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interrogaZioni

e se mi parli io ascolto...

INVOKING GRACE

"Before I begin the healing, I start by listening to the soles of the person's feet who wishes to be healed. That way I receive their entire medical history.

Top: The Offering
"I begin the healing by making an offering to God with a prayer (the flower). I state my intention and ask God to join me in this healing. When my body suddenly becomes very hot and I feel my small hairs standing straight up, I know God is with me and I can go ahead with the healing."

Center piece: The State of Grace
"In those moments, I am completely open to God and feel the power of the Divine flowing through me."

Right and Left of Center: Ecstatic Bliss
"It is the power of love, the highest force in the universe that I use to perform the healing."

Bottom two: Gratitude Removing the flower from his crown chakra, he holds it in front of him in a Closing Mudra.
"At the end of each healing, I give thanks and express gratitude and peace ".

Balinese Shaman
Indonesia, 1995
Cross of 6

(Abbinato alle foto di Elisabeth Sunday, in mostra a Brescia)

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Il male buio: l'accidia

Scrive Luciano Manicardi, monaco a Bose:
“Accidia” è parola che deriva dal greco akedia, che in origine significava “disinteresse”, “negligenza”, “indifferenza”. Nella letteratura monastica antica essa diviene il “vizio” che colpisce soprattutto i monaci, in particolare gli anacoreti, ovvero quelli che vivono in regime di marcata solitudine. Accidia è allora disgusto per lo sforzo spirituale, atonia dell’anima, insofferenza di sé e della vita che si sta vivendo, incapacità di concentrarsi e di abitare la cella.
Si commette spesso l'errore di pensare che l'accidia sia una reazione che colpisce solo coloro che fanno scelte monastiche, o radicali come quelle dell'ascesi e dell'eremitaggio. Ma ci si sbaglia. L'accedia colpisce proprio tutti. Luciano Manicardi così continua:
L’accidioso sente il tempo come eterno, che non passa mai; egli rivive interiormente torti subiti nel passato e nutre rancore immaginando dialoghi con chi lo offese a suo tempo e allontanandosi dalla prospettiva del perdono e dalla possibilità di ritrovare serenità e pace. Ma l’accidia investe anche il rapporto con lo spazio divenendo insopportazione del luogo in cui si abita, in particolare, per il monaco, della cella. Scrive Evagrio: “Il demone di mezzogiorno [ovvero l'accidia n.d.r] induce il monaco a volgere continuamente gli occhi verso le sue piccole finestre, lo persuade a uscire fuori della sua cella, ... gli ispira l’odio per la sua dimora e per la sua stessa vita e per il suo lavoro, ... lo induce al desiderio di altri luoghi, nei quali sia possibile trovare facilmente quanto occorre al suo bisogno. Gli insinua ancora come non sia possibile che nel luogo in cui vive egli trovi il modo di piacere al Signore: dovunque, insiste a dire, si può adorare Dio” (Praktikòs 12)

L’accidia produce l’instabilità, il sognare che ovunque, eccetto li dove si è, si potrà vivere bene, essere finalmente riconosciuti, apprezzati e valorizzati, (...) mentre ora si è impediti a questo da situazioni esterne. In verità, il desiderio di un altro luogo non è che il camuffamento del desiderio di fuga da se stessi: l’accidioso non aderisce alla realtà, ma sogna sempre un altro luogo, un altro corpo, un’altra comunità, un altro lavoro, in cui finalmente scompariranno gli ostacoli che, lì dov’è, sono posti al pieno dispiegamento delle sue potenzialità. In questo senso l’accidia produce frustrati, gente scontenta e insoddisfatta.
Non sono forse questi dei sentimenti comuni che sommergono, con il loro peso, la maggior parte della gente di questa nostra vita di oggi? E infatti Luciano Manicardi scrive ancora:
L’accidia è l’incapacità di abitare la solitudine e il silenzio, di habitare secum, in definitiva è non sopportazione di sé, odio di sé. In questo, da antica malattia monastica, essa diviene sempre più stato d’animo, o addirittura patologia, universale e moderna: malinconia, depressione, spleen, disgusto esistenziale, non-senso, apatia.

E qui viene riportata una ulteriore descrizione evagriana dell’accidioso, mentre se ne sta intento alla lettura spirituale:
“Lo sguardo dell’accidioso si posa ossessivamente sulla finestra e, con la fantasia, egli si finge l’immagine di qualcuno che viene a visitarlo; a uno scricchiolio della porta, balza in piedi; sente una voce, e corre ad affacciarsi alla finestra e guardare; tuttavia non scende in strada, ma torna a sedersi dov’era, torpido e come allibito. Se legge, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno; si frega la faccia con le mani, distende le dita e, tolti gli occhi dal libro, li fissa sulla parete; di nuovo li rimette sul libro, va avanti per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge; e intanto si riempie la testa con calcoli oziosi, conta il numero delle pagine e i fogli dei quaderni; e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi, finché, da ultimo, richiude il libro e lo usa come cuscino per il suo capo, cadendo in un sonno breve e non profondo, da cui lo desta un senso di privazione e di fame che deve saziare” (Gli otto spiriti malvagi 14).
Come Luciano Manicardi sottolinea:
Particolarmente riuscita è l’immagine dell’uomo che guarda ansiosamente fuori dalla finestra in attesa di qualche distrazione, di qualcosa che dal di fuori di lui venga a dargli vita, o una parvenza di vita, visto che egli non sa darsene da se stesso e non trova in sé motivi di vita.
L’accidia, malattia interiore come nessun’altra, si manifesta come ozio, pigrizia, amarezza, mancanza di concentrazione, indolenza, continua ricerca di distrazioni, mancanza di motivazioni. Essa spinge a rifugiarsi nel sonno (figura della morte) e nel cibo (che stordisce e ottunde) cercando di fuggire la fatica del quotidiano nell’incoscienza del sonno e di riempire il vuoto del cuore rimpinzando lo stomaco. L’accidia è un nemico particolarmente temibile perché “ha l’abitudine di avvolgere l’anima intera e di intontire l’intelletto” (Evagrio, Praktikòs 36): è vizio che tutto avvolge, una malattia del cuore, uno stato d’animo che priva di senso la vita e può condurre ad atteggiamenti autodistruttivi, perfino al suicidio.

Rimedio a questa che è “la più grave di tutte le passioni” (Massimo Confessore, Centurie sulla carità 1,67), è anzitutto lo sforzo della perseveranza, l’esercizio alla stabilità.

Occorre poi vedere in faccia la tentazione e nominarla, riconoscerla. Per questo occorre una presa di distanza dai propri pensieri per non annegarvi dentro, ma saperli vedere lucidamente: “Non vi è passione peggiore dell’accidia, ma se l’uomo riconosce che è accidia, trova quiete” (abba Poemen 149).
Anche in psicologia si sa molto bene che se si diventa pienamente consapevoli dei propri movimenti interiori, oggettivandoli - ovvero nominandoli - li si dissolve. Ad ogni modo, accanto alla resistenza, per rinforzarsi nella stabilità, e alla consapevolezza, che riconosce quel pericoloso ottundimento che paralizza, c'è poi l'ultima qualità essenziale, da contrapporre a quel veleno che ci appesta la vita:
Occorre poi aderire all’oggi, vivere ogni giorno come la grande occasione donata dalla grazia di Dio di vivere la carità, di conoscere la salvezza di Dio. Occorre combattere la tristezza e l’accidia esercitandosi alla gioia, in obbedienza alle parole della Scrittura che fanno della gioia un comando. Poiché poi l’accidia porta anche a disprezzare gli altri, a giudicare come grossolani, inferiori, rozzi, gli altri uomini, soprattutto i confratelli del monastero, ecco che rimedio radicale per l’accidia è l’esercizio alla carità. Nel senso di credere all’amore, di rinnovare la fede nell’amore con cui Dio ci ha amati, e nel senso di rinnovare l’amore, aprirsi nuovamente all’amore, vincere la tentazione del ripiegamento su di sé e aprirsi alla “fatica della carità” (1Ts 1,3).

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Essere buoni

Nel tentativo di essere buoni si cade spesso in quella tolleranza ignobile che lascia correre tutto: sia ciò che viene fatto a noi di negativo, sia quello che viene fatto ad altri, al mondo. In questo atteggiamento che, al posto di essere pia tolleranza, è invece solo debole e comoda passività, noi pensiamo di essere così buoni.
Ma la bontà è un atto di forza non di debolezza!

Bisogna invece saper manifestare la propria posizione che "critica" l'altro e, in un qualche modo, lo frena, dall'interferire scorrettamente con noi, o anche solo gli dà un seme che in un futuro, forse, gli permetterà un'auto riflessione.
L'importante, come quando si ha a che fare con l'educazione dei bambini, non cadere nell'emotività, ma rimanere con animo lindo e sereno, anche quando dobbiamo affermare verità che di sicuro all'altro non piaceranno.
Gandhi dava un ottimo consiglio a tal proposito:
Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un'amorevole capacità, una chiara intuizione e un'assoluta tolleranza.
Poi, allineati con tali sentimenti, dovremo parlare, senza cadere nell'errore di aspettarci che la persona in questione ci sappia o voglia rispondere con la stessa tonalità.
Il Cristo diceva di fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, ma non affermava che così facendo gli altri avrebbero usato la stessa delicatezza!

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Opportunità perdute

Nell’antica Grecia Kairos (o Caeros) era lo spirito (daimon) dell’opportunità. Figlio più giovane di Zeus, era rappresentato da un ragazzo con un lungo ciuffo di capelli che pendeva dalla sua fronte soltanto, indicando che egli poteva essere afferrato e trattenuto solo quando veniva verso di te, non quando se ne andava. Ciascuno ha delle opportunità, ma spesso non abbiamo indicazioni di quando ci arrivino né di quando si allontanino. Raramente tornano di nuovo.

Esaù aveva barattato il suo diritto di primogenitura. Che se ne faceva, pensava, delle sue prerogative di primogenito che gli avrebbero permesso di svolgere per il suo clan funzioni sacerdotali e porsi nella linea della discendenza diretta del Messia? Aspirava solo a ciò che in quel momento poteva soddisfare i suoi sensi. Dopo aver fatto il baratto, però, si rende conto dell’errore fatto, ma non può più tornare indietro, benché implori il padre di dare a lui il diritto di primogenitura. Il padre, però, l’aveva dato definitivamente al fratello Giacobbe. Ciò che era fatto non poteva più essere disfatto.

Quanti sono coloro che barattano il migliore con il buono, l’eterno con il temporale, una maggiore e stabile soddisfazione con una soddisfazione limitata e di breve durata! Quanti si pregiudicano l’eternità perché potrebbero essere “scomodati” da ciò che richiede loro il salvatore Gesù Cristo!

L’ala distesa dell’amore di Dio avrebbe protetto Gerusalemme dal suo destino incombente, ma aveva rifiutato Cristo, e l’opportunità era sfumata.

Cristo anche oggi richiama in diversi modi l’attenzione dei nostri contemporanei. Essi, però, sono troppo occupati (così dicono) per esaminare attentamente ciò che Egli dice loro e mettere a confronto la loro vita con le legittime aspettative di Dio. L’opportunità offerta oggi loro potrebbe passare per sempre.

Il presente è un tempo di opportunità da non lasciarci sfuggire. Non sprechiamolo illudendoci, come tanti fanno, che tutto ci andrà bene lo stesso, o alzando le nostre spalle, indifferenti e passivi, dicendo: “Pazienza, sarà quel che sarà!”. Questa somma irresponsabilità, però, avrà sicuramente delle conseguenze.

"C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". Ma Abraamo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita".
(Di Paolo Castellina, in Riforma net)

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Capacità di responsabilità

“Abbiamo imparato troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo. Per noi il pensiero erano molte volte il lusso dello spettatore, per voi sarà completamente al servizio del fare”.

(D. Bonhoeffer)

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Se Dio avesse voluto...

Jalâl âlDîn Rûmî (il san Francesco dei Sufi, 1207-1273) scrisse: «Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l’un l’altro durante la strada “tu sei un empio” dimentica allora il litigio, poiché la meta è unica».
Questo non è “superamento” della religione, ma “rispetto” d’ogni religione, come insegna lo stesso Corano, e la chiave di volta è il dialogo. Il dialogo ha come scopo la scoperta dei valori comuni e il rispetto dei valori altrui.
Infatti il Corano dice (11ª118): Se il Signore avesse voluto, avrebbe fatto delle genti una sola comunità. E in 16ª 93: Se Dio avesse voluto, certo, avrebbe dato a voi una comunità (una religione) unica. La varietà di comunità serve dunque perché esse si confrontino reciprocamente, concorrano l’una l’altra nel bene, e nessuna prevarichi su altre. Certo, queste comunità spesso hanno disatteso l’unità universale che è in definitiva l’unità dell’Uno in assoluto, Dio.
Sarebbe necessario oggi recuperare la dimensione religiosa delle varie culture umane, ed ogni credente, di qualsiasi religione sia, dovrebbe capire che tutte le religioni partono da un unico ceppo; sono tutte frammenti di un unico grande specchio, e come ci si può specchiare nello specchio intatto, così ci si specchia (parzialmente) in ogni suo frammento.
Questo è senz’altro il primo, essenziale passo, verso la pace universale, verso il rispetto per tutte le religioni, per tutte le etnìe, per tutti gli esseri umani, poiché tutti sono, come noi stessi, creature di Dio.

(Gabriele Mandel, Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti)

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L'insegnamento di Babaji

Il nostro obiettivo principale deve essere la pace nel mondo. Ma, di fatto, nel mondo arde il grande fuoco della trasgressione e del dolore, dove ognuno vive e lavora, arso da queste fiamme. Gli esseri umani sono diventati indifferenti perché davanti ai loro occhi danza, in continuazione, la morte!

Tutti dovrebbero usare la coscienza per compiere il proprio dovere, senza aspettare che qualcuno glielo dica. E per questo si deve essere pronti a sacrificare la propria comodità. Tutti dovrebbero essere pronti a sciogliere i legami che li condizionano, per affrontare il fuoco e le tempeste nel nome della giustizia e senza lasciarsi impaurire.

Gli esseri umani di oggi sono diventati dei codardi. L'ideologia della non violenza ha influenzato negativamente l'umanità che ha perso il coraggio di agire giustamente. Il sangue dell'essere umano è diventato simile all'acqua (qui Babaji si riferisce a un proverbio indiano che parla di quelli che non oppongono resistenza al male). Invece si deve essere forti nel proteggere la giustizia. Troppe atrocità vengono compiute e la gente le lascia accadere nel nome della non violenza. La non violenza non è da applicare a questo! Infatti questa aspirazione ha generato l'incapacità a discriminare il bene dal male. Non voglio che la gente sia cieca quando ha due occhi. L'ho detto e lo ridico: siate coraggiosi e impegnatevi, ci sono troppe crudeltà e ingiustizie oggi nel mondo. Io voglio un'umanità di coraggiosi, riflettete su questa esortazione. Anche la pigrizia, che sta all'origine di questa passività, deve essere radicalmente debellata. Oggi c'è troppa disumanità e indolenza, per questo è così importante impegnarsi con sollecitudine e agire senza mai perdere il coraggio. Siate pazienti, impavidi, rigorosi, diligenti e valorosi! Voglio risvegliare la vera essenza dell'essere umano.

Questo è un periodo di grandi distruzioni. Ognuno dovrebbe cercare di diventare spiritualmente forte e coraggioso, perché solo colui che possiede il coraggio spirituale riuscirà a sopravvivere. Senza coraggio spirituale uno è morto anche se vivo, ed è per questo che tutti dovrebbero impegnarsi a fondo per diventare arditi. Voglio che tutti diventino intrepidi.
In genere le persone sono convinte che la devozione spirituale sia qualcosa di amorevole e di grande conforto, invece, la vera devozione mette di fronte alla necessità di affrontare il fuoco e le tempeste, senza alcuna paura per la propria vita o della morte. Ecco, questa è devozione e solo in questo caso avanzerete sul vostro cammino evolutivo. Quando arriverà quel momento dovrete camminare in mezzo alle fiamme e alle burrasche, e solo l'individuo coraggioso potrà sopravvivere a quei momenti.

E' solo quando si sarà in grado di ribellarsi contro le cattive abitudini annidate nel proprio cuore e nella propria mente, che si potrà procedere nella vita! Tutti dovrebbero sviluppare un grande coraggio per superare le tendenze negative di questi tempi. Due sono le caratteristiche che Babaji detesta nelle persone: l'essere come delle pecore ed essere addormentati, non allerta. E' l'inerzia che toglie la vita all'essere umano!

Una cosa che desidero fare (in questa mia missione) è quella di rimuovere l'indolenza dal mondo, voglio mostrare all'umanità la via verso la pace e la felicità, ma questo è unicamente possibile solo se si eliminano le cattive componenti interiori. Accendete la vostra Luce interiore e poi accendetela negli altri, in ognuno alla volta, poi, proprio come fa la lampada che brucia l'olio per risplendere, questa Luce consumerà il torpore, la pigrizia e l'avidità.
Tutti dovrebbero percorrere il sentiero della Verità e dare agli altri il giusto esempio e l'insegnamento veritiero. Tutti dovrebbero percorrere il sentiero della Verità e poi insegnarlo alla famiglia, agli amici, a tutti.

Le persone sono diventate egoiste ed egocentriche: come si può raggiungere la serenità se la mente è zeppa di ego ed egotismo? Dovete applicarvi totalmente nel vostro impegno a migliorarvi. Non demordete, continuate a procedere, ogni passo che conquisterete porterà benefici non solo a voi ma anche al mondo intero. E' solo l'impegno che vi farà vincere sul vostro karma. Questo è il vostro dovere da realizzare prima di ogni altra cosa. Il risultato di un grande impegno è la felicità, quello dell'indolenza è il dolore. Voglio che tutti diventino coraggiosi, attivi e scrupolosi. Il mondo richiede forza.

Diventare forti non significa diventare duri e senza cuore. Diventare forti significa andare oltre al piacere e alla sofferenza. Quando il momento arriverà dovrete essere pronti ad affrontare ogni tipo di sfida che si presenterà. Ci saranno molte montagne da scalare, ma non fermatevi prima di aver raggiunto la meta! Lavorate e percorrete la vita con coraggio e ardore, e fate in modo che anche la prossima generazione diventi valorosa e ardita.

Il vostro compito è quello di manifestare solerzia, prontezza e impegno nella vostra vita. Sviluppate coraggio e pazienza e non abbiate paura della tempesta e del fuoco, affrontateli con audacia. L'essere umano deve migliorarsi attraverso un indefesso impegno, questa è la forma più elevata di devozione! (Vedi)

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