanno invece ancora spiegarsi il passaggio dalla cultura matriarcale a quella patriarcale, che avvenne nel neolitico. Intorno al V millennio una nuova cultura neolitica, che aveva addomesticato il cavallo e produceva armi letali, emergeva dal bacino del Volga e travolgeva la pacifica cultura neolitica, proponendo una nuova struttura: teocratica, militare, patrilineare. Questa nuova cultura è chiamata Kurgan (che in russo
significa tumulo) perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari monumentali.
Questo è uno dei momenti più complessi della storia: infatti nel pantheon divino gli dèi sostituiranno le dee, mentre contemporaneamente la cultura matrilineare (che resterà ancora per qualche secolo a Creta) sarà interamente sostituita da una cultura patrilineare, guerriera e fortemente gerarchizzata, che instaura un’economia urbana basata sull’allevamento e la coltivazione – e si svilupperà la conquista e l’appropriament
di sempre più territori e animali.
Questa nuova struttura sociale e culturale comporterà un profondo mutamento sia nei confronti della natura che sarà vissuta sempre più come aliena, sia nei confronti dell’evento morte. Ed è proprio con l’instaurarsi di questa nuova cultura patriarcale e della vita urbana apportata che l’evento morte assumerà una caratteristica sempre meno naturale e verrà invece vissuta in modo sempre più drammatico, come evento altamente destabilizzante dell’unità del gruppo sociale.
Per mancanza di dati sicuri, è difficile capire come sia avvenuto questo radicale cambiamento. Possiamo pensare che con la rivoluzione urbana – avvenuta circa 6.000-7.000 anni a.C. – che costituisce la base della nostra attuale civiltà, i rapporti sociali siano divenuti estremamente complessi e tali da porre sempre nuovi problemi e sfide all’uomo. Problemi e sfide ben più complessi di quelli del periodo precedente, quando la lotta era solo contro gli elementi naturali (glaciazioni, penuria di cibo ecc.).
In questa nuova fase si instaura un maggiore distacco rispetto alla natura che verrà vissuta sempre più come elemento da sfruttare. Si può ipotizzare che sia proprio questa nuova concezione a far sì che la morte ora, possa essere considerata ancora come evento naturale, un ritorno alla terra perché nuova vita possa generarsi, come era avvenuto nel lunghissimo periodo precedente.
La nuova società competitiva e gerarchica lega i singoli individui in rapporti utilitaristici, così che sarà impossibile per i singoli componenti di essere autonomi rispetto al sostentamento. Questo, da un lato offrirà una maggiore sicurezza materiale e una maggiore capacità produttiva organizzata, dall’altra si porrà come struttura molto instabile e conflittuata: la vita di ogni singolo individuo dipenderà sempre più da quella degli altri. Per tale ragione la morte viene pure vissuta come la perdita di un membro utile all’economia della società.
Questo squilibrio nel gruppo porterà alla creazione gerarchica di figure di riferimento, quali furono all’inizio i sacerdoti-proprietari, e il tempio come luogo di accentramento delle derrate alimentari e dei prodotti.
È la cosiddetta economia templare che sarà successivamente (in genere in modo cruento) sostituita da quella palaziale, ove centro di potere sarà il palazzo reale come sede del più forte in campo militare: il re.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Se non esiste l’immortalità, cioè un “al di là” che rende la morte un semplice passaggio e non la fine, unico modo per affrontare il dramma della morte come scomparsa totale è quello di eseguire azioni degne di lode e di ricordo. Ecco il bisogno compulsivo di costruire monumenti funerari sempre più importanti ed indistruttibili: dai tumuli, alle tombe megalitiche, alle piramidi.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Nicola Lalli, psichiatra e professore all’Università La Sapienza di Roma, così afferma: “Sorge spontanea la domanda di capire quale sia la differenza fra la ‘proiezione’ operata in nome del sacro, e quella che opera lo psicotico nella sua trasformazione delirante della realtà”. (Ricerche tratte dal riferimento bibliografico n. 1). Non per nulla gli uomini sacri erano spesso i “folli divini”!
Nell’esoterismo spesso si afferma che i demoni e gli dei sono una creazione umana… In definitiva, possiamo anche affermare di essere oggi attorniati da una miriade di zombi che abbiamo creato nel corso della nostra storia!. Potenti forme pensiero, che si sono stratificate nella nostra psiche e hanno determinato le varie credenze abitate dalle egregore immaginate!
Tuttavia Jung ipotizza nelle sue Opere che, sotto a tutti questi strati, dove ci stanno le diverse creazioni dell’umanità, si possa raggiungere l’infinito, il vuoto pieno, la dimensione della natura… Qui probabilmente si trova il Sacro senza rappresentazioni che non può essere immaginato.
Forse, in ultima analisi, occorrerebbe, semplicemente, fare il vuoto, il silenzio e stare in profonda connessione con la dimensione del nulla!
Scrive Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di santa Maria, a Monte Senario (Firenze):
BIBLIOGRAFIA
1) Nicola Lalli, L’isola dei Feaci. Percorsi psicoanalitici nella storia della psichiatria, nella clinica, nella letteratura, Nuove Edizioni Romane, Roma 1997.
Nicola Lalli, Psichiatra, Psicoterapeuta, Libero Docente in Malattie Nervose e Mentali e già Professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l'Università “La Sapienza” di Roma
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Precisiamo quindi i due contesti.
Per la magia il “potere” è immanente. Le forze benefiche o malefiche fanno parte del mondo e possono essere manipolate.
Per la religione il potere invece deriva da una realtà ultramondana. Vi è dunque implicita una trascendenza.
Gli aspetti che poi contraddistinguono il rapporto col sacro si rivelano sempre ambivalenti, sia che si segua il filone magico, sia che si intraprenda quello religioso.
Infatti, nel sacro sembra concentrarsi tutto il positivo ed il negativo insieme. Può dare la vita, ma anche la morte. Suscita entusiasmo, ma può atterrire.
Il sacro ha poi sempre a che fare con il potere o con l’esercizio di un potere. Ma è un potere molto singolare e fragile perché, per esprimersi, dell’accettazione dell’altro. Se l’altro però non l’accetta, basta uno sguardo per violare la sacralità.
A questo punto, analizzato sinteticamente il termine e la semantica, andiamo a vedere quando, nella storia dell’umanità, si è iniziato a rivelare il sacro.
La maggior parte degli studiosi afferma che il sacro è antico come l’essere umano. Tuttavia, facendo una ricerca più approfondita si scopre qualcosa che porta a insospettate riflessioni.
Il sacro, come rapporto con la magia naturale della vita è la prima forma di sacralità espressa dall’essere umano. Solo che questo tipo di sacro nel tempo ha sempre più perso il significato di sacralità per assumere invece quello di “superstizione”.
Andiamo però con ordine.
Il sacro nasce col culto dei morti nel paleolitico. Questo, infatti, lo si può attestare come presente già 250.000 anni fa, e ci permette di constatare un’idea di continuità della vita che persiste al di là della morte. I morti venivano collocati in modo che potessero continuare una propria vita ultraterrena. Addirittura venivano composti in posizione rannicchiata, quasi fetale. Il tutto suggerisce l’idea di una preparazione alla vita che il defunto andava ora a intraprendere.
Per cui troviamo la prima idea di trascendenza, molto prima della comparsa delle cosiddette Veneri deformi, 25.000/30.000 anni fa, che sono state la prima rappresentazione della divinità e le genitrici di un’unica Grande Dea Madre, che sarà venerata per tutto il mesolitico.
Il culto dei morti, in queste primissime ere dell’umanità, esprimeva un sacro magico, dove la natura era vista nella sua continuità di cicli di vita e di morte e di nuova vita. Gli esseri umani vivevano di caccia e di libero raccolto, la cultura era matrilinea e pacifica. Non c’era timore della morte, visto che il tutto era ciclico, come la donna, venerata in quanto portatrice di nuova vita.
Gli studiosi non sanno invece ancora spiegarsi il passaggio dalla cultura matriarcale a quella patriarcale, che avvenne nel neolitico. Intorno al V millennio una nuova cultura neolitica, che aveva addomesticato il cavallo e produceva armi letali, emergeva dal bacino del Volga e travolgeva la pacifica cultura neolitica, proponendo una nuova struttura: teocratica, militare, patrilineare. Questa nuova cultura è chiamata Kurgan (che in russo
significa tumulo) perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari monumentali.
Questo è uno dei momenti più complessi della storia: infatti nel pantheon divino gli dèi sostituiranno le dee, mentre contemporaneamente la cultura matrilineare (che resterà ancora per qualche secolo a Creta) sarà interamente sostituita da una cultura patrilineare, guerriera e fortemente gerarchizzata, che instaura un’economia urbana basata sull’allevamento e la coltivazione – e si svilupperà la conquista e l’appropriament
di sempre più territori e animali.
Questa nuova struttura sociale e culturale comporterà un profondo mutamento sia nei confronti della natura che sarà vissuta sempre più come aliena, sia nei confronti dell’evento morte. Ed è proprio con l’instaurarsi di questa nuova cultura patriarcale e della vita urbana apportata che l’evento morte assumerà una caratteristica sempre meno naturale e verrà invece vissuta in modo sempre più drammatico, come evento altamente destabilizzante dell’unità del gruppo sociale.
Per mancanza di dati sicuri, è difficile capire come sia avvenuto questo radicale cambiamento. Possiamo pensare che con la rivoluzione urbana – avvenuta circa 6.000-7.000 anni a.C. – che costituisce la base della nostra attuale civiltà, i rapporti sociali siano divenuti estremamente complessi e tali da porre sempre nuovi problemi e sfide all’uomo. Problemi e sfide ben più complessi di quelli del periodo precedente, quando la lotta era solo contro gli elementi naturali (glaciazioni, penuria di cibo ecc.).
In questa nuova fase si instaura un maggiore distacco rispetto alla natura che verrà vissuta sempre più come elemento da sfruttare. Si può ipotizzare che sia proprio questa nuova concezione a far sì che la morte ora, possa essere considerata ancora come evento naturale, un ritorno alla terra perché nuova vita possa generarsi, come era avvenuto nel lunghissimo periodo precedente.
La nuova società competitiva e gerarchica lega i singoli individui in rapporti utilitaristici, così che sarà impossibile per i singoli componenti di essere autonomi rispetto al sostentamento. Questo, da un lato offrirà una maggiore sicurezza materiale e una maggiore capacità produttiva organizzata, dall’altra si porrà come struttura molto instabile e conflittuata: la vita di ogni singolo individuo dipenderà sempre più da quella degli altri. Per tale ragione la morte viene pure vissuta come la perdita di un membro utile all’economia della società.
Questo squilibrio nel gruppo porterà alla creazione gerarchica di figure di riferimento, quali furono all’inizio i sacerdoti-proprietari, e il tempio come luogo di accentramento delle derrate alimentari e dei prodotti.
È la cosiddetta economia templare che sarà successivamente (in genere in modo cruento) sostituita da quella palaziale, ove centro di potere sarà il palazzo reale come sede del più forte in campo militare: il re.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Se non esiste l’immortalità, cioè un “al di là” che rende la morte un semplice passaggio e non la fine, unico modo per affrontare il dramma della morte come scomparsa totale è quello di eseguire azioni degne di lode e di ricordo. Ecco il bisogno compulsivo di costruire monumenti funerari sempre più importanti ed indistruttibili: dai tumuli, alle tombe megalitiche, alle piramidi.
Inoltre, la vita sociale essendo divenuta sempre più tesa alla realizzazione organizzata degli di obiettivi, conduce alla perdita di quella ciclica circolarità dei tempi matriarcali e ci si volge alla conquista. In altre parole si innesca l’evoluzione, cioè la storia.
A questo punto la perdita dell’immortalità, intesa come passaggio da uno stato di vita a un altro stato di vita, porta inevitabilmente a vivere il dramma della morte. L’essere umano è quindi costretto a reagire a questa angoscia celebrando, compulsivamente quasi, il ricordo.
Nicola Lalli, psichiatra e professore all’Università La Sapienza di Roma, così afferma: “Sorge spontanea la domanda di capire quale sia la differenza fra la ‘proiezione’ operata in nome del sacro, e quella che opera lo psicotico nella sua trasformazione delirante della realtà”. (Ricerche tratte dal riferimento bibliografico n. 1). Non per nulla gli uomini sacri erano spesso i “folli divini”!
Nell’esoterismo spesso si afferma che i demoni e gli dei sono una creazione umana… In definitiva, possiamo anche affermare di essere oggi attorniati da una miriade di zombi che abbiamo creato nel corso della nostra storia!. Potenti forme pensiero, che si sono stratificate nella nostra psiche e hanno determinato le varie credenze abitate dalle egregore immaginate!
Tuttavia Jung ipotizza nelle sue Opere che, sotto a tutti questi strati, dove ci stanno le diverse creazioni dell’umanità, si possa raggiungere l’infinito, il vuoto pieno, la dimensione della natura… Qui probabilmente si trova il Sacro senza rappresentazioni che non può essere immaginato.
“Come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede, per così dire, dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali (…), poi più in basso la psiche dei ‘sauri’ a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. (…)E Jung così continua in“ricordi, sogni, riflessioni”:
Gli stati più profondi della psiche, più sono profondi e oscuri più perdono in termini di singolarità individuale. (…) Essi assumono un carattere sempre più collettivo, al punto che, nella materialità del corpo, e precisamente nei corpi chimici, diventano universali…”
“L’energia che sta alla base della vita psichica cosciente è preesistente ad essa e perciò è dapprima inconscia. A mano a mano che si avvicina alla coscienza essa dapprima appare proiettata in figure come il mana, gli dèi, i demoni, e così via, il cui numen sembra essere la sorgente della forza vitale”Quindi per attingere al Sacro si deve andare oltre alle immagini e approdare al nulla, all’abisso – senza fondo – dove dietro le espressioni storico-culturali oggettivate, prodotta dagli strati superiori, si avverte un indefinibile Senso che sta al di là, ove non c’è alcun significato categoriale da afferrare. Per arrivare a questo Sacro non rappresentabile occorre probabilmente una demitizzazione delle religioni.
Forse, in ultima analisi, occorrerebbe, semplicemente, fare il vuoto, il silenzio e stare in profonda connessione con la dimensione del nulla!
Scrive Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di santa Maria, a Monte Senario (Firenze):
“Il silenzio è la forma metafisica del cosmo (…) le teologie ci descrivono un volto di Dio umanamente interpretato, ma il suo vero Essere è avvolto nel silenzio, e la preghiera dovrebbe essere un esercizio di silenzio davanti alla Divinità, non più invocata, ma presente”!
BIBLIOGRAFIA
1) Nicola Lalli, L’isola dei Feaci. Percorsi psicoanalitici nella storia della psichiatria, nella clinica, nella letteratura, Nuove Edizioni Romane, Roma 1997.
Nicola Lalli, Psichiatra, Psicoterapeuta, Libero Docente in Malattie Nervose e Mentali e già Professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l'Università “La Sapienza” di Roma
Etichette: Dalle conferenze, Psiche, Spiritualita
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