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Il blog di Evoluzioni

d i a r i o

Voglio crederci!



Dopo esserci resi conto di quanto i condizionamenti ricevuti dall'educazione e dall'ambiente ci abbiano minato l'autostima, e aver appurato che, in definitiva, davvero così pessimi poi non siamo, allora possiamo modificare la corrente del pensiero.
Se le onde generate da quei condizionamenti creavano dei mulinelli malefici, che ci risucchiavano nell'annichilimento, possiamo decidere di rompere il riflusso di quelle onde di pensiero. E' da lì che si deve iniziare.
Il pensiero "positivo" funziona solo se dapprima si spezza quell'orrendo sortilegio. Altrimenti ci si potrà imporre di essere positivi ma sarà come posare un tappeto, anche ricco e stupendo, su dello sporco non ripulito.
Se non riconosciamo di valere, con le nostre imperfezioni certo, e soprattutto con le nostre caratteristiche che non possono piacere a tutti - e che ciò nonostante abbiamo il diritto, anzi il dovere, di esprimere - ebbene la nostra casa interiore potrà essere tapezzata di tutti quei tappeti del pensiero positivo, ma comunque puzzerà.

Il riconoscersi ha un certo che di stupefacente: è come accorgersi di un qualcosa che è stato sempre lì e che non avevamo mai visto. All'improvviso lo vediamo e ciò che vediamo ci piace, ci allarga il cuore e ci rende immediatamente dritti. Se prima procedevamo storti sotto al peso di convincimenti autodistruttivi, ora ci accorgiamo che non provengono da noi, ma da qualcuno che, anche non apposta (non sempre i genitori sono davvero malefici!), ce li ha piazzati sulle spalle e sul cuore. Per questo possiamo rialzarci e farceli cadere giù da addosso.
In quel momento sentiamo nuovamente la linfa vitale che si risveglia: la nostra essenza si rigenera e possiamo allora affermare che sì, davvero, voglio crederci in me stesso. Non c'è forzatura in questo, proprio perché sentiamo la forza e l'apertura tornare a scorrere nelle nostre vene.

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I pensieri nascosti

Sono quelli più pericolosi, subdoli, proprio perché non ci si rende conto di averli. Molti anni fa, quando iniziavo a pubblicare questo genere di tematiche, ovvero che è il pensiero a creare la propria realtà - cosa per altro non nuova a chi approfondisce il pensiero mistico-esoterico -, un lettore mi scrisse stupito, affermando che lui no, no davvero, lui non voleva quella realtà e non la formulava neppure!

Già, a livello conscio nessuno di noi vuole realtà faticose, ma a livello inconscio come siamo messi?
Si fa l'errore di credere che siano solo i pensieri consci a contare, invece quelli non contano niente. Ciò che conta è la sostanza sottile del nostro essere.
Visto che così facilmente si cade in errore avevo smesso di chiamarli pensieri e ho iniziato a spiegare che è ciò che si muove dentro, nel più profondo di noi a creare la realtà.
Per esempio, quanti si professano "miti", e cercano quindi di esserlo, quando in realtà sono un groviglio interiore di rabbie inespresse! Ebbene quelli potranno pensare e ripensare di essere miti, ma non essendolo sul serio ciò che richiameranno nella loro realtà sarà sempre e solo situazioni di conflitto, in cui saranno sollecitati a far vedere quello che sono veramente, soprattutto a se stessi!

Quando finalmente si arriva a conoscere se stessi, ovvero a riconoscere le nostre reazioni immediate - che poi di solito non mostriamo perché siamo "educati" appunto - allora potremo iniziare a modificare quei pensieri. Che vengono, a mio giudizio, erroneamente, chiamati "pensieri", ma in effetti sono condizionamenti. Freud parlava di superego. Il famoso dito alzato dei genitori che ci redarguivano (spesso però facevano di peggio!) si radica nel profondo della nostra psiche in formazione come inciso nella nostra anima: "tu sei cattivo e come tale non meriti..."
Tutto inizia da lì, da quel dito alzato che ci schiacciava, nella sua potenza di genitore-dio, nei nostri confronti di creature inferiori. Ed è da lì che si deve iniziare.

Ovvero c'è da chiedersi: Ma oggi sono davvero così inferiore come mi è stato fatto credere? Con tutto quello che ho affrontato e superato, sono realmente la nullità che mi hanno sempre sbattuto in faccia?
In genere la risposta è No. Perché ce la siamo cavata, abbiamo tenuto testa a situazioni, anche terribili, da cui solitamente ne siamo usciti. Magari con le ossa rotta, ma ne siamo venuti fuori.
E' con questa presa di coscienza che piano piano riusciamo a vederci con occhi diversi e soprattutto più realistici. E' da lì che poco alla volta possiamo far svanire quel dito alzato e sostituirlo con quello che siamo veramente. Sicuramente non perfetti, ma con buona volontà e tante capacità!

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I pensieri a monte

L'ho scritto e riscritto nei miei articoli e testi. L'ho detto e ridetto quando parlo a chi mi segue. Sono i pensieri a monte che generano le emozioni. E queste poi, a loro volta, producono le emanazioni di richiamo che materializzano nel nostro quotidiano le situazioni in risonanza.
Dunque, preso atto delle emozioni che proviamo, se queste non sono piacevoli, sarebbe allora il caso di risalire ai pensieri a monte, così da modificarli.
Ogni giorno dovremmo esercitarci a modificare quei pensieri negativi che ci abbassano lo stato frequenziale. E non c'è altro modo che quello di farlo, con pazienza, costanza e determinazione, ogni giorno, ogni momento, ogni volta...
Solo così li cambieremo.

Mi ricordo quando, da piccola, imparavo a suonare il piano (ho fatto solo quattro anni che poi, in definitiva, non hanno portato a nulla se non, quando mia figlia era piccola, a mettermi lì a esercitarmi per suonare almeno per Natale qualche melodia!).
In quei quattro anni dovevo esercitare le mie mani e le mie dita, ancora piccole, che però dovevano allargarsi per abbracciare le note da suonare, e diventare al contempo flessibili, veloci, accurate.
Non facile, all'inizio è penoso: non si riesce e sembra che siano impacciate e contratte. Poi mentre si ripetono e ripetono gli esercizi ecco che piano piano si sciolgono fino a diventare sempre più brillanti e capaci.

Lo stesso dovremmo fare con quei pensieri acidi che inquinano le nostre frequenze. Con la stessa disciplina e soprattutto volontà. Poi le cose cambiano.

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Positivo o negativo? Istruzioni per la vita


Io spesso cerco di trovare il "libretto di istruzioni" per la vita, e in genere trovo davvero molte informazioni adeguate, che permettono di comprendere come certi atteggiamenti possano migliorare o peggiorare la nostra esistenza.
Addirittura mi piacerebbe poter stendere uno schema, così semplice come quello indicato nella foto. Tuttavia mi sono accorta che le regole cambiano in base al livello evolutivo raggiunto. Incredibilmente ciò che è positivo a un livello diventa negativo in altri, e viceversa. Per cui può essere persino "peiricoloso" fare delle affermazioni. Perché chi le legge e non si trova a quel livello rimane indignato. L'unica sarebbe far capire che siamo su un cammino che prevede diverse tappe. Solo che chi è all'inizio della camminata è davvero convinto che esista solo la prima meta a cui sta aspirando. Non vede ancora oltre, né sa immaginare che ci sia dell'altro. Dunque diventa difficile comunicare. Tante reazioni antipatiche nascono proprio da questo!

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Tanta inutile paura



Il foglietto di questa foto reca scritto: La maggior parte delle cose per cui ti "angosci" non accade mai!
Effettivamente non si può fare altro che convenire...
Ma allora perché continuare ad angosciarsi?
A volte mi capita che all'improvviso un pensiero di preoccupazione mi vuole devastare. Allora mi sono abituata ormai da molti anni a una riflessione. Mi dico infatti che a livello quantistico ogni cosa prima che si sia cerificata ha le stesse probabilità di accadere in un modo positivo oppure in uno negativo.
Lo so che molti diranno ma no, io posso pensarla positiva una cosa, se intanto quella è già accaduta ed è andata male! ho ben voglia io a pensare in modo propositivo!
E invece non è vero.

C'è una strana magia "quantistica". Ovvero, fino a quando la realtà non viene "rivelata", ebbene, fino a quel momento davvero le situazioni hanno le stesse chances. Lo dimostra anche la storia del gatto di Schroedinger o della partita a carte quantistica:
Per fare un paragone banale, immaginiamo che in una partita di carte il vostro avversario abbia in mano una certa carta. Avendo seguito il gioco, noi sappiamo che tale carta può essere - per esempio - l'asso di denari o il re di cuori, ma non sappiamo quale delle due sia realmente. Questa situazione, secondo Einstein, è la 'conoscenza incompleta' che ci può dare la meccanica quantistica. Comunque, continua Einstein, la carta in questione è di fatto una delle due carte (variabile nascosta), indipendentemente dalla nostra incertezza che sia l'una o l'altra (indeterminazione). All'atto della misura noi possiamo finalmente constatare di quale carta si tratta, ma secondo Einstein la carta era quella già prima della misura. Mentre secondo la meccanica quantistica invece non è così! La carta in precedenza era in uno stato indefinito: '50% asso di denari e 50% re di cuori', e solo all'atto della misura la carta è 'diventata' - per esempio - un asso di denari. Ma ritornando allo stato precedente e rieffettuando la misura, stavolta la carta potrebbe diventare un re di cuori! (Il fisico Fabrizio Coppola riportato nel mio articolo "Se la coscienza è l'artefice")
Quindi, davvero ha senso ricordarsi che prima di accadere ogni cosa ha le stesse probabilità positive o negative. Tutto dipende da come noi fissiamo l'ago della bilancia!

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In definitiva cosa voglio?



In genere sappiamo molto bene cosa non vogliamo, ma non abbiamo abbastanza chiarezza su cosa invece vorremmo davvero.
- A volte non riusciamo a essere realmente chiari, e soprattutto incisivi, perché il desiderio è tiepido. Così non si riesce ad accumulare la giusta quantità d'energia da concentrare.
- Altre volte invece l'intento non ha abbastanza forza, perché il focus non è centrato: mettiamo insieme diversi punti, più o meno simili e vicini, che però,nella loro anche minima diversità, disperdono l'energia.
- Altre volte ancora ci si focalizza su di un punto, e non ci rendiamo conto che invece non corrisponde in pieno al nostro essere. E di nuovo si disperde energia.

Come diceva Freud riusciamo a realizzare veramente solo quei desideri che corrispondono a una forte libido: ovvero a un potente impulso interiore. Non un interiore di testa, nemmeno un interiore emotivo, ma un interiore di pancia. Quello che corrisponde al nostro senso di vera e profondissima necessità, perché altrimenti - se non lo realizziamo - qualcosa dentro a noi muore.

Spesso lo sentiamo. Non è detto che sempre l'impulso sia inconscio. Eppure anche a percepirlo, entrano poi in gioco altri elementi devianti: come il cosìddetto "buon senso", che attraverso la ragione ci fa comprendere che prima ci sarebbero altre cose su cui puntare. E poi le emozioni, spesso erroneamente identificate con il "cuore", che ci portano dove le voglie puntano: gratificazioni del momento che, una volta realizzate, ci lasciano dentro il vuoto e non l'appagamento!

Eccoci di nuovo ai desideri della pancia, così imperiosi eppure negletti, a tal punto che infine, quando spossati ci decidiamo ad ascoltarli, non si riesce più a percepirli bene. Il loro volume è stato così abbassato che si deve fare un grande silenzio dentro, e fuori, per infine recuperare un qualche segno traccia da seguire...

Un primo passo per iniziare a comprendere le proprie vere istanze, è quello dell’equilibrio energetico.
Nella vita ciò che è fuori equilibrio perde il suo slancio benedetto e ci affossa in situazioni di grande ristagno. Lo stato da raggiungere è quello che si trova tra i due opposti. Non si deve peccare né per difetto né per eccesso

La PIGRIZIA l'INDOLENZA e la PASSIVITA' si contrappongono all'IPERATTIVITA'

L'essere TOLLERANTI e RINUNCIATARI all'AVIDITA', ARROGANZA

LA MORBIDEZZA dell'essere CEDEVOLI alla DUREZZA, e la RIGIDITA'

L'INGENUITA' dell'essere anche CREDULONI alla FALSITA'

Il giusto spessore energetico delle proprie azioni sta nel mezzo.
Grazie a un ritrovato equilibrio energetico si riesce a entrare in contatto con il proprio potenziale, che finalmente non risulta più così bloccato dentro al ristagno!

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Testi non lineari

Sono affascinata dalle parole: mi piacciono in tutti i sensi, a livello semantico ovviamente, ma anche a livello grafico, e pure a livello occulto. Mi spiego: le parole sono i contenitori di significati, li definiscono, e quindi in un certo senso li limitano. Per cui, limitandoli a qualcosa, è ovvio che a qualche altra nuances si deve rinunciare. Così mi piace lasciare che le parole "vagheggino" dentro di me, nella costante speranza che i significati nascosti, magari tralasciati, si rivelino alla mia coscienza, provocandomi magari un'"estasi".
In questa mia fissazione ogni tanto giro per il web in cerca di stimoli in tal senso. Così sono capitata in un sito in cui si generano parole random e da qui in un altro in cui si chiede di exterminate all rational thought - ovvero di "sterminare tutti i pensieri razionali" Non male come inizio! Continuando a leggere trovo che si tratta di un programma che genera una "Dissociated Press". Cioè dei testi grammaticalmente corretti ma generati a caso, quindi senza per forza una logica. Questo dà la possibilità di trovare quindi delle risposte segrete, come se si facesse una divinazione. Se masticate l'inglese ve lo consiglio: Dadadodo.

Nella pagina trovo poi dei riferimenti alla Markov Decision. E la cosa mi intriga ancora di più.
Si possono osare delle decisioni agendo su consigli in parte casuali (random) e in parte che seguono una logica matematica? Noi siamo abituati a fare dei ragionamenti su come affrontare o realizzare dei progetti partendo dall'analisi dei fatti presenti, figli del passato. Con questo procedimento deduttivo ci spingiamo nel futuro. E così facendo retrocediamo nel futuro che per forza è legato al passato e al presente come se fosse un figlio. Un qualcosa che a me dà la sensazione di prigionia, di karma, di legacci che tengono imbrigliati, e non danno la possibilità al nuovo, all'impensato di realizzarsi.
Invece qui si parla di processo stocastico, random quasi, dove il futuro è indipendente dal passato e presente. Un senso di libertà infinito è questo! Purtroppo la mia preparazione matematica sfiora i livelli del nulla quasi, quindi non riesco a carpire i procedimenti. Capisco solo il concetto e per ora me lo faccio bastare...

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Se la vita spaventa

Quando in Italia eravamo nel pieno degli anni di piombo mi sono trasferita a Lucerna, nella Svizzera tedesca dove ho concluso i miei studi e iniziato una mia vita familiare. Sebbene fossi abituata alla Svizzera, ci avevo anche studiato da ragazzina e in estate la frequentavo andando sempre a un qualche campo estivo, era però la prima volta che ci vivevo al di fuori di un contesto scolastico. Ovvero avevo una casa e un lavoro - insegnavo infatti al ginnasio e in diverse scuole secondarie della città e del cantone.
Quello che mi colpì, a parte le regole "ferree" di comportamento sociale e civile (alcune però davvero incredibili!), fu che ogni cosa sembrava dover essere assicurata. Ovvero non era data alcuna possibilità di perdita improvvisa. Ogni situazione, debitamente assicurata, veniva immediatamente rimborsata se, appunto, l'evento in questione si verificava. Chessò, mi cadeva un bicchiere in casa, ecco che l'assicurazione mi rimborsava dell'incidente. Perdevo la valigia, il libro sul treno, rompevo per sbaglio l'orologio... insomma ogni cosa che mi poteva creare un fastidio improvviso e inaspettato mi veniva diligentemente rimborsata.
La cosa era davvero stupefacente. Tuttavia quello che più mi fece specie era constatare che, sebbene si vivesse in uno stato così incredibilmente "rassicurante" le persone avevano paura, oserei dire praticamente di tutto. O meglio dell'imprevisto a cui possibilmente non erano arrivati a pensare per tutelarsi.
Quando aprirono il Gottardo e l'autostrada dal sud continuò senza più essere bloccata dalla navetta, che invece si doveva prendere prima, per passare dall'altra parte delle Alpi, la criminalità aumentò decisamente. In fondo da Milano ci si metteva due ore per arrivare!
Così capitò che il mio dentista venne derubato. I criminali erano una di quelle bande che ovviamente arrivavano dalla vicina Italia... Ebbene il poveretto, scioccato dall'evento, entrò in un forte esaurimento nervoso che lo costrinse ad allontanarsi dal lavoro per qualche mese!

Questo solo per citare uno degli innumerevoli e incredibili esempi. Io, che me li vedevo spiattellati lì sotto agli occhi, pensavo alla situazione lasciata in Italia, fra bombe e disordini incredibili, dove però anche la vita "normale" era tutta un'incognita: il borseggiatore di turno, chi ti voleva fregare vendendoti enciclopedie ipotetiche, la violenza di alcuni quartieri... Così mi dicevo, uno svizzero ci muore in Italia, per la paura però. E intanto ammiravo la capacità italiana di saper vivere nonostante tutto. Gli insegnanti insegnavano nonostante le scuole inappropriate e senza i mezzi didattivi. Ognuno cercava di fare quello che poteva, nonostante i disagi e le difficoltà per cui si smadonnava.

Piano piano la mentalità del cosiddetto "progresso" ci ha abituato a esigere una "tranquillità" che definirei "meccanica", ovvero a opera di macchine e non più per capacità di forza, resistenza, abilità umana... ecco che ora anche noi abbiamo paura di tutto. Tutto è diventato pericoloso, anche il tempo atmosferico... Se in inverno fa brutto tempo i toni sono allarmatissimi. Lo stesso per l'estate il cui caldo ci devasta, ma soprattutto destabilizza.
Insomma, quanto più cerchiamo di rendere sicura la nostra vita, tanto più intensa aumenta la paura. Perché è impossibile controllare tutto. L'unica cosa che invece potremmo fare è quella di diventare più forti. Come si suol dire quando un cavallo è troppo debole per trainare il carro non si alleggerisce il peso, ma si rende più forte l'animale, così che possa reggere lo sforzo.
Un po' brutale come esmpio, ma rende l'idea. Se la vita ci spaventa dovremmo allenarci a divenire più forti, più resistenti, più duttili anche. Se non facessero così non ci sarebbero sportivi che puntano a superare i limiti e superare così se stessi.
La vita è un allenamento dopo tutto. Ma in molti non ci pensano, e così vivono nella paura...

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Il tempo



Che sogno strano la notte scorsa. In una coreografia variegata, con diversi personaggi, situazioni e altri eventi, il fil rouge di tutto quel mio muovermi all'interno della rappresentazione è stato che non riuscivo a determinare il tempo. Infatti ogni orologio e ogni altro congegno che mi avrebbe potuto dare informazioni sull'ora risultava inesorabilmente rotto. Così non riuscivo a determinare se ero in ritardo o in tempo.
Davvero strana come sensazione. Al mio risveglio e da quel momento non so ancora comprendere se è una premonizione al fatto che il mio tempo è finito, oppure se mi sono sbalzata al di là del tempo... Mah, vedremo!

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We feel fine

Ebbene il sito wefeelfine monitora tutto il web e cattura tutto quanto vi viene scritto, così che, cliccando poi sul loro schermo, si acchiappano di volta in volta le frasi scritte in questo nostro spazio virtuale.
E questo è già incredibile e affascinante.
Quello che mi ha invece procurato un senso di sollievo è stata la statistica. Ebbene ecco qui di seguito, in ordine decrescente (ovvero dal più alto al più basso), i feelings più registrati:
"better" - meglio - menzionato 128.155 volte;
"bad" - male - indicato 93.390 volte;
"good" - bene - scitto 76.610 volte;
"right" - a posto - 40.683 volte;
"guilty" - in colpa - 31.591;
"sick" - malato - 27.706;
ecc.
ecc.

Il che mi fa piacere. Proprio pochi minuti prima mi era capitato di leggere come, la scorsa estate, ci sia stato uno sbocciare massiccio di fiori di loto a Los Angeles
La notizia mi aveva aperto il cuore, come se l'energia divina mi stesse parlando e dicendo: lo vedi che ci siamo? e non vi abbandoniamo?
E a quel punto anche i crop circles, che ho sempre osservato con una certa inquietudine, mi viene la tentazione di accettarli, anche loro, come dei segni positivi.
In effetti, se è il nostro modo di sentire che crea la realtà, è meglio "condizioanrsi" a sentire in modo propositivo.
Il fatto che poi, nella statistica di wefeelfine, il sentimento buono prevalga sul senso di depressione che i media continuano a insinuarci, mi fa proprio constatare che veramente, in fondo di noi, c'è sempre, quella che Camus chiamava un'invincibile estate!
Au milieu de l'hiver, j'ai découvert en moi un invincible été

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Il potere del disagio

In questi ultimi tempi ho scoperto una cosa importante: la necessità terapeutica, paraclita quasi del disagio. Quando qualcosa accade - ed è giusto che sia accaduta -, ebbene quel malessere, dispiacere, colpo, sono tutte conseguenze che, in un qualche modo, dentro lavorano, fanno spazio a nuove consapevolezze, generano nuove modalità.
A volte si è tentati di correre ai ripari per evitare il disagio, per uscirne fuori in fretta, o anche per tutelare chi noi amiamo e si trova in quel malessere. Invece è da lasciare che quel disagio, proprio come una febbre, faccia il suo lavoro: che è quello di bruciare il negativo.
Abbiamo paura delle febbre, che invece è una reazione terapeutica del nostro corpo che si autoguarisce. Allo stesso modo il disagio. Ci avvisa che c'è qualcosa da rivedere e correggere. Altre volte, quando già tali passi migliorativi sono stati intrapresi, è solo l'eco delle azioni compiute, che ora devono assestarsi, mentre la coscienza le integra per farle diventare sue.

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Mobilità nello stare al passo con le proprie evoluzioni

Sto troppo bene nel movimento, quando sento che dentro tutto è in fluttuazione e non si sa verso cosa si stabilirà. C'è chi non può fare a meno dell'emozione causata dal gioco d'azzardo. Io non riesco a fare a meno di questa "eccitazione" che mi manda in totale fibrillazione.
Ora so, per certo, che questa è l'essenza del mio essere!

Ps. Ho dovuto fare una precisazione, anche nel titolo, perché altrimenti, dopo il post precedente, si può scambiare questo mio inno al movimento come un'esaltazione dell'errare, del vagare, del Viandante di cui scrivevo prima.
Invece intendo solo dire che la mobilità è riferita allo stare al passo con gli aggiustamenti energetici che sento via via sopravvenire.
Se si è costretti in un ruolo si fa fatica ad essere aperti al cambiamento!

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Il viaggio

Finalmente l'ho completata. E' la pagina con i responsi, che ripropone la metafora del viaggio. Io credo veramente che il viaggio sia tutto. E' il cambiamento continuo che si perpetra passo dopo passo. E' vero, a volte ci si ferma, a riposare o a semplicemente prendere tempo. E' quando ci si vuole sistemare che diventa critica la faccenda. Lì non va. Eppure tutti anelano a fermarsi, a sistemarsi, senza pensare che invece il senso è dato dal movimento!

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Misure

In uno stupendo blog grafico - Inspire me - leggo di come la storia si possa misurare anche attraverso la grandezza delle lettere utilizzate sui giornali (in linguaggio tecnico: il corpo dei fonts). Infatti nell'articolo si paragona la grandezza usata per notizie di prima pagina davvero eccezionali, fra cui l'ultima, della vittoria di Obama.

Così mi chiedo se Dio abbia usato la stessa "tecnica" - ovvero creare in grande ciò che ha più importanza e in piccolo ciò che ne ha meno...
Ma in effetti non credo proprio che valga per Lui questo metro di distinzione!

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I significati

Molti anni fa andavo in Danimarca - credo, o forse in Svezia... insomma da qualche parte lassù nel nord, non ricordo bene, e ci andavo in treno. Dalla Germania dove stavo si saliva su su e a un certo punto ci si è trovati a costeggiare la Germania dell'Est per un lungo tratto. Guardavo quel corridoio lunghissimo, uno strano tratto di terra di nessuno, là in mezzo al niente, in una giornata grigissima, come spesso appaiono lassù.
Guardavo e cercavo di sentire se mi evocava qualcosa quella "semplice" vista, ma niente. In effetti non mi evocava proprio nulla, se non abbandono e nientl'altro. Per sentire qualche movimento dovevo pensare a cosa significava quel corridoio e allora mi si suscitavano delle emozioni.

Questo per dire che spesso le cose non hanno alcun significato intrinseco. Così, mentre osservavo, mi venne da pensare a come sarebbe stato il mondo se non lo avessimo colorato con le evocazioni. Non ci sarebbe stata la memoria... A quel punto davvero quello poteva essere semplicemente un lungo pezzo di terra abbandonato e i campi di concentramento pure: altri spazi stranamente vuoti e squallidi...
Quindi la memoria serve. Ci fa ricordare le brutture in cui possiamo cadere e farle diventare un monito per non caderci più. Dà insomma un'indicazione per il presente e il futuro.
Quello che invece detesto è quando si rimane lì, ancorati al passato, che si ripete ossessivamente riprendendo immagini ed emozioni e reiterando l'ondata negativa che si forma nelle nostre interiorità, così inutilmente appesantite.

Lo stesso per le questioni quotidiane. Attaccarsi al male subìto non serve a niente, se non a rievocare brutture. C'è sempre una "way out", un'uscita che porta al futuro da raggiungere rinforzati dal superamento del dolore. Questi sono i significati da ricercare!

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Trappole

Non ci devo pensare, altrimenti sento ancora di più stringere queste trappole, ma i pensieri, in effetti, sono in genere il risultato di un già pensato. C'è quasi sempre un pensiero seme che è già stato intuito, elaborato, riflettuto in precedenza. Così, inevitabilmente, non c'è del nuovo in quei pensieri che poi sopraggiungono, anche quando sono nuovi per noi.
E questo mi fa davvero "impazzire". Io vorrei, fortemente, liberare la mente e l'anima da tutto il già pensato, e dalle definizioni e quindi i limiti che questi hanno forgiato, per riuscire finalmente a pensare il nuovo che è lì che aspetta di essere trovato.
Insomma non voglio retrocedere nel futuro, ma desidero che il futuro, vergine, arrivi finalmente a sorprendermi!

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Le cose che ci sfuggono

Mi ha colpito questo video su YouTube: Whodunnit?Spesso non vediamo le cose su cui non siamo focalizzati e così ci sfuggono particolari importanti. La visione, interiore ed esteriore, dovrebbe essere aperta a 360 gradi, per non lasciarci sfuggire le opportunità certamente, ma anche per la nostra salvezza. A volte percepiamo determinate sensazioni, alle quali però non ci diamo retta, non reagiamo agli stimoli che ce le ha sussurrate e così finiamo in situazioni pericolose, dalle quali poi districarsi diventa faticoso...

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Lontananze e vicinanze

Una cara amica mi ha proposto una riflessione su quanto avevo inserito (vedi):
"Le galline fanno le uova con il guscio a base di calcio; fin dai tempi della rivoluzione francese Louis Nicolas Vauquelin si accorse che il guscio delle galline conteneva più calcio di quello che assumevano; nel XX secolo Louis Kervran (1901-1983), bretone, ingegnere e biologo, professore universitario a Parigi, fece numerosi esperimenti e pubblicò numerosi libri dove sviluppò enormemente tutte le considerazioni relative a questi fatti. La conclusione è inequivocabile: le cellule, sia animali (anche quelle degli accademici), sia vegetali, fanno in continuazione fusioni nucleari" ( tratto dal sito comedonchisciotte ) ....che cosa c'entra con il tema? c'entra perchè mi fa pensare che non solo ognuno dentro ha il suo universo, con tanto di processi emotivo-matematici unici, ma, a volte la distanza tra due esseri viventi-universi distinti, uno che fa una cosa così naturalmente mentre l'altro si spacca la testa per ottenerla, è ...infinita ...distanza infinita tra due unicità, singolarità come le chiama la Fisica...che si potranno toccare solo all'infinito: è lì il limite tra il dentro e il fuori della nostra autocoscenza-nel-corpo?
Il che mi fa venire nuovamente in mente quanto sia importante trovare e mantenere il proprio gruppo d'appartenenza, quello che si genera con la coerenza di specie. Quando si risuona con gli altri, i nostri altri, a quel punto, la fusione e la forza che ne derivano sono incredibili, l'unica parola che descrive tale effetto è "magico", anche se davvero non mi piace utilizzarla...
Ma tale gruppo non è semplicemente creato da apparenti similarietà di interessi o stimoli o tensioni... Parte da dentro, dipende dalla reale consistenza dell'anima. Ecco perché così spesso si rimane confusi, perché si guarda a ciò che le persone esteriormente manifestano, anche o davvero in buona fede, mentre è dentro che si dovrebbe stare in ascolto, a come vibra il proprio animo di fronte a tale persona/e. Se davvero covibra, allora, forse, c'è qualche risonanza attiva e da esplorare...

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Il dentro e il fuori

Ce le abbiamo tutti, le due parti intendo. Quella che sta fuori, più o meno adattata ai condizionamenti, e quella che sta dentro, per certi versi il nostro vero sé.
La situazione ideale sarebbe che la parte esterna, pur adottando certe formalità, trovi però il modo di realizzare le spinte provenienti dalla parte interna. Come diceva Jung l'Animus, il maschile, il guerriero, che difende e realizza i suggerimenti dall'Anima, la parte femminile e creativa.
Il punto è che spesso l'Animus, al posto di interpretare il suo ruolo, diventa totalmente assogettato ai condizionamenti ricevuti. Così che non protegge, né tanto meno realizza, ciò che nel proprio intimo, pulsa in cerca di manifestazione.
Questo è un grosso problema con cui tutti noi, chi prima chi dopo, ci si è dovuto confrontare. Bisogna arrivare a svincolare il guerriero dalla condizione di asservimento alle formalità. Ma veramente adottare quelle esteriorizzazioni che si sentono corrisponderci, per tralasciare, o realizzare solo superficialmente, quelle che invece sono solo "doveri" sociali. (Ci sarebbe molto altro da dire in proposito, ma non è questa la sede per approfondire!)

Tragico è quando questa parte esterna è così corazzata dentro al ruolo, da non riuscire a liberarsi, visto che il disagio è davvero feroce.
Infinitamente più tragico è invece la situazione di coloro che si identificano solo nella parte esterna e non sono collegati minimamente a quella interna. Per cui il disagio che avvertono, non possono collocarlo. Per loro non c'è nessuna parte interna che preme con aspirazioni da riconoscere. In quei casi la dissociazione è tale che io mi sono trovata incapace di apportare alcun supporto a persone di questo tipo. Sono casi da terapeuta specializzatissimo. E nemmeno con loro, in genere, ho constatato che questi soggetti sono riusciti a migliore. L'unica risposta alla disperazione sono gli psicofarmaci, che quietano l'ansia e il forte disagio.
Ma questo è un argomento che esula dalla mia preparazione specifica.

Chi invece sente, dentro, quell'altra sua realtà che preme, ebbene qui si può fare qualcosa.
La liberazione però non avviene mai senza dolore e sofferenze davvero profonde. Infatti, se si "disubbidisce" al Superego - come direbbe Freud -, l'ansia di "peccare" è fortissima. Se non si disubbidisce, l'ansia del tradimento a se stessi è pure intensissima e feroce.
Quindi?
Quindi si procede con una croce davvero pesante. Però, poco alla volta si impara a "disubbidire", e poco alla volta si impara ad accettare l'agitazione che questo "peccato" comporta. Con momenti in cui si procede bene, susseguiti ad altri in cui si retrocede nella "norma", seguiti, a loro volta da nuovi passi in avanti, che, in definitiva, ci fanno comunque procedere.
A volte, invece, qualcosa scoppia dentro e infine si dice un deciso "adesso basta, non mi importa la sofferenza, non mi importa di essere considerato 'cattivo', non mi importa nulla, se non liberare me stesso". A quel punto si procede. Ma si deve essere arrivati al massimo del disagio prima di riuscire ad avere quell'impulso a risalire la china. E soprattutto a preferire questa fatica all'altra della costrizione del proprio sé. Altrimenti la china sembra davvero un inferno costellato da agguati di ogni tipo.
Diciamo che fra i due mali che comunque si devono sopportare in questa crociata verso la propria liberazione, si deve aver constatato di preferire il male minore, ovvero l'ansia da "disubbedienza", piuttosto che il peso tremendo del tradimento a se stessi.
Bisogna però arrivare a quel punto, ad aver davvero toccato il fondo. A volte il fondo da toccare sta molto nel profondo...

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La Suggeritrice

Cerca dentro e troverai quello che sta fuori di te.

Poi incontrerai delle voci che ti parleranno e che ti daranno dei segni, precisi riferimenti per stare sulla tua acqua immmobile.

Li! Aspetta il vento, le tue funi dovranno essere bianche, le tue vele ben piegate, le tue braccia forti, pronte ad attendere la prima forza che ti spingerà.
... Solo allora spiega le tue vele.

(Da La Suggeritrice, una rapsodia quantica)

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Relazioni sinergiche

Implicano la responsabilità di ognuno di apportare bellezza e armonia allo spazio comune nel rapporto.
Cosa significa? Che forse si deve assumere una maschera e accantonare le inevitabili disarmonie che rabbuiano l’animo e il cuore? No di certo. Ma c’è una grande differenza fra il riversare, o anche solo il lasciar trapelare addosso a coloro che sono insieme nella relazione la propria frustrazione o alienamento e, invece, il condividerlo. Il primo modo sfrena le energie dissonanti che si muovono dentro noi; il secondo apre il proprio cuore agli altri e chiede il loro supporto per lenire il dissesta mento che si sta sperimentando.

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Collocarsi

Come dicevo ieri, proprio giocando con i colori, mi sono resa pienamente conto di quanto importante siano i giusti abbinamenti con altri colori e con le forme più indicate.
Un determinato colore cambia totalmente se inserito accanto a dei colori il cui insieme lo fa, per esempio, diventare apprezzabile, se prima lo percepivamo come antipatico; oppure, di contro, ciò che si sentiva bello diventa incredibilmente "brutto", stonato, se assieme ad altri colori, magari belli di per sé che però assieme a quello specifico colore lo fanno risultare fastidioso.

Quindi, ragionavo ieri, lo stesso accade con le persone e le situazione. Una persona splendida, in un determinato contesto può divenire invisibile e inutile - nel senso che non può utilizzare le proprie caratteristiche. Altre persone, magari discutibili, nel giusto contesto diventano invece sinergiche compagne...
Mi viene in mente quanto Del Giudice sottolineasse gli effetti ottimali della Coerenza di specie:
... un insieme di corpi , quando essi fossero in grado di mettere in fase (cioè di far risuonare) le loro fluttuazioni quantistiche, [danno vita a] un'interazione attrattiva. Data la sua fluttuabilità, un sistema quantistico ha la possibilità di esplorare l'ambiente circostante e perciò di scoprire quale sia la configurazione di minima energia... (Dal mio articolo: La coerenza di specie)
Più avanti nell'articolo sintetizzo l'importanza della Coerenza di specie:
In parole più comuni, quanto spiegato dal professor Del Giudice conferma ciò che la fisica classica non prevede ma che, attraverso le scoperte della fisica quantistica si è arrivati ad appurare, ovvero come i corpi possono, grazie alla fluttuabilità posseduta dalla materia, trovare ciò con cui entrare in risonanza e assumere un aspetto coerente, in fase, cioè sincronico tra loro.
Questa “coerentizzazione” porta i vari sistemi che compongono il gruppo in fase, che Del Giudice rapporta a i componenti di un corpo di ballo, a:
1) una rigenerazione energetica del singolo innanzitutto – in quanto viene ceduto all'esterno l'eccesso energetico non metabolizzato, causa primaria di malattie;
2) anche a una compattizzazione dell'energia nel gruppo stesso, che diventa fortemente protettiva nei confronti dei singoli, difendendoli dalle intromissioni esterne.
Dunque è quanto mai importante collocarsi nel contesto in cui si potrà esprimere se stessi e le proprie potenzialità al meglio. In altre parole è importante trovare, ciò che del Giudice chiama, il Gruppo di appartenenza.

Oggi, con questo "buonismo" dilagante e insulso, ci si continua a far violenza per cercare di essere buoni. A parte il fatto che tutto ciò che è imposto non rappresenta certamente quello che si è dentro. Se ci si impone bontà è perché non si è buoni!
Questa forzatura impedisce al contempo di comprendere le proprie qualità e soprattutto di convalidare la ricerca personale che porta a voler trovare i propri "amici", ovvero di coloro che spiritualmente ci corrispondono.
Del resto, in un'orchestra, i violini stanno da una parte e le gran casse dall'altra. In una sinfonia non si può dire che i violini siano migliori dei tamburi. Ci vogliono entrambi per creare la bellezza della melodia. Però ognuno nella giusta collocazione e insieme ai suoi compagni!

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Le giuste connessioni

Alla fine mi sono iscritta. Dopo mesi che lo frequentavo 'sto sito, affascinata come non mai dalla possibilità di esplorare i colori, ieri mi sono decisa e ho aperto il mio account come ColourLovers
Quello che mi affascina, non è solo la magnificenza dei colori, ma il loro insieme.
Non è facile.
Anche colori che si amano, messi poi assieme possono risultare piatti. Inoltre gioca un ruolo fondamentale anche le forme e la quantità di colore messo accanto agli altri. Un insieme che visto così magari non dice nulla, se si trova il giusto pattern diventa interessante!
Diceva Henry Matisse: "Una tonalità, da sola, è unicamente un colore. Due tonalità possono invece diventare un accordo, una vita".

Così mi accorgo che lo stesso accade quando le energie di due persone, o di tre o di più, si incontrano nel giusto pattern. O campo energetico... ma ne parlerò più avanti!

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Spoons - Cucchiai

Come dicevo nel post Il bandolo della matassa, ci sono delle emozioni negative che si fissano in noi e continuano a perpetrarsi nel tempo e oltre al tempo... Imponendoci le nostre reazioni coatte in risposta a quelle situazioni che fanno da triggers - ovvero da fattore scatenante.

Chi, come me, ama il British Humour conoscerà sicuramente il simpaticissimo attore Simon Pegg (Shaun of the Dead). In un esilarante sketch: Spoons, della serie Big Train, proposta dalla British Television, assistiamo alla presentazione di un nuovo responsabile che si introduce agli impiegati con cui lavorerà. Durante questa conversarione confessa poi con nonchalance di avere una fobia. Il nome di ciò che gli procura reazioni disastrose è scritto su un foglietto di carta, che il responsabile - Simon Pegg - tira fuori dalla tasca e fa passare agli stupiti impiegati che leggono la parola: Spoons, ovvero Cucchiai.
In quel mentre arriva un ritardatario che era andato a prendersi un tè e che, accanto alla tazza, maneggia un cucchiaino. Nella frazione di un secondo succede tutto, lasciando gli impiegati e noi che assistiamo, senza parole.

Ecco il fattore scatenante è apparso e la reazione coatta è immediata e irrefrenabile. Oggetti e situazioni di per sé innocenti ci scatenano il finimondo dentro perché associati a situazioni emotivamente molto forti e negative.
Non tutti sono però così evidenti, per la maggior parte le reazioni sono subdole e per questo anche più "pericolose" perché non ne riconosciamo il reale danno alla nostra autorealizzazione. E così viviamo continuamente costretti, quando invece potremmo liberarci.

Non tutti hanno però voglia di farlo. Rimaniamo comunque una razza, in cui davvero la pigrizia è la madre di tutti i nostri problemi!

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Un omaggio



Desidero fare un omaggio a un artista che trovo quasi insuperabile nel suo modo di esprimere lo spirito degli animali in natura: Marcus Parisini.
Di loro rappresenta quella forza dell'esserci, che per me è l'insegnamento. Esserci, in quella completa aderenza alle proprie caratteristiche ed energie.

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Spesso amiamo i nostri problemi

Uno scambio mail con un'amica mi ha fatto ricordare che spesso, non si riesce a procedere, perché ci attacchiamo ai problemi. Una specie di sindrome di Stoccolma con le problematiche. In buona sostanza è sempre quello il risultato: si sviluppa un legame con i rapitori, che siano persone o situazioni, c'è quella morbosa connessione che ci impedisce di procedere.

In quei frangenti ho constatato che c'è ben poco da fare. Le persone, a livello razionale, si accorgono del danno arrecato da certe situazioni in cui continuano a stare, ma non c'è la forza necessaria a tirarsene fuori. Sembra che manchi la motivazione profonda. Mi viene in mente che Freud sosteneva che fra le molte decisioni che uno prende, una sola è veramente efficace: quella che attinge la sua forza da una potente libido – ovvero dalla forza vitale primaria.

Per poterla riattivare 'sta forza, l'unica soluzione è quella di passare dal fisico che, dopo tutto, è la reale interfaccia con lo Spirito! Vedi i punti chiave a tal proposito. Per cui, per tornare a quello che con l'amica si stava discutendo, dopo tutto l'EFT che si rivolge alle connessioni nervose intasate (i meridiani energetici) potrebbe davvero essere una sana soluzione!

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Karmapac...

Uno strano pupazzetto girava per casa. Una specie di mostriciattolo, simpatico anche, sul violaceo, che qualcuno dei ragazzi che segue mia figlia le doveva aver regalato. Non le piaceva però, ma stava sempre tra i piedi. Forse anche per colpa delle micie che lo riprendevano.
Un giorno, ritrovandecelo di nuovo in giro, mi è venuto da dire che era come il Karma: finché non lo collochi quello si ripresenta. "Che pacco 'sto karma!" sbottò mia figlia, e così il mostriciattolo ha trovato il suo nome Karmapac, appunto.

Il commento lasciato nel post precedente mi ha dato lo spunto per parlare del Karma. Sebbene possa sembrare un Maestro buio, lo è fino a quando non capiamo. Nel momento che si comprende la sua luminosità si rivela e così la forza propulsiva del suo aiuto. In astrologia è Saturno, chiamato anche il Signore del Karma che l'astrologia classica (quindi non quella esoterica) ha sempre definito il portatore di sfortune. Queste però ce le porta se ci rifiutiamo di vedere ciò che ci vuole mostrare e di cui dobbiamo prendere atto.
Se invece si è disponibili e aperti, ma soprattutto umili nel riconoscere l'errore, la sua guida diventa un portentoso aiuto che ci apre le porte.

Gustav Holst, un teosofo e musicista inglese, compose una magnifica opera The Planets, che di solito faccio ascoltare quando insegno l'Astrologia che ho messo a punto. La sua capacità di cogliere l'energia emessa dai vari Pianeti, che poi influiscono nella nostra vita, è strabiliante.
Quando si ascolta Saturno il suo cupore è massiccio, lento, non dà scampo, stringe in una morsa che sembra davvero una morte lenta e senza fine.
A un certo punto però le cose cambiano, avviene una presa di coscienza e il cielo interiore si rischiara. La leggerezza delicata che si manifesta allora, diventa una guida e un totale conforto: si è amati, c'è un senso che ci illumina e noi, nella gratitudine, sentiamo di appartenere finalmente a quella dimensione.
Ecco, questo è il karma!

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Il bandolo della matassa

A quanto pare ci sono emozioni che si fissano in noi e si perpetuano nel tempo, superando i confini delle varie nostre incarnazioni, ripresentandosi così, puntuali, vita dopo vita, fino a quando, finalmente, si arriva a scioglierle.
Sì perché si tratta di emozioni non risolte. O perché una forte tensione ce le ha fissate dentro, o perché non abbiamo finito di viverle e sono quindi rimaste a metà, o perché un trauma ce le ha "congelate"...

Sembrerebbe proprio che siamo dei contenitori di "emozioni" da risolvere, e che ne abbiamo parecchie dentro da sistemare. E non solo di nostre, ma anche quelle dei nostri antenati con cui siamo in risonanza. Energie imprigionate nell'insoluto, che si infiltrano nei corpi della progenie più corrispondente, e che, infine, riuscendo noi a stemperarle, arriviamo ad aiutare pure loro, i nostri avi, a pulire il loro karma...

Entriamo nella vita con un carico che ci condiziona e costringe, di cui è importante liberarsene sciogliendo le occlusioni. Diverse tecniche dell'Energy Psychology mirano a tale scopo. Fra le molte che sto valutando ormai da un pio' di tempo, fra cui l'EFT (Emotional Freedom Techique) che si rifà al Do In, una tecnica di automassaggio, a base di picchiettamenti e altre simili stimolazioni dei canali energetici sottili, insegnati dalla Medicina Tradizionale Cinese, mi è piaciuta per essenzialità e immediatezza, anche e soprattutto del video presentato, quella di Tapping (in inglese). Su You Tube c'è tutta una serie di loro sequenze. Ma come queste molti altri i video a disposizione di tecniche simili o uguali proposti da altri operatori.

Nella loro pagina web portano alcune informazioni immediate che ho qui sintetizzato:
When we are emotionally attached to a thought, or to a feeling, this becomes a belief.
A Belief is a Thought that we are Emotionally Attached to.

Good emotions occur when nervous energy can roam freely in the body. Bad emotions occur when nervous energy gets stuck.
This is why we feel different emotions in different parts of our body. Sometimes we feel nervous in our stomachs, stress in our shoulders, fear in our hands, etc. Energy is trapped in nerve channels that run through those parts of the body.

The emotion that is attached to a particular belief might be very strong, so we don't even notice the belief, just the feeling. It might be very weak so we don't even notice that there is a feeling attached to the words. But the feeling is there, otherwise we would not hold the belief.

Tiredness and Hunger (and probably needing to pee and all sorts of other body signals) are interpreted by the body as a negative feeling. They are very useful negative feelings as if we don't listen to them we pass out or starve (or burst!).

Sometimes though, we associate, say, tiredness, with say, sitting in a lecture theatre. This particularly happens when we spend three years at University sitting in lecture theatres tired, hungover, bored, and confused.

Similarly, who knows what our minds associate with being hungry. We can certainly associate it with sitting in a seminar room. Our minds are wonderfully powerful learning machines, and all it takes is one time when you were really hungry and sat in a chair, to associate sitting down with hunger. When that association is triggered we feel FakeHungry or FakeTired, and the system is designed so that you can't tell the difference between that and the real thing.
Tapping Balances the Nervous System

When we tap, we say the belief out loud to bring up the corresponding emotion in the nervous system. Then we tap the various points to reset the system. Each point is the end of a nerve channel in the body. Tapping sends a shockwave down that channel.

There is no easy way to know which nerve channel is holding a particular emotion, so we just tap them all. Sometimes when you have done a lot of tapping you'll be able to just feel where it is, and you'll feel it clear as you tap it.

When the emotion is gone, your mind is no longer attached to the belief. Suddenly your mind is free to re-process it, and realise it isn't true or that there are easy ways around it.

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L'ultimo comando

In diverse scuole esoteriche, quelle di una volta - per intenderci -, l'adepto seguiva un percorso davvero severo. Il riconoscimento di sé stava alla base. Su questa prima istanza poi veniva lentamente costruita l'opera, che consisteva nel miglioramento di certi atteggiamenti e nell'indirizzamento quindi delle forze ricomptattate.
La disciplina era intensa e il lavoro davvero estenuante. Le regole imposte molte e così i diversi compiti che l'adepto doveva assolvere e i vari esami da superare.
Nel tempo la persona cresceva in maturità e autorevolezza, che ovviamente non è autorità, bensì quella solidità che direzione naturalmente, senza imposizione.
Per testimoniare la sua preparazione e quindi la sua capacità di autonomia che avrebbe dimostrato la fine del percorso come adepto c'era l'ultima prova da superare.
Chi arrivava a quel punto si trovava di fronte a un grosso dilemma. Il comando ricevuto e da assolvere contrastava in una qualche misura con le conoscenze sviluppate.
Il problema era però che, in quanto adepti, non si poteva certo essere sicuri che quel comando, così esplicitato, non contenesse una ulteriore rivelazione che, ubbidendo, si sarebbe manifestata.
Quante volte l'insegnamento procedeva in quella maniera, con "ordini" strani che, eseguendoli, si permetteva all'adepto di comprendere la lezione.
Dunque che fare?
In molti decidevano infine di ubbidire a quel comando. Alcuni, anzi mi correggo, solo pochi, e non senza grossi tremestii interiori, decidevano di non ubbidire e svolgere il compito in base alle conoscenze ormai sviluppate.
Ebbene questi ultimi erano infine quelli che dimostravano di aver superato "l'ultimo comando", in cui l'autorità esterna veniva sostituita da quella interiore e personale che ora, dimostrava di possedere la naturale autorevolezza per farlo!

Oggi in tanti pensano di fare di testa propria senza aver prima superato il periodo della conoscenza. Chi invece si è duramente applicato a seguire una disciplina corre il rischio contrario, ovvero quello di non sapere più uscire da quelle limitazioni imposte, che servivano solamente a prepararlo, non a completarlo. Il completamento avviene quando si decide di lanciarsi, nonostante la paura di sbagliare, o di offendere, o di far del male... Ma è solo questi che possono farlo, chi prima non si è preparato, lanciandosi conclude solo grossi danni!

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Sophrosyne

"Prudenza e consapevolezza dei propri limiti" non per impedirsi l'espansione ma, per assurdo che possa sembrare, per incentivarla! Sophrosyne (σωφροσύνη) è la qualità che ogni vero e onesto ricercatore dell'evoluzione interiore dovrebbe adottare!

Ps - Un'amica, stasera, mi ha inviato una ulteriore definizione semantica della parola: Sophrosyne è un'armonia tra le parti, una consonanza (symphonia), che garantisce ad altre virtù di manifestarsi assieme nella loro interezza.
Certo che i Greci avevano una finezza nel cogliere le sfumature dell'animo davvero impareggiabile!

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Rimanere senza parole



A volte le parole sfuggono, perché i concetti non sono abbastanza chiari e definiti. Altre volte invece la stanchezza spegne le cellule cerebrali e ci si trova disconnessi...

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I piccoli piaceri della vita



Nel blog Laissezfaire trovo questo post in cui si propone la bellezza dei piaceri semplici e caserecci. E' vero, sono situazioni che riscaldano il cuore. Tuttavia ho constatato che esattamente le stesse cose possono però intrappolare. Si sognano nicchie calde e accoglienti che, nel loro tepore, ripropongono quasi l'utero materno in cui ci si vuole rifugiare.
Va bene ogni tanto farlo, ma quando questo diventa una necessità, allora non credo che sia più salutare. Che siano fughe o un bisogno di nascondersi, se sono reazioni continuate ebbene, sicuramente, lì dietro c'è qualcosa da sistemare!

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Lo spazio tra noi

Stavo pensando all'importanza dello spazio che si deve mantenere tra gli esseri umani. Si chiama spazio prossemico e indica quella distanza che si reputa necessaria per sentirsi al sicuro. All'inizio serviva per avere abbastanza spazio di fuga e veniva calcolato essere corrispondente alla lunghezza del proprio braccio. Poi si sono rilevate delle differenza, a seconda delle persone con cui ci si trova.

Con persona intime si sta a una distanza massima di 30-45 centimetri. Con gli amici e conoscenti in genere si sta a dai 30-45 centimetri fino al metro circa. Nel sociale si sta da un metro a tre.
A questo proposito mi venuto in mente che nel nord Italia, lo spazio prossemico sociale è maggiore a quello che si dà nel sud. Mi ricordo infatti il disagio provato dal sentirmi continuamente "invasa", bonariamente, quando mi è capitato di trovarmi al sud. O ancora adesso, se in giro, qui nel nord, mi si avvicina una persona del sud tenderà a starmi più "addosso", mentre io, istintivamente, retrocederò...
In altre parole lo spazio prossemico indica lo spazio personale che si tende a mantenere nelle situazioni normali (ovviamente si si deve stare in metrò nell'ora di punta non ci si starà a formalizzare se l'ombrello del nostro vicino ci sta quasi impiantato sotto a una scapola...)

Un amico mi ha fatto notare quanto sia importante lo spazio, anzi la giusta distanza, anche nelle relazioni più intime e personali. Abbiamo constatato che solo mantenendo quella giusta distanza, che è generata dalla libertà individuale di essere, si riesce a stare insieme in modo davvero sinergico, senza correre il rischio di annullarsi e venire annullati dall'altro.

Il problema è che invece le persone anelano a quella fusione totale e totalizzante. Questo credo che derivi dal fatto che ci si sente incompleti e si cerca così la completezza nell'altro. Errore più grande non si può fare!

(PS - Ho trovato un post interessante sulla "bolla prossemica" al link indicato e il blog tutto è consigliabile!)

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Il disagio

Questo post risponde al commento lasciato in quello precedente.

Come fare allora a portare "il così sopra" nel "così sotto" permanendo in equilibrio ? Non è necessario "sporcarsi le mani" e quindi "intossicarsi" per comprendere la miglior via?

E la domanda che più mi assilla: come portare cio che "sognamo" in questa realtà così diversa e a volte cosi opposta?

Grazie

Eh, sì, bisogna "sporcarsi" le mani, anzi, a volte sporcarsi proprio tutti. E' così che si riconosce il "terreno" in cui ci si trova. E quello sporco agirà dentro stimolandoci a uscirne e a cercare quelle vie, più luminose.

Il "così sopra" però, non dimentichiamolo, risponde sempre al nostro "così sotto".
Se vogliamo richiamare un "così sopra" migliore dobbiamo noi emettere il giusto richiamo, la giusta nota, diventando un "così sotto" con quelle frequenze.

Il miglioramento della nostra nota avviene non teoricamente, con la distanza che osserva e "non si sporca le mani", e quindi non sperimenta. Ma appunto vivendo l'esperienza, lasciandoci anche macerare da quella.
In quel malessere totalmente riconosciuto e accettato, se ci poniamo in posizione propositiva, che non fugge dal disagio prendendo la prima via d'uscita che capita, avviene qualcosa dentro. La coscienza si allarga ed è in quel momento che cresce e migliora la sua nota. A quel punto potrà scegliere dove dirigersi.

Un caro amico mi disse un giorno una frase: "Fermati, stai nel disagio e osserva bene la situazione. Quando sei sicura del prossimo passo, che senti come stabile ed efficace, allora muoviti!"

La resistenza è importante, non quella del sacrificio che si sopporta perché non si sa lottare. Ma quella che attende il giusto momento.

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L'importanza della realtà

C'è poco da dire: se si sta troppo nelle formalità imposte non si riconosce il terreno in cui si sta. Si sposta la propria attenzioni su ottave di molto superiori e si finisce con l'agire in falsetto.
La realtà è invece dove radica il nostro essere, se non ne prendiamo atto non possiamo attingere alla forza di questa connessione, o al suo veleno. Sì perché ci sono realtà buone, che rinforzano e nutrono, e ci sono realtà cattive, che avvelenano. Il disagio che queste ci procurano, con quell'avvelenamento in atto, diventa la chiarezza e soprattutto la forza delle conseguenti decisioni da prendere, per tirarci fuori dalla "tossicità" di quelle situazioni.
Nutrimento o disagio sono la realtà: è indispensabile il loro riconoscimento. Se a causa della formalità imposta ce ne distanziamo, ci allontaniamo dal terreno in cui siamo impiantati e il rischio di deperimento per incompatibilità è forte!

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La ricerca della visione

Quando l’anima decide di incarnarsi, che sia sulla Terra o in qualsiasi altra dimensione, sceglie assieme alle sue guide l’esperienza che meglio le permetterà di mettere alla prova le conoscenze e le capacità che ha sviluppato.
Per questo adotterà quello specifico personaggio che, all’interno del suo contesto, ovvero in quel periodo storico, spazio geografico e particolare gruppo e famiglia, le permetterà di interpretare la continuazione della vicende iniziate nel tempo addietro, dandole la possibilità di manifestare la maturità che pensa di aver raggiunto come anima. Così facendo impersonerà quel personaggio cercando di utilizzare al meglio le proprie qualità.

All’esperienza terrena appartengono delle sfide con le quali ogni anima, a qualsiasi livello si trovi, si dovrà confrontare. Le sfide terrene sono determinate da:
Le caratteristiche psicofisiche dello specifico ruolo/personaggio scelto di incarnare
Le caratteristiche della famiglia o del gruppo cui appartiene il personaggio scelto
Le caratteristiche del particolare momento storico e del luogo in cui è inserito il personaggio.
Queste caratteristiche eserciteranno delle influenze/interferenze più o meno forti sull’animo. Primo compito con cui confrontarsi una volta incarnati sarà quello di gestire tali influssi, educandoli e contenendoli se questi debordano e sono eccessivi. Al contempo si svilupperanno invece quegli aspetti armonici e benefici.

A volte l’animo si sceglie dei ruoli le cui caratteristiche psico-fisiche, assommate magari a quelle dell’ambiente, sono così faticose e pesanti da affrontare che l’animo si perde, sopraffatto da tali fatiche.
Altre volte, ed è la maggior parte dei casi, l’animo si sentirà al limite delle proprie capacità. Ma in questo consiste la prova: testare il livello massimo del proprio “rendimento”.

Se dunque il primo compito è quello di equilibrare, mitigare, armonizzare le possibili interferenze del ruolo scelto, il suo senso non è però solo quello di provare le capacità dell’animo. Il significato più spirituale di tale compito consiste nel fatto che solo sgrettando il mezzo fisico a nostra disposizione saremo in grado di divenire veri canali entro cui far convergere le energie spirituali che, attraverso di noi, vogliono manifestarsi sulla Terra.
Ecco perché così tanta attenzione deve essere data al primo compito. Non si può pensare di poter assolvere la propria vocazione se il nostro mezzo non è stato rodato e preparato in tal senso.

Oggi in troppi fanno questo errore: sognano grandi missioni senza però dedicare la cura necessaria a preparare il proprio veicolo psicofisico. E finiscono così col non concludere nulla. Si illudono, ma prima o poi arriva sempre il momento della rivelazione e a quel punto …
Si parla di servizio e molti sognano di aiutare gli altri, la natura, il mondo in genere. La maturità e la serietà di un’anima viene comprovata dalla sua disposizione a lavorare sull’”attrezzo” umano ha a disposizione nell’esperienza terrena per farlo così divenire mezzo da offrire allo Spirito. Questo è servizio: avere l’umiltà di lavorare su se stessi per rendere il veicolo fisico un mezzo efficace a manifestare lo Spirito.
A quel punto inizia la seconda fare dell’esperienza terrena: mettere a disposizione le qualità allenate del personaggio umano, perché realizzino la visione spirituale che siamo stati chiamati a manifestare! (Vedi)

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Dimensioni evolutive



Mi rendo sempre più conto che molto dipende dalla dimensione evolutiva in cui si è arrivati. I veicoli fisici del corpo, appunto, ma anche del mentale e dell'emozionale, appartengono alla dimensione iniziale in cui l'Anima approda. Il Teosofo Luigi Filipponio nel suo "La via alla Luce" scriveva che
"l'individuo, diventando sensibile all'influsso della sua Anima, mette fine alla Vita frivola, ridimensiona le attività materiali e stravaganti del corpo fisico, domina gli appetiti e gli istinti nonché i desideri, disciplina la mente concreta e si disidentifica da questi corpi affermando:
Io ho un corpo fisico, ma non sono il corpo fisico;
Io ho un corpo emotivo, ma non sono il corpo emotivo;
Io ho un corpo mentale, ma non sono il corpo mentale;
Io sono un'Anima vivente che ama e vuole.

(...) L'istinto di auto preservazione, il sesso, il cibo, ecc. assumono un diverso valore. E' lo stato della 1.a Iniziazione che esige disciplina e purificazione dei veicoli della personalità e quindi l'uso del potere della volontà. In tal modo la natura inferiore dominata può manifestare la natura superiore.
Quando il I Aspetto del sé inferiore, il corpo emotivo, è soggiogato o tramutato, la Luce del Cristo 2° Aspetto) appare. Quando il I Aspetto del sé personale, il corpo mentale inferiore, è dominato, la volontà dell'Ego può essere conosciuta e, per suo mezzo, anche il Proposito del Logos." (vedi)
A questo punto ci si rende conto che tutto ciò che funzionava quando ancora ci si arrabattava nei livelli "umani" ora non è più richiesto e né tanto meno "funziona". Ci sono nuove modalità da utilizzare. E qui mi ricorda tantissimo i giochi di ruolo, quando appunto si cambia "mondo" e devi scoprire le nuove potenzialità del tuo personaggio, le armi che ha a disposizione, i vantaggi e i possibili svantaggi. Solo che qui non esiste la dichiarazione ufficiale del livello a cui si è arrivati. Nessun numero ci informa, chiaramente come nella foto, del piano raggiunto. In definitiva è davvero tutto parte di Lila, il grande gioco cosmico.

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Lila: il gioco cosmico

Viene chiamato Lila, quel "gioco" del divino che a noi piccoli esseri umani risulta in genere incomprensibile, a volte uno scherzo, un gioco appunto.
Principalmente è lo specchio: se noi siamo vuoti ci ritorna il vuoto, se siamo dubbiosi ci ritorna l'instabilità, se siamo rabbiosi ci ritorna l'aggressività, e via dicendo.
Il problema è che in genere non ci rendiamo davvero di quello che siamo realmente. Magari siamo tremendamente vuoti e noi ci pensiamo pieni, per cui facciamo fatica a interpretare quello che Lila ci ritorna. "Ma come" ci diciamo, "come faccio ad avere in cambio questo quando io non sono così?".
E invece lo siamo!
Dunque ci sarebbe davvero da andare a investigare il reale stato della nostra interiorità per poi riempirci di divino. A quel punto la ricchezza interiore sarebbe reale!

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Hic sunt leones

Con questa dicitura i romani contrassegnavano quelle zone dove non si erano ancora avventurati a conquistare, e per tanto, essendo a loro inesplorate, potevano essere rischiose, con i "leoni" appunto.
Nella nostra interiorità ce ne sono molte di queste zone di possibili leoni. E a volte accade che da quegli spazi lontani si alzi un movimento che giunge fino a noi. Poiché arriva da zone inesplorate, non ne comprendiamo bene il linguaggio, che in genere è quello arcaico delle immagini, dei sogni, delle visioni, dei simboli, frammischiati di sensazioni primitive, che ovviamente ci spaventano: pe