Ce le abbiamo tutti, le due parti intendo. Quella che sta fuori, più o meno adattata ai condizionamenti, e quella che sta dentro, per certi versi il nostro vero sé.
La situazione ideale sarebbe che la parte esterna, pur adottando certe formalità, trovi però il modo di realizzare le spinte provenienti dalla parte interna. Come diceva Jung l'Animus, il maschile, il guerriero, che difende e realizza i suggerimenti dall'Anima, la parte femminile e creativa.
Il punto è che spesso l'Animus, al posto di interpretare il suo ruolo, diventa totalmente assogettato ai condizionamenti ricevuti. Così che non protegge, né tanto meno realizza, ciò che nel proprio intimo, pulsa in cerca di manifestazione.
Questo è un grosso problema con cui tutti noi, chi prima chi dopo, ci si è dovuto confrontare. Bisogna arrivare a svincolare il guerriero dalla condizione di asservimento alle formalità. Ma veramente adottare quelle esteriorizzazioni che si sentono corrisponderci, per tralasciare, o realizzare solo superficialmente, quelle che invece sono solo "doveri" sociali. (Ci sarebbe molto altro da dire in proposito, ma non è questa la sede per approfondire!)
Tragico è quando questa parte esterna è così corazzata dentro al ruolo, da non riuscire a liberarsi, visto che il disagio è davvero feroce.
Infinitamente più tragico è invece la situazione di coloro che si identificano solo nella parte esterna e non sono collegati minimamente a quella interna. Per cui il disagio che avvertono, non possono collocarlo. Per loro non c'è nessuna parte interna che preme con aspirazioni da riconoscere. In quei casi la dissociazione è tale che io mi sono trovata incapace di apportare alcun supporto a persone di questo tipo. Sono casi da terapeuta specializzatissimo. E nemmeno con loro, in genere, ho constatato che questi soggetti sono riusciti a migliore. L'unica risposta alla disperazione sono gli psicofarmaci, che quietano l'ansia e il forte disagio.
Ma questo è un argomento che esula dalla mia preparazione specifica.
Chi invece sente, dentro, quell'altra sua realtà che preme, ebbene qui si può fare qualcosa.
La liberazione però non avviene mai senza dolore e sofferenze davvero profonde. Infatti, se si "disubbidisce" al Superego - come direbbe Freud -, l'ansia di "peccare" è fortissima. Se non si disubbidisce, l'ansia del tradimento a se stessi è pure intensissima e feroce.
Quindi?
Quindi si procede con una croce davvero pesante. Però, poco alla volta si impara a "disubbidire", e poco alla volta si impara ad accettare l'agitazione che questo "peccato" comporta. Con momenti in cui si procede bene, susseguiti ad altri in cui si retrocede nella "norma", seguiti, a loro volta da nuovi passi in avanti, che, in definitiva, ci fanno comunque procedere.
A volte, invece, qualcosa scoppia dentro e infine si dice un deciso "adesso basta, non mi importa la sofferenza, non mi importa di essere considerato 'cattivo', non mi importa nulla, se non liberare me stesso". A quel punto si procede. Ma si deve essere arrivati al massimo del disagio prima di riuscire ad avere quell'impulso a risalire la china. E soprattutto a preferire questa fatica all'altra della costrizione del proprio sé. Altrimenti la china sembra davvero un inferno costellato da agguati di ogni tipo.
Diciamo che fra i due mali che comunque si devono sopportare in questa crociata verso la propria liberazione, si deve aver constatato di preferire il male minore, ovvero l'ansia da "disubbedienza", piuttosto che il peso tremendo del tradimento a se stessi.
Bisogna però arrivare a quel punto, ad aver davvero toccato il fondo. A volte il fondo da toccare sta molto nel profondo...
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