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Il blog di Evoluzioni

La percezione del silenzio

Domani parto per il mio ritiro: silenzio e digiuno. Ne ho un bisogno quasi esagerato. E' il ritirarsi per permettere alle proprie energie di ritrovarsi e ricollocarsi a cui anelo.
Arrivo a un punto che sento tutt'attorno il movimento che diventa sempre più centrifugo e sempre meno gestibile, perché il mio campo si è assottigliato e tutto entra scompigliando.
Lo inizio a percepire quando il tempo si restringe e tutto comincia a "precipitare". A quel punto capisco che non sono più io a determinare il tempo ma è l'esterno a determinare il passo. Il che è tragico, perché il mondo tende a essere frenetico e a fagocitare chi si lascia possedere dalle sue morse.
La precipitazione è del demonio, affermavano gli antichi alchimisti.
Quindi è imperativo fermare il tempo, quello dentro, per così rallentare quello fuori.

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La macchia nera

C'è come una macchia nera dentro di noi che, se non interveniamo prontamente, si amplifica alla stessa stregua di un tumore maligno. Una tumefazione malefica che si è innescata in noi a causa dei condizionamenti, in genere dovuti all'educazione. Non è che i nostri genitori volevano farci pensare così di noi, di solito volevano solo "educarci" a essere ancora meglio di quello che già eravamo. Aolo che noi nel nostro essere ancora piccini e sensibili, abbiamo solo registrato quei "rimproveri", e loro non sono stati abbastanza attenti da farci vedere anche l'altra parte, quella che invece li rende orgogliosi di noi. Così ora, che ancora quella roba nera ci pulsa dentro, dobbiamo noi fare le veci dei nostri genitori e andare a sviluppare quell'altra parte di noi che, ai nostri occhi, è rimasta più nascosta.

Per questo dobbiamo guardare alla nostra vita e osservare tutte le cose che siamo riusciti a raggiungere e a realizzare, nonostante il fatto che non siamo comunque perfetti e di sicuro abbiamo dei lati che sono davvero da migliorare. Quando la macchia nera si attiva, subito le dobbiamo rispondere ricordando il nostro valore. Solo così, piano piano, riusciamo a equilibrare lo scompenso, perché altrimenti quella macchia nera ci divora!!

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Sporcarsi le mani

Spesso me ne sono disperata e soprattutto mi sono chiesta perché. Perché credo a persone che parlano a vanvera, che si proclamano in un determinato modo e poi non lo sono per niente. Un po' perché fa comodo trincerarsi dietro a un dito quando non si vuole riconoscere l'evidenza, adottando un'ottusità compatta, caparbiamente mantenuta a sostegno di quanto continuano a proclamare. Un po' perché davvero non sono in contatto con se stessi, per cui in "buona fede" credono davvero a quello che sostengono. 
Sia quello che sia quando questi voltafaccia accadono rimango per prima cosa incredula, sorpresa, confusa. Ora ho imparato che c'è ben poco da fare, chi scivola nell'emozionale non ragiona... è su un altro livello; tuttavia non transigo e non accetto di essere coinvolta in cose che non mi appartengono per niente. Ora sono categoriga ed essenziale. Non mi lascio venire addosso nulla che non sia mio. Divento uno specchio insomma, senza coinvolgimenti. Ognuno deve imparare a essere responsabile del proprio agire...
Se adesso, con gli anni, ho imparato a divenire immediatamente staccata durante l'interazione e a delimitare con grande fermezza il mio spazio che non va invaso con robaccia, non ho invece ancora imparato a non accorarmi per aver commesso un errore di valutazione.

In questi anni ho cercato di comprendere dove avessi mai sbagliato, cosa avessi mai potuto io proiettare come mio desiderio inconscio su tali persone, così da rendermi cieca di fronte all'evidenza...
Oggi sto arrivando alla conclusione che invece questi errori non sono errori. Ce le dobbiamo proprio sporcare le mani e non evitarlo. Sì perché la lezione è proprio quella di imparare poi a pulircele.
Anzi, siamo qui per pulire: noi stessi, il nostro fisico, il nostro psichico, il nostro cordone genealogico, il nostro campo...
Eh, sì, si viene qui a lavorare d'olio di gomito! E quanta roba da pulire c'è sulla Terra, che si può, anzi si deve fare, agendo dentro di noi. Ovvero pulendo dentro le risonanze che abbiamo ereditato o che abbiamo raccolto strada facendo.
Siamo diventati fanatici della pulizia forse solo perché in effetti dovremmo arrivare a comprendere che la pulizia poi dovrebbe arrivare anche e soprattutto dentro!

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Energie

Quando non si emettono le proprie energie, perché si è deboli, o incerti, titubanti, o anche troppo educati - per cui non si vuole "invadere" temendo di imporsi - si finisce sempre col dare lo spazio e la possibilità a quella degli altri di entrare nel nostro campo energetico. Così la nostra energia si ritrova a non avere la possibilità di manifestarsi e finisce col ritorcersi contro di noi. Quindi, oltre a quella altrui che si allarga in noi, procurandoci spesso interferenze fastidiose, abbiamo pure la nostra stessa energia, che non abbiamo manifestato nel modo dovuto, che ci rimbalza addosso.

Poi ci chiediamo come mai siamo intasati, intossicati, frustrati, invasati da fattori negativi che realmente ci pesano addosso...

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Forza fisica e tenacia mentale

Leggevo un articolo su un climber dove si diceva che in questa attività, come penso in ogni sport, la qualità essenziale è quella di avere forza fisica e tenacia mentale.
Ecco, è sintetizzato in un essenziale lapidario, ciò che necessita di sviluppare anche chi percorre un sentiero spirituale.
Anzi, a dirla proprio tutta, queste sono le qualità fondamentali per vivere sulla Terra, che si sia sportivi, spirituali, o semplicemente si aneli a essere degli umani completi e, soprattutto, realizzati!

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Shakyo



Per anni ho praticato la recitazione di mantra e di sutra. Lo chiamo la lima del karma ed è qualcosa che consiglio caldamente quando ci sono situazioni negative da chiarire, sciogliere e stemperare. Proprio come una lima, le sillabe di questi suoni lavorano invisibilmente sulla realtà interna, così che quella esterna, in risonanza, si sistemi di pari passo.
Ma allo stesso modo mi piaceva copiare la trascrizione di questi suoni. Mi piaceva scrivere pagine e pagine con queste "frasi" che, per la regolarità, conferivano ai fogli un fascino davvero particolare.
Alla stessa stregua dei suoni, anche la copiatura mi sembrava facesse qualcosa di potente. Il mettermi lì a copiare sulla carta, con impegno e concentrazione, quelle stesse frasi, che ripetevo per intere pagine successive, mi dava la sensazione di agire per sistemare il mondo, il mio mondo ovviamente.

Non mi è però mai venuto in mente di copiare la grafia originale. Oggi, che cercavo una qualche recitazione del Sutra del cuore in giapponese - che trovo essere la lingua che maggiormente yanghizza - sono incappata in un sito web dove si parla di questa azione, chiamata Shakyo, considerata una vera e propria meditazione con gli stessi effetti della recitazione. Così mi è venuta l'idea di provare. Ma ora mi devo documentare meglio, per capire come iniziare, dato che in queste cose non è tanto il risultato finale a contare, bensì l'esecuzione, che deve essere fatta nel modo giusto...
Ora che ci penso però, questo è anche ciò che dovrebbe importare nella vita: il percorso e non la meta...


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Purificazione

E' un qualche annetto ormai che faccio due digiuni ciclici all'anno di quasi una settimana: in primavera e autunno. Abbinati finalmente al mio sentire alimentare, che considera prevalentemente i cereali in chicchi e verdure. Niente o quasi farinacei da forno e pasta, che intasano, e pochissime proteine che, non so perché, il mio corpo gestisce male.
Ritornando dall'ultimo digiuno, di settimana scorsa, quando ho riacquistato "lucidità" dopo lo sforzo, ho percepito la coscienza "snebbiata" da alcune convinzioni che pensavo appartenermi davvero totalmente. Ho così iniziato ad appurare con mano come la purificazione fisica si evidenziasse davvero nella coscienza, che cambia, si evolve. Certo che lo sapevo, in teoria però.
Sovraccarichi come siamo di intasamenti, la nostra coscienza è un ammasso di roba, di cui solo una minima parte ci appartiene veramente. Il resto è frutto delle intossicazioni, anche quelle "eticità" che pensiamo stendardo di noi stessi.
Così, continuando col pensiero di purificazioni su purificazioni, mi sono chiesta: si riuscirà mai a perdere tutte le sovrastrutture e giungere all'essenza?

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Aprirsi a nuove possibilità

E’ da tanto tempo che cerco di comprendere la “depressione”. A livello curativo né medici, né psicologi ne sono venuti a capo. Di fatto oggi sappiamo che il continuare a rimescolare nel proprio passato, sebbene generi la consapevolezza e la chiarezza su ciò che è accaduto, non arreca però il sollievo, se non momentaneamente. E questo, all’inizio, lo si è scambiato erroneamente come premessa alla “guarigione”, mentre invece, oggi, constatiamo che la consapevolezza da sola non porta alla risoluzione.

Quando la situazione depressione degenera si interviene in genere a livello medico dando sostanze che permettono di aumentare il livello della serotonina, l’ormone della felicità. Se la situazione è particolarmente grave si interviene a livello psichiatrico con psicofarmaci che ottundono le percezioni, così si vive in una specie di limbo, dove parti di sé sono rese offuscate...

Oggi, coloro che obiettivamente affrontano la questione, sanno che c’è qualcosa nell’organismo che è andato fuori posto. Se penso a Carl Pfeiffer, amico di Linus Pauling, il famoso scienziato, due volte premio Nobel individuale, che aveva portato a conoscenza del mondo gli incredibili effetti della vitamina C e delle vitamine in generale, ebbene, dicevo, Carl Pfeiffer aveva curato la schizofrenia, disturbo dichiarato incurabile dalla medicina, “semplicemente” con la somministrazione di forti dosaggi di vitamine, in modo particolare quelle del gruppo B. Questo sottolinea una volta di più quanto sia davvero nel corpo il nocciolo della questione.

Infatti si va particolarmente giù quando si è stanchi, o dopo eventi che hanno preso molta attenzione e sono costati molta tensione... Ecco perché si pensa che sia una questione di “consumo” di una qualche sostanza attiva nel fisico, che gli eventi pesanti bruciano e portano l’organismo in carenza.

Tutta questa premessa per dire che la questione “depressione” non può essere affrontata suggerendo alle persone di fermarsi, di “accettare” di essere depressi, per poi “leccarsi le ferite”. Questi sono assunti che non funzionano. Gli psicologi vecchia maniera si appoggiano ancora a queste convinzioni, ma chi guarda poi gli effettivi risultati ottenuti non può che rendersi conto che questo consiglio non porta ad alcuna risoluzione.

In più, c'è poi da sottolineare, come il continuo affermare lo stato di depressione, porta chi se lo sente dire a divenire depresso, anche se magari non lo è in tal misura... Perché se lo sente quasi imposto. E' incredibile quanto gioca la convinzione in queste situazioni, anzi no, in tutte le situazioni umane, davvero tutte tutte. Ultimamente sto constatando sempre di più che viviamo veramente in un contesto quantistico. Sono le convinzioni, anche e soprattutto quelle inconsce, che determinano la realtà. E in genere la limitano. Invece ci sono vie insospettate e nuove che permettono aperture davvero incredibili, a cui non ci si può arrivare se ci si lascia costringere da queste ristrette e “logiche” convinzioni.

Mi ha fatto “sorridere” quando giorni fa sentivo in un qualche programma trovato per caso, che si diceva come si stesse davvero iniziando a considerare il fatto che la medicina stia creando i malati. Mi spiego. In quell’intervento si diceva che stavano riscontrando in autopsie di persone di una certa età morte accidentalmente che avevano avuto dei tumori che il corpo si era curato da solo. Queste erano tutte persone che non “frequentavano” gli ambienti medici.
Ovvero non erano di quelle che andavano a farsi i controlli regolari, vivevano la loro vita e andavano avanti affrontando i diversi acciacchi e acciacchetti che via via potevano presentarsi. Ebbene, nei loro corpi si erano manifestati dei tumori, che come oggi ben sappiamo sono dei tentativi estremi di scarico di negatività ,messi in atto dal corpo quando cerca di liberarsi, che appunto erano andati a buon fine. Infatti le autopsie mettevano in evidenza la presenza di questa “malattiva” che si era poi rimarginata da sola.

Questo per dire che il condizionamento negativo operato dalla medicina che si allarma per ogni più piccolo segno nel corpo che non rientra nella “norma” e cerca accanitamente di “curarlo”, in definitiva permette al malessere di svilupparsi in maniera mortale. Adesso non approfondisco la questione perché ci sono molti altri particolari da aggiungere, che vanno ulteriormente a sottolineare le tante cose che la medicina, nella sua miopia, non considera. Mi fermo solo al fatto che la convinzione di malattia in definitiva aumenta lo sviluppo della patologia.

Ritornando alla depressione, mi sono accorta che davvero non si arriva ad alcuna risoluzione se si sta dentro all’accettazione. Una volta preso atto che sono successi eventi di dolore e ci si ferma un attimo per poter “scaricare” la sofferenza, poi non ci si può attardare in quelle considerazioni. Se lo si fa la situazione peggiora. Ho anche notato che a volte lo “scaricare” deve essere ripetuto nel tempo. Non perché non hai finito di piangere i tuoi lutti, ma perché la stanchezza consuma certi elementi che, quando presenti, ti fanno percepire la memoria del passato in modo più sereno.

In definitiva la risoluzione è quella di fermarsi un attimo per rigenerarsi, fisicamente, e non tanto per cercare il bandolo della matassa - quello proprio non fa la differenza -, dandosi però un tempo limite. Quando poi il tempo che ci siamo dati termina (e qui bisogna fare attenzione a non concedersi proroghe, perché l'inattività energetica porta a una certa indolenza che si rivela disastrosa se lasciata fare!), decidersi di voltare pagina aprendosi a nuove possibilità di pensiero.
Mi spiego. Se fino a poco prima abbiamo accettato la nostra miseria, perché era anche giusto, bisogna sempre darsi il tempo di piangere i lutti, ma poi non ci si deve crogiolare nella miserevolezza. Se ci siamo sentiti inadeguati, inetti, incapaci... e via dicendo, non è detto però che lo siamo stati sempre. Infatti, guardando con obiettività la propria vita, in genere si scoprono tutte le volte in cui siamo stati grandi e incredibilmente capaci. Ecco, a questo punto spostiamo l'ago della bilancia interiore sulle nostre possibilità, invece che fissarlo su quei momenti di calo e di incapacità. Da questa apertura si genera nuova energia e gli orizzonti finalmente si aprono!

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Spazio mio e spazio tuo/vostro/loro...

Il comportamento degli altri nei nostri confronti riflette sempre il nostro stato.
Se qualcuno ci pesta i piedi o è perché si è nel suo spazio, oppure è questo qualcuno che è nel nostro.
Allora, nel primo caso ci si può accorgere del nostro eccesso, se è il secondo, possiamo allora appurare di quanto invece siamo in difetto. Ma sono entrambi errati.
Importante è distinguere queste due modalità.
Spesso si pensa ingenuamente che l'invadenza altrui sia solo dovuta a un nostro eccesso, ma non è per niente così.
Il fatto che ci pestino i piedi spesso, anzi spessissimo, è dovuto al fatto che manchiamo nell'affermare agli altri il nostro spazio, così loro, non abbastanza avvisati, si prendono libertà che non dovrebbero.
A volte lo fanno perché sono loro a essere in eccesso e basta, e questa sovrabbondante carica energetica deborda. Altre volte lo fanno perché noi non siamo stati abbastanza decisi nell'informarli con determinazione che quello spazio in cui si sono "tranquillamente" allargati era ed è il nostro spazio.
Dunque, tornando allo specchio che la vita ci offre: quando accade un'usurpazione non si cada nella banalità di pensare che è perché noi usurpiamo e questa nostra "arroganza" ci viene di conseguenza rispecchiata.
Ho proprio appurato che il più delle volte deriva invece da una mancanza di consistenza energetica nell'occupare decisamente il proprio spazio... così gli altri, trovandolo libero, se lo prendono!
Se ci si mette ad affermare se stessi con la dovuta consistenza interiore questo poi non accade.
Il problema è riuscire a sviluppare una sufficiente e pacata, ma decisa, energia interiore...

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La buona terra

Ogni seme, ogni pianta, ha bisogno della sua terra per poter crescere in salute e bellezza. Cosa vuol dire? Ha bisogno di una terra tutta sua in cui radicare e ha bisogno anche della terra che gli corrisponde, altrimenti cresce male e sofferente.
Esattamente lo stesso per gli esseri umani.
Spesso però non accade. A differenza delle piante che appartengono allo spazio dove sono nate, non sempre noi umani apparteniamo all'ambiente in cui veniamo al mondo. Sono davvero rare le famiglie le cui "vibrazioni" corrispondono a tutte quelle dei figli e parenti. Non sempre per crudeltà però. A volte c'è davvero dell'affetto genuino, solo che la "pasta" di cui sono fatti certi membri non si "sposa" con quella degli altri. Per questo figli e genitori dovrebbero distanziarsi in fretta. Dare ai figli quello che necessitano per crescere, ma educarli ad andare via in fretta. Allo stesso tempo i figli devono lasciare la morsa sui genitori. Sì perché il legame insano è in genere reciproco.
Quando ci si costringe, invece, a "impastarsi" con ingredienti che non corrispondono, il risultato è disastroso. Nessuno realizza e manifesta le proprie potenzialità, anche se la "famigliola" riesce così ad assumere i connotati che la società/tradizione si aspetta. E tutti sono "contenti", "satolli" "appagati" - apparentemente però. Dentro qualcosa urla, ma a furia di non ascoltarlo la voce si spegne e così anche la vera natura della persona...

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Voglio crederci!



Dopo esserci resi conto di quanto i condizionamenti ricevuti dall'educazione e dall'ambiente ci abbiano minato l'autostima, e aver appurato che, in definitiva, davvero così pessimi poi non siamo, allora possiamo modificare la corrente del pensiero.
Se le onde generate da quei condizionamenti creavano dei mulinelli malefici, che ci risucchiavano nell'annichilimento, possiamo decidere di rompere il riflusso di quelle onde di pensiero. E' da lì che si deve iniziare.
Il pensiero "positivo" funziona solo se dapprima si spezza quell'orrendo sortilegio. Altrimenti ci si potrà imporre di essere positivi ma sarà come posare un tappeto, anche ricco e stupendo, su dello sporco non ripulito.
Se non riconosciamo di valere, con le nostre imperfezioni certo, e soprattutto con le nostre caratteristiche che non possono piacere a tutti - e che ciò nonostante abbiamo il diritto, anzi il dovere, di esprimere - ebbene la nostra casa interiore potrà essere tapezzata di tutti quei tappeti del pensiero positivo, ma comunque puzzerà.

Il riconoscersi ha un certo che di stupefacente: è come accorgersi di un qualcosa che è stato sempre lì e che non avevamo mai visto. All'improvviso lo vediamo e ciò che vediamo ci piace, ci allarga il cuore e ci rende immediatamente dritti. Se prima procedevamo storti sotto al peso di convincimenti autodistruttivi, ora ci accorgiamo che non provengono da noi, ma da qualcuno che, anche non apposta (non sempre i genitori sono davvero malefici!), ce li ha piazzati sulle spalle e sul cuore. Per questo possiamo rialzarci e farceli cadere giù da addosso.
In quel momento sentiamo nuovamente la linfa vitale che si risveglia: la nostra essenza si rigenera e possiamo allora affermare che sì, davvero, voglio crederci in me stesso. Non c'è forzatura in questo, proprio perché sentiamo la forza e l'apertura tornare a scorrere nelle nostre vene.

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I pensieri nascosti

Sono quelli più pericolosi, subdoli, proprio perché non ci si rende conto di averli. Molti anni fa, quando iniziavo a pubblicare questo genere di tematiche, ovvero che è il pensiero a creare la propria realtà - cosa per altro non nuova a chi approfondisce il pensiero mistico-esoterico -, un lettore mi scrisse stupito, affermando che lui no, no davvero, lui non voleva quella realtà e non la formulava neppure!

Già, a livello conscio nessuno di noi vuole realtà faticose, ma a livello inconscio come siamo messi?
Si fa l'errore di credere che siano solo i pensieri consci a contare, invece quelli non contano niente. Ciò che conta è la sostanza sottile del nostro essere.
Visto che così facilmente si cade in errore avevo smesso di chiamarli pensieri e ho iniziato a spiegare che è ciò che si muove dentro, nel più profondo di noi a creare la realtà.
Per esempio, quanti si professano "miti", e cercano quindi di esserlo, quando in realtà sono un groviglio interiore di rabbie inespresse! Ebbene quelli potranno pensare e ripensare di essere miti, ma non essendolo sul serio ciò che richiameranno nella loro realtà sarà sempre e solo situazioni di conflitto, in cui saranno sollecitati a far vedere quello che sono veramente, soprattutto a se stessi!

Quando finalmente si arriva a conoscere se stessi, ovvero a riconoscere le nostre reazioni immediate - che poi di solito non mostriamo perché siamo "educati" appunto - allora potremo iniziare a modificare quei pensieri. Che vengono, a mio giudizio, erroneamente, chiamati "pensieri", ma in effetti sono condizionamenti. Freud parlava di superego. Il famoso dito alzato dei genitori che ci redarguivano (spesso però facevano di peggio!) si radica nel profondo della nostra psiche in formazione come inciso nella nostra anima: "tu sei cattivo e come tale non meriti..."
Tutto inizia da lì, da quel dito alzato che ci schiacciava, nella sua potenza di genitore-dio, nei nostri confronti di creature inferiori. Ed è da lì che si deve iniziare.

Ovvero c'è da chiedersi: Ma oggi sono davvero così inferiore come mi è stato fatto credere? Con tutto quello che ho affrontato e superato, sono realmente la nullità che mi hanno sempre sbattuto in faccia?
In genere la risposta è No. Perché ce la siamo cavata, abbiamo tenuto testa a situazioni, anche terribili, da cui solitamente ne siamo usciti. Magari con le ossa rotta, ma ne siamo venuti fuori.
E' con questa presa di coscienza che piano piano riusciamo a vederci con occhi diversi e soprattutto più realistici. E' da lì che poco alla volta possiamo far svanire quel dito alzato e sostituirlo con quello che siamo veramente. Sicuramente non perfetti, ma con buona volontà e tante capacità!

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In definitiva cosa voglio?



In genere sappiamo molto bene cosa non vogliamo, ma non abbiamo abbastanza chiarezza su cosa invece vorremmo davvero.
- A volte non riusciamo a essere realmente chiari, e soprattutto incisivi, perché il desiderio è tiepido. Così non si riesce ad accumulare la giusta quantità d'energia da concentrare.
- Altre volte invece l'intento non ha abbastanza forza, perché il focus non è centrato: mettiamo insieme diversi punti, più o meno simili e vicini, che però,nella loro anche minima diversità, disperdono l'energia.
- Altre volte ancora ci si focalizza su di un punto, e non ci rendiamo conto che invece non corrisponde in pieno al nostro essere. E di nuovo si disperde energia.

Come diceva Freud riusciamo a realizzare veramente solo quei desideri che corrispondono a una forte libido: ovvero a un potente impulso interiore. Non un interiore di testa, nemmeno un interiore emotivo, ma un interiore di pancia. Quello che corrisponde al nostro senso di vera e profondissima necessità, perché altrimenti - se non lo realizziamo - qualcosa dentro a noi muore.

Spesso lo sentiamo. Non è detto che sempre l'impulso sia inconscio. Eppure anche a percepirlo, entrano poi in gioco altri elementi devianti: come il cosìddetto "buon senso", che attraverso la ragione ci fa comprendere che prima ci sarebbero altre cose su cui puntare. E poi le emozioni, spesso erroneamente identificate con il "cuore", che ci portano dove le voglie puntano: gratificazioni del momento che, una volta realizzate, ci lasciano dentro il vuoto e non l'appagamento!

Eccoci di nuovo ai desideri della pancia, così imperiosi eppure negletti, a tal punto che infine, quando spossati ci decidiamo ad ascoltarli, non si riesce più a percepirli bene. Il loro volume è stato così abbassato che si deve fare un grande silenzio dentro, e fuori, per infine recuperare un qualche segno traccia da seguire...

Un primo passo per iniziare a comprendere le proprie vere istanze, è quello dell’equilibrio energetico.
Nella vita ciò che è fuori equilibrio perde il suo slancio benedetto e ci affossa in situazioni di grande ristagno. Lo stato da raggiungere è quello che si trova tra i due opposti. Non si deve peccare né per difetto né per eccesso

La PIGRIZIA l'INDOLENZA e la PASSIVITA' si contrappongono all'IPERATTIVITA'

L'essere TOLLERANTI e RINUNCIATARI all'AVIDITA', ARROGANZA

LA MORBIDEZZA dell'essere CEDEVOLI alla DUREZZA, e la RIGIDITA'

L'INGENUITA' dell'essere anche CREDULONI alla FALSITA'

Il giusto spessore energetico delle proprie azioni sta nel mezzo.
Grazie a un ritrovato equilibrio energetico si riesce a entrare in contatto con il proprio potenziale, che finalmente non risulta più così bloccato dentro al ristagno!

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Se la vita spaventa

Quando in Italia eravamo nel pieno degli anni di piombo mi sono trasferita a Lucerna, nella Svizzera tedesca dove ho concluso i miei studi e iniziato una mia vita familiare. Sebbene fossi abituata alla Svizzera, ci avevo anche studiato da ragazzina e in estate la frequentavo andando sempre a un qualche campo estivo, era però la prima volta che ci vivevo al di fuori di un contesto scolastico. Ovvero avevo una casa e un lavoro - insegnavo infatti al ginnasio e in diverse scuole secondarie della città e del cantone.
Quello che mi colpì, a parte le regole "ferree" di comportamento sociale e civile (alcune però davvero incredibili!), fu che ogni cosa sembrava dover essere assicurata. Ovvero non era data alcuna possibilità di perdita improvvisa. Ogni situazione, debitamente assicurata, veniva immediatamente rimborsata se, appunto, l'evento in questione si verificava. Chessò, mi cadeva un bicchiere in casa, ecco che l'assicurazione mi rimborsava dell'incidente. Perdevo la valigia, il libro sul treno, rompevo per sbaglio l'orologio... insomma ogni cosa che mi poteva creare un fastidio improvviso e inaspettato mi veniva diligentemente rimborsata.
La cosa era davvero stupefacente. Tuttavia quello che più mi fece specie era constatare che, sebbene si vivesse in uno stato così incredibilmente "rassicurante" le persone avevano paura, oserei dire praticamente di tutto. O meglio dell'imprevisto a cui possibilmente non erano arrivati a pensare per tutelarsi.
Quando aprirono il Gottardo e l'autostrada dal sud continuò senza più essere bloccata dalla navetta, che invece si doveva prendere prima, per passare dall'altra parte delle Alpi, la criminalità aumentò decisamente. In fondo da Milano ci si metteva due ore per arrivare!
Così capitò che il mio dentista venne derubato. I criminali erano una di quelle bande che ovviamente arrivavano dalla vicina Italia... Ebbene il poveretto, scioccato dall'evento, entrò in un forte esaurimento nervoso che lo costrinse ad allontanarsi dal lavoro per qualche mese!

Questo solo per citare uno degli innumerevoli e incredibili esempi. Io, che me li vedevo spiattellati lì sotto agli occhi, pensavo alla situazione lasciata in Italia, fra bombe e disordini incredibili, dove però anche la vita "normale" era tutta un'incognita: il borseggiatore di turno, chi ti voleva fregare vendendoti enciclopedie ipotetiche, la violenza di alcuni quartieri... Così mi dicevo, uno svizzero ci muore in Italia, per la paura però. E intanto ammiravo la capacità italiana di saper vivere nonostante tutto. Gli insegnanti insegnavano nonostante le scuole inappropriate e senza i mezzi didattivi. Ognuno cercava di fare quello che poteva, nonostante i disagi e le difficoltà per cui si smadonnava.

Piano piano la mentalità del cosiddetto "progresso" ci ha abituato a esigere una "tranquillità" che definirei "meccanica", ovvero a opera di macchine e non più per capacità di forza, resistenza, abilità umana... ecco che ora anche noi abbiamo paura di tutto. Tutto è diventato pericoloso, anche il tempo atmosferico... Se in inverno fa brutto tempo i toni sono allarmatissimi. Lo stesso per l'estate il cui caldo ci devasta, ma soprattutto destabilizza.
Insomma, quanto più cerchiamo di rendere sicura la nostra vita, tanto più intensa aumenta la paura. Perché è impossibile controllare tutto. L'unica cosa che invece potremmo fare è quella di diventare più forti. Come si suol dire quando un cavallo è troppo debole per trainare il carro non si alleggerisce il peso, ma si rende più forte l'animale, così che possa reggere lo sforzo.
Un po' brutale come esmpio, ma rende l'idea. Se la vita ci spaventa dovremmo allenarci a divenire più forti, più resistenti, più duttili anche. Se non facessero così non ci sarebbero sportivi che puntano a superare i limiti e superare così se stessi.
La vita è un allenamento dopo tutto. Ma in molti non ci pensano, e così vivono nella paura...

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We feel fine

Ebbene il sito wefeelfine monitora tutto il web e cattura tutto quanto vi viene scritto, così che, cliccando poi sul loro schermo, si acchiappano di volta in volta le frasi scritte in questo nostro spazio virtuale.
E questo è già incredibile e affascinante.
Quello che mi ha invece procurato un senso di sollievo è stata la statistica. Ebbene ecco qui di seguito, in ordine decrescente (ovvero dal più alto al più basso), i feelings più registrati:
"better" - meglio - menzionato 128.155 volte;
"bad" - male - indicato 93.390 volte;
"good" - bene - scitto 76.610 volte;
"right" - a posto - 40.683 volte;
"guilty" - in colpa - 31.591;
"sick" - malato - 27.706;
ecc.
ecc.

Il che mi fa piacere. Proprio pochi minuti prima mi era capitato di leggere come, la scorsa estate, ci sia stato uno sbocciare massiccio di fiori di loto a Los Angeles
La notizia mi aveva aperto il cuore, come se l'energia divina mi stesse parlando e dicendo: lo vedi che ci siamo? e non vi abbandoniamo?
E a quel punto anche i crop circles, che ho sempre osservato con una certa inquietudine, mi viene la tentazione di accettarli, anche loro, come dei segni positivi.
In effetti, se è il nostro modo di sentire che crea la realtà, è meglio "condizioanrsi" a sentire in modo propositivo.
Il fatto che poi, nella statistica di wefeelfine, il sentimento buono prevalga sul senso di depressione che i media continuano a insinuarci, mi fa proprio constatare che veramente, in fondo di noi, c'è sempre, quella che Camus chiamava un'invincibile estate!
Au milieu de l'hiver, j'ai découvert en moi un invincible été

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Il potere del disagio

In questi ultimi tempi ho scoperto una cosa importante: la necessità terapeutica, paraclita quasi del disagio. Quando qualcosa accade - ed è giusto che sia accaduta -, ebbene quel malessere, dispiacere, colpo, sono tutte conseguenze che, in un qualche modo, dentro lavorano, fanno spazio a nuove consapevolezze, generano nuove modalità.
A volte si è tentati di correre ai ripari per evitare il disagio, per uscirne fuori in fretta, o anche per tutelare chi noi amiamo e si trova in quel malessere. Invece è da lasciare che quel disagio, proprio come una febbre, faccia il suo lavoro: che è quello di bruciare il negativo.
Abbiamo paura delle febbre, che invece è una reazione terapeutica del nostro corpo che si autoguarisce. Allo stesso modo il disagio. Ci avvisa che c'è qualcosa da rivedere e correggere. Altre volte, quando già tali passi migliorativi sono stati intrapresi, è solo l'eco delle azioni compiute, che ora devono assestarsi, mentre la coscienza le integra per farle diventare sue.

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I colori di oggi

Lo spiraglio
Color by COLOURlovers

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Tapping in italiano

Un'amica mi ha passato questo link, in risposta ai miei in inglese e americano che le avevo mandato. Se anche qualcuno di voi ha difficoltà a comprendere questa lingua e necessita dunque di un qualcosa in italiano, ho trovato questo sito e l'istruttore davvero buoni. Più europei delle classiche traduzioni dall'americano, che riprodotti in italiano per me stonano davvero. Qui in questo sito Guarigione naturale, ho trovato un rigore semplice e senza calcature, caratteristica quest'ultima dove in genere gli europei invece eccedono. Sappiatemi dire se vi è piaciuto!

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Collocarsi

Come dicevo ieri, proprio giocando con i colori, mi sono resa pienamente conto di quanto importante siano i giusti abbinamenti con altri colori e con le forme più indicate.
Un determinato colore cambia totalmente se inserito accanto a dei colori il cui insieme lo fa, per esempio, diventare apprezzabile, se prima lo percepivamo come antipatico; oppure, di contro, ciò che si sentiva bello diventa incredibilmente "brutto", stonato, se assieme ad altri colori, magari belli di per sé che però assieme a quello specifico colore lo fanno risultare fastidioso.

Quindi, ragionavo ieri, lo stesso accade con le persone e le situazione. Una persona splendida, in un determinato contesto può divenire invisibile e inutile - nel senso che non può utilizzare le proprie caratteristiche. Altre persone, magari discutibili, nel giusto contesto diventano invece sinergiche compagne...
Mi viene in mente quanto Del Giudice sottolineasse gli effetti ottimali della Coerenza di specie:
... un insieme di corpi , quando essi fossero in grado di mettere in fase (cioè di far risuonare) le loro fluttuazioni quantistiche, [danno vita a] un'interazione attrattiva. Data la sua fluttuabilità, un sistema quantistico ha la possibilità di esplorare l'ambiente circostante e perciò di scoprire quale sia la configurazione di minima energia... (Dal mio articolo: La coerenza di specie)
Più avanti nell'articolo sintetizzo l'importanza della Coerenza di specie:
In parole più comuni, quanto spiegato dal professor Del Giudice conferma ciò che la fisica classica non prevede ma che, attraverso le scoperte della fisica quantistica si è arrivati ad appurare, ovvero come i corpi possono, grazie alla fluttuabilità posseduta dalla materia, trovare ciò con cui entrare in risonanza e assumere un aspetto coerente, in fase, cioè sincronico tra loro.
Questa “coerentizzazione” porta i vari sistemi che compongono il gruppo in fase, che Del Giudice rapporta a i componenti di un corpo di ballo, a:
1) una rigenerazione energetica del singolo innanzitutto – in quanto viene ceduto all'esterno l'eccesso energetico non metabolizzato, causa primaria di malattie;
2) anche a una compattizzazione dell'energia nel gruppo stesso, che diventa fortemente protettiva nei confronti dei singoli, difendendoli dalle intromissioni esterne.
Dunque è quanto mai importante collocarsi nel contesto in cui si potrà esprimere se stessi e le proprie potenzialità al meglio. In altre parole è importante trovare, ciò che del Giudice chiama, il Gruppo di appartenenza.

Oggi, con questo "buonismo" dilagante e insulso, ci si continua a far violenza per cercare di essere buoni. A parte il fatto che tutto ciò che è imposto non rappresenta certamente quello che si è dentro. Se ci si impone bontà è perché non si è buoni!
Questa forzatura impedisce al contempo di comprendere le proprie qualità e soprattutto di convalidare la ricerca personale che porta a voler trovare i propri "amici", ovvero di coloro che spiritualmente ci corrispondono.
Del resto, in un'orchestra, i violini stanno da una parte e le gran casse dall'altra. In una sinfonia non si può dire che i violini siano migliori dei tamburi. Ci vogliono entrambi per creare la bellezza della melodia. Però ognuno nella giusta collocazione e insieme ai suoi compagni!

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Spoons - Cucchiai

Come dicevo nel post Il bandolo della matassa, ci sono delle emozioni negative che si fissano in noi e continuano a perpetrarsi nel tempo e oltre al tempo... Imponendoci le nostre reazioni coatte in risposta a quelle situazioni che fanno da triggers - ovvero da fattore scatenante.

Chi, come me, ama il British Humour conoscerà sicuramente il simpaticissimo attore Simon Pegg (Shaun of the Dead). In un esilarante sketch: Spoons, della serie Big Train, proposta dalla British Television, assistiamo alla presentazione di un nuovo responsabile che si introduce agli impiegati con cui lavorerà. Durante questa conversarione confessa poi con nonchalance di avere una fobia. Il nome di ciò che gli procura reazioni disastrose è scritto su un foglietto di carta, che il responsabile - Simon Pegg - tira fuori dalla tasca e fa passare agli stupiti impiegati che leggono la parola: Spoons, ovvero Cucchiai.
In quel mentre arriva un ritardatario che era andato a prendersi un tè e che, accanto alla tazza, maneggia un cucchiaino. Nella frazione di un secondo succede tutto, lasciando gli impiegati e noi che assistiamo, senza parole.

Ecco il fattore scatenante è apparso e la reazione coatta è immediata e irrefrenabile. Oggetti e situazioni di per sé innocenti ci scatenano il finimondo dentro perché associati a situazioni emotivamente molto forti e negative.
Non tutti sono però così evidenti, per la maggior parte le reazioni sono subdole e per questo anche più "pericolose" perché non ne riconosciamo il reale danno alla nostra autorealizzazione. E così viviamo continuamente costretti, quando invece potremmo liberarci.

Non tutti hanno però voglia di farlo. Rimaniamo comunque una razza, in cui davvero la pigrizia è la madre di tutti i nostri problemi!

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Un omaggio



Desidero fare un omaggio a un artista che trovo quasi insuperabile nel suo modo di esprimere lo spirito degli animali in natura: Marcus Parisini.
Di loro rappresenta quella forza dell'esserci, che per me è l'insegnamento. Esserci, in quella completa aderenza alle proprie caratteristiche ed energie.

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Il bandolo della matassa

A quanto pare ci sono emozioni che si fissano in noi e si perpetuano nel tempo, superando i confini delle varie nostre incarnazioni, ripresentandosi così, puntuali, vita dopo vita, fino a quando, finalmente, si arriva a scioglierle.
Sì perché si tratta di emozioni non risolte. O perché una forte tensione ce le ha fissate dentro, o perché non abbiamo finito di viverle e sono quindi rimaste a metà, o perché un trauma ce le ha "congelate"...

Sembrerebbe proprio che siamo dei contenitori di "emozioni" da risolvere, e che ne abbiamo parecchie dentro da sistemare. E non solo di nostre, ma anche quelle dei nostri antenati con cui siamo in risonanza. Energie imprigionate nell'insoluto, che si infiltrano nei corpi della progenie più corrispondente, e che, infine, riuscendo noi a stemperarle, arriviamo ad aiutare pure loro, i nostri avi, a pulire il loro karma...

Entriamo nella vita con un carico che ci condiziona e costringe, di cui è importante liberarsene sciogliendo le occlusioni. Diverse tecniche dell'Energy Psychology mirano a tale scopo. Fra le molte che sto valutando ormai da un pio' di tempo, fra cui l'EFT (Emotional Freedom Techique) che si rifà al Do In, una tecnica di automassaggio, a base di picchiettamenti e altre simili stimolazioni dei canali energetici sottili, insegnati dalla Medicina Tradizionale Cinese, mi è piaciuta per essenzialità e immediatezza, anche e soprattutto del video presentato, quella di Tapping (in inglese). Su You Tube c'è tutta una serie di loro sequenze. Ma come queste molti altri i video a disposizione di tecniche simili o uguali proposti da altri operatori.

Nella loro pagina web portano alcune informazioni immediate che ho qui sintetizzato:
When we are emotionally attached to a thought, or to a feeling, this becomes a belief.
A Belief is a Thought that we are Emotionally Attached to.

Good emotions occur when nervous energy can roam freely in the body. Bad emotions occur when nervous energy gets stuck.
This is why we feel different emotions in different parts of our body. Sometimes we feel nervous in our stomachs, stress in our shoulders, fear in our hands, etc. Energy is trapped in nerve channels that run through those parts of the body.

The emotion that is attached to a particular belief might be very strong, so we don't even notice the belief, just the feeling. It might be very weak so we don't even notice that there is a feeling attached to the words. But the feeling is there, otherwise we would not hold the belief.

Tiredness and Hunger (and probably needing to pee and all sorts of other body signals) are interpreted by the body as a negative feeling. They are very useful negative feelings as if we don't listen to them we pass out or starve (or burst!).

Sometimes though, we associate, say, tiredness, with say, sitting in a lecture theatre. This particularly happens when we spend three years at University sitting in lecture theatres tired, hungover, bored, and confused.

Similarly, who knows what our minds associate with being hungry. We can certainly associate it with sitting in a seminar room. Our minds are wonderfully powerful learning machines, and all it takes is one time when you were really hungry and sat in a chair, to associate sitting down with hunger. When that association is triggered we feel FakeHungry or FakeTired, and the system is designed so that you can't tell the difference between that and the real thing.
Tapping Balances the Nervous System

When we tap, we say the belief out loud to bring up the corresponding emotion in the nervous system. Then we tap the various points to reset the system. Each point is the end of a nerve channel in the body. Tapping sends a shockwave down that channel.

There is no easy way to know which nerve channel is holding a particular emotion, so we just tap them all. Sometimes when you have done a lot of tapping you'll be able to just feel where it is, and you'll feel it clear as you tap it.

When the emotion is gone, your mind is no longer attached to the belief. Suddenly your mind is free to re-process it, and realise it isn't true or that there are easy ways around it.

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Rimanere senza parole



A volte le parole sfuggono, perché i concetti non sono abbastanza chiari e definiti. Altre volte invece la stanchezza spegne le cellule cerebrali e ci si trova disconnessi...

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I piccoli piaceri della vita



Nel blog Laissezfaire trovo questo post in cui si propone la bellezza dei piaceri semplici e caserecci. E' vero, sono situazioni che riscaldano il cuore. Tuttavia ho constatato che esattamente le stesse cose possono però intrappolare. Si sognano nicchie calde e accoglienti che, nel loro tepore, ripropongono quasi l'utero materno in cui ci si vuole rifugiare.
Va bene ogni tanto farlo, ma quando questo diventa una necessità, allora non credo che sia più salutare. Che siano fughe o un bisogno di nascondersi, se sono reazioni continuate ebbene, sicuramente, lì dietro c'è qualcosa da sistemare!

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Lo spazio tra noi

Stavo pensando all'importanza dello spazio che si deve mantenere tra gli esseri umani. Si chiama spazio prossemico e indica quella distanza che si reputa necessaria per sentirsi al sicuro. All'inizio serviva per avere abbastanza spazio di fuga e veniva calcolato essere corrispondente alla lunghezza del proprio braccio. Poi si sono rilevate delle differenza, a seconda delle persone con cui ci si trova.

Con persona intime si sta a una distanza massima di 30-45 centimetri. Con gli amici e conoscenti in genere si sta a dai 30-45 centimetri fino al metro circa. Nel sociale si sta da un metro a tre.
A questo proposito mi venuto in mente che nel nord Italia, lo spazio prossemico sociale è maggiore a quello che si dà nel sud. Mi ricordo infatti il disagio provato dal sentirmi continuamente "invasa", bonariamente, quando mi è capitato di trovarmi al sud. O ancora adesso, se in giro, qui nel nord, mi si avvicina una persona del sud tenderà a starmi più "addosso", mentre io, istintivamente, retrocederò...
In altre parole lo spazio prossemico indica lo spazio personale che si tende a mantenere nelle situazioni normali (ovviamente si si deve stare in metrò nell'ora di punta non ci si starà a formalizzare se l'ombrello del nostro vicino ci sta quasi impiantato sotto a una scapola...)

Un amico mi ha fatto notare quanto sia importante lo spazio, anzi la giusta distanza, anche nelle relazioni più intime e personali. Abbiamo constatato che solo mantenendo quella giusta distanza, che è generata dalla libertà individuale di essere, si riesce a stare insieme in modo davvero sinergico, senza correre il rischio di annullarsi e venire annullati dall'altro.

Il problema è che invece le persone anelano a quella fusione totale e totalizzante. Questo credo che derivi dal fatto che ci si sente incompleti e si cerca così la completezza nell'altro. Errore più grande non si può fare!

(PS - Ho trovato un post interessante sulla "bolla prossemica" al link indicato e il blog tutto è consigliabile!)

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L'importanza della realtà

C'è poco da dire: se si sta troppo nelle formalità imposte non si riconosce il terreno in cui si sta. Si sposta la propria attenzioni su ottave di molto superiori e si finisce con l'agire in falsetto.
La realtà è invece dove radica il nostro essere, se non ne prendiamo atto non possiamo attingere alla forza di questa connessione, o al suo veleno. Sì perché ci sono realtà buone, che rinforzano e nutrono, e ci sono realtà cattive, che avvelenano. Il disagio che queste ci procurano, con quell'avvelenamento in atto, diventa la chiarezza e soprattutto la forza delle conseguenti decisioni da prendere, per tirarci fuori dalla "tossicità" di quelle situazioni.
Nutrimento o disagio sono la realtà: è indispensabile il loro riconoscimento. Se a causa della formalità imposta ce ne distanziamo, ci allontaniamo dal terreno in cui siamo impiantati e il rischio di deperimento per incompatibilità è forte!

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Lila: il gioco cosmico

Viene chiamato Lila, quel "gioco" del divino che a noi piccoli esseri umani risulta in genere incomprensibile, a volte uno scherzo, un gioco appunto.
Principalmente è lo specchio: se noi siamo vuoti ci ritorna il vuoto, se siamo dubbiosi ci ritorna l'instabilità, se siamo rabbiosi ci ritorna l'aggressività, e via dicendo.
Il problema è che in genere non ci rendiamo davvero di quello che siamo realmente. Magari siamo tremendamente vuoti e noi ci pensiamo pieni, per cui facciamo fatica a interpretare quello che Lila ci ritorna. "Ma come" ci diciamo, "come faccio ad avere in cambio questo quando io non sono così?".
E invece lo siamo!
Dunque ci sarebbe davvero da andare a investigare il reale stato della nostra interiorità per poi riempirci di divino. A quel punto la ricchezza interiore sarebbe reale!

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Omaggio a Roerich

Per me l'arte non può essere solo maestrìa nel rendere manualmente l'immagine della realtà. Io ho un po' una visione etica dell'arte, nel senso filosofico del termine. Ovvero l'estetica ha anche un dovere etico per me. Chiaro, non saranno tutti d'accordo e va bene. Per il nutrimento del mio animo e per il mio benessere io opto però per l'elevazione spirituale anche nell'arte. Che, capiamoci bene, non ha nulla a che vedere con l'emozionalità intensa e fantastica di molti autori "new age". L'arte spirituale ha da un lato pulizia di forme e colori e dall'altro quella classicità che non trascende. L'esempio più completo me lo offre Roerich, di cui avevo scritto diversi anni fa e che ora ripropongo, in connessione con la pagina dedicata agli aforismi del maestro Morya, che la moglie di Roerich, Helena aveva trascritto.

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La gestazione di un nuovo mondo

Si può stare al tranquillo nella propria realtà interiore. Specie se l'abbiamo curata e conosciamo i suoi movimenti. Pur faticosi che possano essere ormai li conosciamo e in genere ci abbiamo imparato a convivere o addirittura a sfruttarli al meglio. Solo che poi la constatazione che comunque non bastiamo a noi stessi arriva e ci tocca così interagire con gli altri.
Esattamente lo stesso però dovrebbe avvenire in coloro che sono troppo con gli altri. A un certo punto anche loro dovrebbero arrivaer alla constatazione che devono anche interagire con se stessi, con il loro dentro e tutti i suoi movimenti.

Io appartengo di più alla prima categoria. Sto bene con me stessa, ho creato un microclima interiore che si manifesta verso l'esterno e, per certi versi, ora mi protegge pure da interferenze troppo dissacranti. Insomma sto bene al riparo dentro di me e con quel contatto esterno che, pur lasciando entrare, filtra e mantiene le distanze necessarie.
Solo che così gli spintoni forti non arrivano. L'equilibrio diventa addirittura un po' statico e, a mio sentire, smette pure di dare le scosse necessarie a rivedere totalmente il proprio modo di percepire e conoscere, e di rivedere i propri convincimenti.
A volte ho provato a cercarmi gli scossoni, ad aprirmi a tal punto da lasciare entrare di tutto. Poi ho imparato che questa modalità non è buona, è violenta e insensata. Bisogna dunque solo aspettare che il giusto scossone per noi arrivi e ci "devasti". Così, in mezzo alla profonda insicurezza che questo genera, allo sconforto del non sentirsi più al sicuro nel proprio mondo, al timore di fare gli inevitabili passi falsi che comunque si intraprenderanno, ma anche alla conturbante emozione creata dal nuovo e dal frammischiarsi della propria energia con quella dell'altro, si procede. Il proprio mondo viene occupato da nuove sensazioni, intuizioni, scoperte. La propria energia assommata a quella dell'altro inizia a generare il nuovo, per colore, frequenza e conoscenze. E si dà inizio così a una gestazione che, se ben curata, produrrà buoni frutti, ma soprattutto crescita e liberazione.

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A casa nel corpo

Credo sia fondamentale avere un buon rapporto col proprio corpo. Il che significa conoscerlo, sapere come reagisce e perché reagisce in quel modo quando manifesta del disagio. Significa anche e soprattutto averne cura. Proprio come si fa con la propria casa o la propria auto che si devono dar loro le attenzioni necessarie a una buona manutenzione.

Arrivata dove sono oggi, constato che finalmente ho sviluppato un ottimo rapporto col mio corpo. Se c'è qualcosa che non va in genere so sempre perché e soprattutto so come accompagnare il mio corpo a riprendersi, anche se ciò comporta dei sacrifici, come quando faccio i miei digiuni. Un po' più difficile è invece comprendere quando è dalla psiche che si genera il disagio. Anche perché se l'inconscio è costretto a parlare attraverso il corpo è perché i segnali di fastidio espressi altrimenti non sono stati percepiti.
Lì c'è bisogno di maggior apertura nel considerare le possibilità e soprattutto nell'accettarle. Spesso è infatti proprio questo il problema: non vogliamo, o non possiamo, accettare che certi malesseri interiori siano dentro di noi. Non vogliamo, o non possiamo, accettare il dolore che il loro riconoscimento comporterebbe.

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Felicità



Non è una novità, ma è sempre bene ricordarselo ripetendoselo: "La chiave della felicità è seguire le proprie intuizioni, al posto delle opinioni e aspettative degli altri".

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Una questione di energia

C'è quella frase sibillina del Cristo che afferma "a chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (Mc 4, 25), che, in ultima analisi, viene poi riproposta dai detti popolari: "piove sempre sul bagnato" - o, nel caso del negativo: ""le sfortune non vengono mai sole".
E' sempre una questione di energia, carica interiore. In base a quello che si ha e all'uso che se ne fa (vi ricordate vero la parabola dei Talenti - Mt. 25, 14-30) così l'energia divina, o cosmica se si preferisce, risponde. L'eco dipende sempre dalla voce di partenza, quanto più potente tanto più evidente sarà la risposta.

Ecco perché le discipline spirituali, quando non sono state ancora inquinate dal mentalismo della tendenza occidentale a essere dei puri (e quanto inutili!) teorici, affermano e consigliano di tenere in buona efficienza il corpo. E' con questo mezzo che attingiamo all'Energia che ci offre la carica vitale necessaria per avere una forte "voce" e ottenere una forte eco di risposta! Quando si dice "nel corpo lo Spirito" è questo che si vuole evidenziare.

E' però anche vero che le continue battaglie esistenziali, i disguidi, i problemi quotidiani banali a volte, e davvero fastidiose altre, ci prosciugano. E lì, a quel punto, la nostra "voce" è un sussurrio che non richiama alcuna risposta positiva. E' troppo debole per generare qualcosa di carico. Arrivati a quella fase siamo evidentemente in "minus", e il meno richiama sempre il meno in risonanza, ovvero il negativo. Inizia così la spirale in discesa, degli eventi che letteralmente ci mangiano vivi e, prima o poi, si dovrà gettare la spugna, vinti.

Cosa fare per non arrivare lì? Ma è chiaro, ricaricare l'energia del proprio corpo e sollecitare quello che sia i mistici, sia gli esoteristi, chiamano l'intervento della Pura Energia, di cui comunque noi siamo fatti. Per questo tema vi invito al post successivo.

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La preghiera di guarigione

Finalmente riesco a introdurre l'invito di cui accennavo nel post scorso, per la lettura dell'articolo: "l'energia della preghiera".

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Il corpo

In un’epoca come la nostra dove l’attenzione alla forma è così accentuata si direbbe che il corpo possa essere diventato un compagno integrato della nostra esistenza. Invece, spesso, non è così. Tutta questa attenzione non rivela intimità e il corpo, nonostante la presunta esaltazione, è ancora un aspetto poco ascoltato, riconosciuto, capito… “Il corpo parla, e parla un linguaggio che anticipa e trascende l’espressione verbale.” Così scrive l’Autore: Luciano Manicardi, monaco di Bose.
Certo che un monaco ci parli di corpo, quasi quasi fa un po’ specie. Eppure è proprio questo il punto: noi il corpo o lo esaltiamo o lo rifiutiamo, ma in definitiva, in ambedue i casi non lo integriamo. Invece il corpo è da conoscere, non tanto anatomicamente, bensì nella sua espressività. “Il corpo è il nostro modo di essere nel mondo, di prendervi parte, di rispondere ai suoi molteplici richiami e alle sue sollecitazioni di gioia o di dolore, cose tutte che plasmano il nostro corpo, fino a renderlo immagine fedele del nostro carattere, di chi noi siamo. Il corpo viene costruito da noi, dagli altri, dagli eventi…”
Attraverso il suo testo l’Autore non solo ci porta a integrare una visione più sana del corpo ma ci permette al contempo di riesaminare la questioneper arrivare a ricordare che il corpo è pure una manifestazione divina. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Per cui noi - insieme di corpo e spirito - siamo preziosi a Dio non solo nell’anima, ma anche nel corpo e nelle sue funzioni. (Luciano Manicardi, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose)

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Ritmi vitali

Il sole sta tramontando. Dalla mia finestra, che dà sul tetto ed è disposta a sud, mi vedo l'alba e il tramonto. Così ho più presente la durata della giornata che mi inizia con questo sole a sinistra, che poi mi passa proprio davanti e mi costringe a chiudere le imposte, che altrimenti tutta quella luce sullo schermo del computer mi impedisce di lavorare, e poi verso le sei, quando a destra lo scorgo scendere dall'orizzonte in questo momento dell'anno.
Fra poco inizierò a vedere Sirio, una fra le stelle più luminose del nostro cielo e la notte, piano piano, si stenderà davanti a me.
Io credo di essere molto fortunata a potermi gustare giorno dopo giorno, dalla mia finestra, il ritmo delle stagioni. E' questo movimento, regolare, scandito bene dai suoi tempi, che fa bene. Sappiamo che al mattino il sole sorge sempre. Anche quando non lo si vede, lui però c'è, è in piedi e non si attarda a poltrire. Fa bene il suo lavoro per tutto il giorno, a volte aiutato da altri fattori atmosferici, e poi va nel riposo, e non si attarda a gozzovigliare...
E così, dato che la mia vita di suo è molto irregolare, io mi aggrappo alla regolarità della natura, che mi aiuta a mantenere comunque un ritmo, salutare.

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L'accidia

E' una di quelle parole che sa tanto di chiesa oscurantista, da cui istintivamente ci si vuole tenere alla larga. Invece è un termine che si dovrebbe davvero approfondire. Lo si può tradurre in diversi modi, e può essere sintetizzato nel "male dell'animo", ansietà del cuore. Non solo di chi ha scelto una vita più ascetica ma è inteso in senso lato. Ovvero quell'affanno, inquietudine, apprensione strisciante e subdola, che incupisce e svuota, e rode l'animo umano.
A me sorprende a volte trovare libri di spiritualità cristiana che fanno una divisione, per quanto riguarda appunto l'accidia, tra i laici, gli esseri umani comuni, quelli che non pensano nemmeno alla lontana alle questioni interiori, e invece coloro che hanno fatto una scelta di vita religiosa più rigorosa. Sì perché se l'accidia è un male tipico di monaci e asceti, lo è però altrettanto dei comuni mortali! Ed è faticosa, e molto anche, sia per gli uni sia per gli altri. Solo che i religiosi, hanno dalla loro parte, che esiste molta letteratura che identifica con grande chiarezza i mali che opprimeranno loro l'anima, così da aiutarli nel riconoscerli, ma soprattutto a combatterli.

Gabriel Bunge (clicca sull'immaginina) è un tedesco, nato a Colonia in piena guerra, nel 1940, da padre luterano e madre cattolica.
A 22 anni è entrato nel monastero di Chevetogne, in Belgio, diventando monaco benedettino e nel 1972 sacerdote, con una formazione ispirata alla tradizione orientale. Allievo di Ratzinger, dentro di lui maturava però il progetto di fare l’eremita, che era stato il suo ideale sin da giovanissimo, fino a quando nel 1980 ottenne il permesso condurre una vita più ritirata e contemplativa, eremitica dunque

Questo uomo così "rotondo", nel senso che il suo animo ha abbracciato e realizzato molte profondità spirituali che divulga con amabilità, parla dell'accedia come di un male che si insinua, potente, nell'essere umano. Sia laico, sia religioso. Questa caratteristica appartiene al male in genere che Bunge vede alla stessa stregua di un "parassita":
Il male appare così come una potenza per sua natura estranea, che dall’esterno cerca di insinuarsi nella persona per poi, una volta ammessa, pervertirla dall’interno ed estraniarla così da Dio. (Da "Akedia, il male oscuro", Edizioni Qiqajon)
Questo male, che si insinua come un cancro, riesce a farlo perché trova un terreno su cui può proliferare, dato soprattutto dalla poca forza interiore. Del resto, anche in naturopatia si dice che la malattia prolifera dove il terreno è debole!
Dunque è necessario fortificarsi interiormente e il consiglio, sia da oriente sia da occidente, ovvero in tutti i pensieri spirituali dell'umanità, è quello della preghiera.
Solo che qui da noi, impiastricciati come siamo di devozionalismo pietoso, la preghiera è spesso intesa come una specie di "lamento" accorato, innalzato per impietosire il divino e ottenere il suo provvidenziale intervento. Certo, ci sono persone che devono fare così, la loro evoluzione interiore è a quello stadio. Ci sono però molte altre che devono invece recuperare l'amicizia con Dio, da ciò la necessità di una preghiera diversa.
Ma di questo parlerò più avanti.

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Passeggiate

Un delizioso libro che ci accompagna a ritrovare noi stessi attraverso una pratica semplice e alla portata di tutti: il percorrere le strade del nostro mondo, quello che stanno vicino, dietro a casa, senza bisogno di grossi programmi e spostamenti. E, infatti, una strada nella campagna vicina si trasforma in un sentiero verso una propria centratura, lo si percorre senza fretta, godendosi il cammino, il panorama, le situazioni che di volta in volta si presentano ai nostri occhi…”La strada, un uso eccellente della lentezza: intendo dire della nostra capacità di attardarci accanto a ciò che se lo merita.” Così l’Autore ci spiega il metodo più indicato per percorrere le strade che ci conducono alla consapevolezza! Strada facendo, il ritmo frenetico di questi nostri cuori sovraeccitati, si calma e dentro di noi qualcosa comincia a raccontarsi: i nostri sogni, quelli che forse abbiamo dimenticato o perduto; o i nostri ricordi dei bambini o giovani che eravamo; le nostre sensazioni di fronte a paesaggi di cui avevamo scordato il sapore. Mentre percorriamo a passo leggero la nostra strada cominciamo, poco alla volta, a tornare presenti nel presente, ritroviamo il contatto con noi stessi e con la nostra vita, i nostri errori di percorso e quelli che ormai hanno cambiato il corso di questa nostra umana esistenza e, all’improvviso, non ci sentiamo più dei perdenti, ma degli esseri umani che hanno vissuto, hanno cercato di fare del loro meglio, anche quando si sono persi in illusioni che non li hanno portati da nessuna parte. Non è, infatti, detto che, per forza, le strade della nostra vita debbano condurci da qualche parte, spesso, anche le strade senza uscita hanno un loro senso. (Pierre Sansot - Pratiche Editrice /Saggiatore)

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Il digiuno

Nei miei lunghi anni fuori dall'Italia (l'ho lasciata nel '77 e ci sono tornata definitivamente nel '94), avevo preso la sana e rigenerante abitudine di praticare degli intensi digiuni di guarigione. Mi piaceva digiunare, mi piaceva la sensazione di fatica che si deve affrontare all'inizio, quando ti devi abituare a non ascoltare la fame che invece incalza. Questi digiuni annuali che io facevo per almeno tre/quattro settimane, mi davano la salute e mi mantenevano in linea.
Arrivata in Italia, solo l'accenno al digiuno metteva in fibrillazione ansiosa tutti quanti che, alla fine, con la loro costante e assillante apprensione, hanno finito col condizionarmi a crederla una pratica pericolosa. Ho così iniziato ad andare da vari terapeuti del naturale per "imparare" ad alimentarmi correttamente. Negli anni ho cercato di applicare diverse diete terapeutiche, alcune con la carne, altre senza. Ma il risultato non è stato solo quello di appesantirmi, ma anche quello di perderci in benessere. Niente di particolare solo non ero in forma.

L'anno scorso la svolta. A febbraio ho letteralmente mandato a quel paese tutti quanti e ho iniziato il mio adorato digiuno. Il problema era che comunque lavoravo e mi dovevo spostare in diversi luoghi, e poi era freddo, si abbassa tremendamente la temperatura quando si digiuna... Ciò nonostante l'ho fatto con quella determinazione cocciuta che mi piace risentirmi nascere dentro, quando decido qualcosa.
E stato davvero duro, il freddo innanzitutto, e poi la fatica. Sì perché quando facevo una volta il digiuno, era estate ed era il mese in cui mi prendevo libero da impegni. Invece l'anno scorso io mi dovevo spostare sui treni, con i miei bagagli appresso. Dopo dieci giorni di digiuno ero arrivata a un tale sfinimento da avere abbassata addirittura la voce. Era chiaro che dovevo fare qualcosa. Interrompere però non mi andava, così ho deciso di alternare un giorno di digiuno a un giorno di sole verdure, senza ovviamente condimenti né altro di nessun tipo. Sono così riuscita a proseguire fino a giugno, quando, piano piano, ho reintrodotto il cibo.
In autunno la mia alimentazione era normale ed è andata avanti fino alla fine dell'anno.
Con il primo di gennaio ho instaurato un regime di soli cereali e verdure, con niente altro, in preparazione del mio nuovo digiuno che inizierò a fine febbraio. Credo che siano i prodotti in un qualche modo lavorati a creare gli intasamenti. Le farine, innanzitutto, ma anche il latte e derivati, e i prodotti d'origine animale.

Mi rendo conto che il digiuno non può essere consigliato a tutti: si deve davvero conoscere il proprio corpo così da capire come sta reagendo e se è il caso di intervenire in un qualche altro modo. Inoltre la fame c'è, e come! Non tutti riescono a gestirsi le giornate accompagnate dal senso costante e assillante dei morsi della fame. Alcuni sostengono che la fame scompare dopo la prima settimana. A me, anche quando lo facevo di un mese il digiuno, non è mai scomparsa. Tuttavia non sono una persona golosa e questo credo mi aiuta a gestirla.

Quindi non lo consiglio. Tuttavia, coloro che come me sono nella posizione e capacità di poterlo fare, di sicuro concorderanno con me che si ritorna in forma e in linea. Le forze si rigenerano, sia quelle fisiche, sia quelle psichiche. E per me questo è davvero impagabile!

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