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GLI ARTICOLI DI EVOLUZIONI

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L'intelligenza emotiva

Una volta Carlo Verdone, durante una chiacchierata in tv, sorrideva del fatto che di solito i personaggi che lui prendeva amabilmente in giro guardavano i suoi films, se la ridevano di gusto, e poi affermavano che sì, ci sono proprio persone del genere in giro. Quello che voleva evidenziare era che le persone non si riconoscono per niente.
Lavorando sulla consapevolezza constato pure io quanto sia incontestabile questo fatto. Andando più a fondo della questione per comprendere cosa impedisce agli individui di riconoscersi, mi sono via via accorta che, durante l'elaborazione del messaggio che ricevono, le persone in genere non compiono il passaggio successivo.
Ovvero, ogni individuo ascoltando, leggendo o vedendo una rappresentazione in cui vengono enunciati certi principi, dovrebbe sempre chiedersi: "Sono d'accordo con quanto viene esposto?" se non lo si è allora è fondamentale comprendere perché si rifiuta la questione.
Se invece ci si trova d'accordo, la mossa successiva ed essenziale dovrebbe essere il porsi la seguentedomanda: "Sì, io sono d'accordo con queste teorie, ma nella pratica del mio quotidiano - io - come mi comporto? Sono d'accordo solo nella teoria e la pratica lascia a desiderare?".

Così si otterrebbe un duplice vantaggio: da un lato si stimolerebbe il pensiero critico che va a indagare se il messaggio ricevuto può essere considerato buono - quindi da adottare se non lo si è già fatto - oppure se è lacunoso, fallace, erroneo o semplicemente inadatto a noi - quindi da rifiutare, se non da combattere!
L'altro aspetto positivo che si ottiene con questo ragionamento di verifica è quello di scoprire come sia facile essere così tanto d'accordo con le buone teorie, i buoni propositi e via dicendo, solo che poi, quando ci sarebbe da metterli in pratica e la cosa magari costa, allora, ecco che si dribbla con molta leggerezza la faccenda.
Come quando si assicura qualcuno che si farà di sicuro una determinata cosa - e mi riferisco a un qualcosa di importante ovviamente - e poi la si dimentica tranquillamente!
E' vero, questa è una caratteristica tipicamente italiana che fa impazzire gli stranieri, è una leggerezza data dal carattere piuttosto infantile di questo nostro esuberante e superficiale popolo, tuttavia è comunque segno di immaturità! Non serve a molto "filosofeggiare" sul concetto di correttezza o su altri validi e valorosi principi, e sentirsi totalmente d'accordo se poi, al di là del condividere la giusta teoria, si "dimentica" quindi di metterla pratica! E molti, però, in quasi buona fede, sono invece convinti di essere coerenti. Perché ciò accade? Cosa ci porta a mentire a noi stessi? Il non conoscersi!

Nel nostro mondo di oggi è divenuto sempre più evidente che non basta essere intelligenti, furbi, abili, e quant’altro, ciò che rende un individuo autorevole e attendibile è anche e soprattutto dato dalla sua “intelligenza emotiva”. La dottoressa Margherita Iavarone, Psicologa Psicoterapeuta Analisi Transazionale, spiega che "L'intelligenza emotiva può definirsi come intelligenza del cuore e presiede ai rapporti con noi stessi e con gli altri. È responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni, reazioni; ne fa parte la nostra sensibilità, l'adattabilità sociale, l'empatia, la disponibilità, la possibilità di autocontrollo.
La consapevolezza emotiva ci mette cioè a contatto con il nostro mondo interiore, con i nostri bisogni, le nostre aspirazioni, le nostre predisposizioni…portandoci ad esprimere e realizzare le nostre potenzialità personali, a dare il meglio di noi stessi.
Le persone che hanno scarsa consapevolezza (e maturità emotiva n.d.a.) verso ciò che provano, di fronte alle delusione cadono in sensazioni devastanti, perché non sono preparati a gestirla. Si lasciano cioè sopraffare dai propri sentimenti molto più degli altri che sono capaci di riconoscere il proprio disagio già sul nascere. Sono abituati a reprimere la propria emotività, ma questa riaffiora d'improvviso con modalità autodistruttive, non solo con inaspettate e inopportune esplosioni emotive, ma anche in certi casi con disturbi fisici anche molto gravi.

Se il nostro QI è in gran parte prefissato dalla nascita, la crescita emotiva è un processo che dura tutta la vita. Si inizia con l'insegnare al nostro corpo a riappropriarsi delle capacità di provare emozioni e sensazioni. Si tratta di allenare le nostre risorse emotive, spesso irrigidite alla stregua di un muscolo atrofizzato, in modo da potenziare la nostra autoconsapevolezza, conservare il nostro ottimismo, controllare più efficacemente i nostri sentimenti negativi, essere perseveranti malgrado le frustrazioni, cooperare empaticamente con gli altri, stabilire legami sociali…nell'obbiettivo di conseguire un futuro più sereno, una migliore qualità della vita che dia maggiore gioia a noi e a quanti ci circondano."

Quando si portano dentro diversi insoluti, di cui in genere non ci si rende conto, la propria interiorità ne è così impregnata da non accorgersi che la visione del mondo esterno viene inquinata dalle propria proiezioni personali. Una storiellina, che nella sua simpatia rivela in pieno i meccanismi di cui sovente non si è lontanamente consapevoli di esserne vittima è stata raccontata da Paul Watzlawick, sociologo e ricercatore all’Università di Stanford.
C'era un uomo che, un giorno, aveva deciso diappendere un quadro. Solo che si accorge di non avere il martello. Così pensa di andare dal suo vicino di casa a chiedergli di imprestarglielo. Mentre si incammina verso la casa del vicino, gli viene però in mente di averlo incontrato il giorno prima e questi lo aveva appena salutato. "E se adesso non mi vuole imprestare il martello?" si chiese subito dopo che la scena del giorno prima gli era venuta in mente. "Già, perché poi non mi ha salutato con il solito calore? Che ce l'abbia con me? E perché poi, io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa chissà che cosa! Certo è che, se a me venissero a chiedere un attrezzo, io glielo darei subito! E' proprio gente di quel tipo che rovina i rapporti, per di più, ora, quello lì si immagina che io ho bisogno di lui, ma glielo faccio vedere io!" Così, arrivato alla porta del vicino, suona e prima ancora che quello potesse dire una parola, si senti gridare in faccia: "Tieniti pure il tuo martello, villano!"

Come vedete da questa storiellina, ciò che è intimo e proprio, viene proiettato all'esterno e scambiato per qualcosa che appartiene all’altro, e da questa visione distorta si dà poi agli altri delle colpe, che in effetti, sono solo nostre!
Ovvero, il soggetto, per sue ragioni molto intime e nascoste, in un qualche modo non si sente a posto – magari è anche a causa dell’educazione repressiva ricevuta, che lo fa sentire in colpa quando poi di colpe proprio non ce ne sono, tuttavia fino a quando non riconosce questo strisciante senso di colpa e va a investigare da cosa deriva e, una volta identificatolo, lo elimina con un atto di consapevolezza, in quanto frutto di una educazione repressiva, ebbene dicevo, fino a quel momento quel subdolo senso di colpa agirà in lui portandolo a percepire pensieri o azioni accusatorie negli altri verso di lui che non hanno alcun fondamento oggettivo. Se l’altro non ci ha salutato, molto probabilmente era perché preso in problemi suoi. Infatti, se poi ci si prende la briga di indagare, immancabilmente si viene a sapere che è così.

Ma oggi, in cui la psicologia da rotocalco abbonda e, di conseguenza, anche la questione della proiezione è conosciuta, superficialmente, ma pur sempre si sa di cosa si tratta, ebbene le relazioni si sono ancora di più aggrovigliate in pseudo spiegazioni semplicistiche. Il caro amico e ricercatore Alberto Tedeschi, un giorno, parlando di alcune situazioni che avevamo potuto osservare di persona, notava che con questa diffusione di una psicologia banale, si è finiti a situazioni spesso paradossali. Mettiamo di vedere qualcuno che si èi inavvertitamente sporcato di vernice; lo tocchiamo per avvisarlo e così facendo ci sporchiamo la mano. Mentre ce la puliamo, avvisiamo intanto quel qualcuno che si è sporcato. Quello ci guarda incattivito dall'osservazione e, riferendosi alla nostra mano sporcata, ci grida come risposta che siamo noi a essere sporchi, per questo proiettiamo su di loro il negativo che non vediamo!

Come diceva la dottoressa Iavarone, le persone che hanno scarsa consapevolezza verso ciò che provano, possono cadere in sensazioni devastanti, faticosamente accettabili e che, ovviamente, non permettono loro di affrontare la vita con la necessaria obiettività come pure con quella sana pacatezza, che mette della giusta distanza fra noi e il mondo, quello spazio da cui ognuno può agire in modo autonomo e sinergico, dove ciò sia possibile.
L’intelligenza emotiva si basa sull’autoconoscenza, che permette di comprendere i propri moti interiori e la capacità di indagare a cosa questi reagiscono. Solo così, con questa premessa si possono sviluppare le altre tre componenti di questa funzione, ovvero l’empatia, l’interazione, ma anche un sano autocontrollo.
Il primo passo verso l’autoconoscenza è quello di essere consapevoli di quando qualcosa ci tocca particolarmente, per il fastidio o – di contro l’esaltazione. Ebbene questi sono i segnali che ci indicano che siamo nel nostro lato emozionale! E’ sempre il coinvolgimento, più o meno manifesto, che indica la sollecitazione emotiva. Quando si è in questa dimensione si deve fare molta attenzione ad affrontare questioni pratiche, in quanto, se non avremo gestito, veramente, ciò che causa il movimento interiore, inevitabilmente proietteremo all’esterno le nostre dinamiche interiore. E questo a discapito di ogni acclamata correttezza, eticità o quant’altro. Confondendo così l'emozionale con il reale, con il professionale.

Dunque, l'intelligenza emotiva consiste nella capacità di entrare in contatto con sé stessi e di avere consapevolezza delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e la capacità di regolare le proprie emozioni. Questo permette poi di sviluppare anche l'attenzione necessaria a percepire le emozioni degli altri, basandosi sull'osservazione attenta, che include il comportamento non verbale. Tutto ciò apre le porte all'empatia e all'intereazione. E' solo da una vera connessione con se stessi e quindi da un positivo riconoscimento e quindi gestione dei propri moti che noi possiamo sviluppare la vera apertura verso gli altri. Quando ciò manca c'è solo la costrizione di una tolleranza artefatta, che prima o poi scoppia e, proprio come nella storia del martello, si butteranno addosso agli altri situazioni che invece solo solo il frutto delle nostre proiezioni.

NOTA AGGIUNTIVA

L'INTELLIGENZA EMOTIVA IN BREVE
Il concetto di Intelligenza Emotiva elaborato da Daniel Goleman include al suo interno 5 differenti competenze. Le prime tre sono collegate alla modalità con cui noi ci relazioniamo con noi stessi e sono:
• L’Autocoscienza: ovvero la consapevolezza di sé, la conoscenza di se stessi, delle proprie potenzialità, delle proprie criticità. “Questo aspetto è un elemento importante – ricorda la dott.ssa Duccoli – perché per esempio negli stessi colloqui di lavoro, la capacità di presentare criticamente i propri punti di forza ma anche i propri punti di debolezza viene giudicata positivamente dal selezionatore”. La consapevolezza di sé implica quindi un lavoro continuo di conoscenza di se stessi e di autovalutazione delle proprie risorse interiori.
• La padronanza di se stessi: ovvero la capacità di controllare in ogni occasioni le proprie emozioni, i propri sentimenti al fine di gestire per esempio il nervosismo e lo stress. In una situazione di mercato del lavoro caratterizzata da continui cambiamenti e dalla necessità di flessibilità, la capacità delle persone di mantenersi calme senza farsi sopraffare dal nervosismo e la capacità di saper reggere e gestire lo stress sono fattori giudicati positivamente.
• La motivazione di sé: la capacità di automotivarsi è fondamentale. Essere in grado di smobilitare continuamente energie positive contribuisce a mantenere costante l’impegno e l’interesse verso le attività che quotidianamente vengono intraprese e verso il raggiungimento di obiettivi non solo professionali ma anche personali. “La motivazione di sé è legata quindi all’ottimismo delle persone, ovvero alla costanza nel perseguire i propri obiettivi senza percepire un senso di frustrazione nel caso di errori e sbagli” racconta la dott.ssa Duccoli. Anche questa competenza del resto si affina con tutte le altre parte dell’Intelligenza Emotiva con l’età, con il tempo, con i continui ritorni e feed-back.
Le ultime due competenze sono invece correlate al modo in cui gestiamo la relazione con gli altri, “Mentre la consapevolezza di sé, la padronanza di sé e la motivazione sono competenze più personali, possiamo dire che le ultime due ovvero l’empatia e l’impegno sono più di tipo sociale”.
• Empatia: ovvero la capacità di comprendere ciò che gli altri sentono, capire i loro sentimenti. Questa capacità include la valorizzazione degli altri, attraverso il riconoscimento del valore e del contributo degli altri, delle potenzialità degli altri, ammettendo e rispettando le diversità di ciascuno, superando ogni pregiudizio.
• Abilità Sociali: rientrano all’interno di queste capacità, tutto ciò che riguarda la modalità di relazione con gli altri. Non solo quindi guardare gli altri, ma interagire con loro.
(Dott.ssa Delia Duccoli, psicologa docente e consulente ISTUD)

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