Eco e Narciso: la coppia impossibile
Arrivare a una buona dinamica di coppia è il risultato dell'incontro di due persone che sono riuscite a diventare autonome e abbastanza solide da permettersi di "dialogare" con l'altro. Ma non sempre questo normale processo di crescita avviene. Molte, troppe volte, le persone vengono deviate da situazioni familiari castranti. Vediamo attraverso le spiegazioni di diversi esperti del settore cosa avviene.
TUTTO INIZIA CON UN ABBANDONO
La depressione è un'esperienza centrale nell'esistenza umana. La psicologia esistenziale vede nell'essere-gettato-nel-mondo la fondamentale matrice della psicopatologia. La psicoanalisi seguendo questo concetto ha prestato particolare attenzione alle vicende psichiche legate alla nascita dove il bambino sperimenta una propria pena, un proprio dolore che lascia un imprinting nella psiche. La vita ha origine da un distacco, da una separazione, da un abbandono, da una "caduta" ed è perciò una perdita dell'ambiente uterino, anche se questo talvolta può inquinare lo psichismo fetale a seconda del clima familiare della madre.
L'esistenza umana nasce da questo vissuto di perdita, così che la sofferenza, la tribolazione, il dispiacere, divengono dimensioni esistenziali universali. Quando esperienze precoci rinforzano l'originario imprinting del dolore influenzando lo stile di vita della persona, si costituisce una struttura depressiva. Con l'accumularsi o l'accentuarsi di esperienze di carenza affettiva rinforzanti l'imprinting iniziale, di fronte ad un io le cui difese non sono più sufficienti, si ha una degenerazione patologica.
- La carenza d'amore di una madre assente e/o insufficiente che non ha saputo riconoscere e rispettare il bambino fin da piccolo imprime una cronica sensazione di inferiorità con la conseguente convinzione di indegnità che lo porterà nella vita ad accontentarsi di poco, a non far valere mai le proprie opinioni. Si costituisce così un Io fragile, insicuro, scarsamente intraprendente, rinunciatario e pessimista, che nella vita svolgerà sempre mansioni di gregario o di spettatore, di fronte a qualsiasi possibilità di successo avrà sempre un comportamento decisamente fallimentare; così abbiamo il bambino che a casa sa bene la lezione ma a scuola sbaglia il tema, lo studente bravo che crolla agli esami di maturità, l'impiegato che arriva ad un pelo dalla poltrona dirigenziale ma se ne guarda bene dal raggiungerla.
E' tipico della persona depressa rimandare ad un indefinibile futuro la propria realizzazione: da grande andrò, farò, comprerò...ma non si sa mai quando diventerà grande. Talora questa impostazione di vita viene teorizzata, per cui la persona depressa abbraccia ideologie della rinuncia, in nome dell'equità sociale, o di un partito, o di Dio. Metodicamente il depresso viene a sviluppare una singolare familiarità con il dolore, con la sofferenza e con la sventura che gli consente una sensibilità e un'identificazione particolare con ogni portatore di afflizione, uomo o animale che sia. Immerso nelle sensazioni di indegnità, inadeguatezza, rinuncia, pessimismo, sofferenza, sensibilità per il dolore altrui, il depresso inconsciamente finisce spesso col perdere la dimensione dei propri desideri: ed eccolo quindi ad accettare i peggiori compromessi, castranti rinunce, enormi sacrifici, senza rendesi conto di quanto siano in contrasto con i propri desideri.
Sarebbe ingannevole ritenere che l'altruismo di queste persone, la loro accondiscendenza, il loro darsi da fare riposino su una situazione personale di armonia, di appagamento, di tranquillità interiore. Il depresso si porta dentro un'antica mancanza un connaturato bisogno, un'avidità mai sazia, un'incolmabile vuoto d'amore. Non è privo di desideri, semplicemente li ha repressi e spesso non li ascolta né li vede. Il paradosso è che questa repressione dei desideri è addirittura funzionale alla soddisfazione del fondamentale desiderio depressivo, quello di affetto. Per l'affetto questa persona è disposta a qualunque sacrificio, a qualunque compromesso o prostituzione, sviluppa questa forte capacità di dare perché stimolata da un'insaziabile bisogno di ricevere.
In questa distorta relazione tra il desiderare e il ricevere dimora la pena del depresso: ha continuamente bisogno di prendere, di ricevere, di avere, ma per una carenza antica, che ormai non esiste più, la sua avidità nel voler prendere è un'antica coazione che si ripete e perpetua anche se ora non ha più un bisogno reale, in quanto il suo bisogno attuale è sostenuto unicamente dal suo bisogno arcaico. La brama d'affetto induce la personalità depressa dapprima a una logica di "bravo bambino", più tardi a quella del "buon uomo", entrambe sostenute da quella logica del dovere che costituisce una delle più gravi condanne del suo temperamento, che lo porta molto spesso ad essere sfruttato dalla collettività e anche nell'ambito familiare; tutta la sua disponibilità ed efficienza mirano a quei surrogati di affetto, come stima e riconoscenza, al fine di compensare quell'affetto primordiale che non c'è mai stato. L'ideale depressivo è un attaccamento affettuoso, caldo, inseparabile. Il tipo depresso è incapace di stare da solo, le sue relazioni interpersonali sono caratterizzate da un nutrire letteralmente gli altri, offrendo comprensione, sostegno, allegria, ma è un'allegria falsa che può celare un'aggressività potente, enorme, distruttiva.
CLIMA FAMILIARE
Freud faceva risalire la formazione del carattere ossessivo alla fase anale (circa nel secondo anno di vita). Durante questa fase il bambino viene educato al controllo degli sfinteri ed acquisisce una progressiva capacità di controllo sul proprio corpo. Per la psicoanalisi risalgono a queste primitive esperienze di controllo e alla erotizzazione di esse quei tratti di rigidità, parsimonia e ostinazione tipici della sub-personalità ossessiva, che vengono riassunti nella cosiddetta triade anale: avarizia-ordine-ostinazione.
E' lo stadio in cui il bambino inizia a dire "No", affermando così la propria individualità, a riconoscersi come differenziato dall'altro, costituendo le categorie "Io" - "Tu" . Questo comporta anche che l'io si scontri con il tu; si moltiplicano infatti le occasioni in cui può scontrarsi con il mondo, vivendosi scomodo, maleducato,cattivo. L'educazione al controllo degli sfinteri e alla pulizia in genere costituisce la prima e più ricorrente occasione in cui viene agito lo scontro fra l'io del bambino e il tu del mondo circostante.
Quando la pressione educativa comincia ad imporre le sue limitazioni e le sue direttive, al bambino si impone un grosso conflitto che riguarda la natura stessa della sua evoluzione: "restare bambino o diventare adulto? Aderire al rigore delle regole interne oppure sviluppare la libertà personale?" Il clima familiare pressante dell'ossessivo, impregnato di aspettative, richieste, comandi, agisce sin dalla nascita originando quelle sensazioni di dovere definite "nuclei preedipici del Super-io".
Alla costituzione della struttura ossessiva ci può essere sia un clima particolarmente aggressivo e castrante, che soffoca il bambino e lo inquadra entro un rigido reticolo di norme precise e minuziose, dove il genitore agisce spinto dal bisogno di affermare il suo potere sul figlio; sia un ambiente familiare caotico, che non offre direttive e orientamenti, dove il bambino cerca di regolamentarsi da solo e molto spesso le autoimposizioni sono più rigide di quelle genitoriali. Tutte queste dinamiche si accentuano quando il bambino è costituzionalmente vivace; la sua naturale esuberanza spaventa i genitori ossessivi perché non la possono controllare e per questo motivo diventano ancora più castranti. Troppo e troppo presto il bambino viene responsabilizzato, viene repressa la sua esuberanza psichica, sessuale o aggressiva. Viene minata la sua capacità di affermarsi, di esprimersi spontaneamente.
Nelle pressioni per il controllo degli sfinteri si gioca una questione fondamentale, quella dell'affermazione del potere. Nel conflitto fra potere dei genitori e potere del bambino si cerca di coartare l'autoaffermazione dei figli e di promuovere l'identificazione con un mondo genitoriale che rappresenta il giusto e l'assoluto. La madre è un punto di riferimento costante ma non gratificante, si cercano sempre i suoi occhi, il suo sguardo è sempre colpevolizzante e castrante; l'ossessivo si porta sempre dentro quello sguardo che lo fulmina prima ancora che abbia fatto qualcosa, imparando troppo presto a stare attento e a controllarsi, aumentando così la paura delle punizioni e la disposizione a sentirsi in colpa. Il bambino diventerà quindi una persona scrupolosa, ligia al dovere, coscienziosa, testimoniando così l'avvenuta introiezione del mondo genitoriale, tomba dell'evoluzione personale. Identificandosi con il genitore non vive più secondo i propri dettami ma secondo quelli parentali, diventando così al tempo stesso il persecutore e il perseguitato; quando la componente genitoriale monopolizza completamente il comportamento abbiamo l'anancasmo e anche il paralizzarsi nell'immobilità catatonica, quando invece la componente infantile, troppo a lungo repressa, prende il sopravvento, abbiamo forme di fuga nel delirio, ovvero espressioni di una libertà irrefrenabile, non vincolata a nessuno schema.
La scelta impossibile entro cui l'ossessivo si dibatte è quella fra sé e i genitori, la cui risposta ossessiva classica è la non scelta. Il dubbio eterno: "Posso fare ciò che voglio o devo adeguarmi?" paralizza la persona nell'impotenza, il cui fine è proprio quello di non trovare una soluzione per difendersi dalla propria spontaneità, per sospendere l'impulso personale finché si indebolisce sufficientemente. La paura della punizione, legata alla rigidità e al sadismo del Super-io, impone che ogni azione sia giusta in assoluto, perfetta, altrimenti scatta la punizione inesorabile che coincide con l'azione stessa fino addirittura a precederla. A ogni azione deve coincidere una contro-azione, ad ogni pensiero un contro-pensiero. Quando la distanza fra un impulso e un controimpulso si riduce fino ad annullarsi non c'è più spazio per l'azione e l'ossessivo rimane paralizzato nella sua rigidità. L'evoluzione personale è percepita con desiderio ma anche con timore; crescere significa affrancarsi dal dominio genitoriale e per l'ossessivo c'è solo una soluzione per affrancarsi: mors tua vita mea. Per questo motivo nei bambini ossessivi ci sono frequenti fantasie di morte a carico dei genitori; da adulti la situazione si può capovolgere: il genitore ossessivo desidera uccidere il figlio perché gli impone delle limitazioni. Il desiderio di uccidere il genitore castrante può assumere anche connotazioni suicide, dove l'unico modo per sopprimere i genitori diventa quello di uccidere se stessi. Ed ecco allora la paura di cedere alle tentazioni, di gettarsi dalla finestra come unico modo di liberarsi dal persecutore interno.
La lotta fra bambino e genitore, fra spontaneità e coazione, diventa un conflitto tra realizzarsi e non realizzarsi, un conflitto che si esplicita nel tentennare, dubitare, nel fare improduttivo, oppure viene traslato su un piano spaziale ed ecco quindi la paura di uscire o di muoversi da solo o di stare in casa. Le fobie in questo caso hanno lo scopo difensivo di prendere e perdere tempo, per fare senza agire veramente. Il clima persecutorio familiare lascerà il posto per spostamento alle ossessioni che seppur deliranti hanno lo scopo di obnubilare le prese di coscienza e anche la realtà. L'ossessione sta al posto della presa di coscienza di volere uccidere i persecutori. (Fiore Cianci neuropsichiatra)
LA COSTRUZIONE DEL GENERE
Essere maschio o femmina oggi è qualcosa di molto meno stabilito socialmente di quanto avveniva in passato, così come per quello che riguarda gli altri ruoli, sia sociali, sia affettivi. Quindi si tratta di percorsi più lunghi e costruiti attraverso percorsi soggettivi ed obiettivi di elaborazione individuale o meno, organizzati socialmente e fondamentalmente definiti (...) L'identità contemporanea è sicuramente più complessa, più flessibile e lascia spazio maggiore alla libertà individuale, ma quindi anche all'incertezza soggettiva meno contestualizzata in ambiti fondamentalmente rassicuranti Quando si tratta di identità di genere si identifica qualcosa che concerne le aspettative relative all'essere maschio e all'essere femmina, all'interno di un determinato ambito psicosociale. Quindi non si tratta di un concetto biologico, perché diverso dall'identità e dall'orientamento sessuale. E' qualcosa che riguarda le aspettative di ruolo relative all'essere maschio o femmina all'interno di una determinata cultura.
LA DEFINIZIONE DELL'IDENTITA'
Le origini dell'identità di genere, ossia l'identità nucleare di genere si costituiscono nella prima infanzia, sono addirittura precedenti alla consapevolezza della differenza anatomica fra i sessi. E' un qualcosa che riguarda uno stato soggettivo del sentirsi maschio o femmina che si costruisce a partire dal fatto che i genitori pensano di avere un neonato sessuato. Ha a che fare con l'immagine di sé che si costruisce attraverso il rispecchiamento nelle relazioni di base con i genitori. Sussiste un nucleo dell'identità di genere che si fonda sostanzialmente nella prima infanzia e che intanto per maschi e per le femmine comporta una differenza di base.
Il primo oggetto d'amore e d'identificazione per entrambi i sessi è la madre, significando che il bambino maschio ha come primo oggetto di identificazione "un'altra", appunto di altro sesso da cui deve disidentificarsi e separarsi per rivolgersi altrove, ma che ritroverà in altri aspetti e sembianze nel futuro come nuovo oggetto d'amore. Mentre la bambina ha come primo "altro da sé" un altro uguale a sé e da cui non dovrà quindi disidentificarsi nelle stesse modalità maschili. Però la bambina dovrà fare uno spostamento per l'oggetto d'amore verso un altro di un altro sesso. Questa differenza di base determina discrepanze e diversità importanti per quello che riguarda la costruzione differenziata e sessuata dell'identità di genere.
LA PATERNITA'
Per l'adolescenza maschile, in quanto l'oggetto d'amore primario è la base, la problematica fondamentale è la separazione della disidentificazione, di doversi staccare da quello che rimane un nucleo d'attrazione primaria, in quanto comporta problematiche di dipendenza e passività. Risulta necessaria la figura paterna che sostenga il processo identificatorio. La presenza del padre è un elemento fondamentale per consentire la costruzione dell'identità di genere nell'adolescente maschio, in quanto "altro" valorizzato da sé e dalla madre.
Non è il padre di freudiana memoria con le sue valenze limitanti e castranti, ma è un padre che fornisce modelli, sistemi di valori, norme di comportamento, che accompagna la funzione di tutore della crescita, in una funzione maschile essenziale per la costruzione del sistema di valori che governano l'identità di genere maschile e di cui sentiamo una forte carenza nell'attuale sistema sociale (per esempio considerando il processo di femminilizzazione della scuola, come una delle istituzioni per cui forse i preadolescenti maschi si trovano più a disagio nel percorso di scolarizzazione, per cui la dimensione femminile preclude l'identificazione con la componente maschile).
Nel momento in cui viene meno il ruolo maschile adulto, come ruolo ostetrico rispetto al fare emergere i valori maschili, si presenta il rischio che questi ultimi agiti nell'ambito del gruppo dei pari assumano, proprio per effetto d'attrazione degli aspetti infantili come la passività e la dipendenza, forme di radicalizzazione e vengano estremizzati, nella difficoltà di integrazione dell'aggressività quale istanza virile. Quindi l'elemento virile propositivo, costruttivo, attivo, si trasforma purtroppo in violenza che deriva dalla mancata presenza di una funzione adulta come potenziale contenitore e integratore di un preciso sistema di valori.
L'ADOLESCENZA FEMMINILE E IL RUOLO MATERNO
Problematiche diverse si riscontrano nel percorso adolescenziale femminile. Al momento della scoperta anatomica e della differenziazione sociale tra maschile e femminile subentra una sorta di delusione narcisistica da parte della bambina per la propria identità che nasce da una ferita, secondo Freud l'invidia del pene, quale trauma complesso riguardante l'immagine di sé, del proprio valore in quanto donna, maturando un senso d'inferiorità viscerale. Si tratta comunque di una ferita che facilita lo spostamento della simbolizzazione verso il padre, verso il maschile, decentrando l'oggetto d'amore, ma che rende il percorso di costruzione dell'identità di genere un'istanza da ricostruire rispetto ad una delusione primaria, attraverso processi di identificazione e controidentificazione con individui dello stesso sesso.
Integrare le caratteristiche della costruzione dell'identità di genere così come viene proposta e suggerita dalla società contemporanea con quello che concerne lo specifico dei valori della femminilità e del materno, in aree che riguardano la realizzazzione della femminilità e dell'area materna, della seduttività, in una società così complessa risulta essere un'operazione molto complicata. (Da La costruzione del genere)
IL MASCHIO "MATRIZZATO"
Lo psicoterapeuta Risé afferma che la maggior parte degli uomini occidentali oggi sono re Pescatori: hanno proceduto lungo il loro sviluppo maschile ma, a metà strada, hanno incontrato qualcosa che è più grande di loro e la loro mascolinità ne è rimasta ferita.
Passando dalla leggenda alla storia e alla cultura in cui siamo inseriti possiamo elencare le cause di tale condizione: la fine della famiglia patriarcale, i cui membri dipendevano e si organizzavano verticalmente intorno al "maschio" padre o padrone: figli, moglie, sorelle; la fine della funzione dei ruoli maschili socialmente riconosciuti e della loro preminenza (potere militare, politico, economico). Gli effetti sono stati nel maschio il disorientamento e lo smarrimento di fronte a un vuoto di potere e a una inettitudine al cambiamento, mentre le alternative di trasformazione sono rimaste nell'ombra perché fanno paura, vengono rimosse, ingoiate dentro, dove diventano oscuri nodi complessuali oppure sono proiettate negativamente sulla controparte sessuale, la donna, incolpandola della nuova condizione di re senza scettro.
Nella leggenda questo percorso è rappresentato da Parsifal, che si allontana dalla madre per compiere la sua missione di cavaliere e sarà il salvatore del re Pescatore. La madre lo libera della sua protezione, gli dona un abito filato da lei stessa da portare sempre indosso. Parsifal, fra le molte avventure, incontra il Cavaliere Rosso, simbolo-ombra del 'maschile', forza potenzialmente distruttiva, lo sfida e lo vince. Sotto il velo della leggenda si iscrive una grande verità: per diventare uomini bisogna lottare con l'Ombra del Cavaliere Rosso, senza tuttavia rimuoverla, perché significherebbe la rimozione della propria aggressività (da "adgredior": procedo, vado avanti).
Con l'emancipazione della donna e anche, almeno in certe aree, con la femminilizzazione della società, è invece aumentato il "complesso materno". Finché l'uomo rimane avviluppato, in linea difensiva, nel "complesso materno", non può riappropriarsi della propria mascolinità e neppure mettersi in relazione con il femminile interiore, cioè i sentimenti, gli affetti, ed esteriore, cioè le donne reali. Per "complesso materno" si intende il desiderio regressivo di ritornare a essere bambino, allo stato di dipendenza dalla madre. E' il desiderio dell'uomo di lasciar perdere, il suo disfattismo, la sua richiesta che gli altri, le donne, si occupino di lui. Tutto questo provoca nell'uomo un malessere profondo; oggi, in una società che tendenzialmente pone l'accento sul femminile, molti uomini cercano di delegare a una donna reale la loro realizzazione e ne restano insoddisfatti, perché nessuna donna può assumersi un ruolo che non può incarnare in quanto non è il suo, a meno che non si instaurino relazioni asimmetriche e di dipendenza. Il risvolto più pericoloso di questa situazione di disagio dell'uomo è la risposta reattiva, violenta.
Il maschio "matrizzato", dipendente dalla madre, intesa questa sia come madre reale sia come idea che il maschio si fa della donna, può rappresentare l'eterno fanciullo; nella mitologia erano i fanciulli-fiore, Narciso, Giacinto, incapaci di amare se non se stessi e in maniera sterile (vedi box "La negazione del vuoto dentro"); il loro destino ultimo è infatti un destino di morte, pensiamo al mito di Narciso, perché non si può amare se stessi se non attraverso l'amore per gli altri e la capacità di prendersi cura propria dell'adulto e di confrontarsi col diverso da noi.
Allora che cosa fare, per tornare, ma in maniera nuova, non replicante un passato improponibile, a essere maschi, padri, amanti, senza dipendenze, proiettive o reattive rispetto alla donna? Come fare a uscire da questa frustrazione? Simbolicamente il maschio deve andare alla riconquista del proprio "fallo". Il maschio che non ha costruito una relazione positiva con la propria fallicità è oscillante e pauroso, ha paura del Cavaliere rosso, della sua aggressività e, senza integrarla in sé come forza equilibrata, la nega e si mette in dipendenza della donna oppure la esaspera, ma in maniera separata dalla mente e dagli affetti, ne viene come impossessato perché non la sa gestire e può diventare violento o semplicemente diffusivo, affettivamente inconsistente.
Oggi, in una società di immagine, si assiste anche al fenomeno dell'esibizione del corpo fallico maschile - il maschio che cura con la palestra la sua struttura muscolare, che si preoccupa di avere le giuste dosi di proteine, di ormoni, e, secondo l'età, anche di Viagra in funzione di buone performance sessuali, ma può trattarsi soltanto di un camuffamento del disagio per la propria inconsistenza maschile. Può accadere allora che questo tipo di uomo viene "usato" e non amato dalle donne, a causa della sua avarizia sentimentale ed emotiva, allora si sente solo come un cane. Potremo usare le parole forti di Risé, quando prende in considerazione questi comportamenti maschili oggi diffusi: "questi uomini si sono castrati con le proprie mani, pensando anche di fare un buon affare", perché, riconoscendo passivamente la scalata compiuta in questi decenni dalla donna e non interagendo con lei, le affidano, come per alleggerirsene, responsabilità proprie.
Se l'uomo non si distacca dalla dipendenza materna e non riesce ad assumere la posizione fallica, che è generosità, prendersi cura di, paternità, rimane prigioniero dell'atteggiamento fondamentale di quella relazione: la richiesta verso di lei, il bisogno che la madre deve assolvere, la protesta anche violenta quando non lo fa. Egli si comporta come se tutto il mondo fosse un grande seno che lo deve rifornire di alimento, senza chiedergli nulla in cambio e senza smettere mai. Ma il maschio eterno figlio della madre è destinato a sperimentare spesso la frustrazione. Le mamme da cui egli perennemente dipende, la fidanzata, la moglie, l'azienda, l'Associazione, la stessa madre, prima o poi esauriscono l'energia e lo lasciano a bocca asciutta; o peggio, profittano del suo stato di continuo bisogno per renderlo succube. C'è una sola donna che potrebbe amare quest'uomo: il tipo "crocerossina", la donna che ama storie con un uomo debole, interiormente povero perché questo gratifica il suo senso di potere (la donna che è stata repressa, trova in questa relazione l'unico modo per ottenere un senso, e quindi potere n.d.r). Ma si sarebbe di fronte a un rapporto asimmetrico e fonte di reciproche frustrazioni. (Vedi anche il box "La dipendenza che ammalia")
Parsifal, per non essere deriso dalle donne che incontrava, dovette togliersi l'abito che la madre gli aveva detto di portare sempre indosso. L'uomo deve riappropriarsi del proprio spazio maschile interiore e fare agire l'immagine interiore del padre. (Da Il mito dell'ermafrodito)
NOTE AGGIUNTIVE
ECO E NARCISO: IL MITO
Narciso era un giovane così bello che tutti, uomini e donne, s'innamoravano di lui. Lui però non se ne curava, anzi preferiva passare le giornate tutto dedito alla sua passione della caccia.
Tra le sue spasimanti c'era pure la Ninfa Eco, costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le era stato detto; perché Giunone l'aveva punita. Infatti Eco era stata complice di Giove quando, con la sua abile oratoria, la distraeva mentre lui, il Re dell'Olimpo, si dilettava con le altre ninfe, sue amanti.
Quando comunque Eco cercò di avvicinarsi a Narciso questi la rifiutò. Da quel giorno la ninfa si nascose nei boschi consumandosi per quell'amore non corrisposto, fino a quando non rimase di lei solo una voce. Infine Nemesi vendicò però l'indifferenza di Narciso, che fu condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nell'acqua.
Così Narciso iniziò a passare le sue giornate davanti alle pozze d'acqua, in cui si vedeva riflesso, lamentandosi poiché non riusciva a raggiungere la sua immagine, e i suoi lamenti venivano ripetuti da Eco.
Una volta compreso, però, tutto ciò che era accaduto, Narciso si lasciò morire nello struggimento. Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, trovarono al suo posto un fiore cui fu dato il suo nome.
(Vedi alcune riflessioni di Umberto Curi sul mito di Eco e Narciso)
LA DIPENDENZA CHE AMMALIA
Spesso chi sperimenta per la prima volta la sostanza o l'oggetto della propria dipendenza, descrive quest'incontro come un "colpo di fulmine", un incontro con tutto ciò che avevano sempre cercato: "sono finalmente a casa". A volte questo primo momento viene vissuto come un'esperienza pseudomistica, un "barlume di assoluto", un'espansione infinita fino all'identificazione con l'intero universo. (E', di fatto la percezione energetica del potere sull'altro... ndr)
Secondo quanto afferma William James nel suo libro Le varietà dell'esperienza religiosa: "La sobrietà sminuisce, discrimina e dice no, l'ebbrezza espande, unisce e dice sì". (Da: L'Io e l'Infinito)
AMARE TROPPO
"Amare troppo significa, in sostanza, essere ossessionate da un uomo e chiamare questa ossessione amore, permettendole di condizionare le vostre emozioni e gran parte del vostro comportamento…. Significa anche misurare il grado del vostro amore dalla profondità del vostro tormento” (Da "Donne che amano troppo", Norwood, Feltrinelli)
LA NEGAZIONE DEL VUOTO DENTRO
Il Narcisista manifesta atteggiamenti esteriori di plateale autonomia, benessere, disponibilità alle relazioni, e ostentato senso di superiorità. Tali atteggiamenti sono però come intrisi di rabbia che, come si sa, è spesso una negazione della sofferenza. Essa si declina come sentimento di vuoto e di insignificanza, scontentezza, noia, senso di colpa, superficialità nei rapporti interpersonali.
Come si è detto, a questi stati d'animo si sovrappone un atteggiamento volontaristico ed efficientistico, volto all'affermazione, al successo, al potere.
E' dunque facile cogliere una incongruenza tra le due modalità coesistenti; in tale incongruenza si rivela quella che potremmo chiamare l'assenza di spessore del narcisista, la sua obliquità che è insieme tragica e sinistra, quasi una belle indifference.
Ma si può allontanare soltanto da ciò che ci è vicino: il narcisista non coglie il paradosso consistente nel volersi liberare di qualcosa che egli vive come lontano (cioè non suo), di qualcosa che dunque egli non riesce a toccare. Egli sta al centro della sua cella, non si avvicina alle mura del carcere; e queste continuano ad opprimerlo. La loro lontananza si dà in lui come lontananza da se stesso. (Da Una falsa identità)
SE L'ISTINTO DI CONSERVAZIONE E' ESASPERATO
La tendenza a conservare la vita è un istinto primario che accomuna tutti noi. Se qualche fattore minaccia da vicino la nostra esistenza, la nostra individualità, la tendenza alla conservazione si acuisce, si esaspera, fino ad indurre una diffidenza generalizzata che si impone coattivamente e "istintivamente" anche nelle situazioni meno ostili. Quando una persona è a struttura schizoide, la sua costante comportamentale è caratterizzata proprio da una diffusa e insuperabile diffidenza legata direttamente a un esasperato istinto di conservazione. La diffidenza nello schizoide si presenta come una difesa psichica che ha assunto un carattere invalidante.
È infatti caratterizzata da un potenziamento dell'autos, ovvero di tutto ciò che si fonda sul se stesso; dall'autonomia, all'autoarchia, all'autismo. Chi non si fida di niente e di nessuno tende inevitabilmente a fare da solo, con il risultato che l'indipendenza e l'autonomia diventano valori assoluti. Lo schizoide è dunque per sua natura riservato, può essere scambiato per timido, snob, altezzoso, ma in realtà ha paura del rapporto con gli altri. Egli ha sempre bisogno di avere un determinato spazio personale intorno a sé, che non può essere occupato, invaso, pena l'aumento immediato della paura. I rapporti interpersonali sono piuttosto superficiali, dove tendono al minor coinvolgimento possibile. Spesso lo schizoide dà per scontato che gli spettino disponibilità, prestazioni e favori. Le sue aspettative esasperano l'altro, fino a portarlo a continue prove del suo amore; se il partner non regge la situazione, lo schizoide può finalmente concludere che "faceva proprio bene a non fidarsi" e tornare, rafforzato nel suo atteggiamento, all'autarchia originaria. Lo schizoide non è anaffetivo, ma vive la sua affettività in modo disturbato. Dentro la corazza di cui lo schizoide si riveste palpita un midollo tenero e sensibile, che si strugge dal desiderio di potersi affidare a qualcuno ed aspira a rapporti affettivamente intensi. Spaventato fino al panico, l'individuo si ritira entro la sua turris eburnea e guarda con somma diffidenza tutto ciò che sta al di fuori.
La diffidenza, la scarsa familiarità con i sentimenti, la paura dell'emotività impongono lo sviluppo di altre funzioni e di altri lati della personalità. È tipico riscontrare nello schizoide un grande sviluppo delle facoltà percettive; sempre all'erta, affina l'apparato sensorio. Si dice che abbia "antenne" molto sensibili; in effetti coglie il particolare, capta le atmosfere, fiuta le cose prima che accadano. Il mondo di chi non si può fidare è irto di potenziali pericoli: è quindi necessario avvertirli il più precocemente possibile.Verrebbe erroneamente da pensare che abbia una forte capacità intuitiva, ma in realtà il forte controllo razionale inibisce questa facoltà; allora si può dire che le sue siano acute osservazioni. Il lato intellettivo-razionale è infatti sviluppato in maniera ipertrofica. Solo ciò che è scientifico e matematicamente certo è affidabile. Considera deboli coloro che credono nella legge, nelle istituzioni, nell'etica o nella religione. Gli schizoidi riescono bene negli studi che comportano un alto livello di astrazione: la filosofia permette di trovare una spiegazione razionale a tutto e quando tutto è chiaro non è più insidioso, non fa più paura. L'ipertrofia della ragione, nello schizoide, non implica di per sé la presenza anche della critica. Le elucubrazioni schizoidi sono certamente logiche, spesso lucide, ma non necessariamente critiche. Proprio per il fatto di essere anticipatori e non convenzionali, gli schizoidi sono spesso scarsamente popolari, ma al tempo stesso possono scatenare cambiamenti ed essere pionieri e iniziatori, poiché vivono più intensamente la precarietà dell'esistenza umana. Lo schizoide ha capacità ironiche e satiriche, un occhio acuto per le debolezze altrui; è poco incline a tollerare l'inautenticità dell'altro, crede nelle proprie capacità e vive in larga misura senza farsi illusioni. Nelle strutture fortemente schizoidi riscontriamo atteggiamenti di dominio sugli altri, più o meno marcati di sadismo psichico e/o fisico, di teorizzazione della propria autarchia e mancanza di legami come un valore assoluto (è il caso di molti dittatori). Chi è senza legami diventa facilmente inumano. Fintanto che le difese schizoidi rimangono tipologiche e non divengono patologiche, sono molto spesso adattive e funzionali alla nostra società. La nostra società stessa, infatti, va assumendo sempre più caratteri marcatamente schizoidi.
Clima familiare
C'è da chiedersi dove nascano atteggiamenti e difese così radicati e strutturati come quelli dello schizoide. La risposta classica, assai ovvia, ci rimanda al primo quadrimestre di vita e alle vicende della posizione schizo-paranoide descritte dalla Klein. Ma noi, avvallandoci di stimabili ricerche scientifiche, vorremmo osservare che cosa accade al bambino nel ventre materno e cosa vive nel travagliato momento in cui lo lascia. Gli studi sulla vita prenatale pongono sempre più in luce la complessità dell'esistenza all'interno dell'utero. Alla quinta settimana di vita il feto dispone di una gamma di risposte riflesse. Già all'ottava settimana, queste si organizzano in un autentico linguaggio corporeo con cui il bambino risponde agli stimoli, interni ed esterni, che gli pervengono. A quattro mesi è in grado di discriminare i sapori, di avvertire i rumori anche provenienti da fuori e di reagirvi. Sin d'ora è in grado di riconoscere la voce, non solo della madre, ma anche del padre e, ciò che più importa, dopo la nascita saprà precocemente riconoscere tali voci e rispondervi emotivamente. Nel terzo trimestre di vita pare che le strutture nervose centrali e periferiche consentano il costituirsi di rudimentali tracce mnestiche e di una primordiale vita emotiva. Certe abitudini materne vengono assimilate dal feto e ricordate dopo la nascita. Tra madre e nascituro si instaura un flusso intenso continuo e puntuale di comunicazioni, che potrebbe essere definito una precocissima forma di comunicazione simpatetica. Stati d'ansia, di collera ed altri stati emotivi della madre si trasmettono tempestivamente al feto. Il feto non solo recepisce, ma discrimina i sentimenti della madre e vi reagisce. Ricerche sui disturbi comportamentali neonatali hanno dimostrato che i figli non voluti presentano, fin dal momento della nascita, una più alta incidenza di disturbi e disadattamenti, la stessa cosa si verifica anche per madri ambivalenti. L'accettazione vera, sentita, spontanea del futuro figlio è la prima forma di igiene psichica
L'utero materno è il primo mondo del bambino, se questo è accogliente egli può iniziare sin da prima della nascita a sviluppare sentimenti positivi, ma se questo è ostile e rifiutante egli reagirà, a sua volta, con rifiuto e chiusura. Le ricerche sulla vita intrauterina sembrano confermarci che gli eventi prenatali influenzano il nascituro, inducendo atteggiamenti fiduciosi e progressivi, o atteggiamenti sfiduciati e regressivi. L'importanza delle esperienze precoci si estende anche nel parto. Il parto in moltissimi casi è evento violento, ai confini con la tortura. Leboyer lo definisce una "tempesta percettiva".
Per una nascita senza "violenza" l'autore ripropone un ritorno alla naturalità del parto, invece l'odierna società industriale crea attorno al parto un clima che possiamo definire maschile (in senso archetipale). Esso è caratterizzato dall'attività al posto dell'attesa, dal fare al posto del lasciar accadere, del gestire al posto del recepire. È con questo bagaglio di esperienze, talora già gravoso e gravido di conseguenze, che il neonato affronta il primo, decisivo anno di vita, sottoponendosi a un lunghissimo periodo di dipendenza dall'ambiente. Molte esperienze arcaiche configurano il mondo come ostile, facendo sì che il bambino lo viva come terrificante e minaccioso. A queste esperienze minacciose il bambino può reagire soltanto rafforzando in modo esasperato il proprio istinto di autoconservazione. La sub-personalità schizoide, ovvero l'insieme strutturato delle difese schizoidi, nelle sue manifestazioni più vistose, può essere intesa proprio come espressione di un esagerato istinto di autoconservazione, un estremo tentativo di non essere sconvolto dall'altro e dal mondo. Questa sub-personalità cresce all'ombra di due stereotipi di madre, l'una troppo assente, l'altra troppo presente, entrambe incapaci di amare, entrambe foriere di paura. La madre assente, spesso schizoide ella stessa, non è capace di manifestazioni affettive, di un rapporto fisico sciolto, di contatto, specialmente rifiuta il figlio. Ci sono infinite possibili cause di rifiuto, talvolta per forza maggiore, talvolta per una scelta più o meno responsabile. Il rifiuto della madre può essere recepito già durante la vita prenatale; dopo la nascita aleggia, ancor più, questo clima mefitico di poco amore, di scarsa dedizione, di aperto rifiuto.
Il bambino non legge il linguaggio verbale, ma decodifica quello analogico non verbale. La madre antepone i propri bisogni a quelli del figlio, non ha atteggiamenti affettuosi nei suoi confronti, lo considera un peso, lo rimprovera a torto e a ragione. Questi atteggiamenti caratterizzano sia le prime fasi di vita, sia tutto l'ulteriore rapporto educativo con il figlio, dove la madre non è una presenza che rassicura, ma una presenza che fa paura. La madre assente non è capace di comunicazione simpatetica con il figlio e quindi risponde in maniera impropria alle richieste del bambino. Egli si trova continuamente solo a far fronte ai propri bisogni: il mondo, per lui, è un mondo vuoto, senza nessuno che accorra ai suoi pianti, senza nessuno che risponda adeguatamente alle sue richieste. Solo con i suoi bisogni, troverà in se stesso l'unico punto di riferimento, più tardi assumerà abitualmente se stesso a misura della realtà. Via via che cresce il bambino avvertirà l'assenza di una madre che teme l'affettuosità del figlio, una madre che svaluta il suo affetto con ironia beffarda, con il risultato che il bambino viene smascherato troppo presto nei suoi bisogni affettivi e umiliato nel suo voler bene. Il bambino allora comincerà a porsi una domanda fondamentale: "Visto che i miei affetti non servono a niente, non sarà meglio che me ne sbarazzi?" In questo clima affettivamente glaciale ogni esigenza di calore viene delusa. Delusa non solo l'esigenza di ricevere affetto, ma anche di darne. Abbandonato a se stesso il bambino vive drammaticamente la minacciosità del mondo e la precarietà della sopravvivenza. Rifiutato da una madre ostile, non gli resta che riparare fra le presenze rassicuranti delle sue fantasie. La realtà conosciuta attraverso la madre-assente è, per ogni verso, una realtà ambigua che ora accetta, ora respinge. Il bambino non sa se aprirsi o chiudersi e rimane paralizzato, incapace di dare o di ricevere, perché ormai non si orienta più, non si fida. Il secondo stereotipo di madre che favorisce lo strutturarsi della sub-personalità schizoide è la madre invadente. Anche lei è spesso mossa da un profondo rifiuto del figlio. L'aggressività che essa prova la fa sentire talmente in colpa che si prodiga in ogni modo per proteggere il figlio. Proprio in questo eccessivo prodigarsi si insinua la sua originaria aggressività: lascia l'altro senza scampo, senza respiro, gli nega ogni libertà. La madre invadente si sostituisce al figlio in tutto, è sempre minacciosamente incombente, quando non sono più i sensi di colpa, può essere una struttura ossessiva che la induce a controllare senza posa il figlio. La madre invasiva è incapace di decodificare il pianto del figlio e allora, per non sbagliare, gli dà tutto: lo nutre, lo cambia, lo culla, cerca di prevenire ogni sua richiesta. Incapace di dare le cose giuste al momento giusto, essa assilla il figlio in continuazione.
Tante volte a rafforzare questi comportamenti materni intervengono fattori familiari e ambientali. Ecco allora che una moltitudine di persone si affaccia al mondo del bambino e per lui non c'è mai un attimo di tregua, di tranquillità, di intimità. Non c'è confine tra spazio pubblico e spazio privato, lo spazio pubblico invade ogni momento quello personale del bambino, manca sempre il contatto, l'intimità: sono queste le condizioni affettive che improntano la sub-personalità schizoide. La madre-assente e la madre-invadente potrebbero essere paragonate al mito di Medusa che è un anti-madre, che con il suo sguardo squalifica e mortifica la vita psichica del bambino gettandolo in un universo di paura. Accanto a queste tipologie di madri ritroviamo spesso un padre che "brilla" per la propria assenza, un padre che scarica sulle sole spalle della madre il peso, le responsabilità e la difficoltà dell'educazione dei figli.
Non di rado si sente trascurato dalla moglie e va a farsi consolare altrove. La moglie vive così continue frustrazioni che non scarica sul marito perché non c'è, ma sul figlio. Come possiamo notare queste sono esperienze che accomunano moltissime persone, ma non tutti sono necessariamente schizoidi; per capire come viene a strutturarsi una sub-personalità schizoide è necessario tener conto del sommarsi delle offese che finiscono per logorare e lasciare il segno. Quando l'ambiente si dimostra più e più volte ostile e poco affidabile, il bambino piccolo si sente vittima del disagio e della paura. Dall'intreccio di queste esperienze nasce la paura folle, l'autentico panico che attanaglia lo schizoide. È da questa paura che il bambino deve imparare, e presto, a difendersi. Il bambino reagisce al clima letale in due modi fondamentali: quello della fuga e quello dell'identificazione con l'aggressore. Le due forme estreme dell'autismo e della simbiosi sono gli esiti ultimi di un'infinita gamma di gradazioni comportamentali. La madre invadente e quella assente sortiscono lo stesso effetto: la paura. In preda al panico il bambino si ritira dal mondo-madre sino ad arrivare a forme autistiche, oppure avvia un processo di identificazione con l'aggressore: egli stesso diventa la madre. L'aggressività feroce nei confronti della madre viene sepolta sotto un'impenetrabile coltre di premure e di dedizioni che entrambi chiamano amore. Non di rado quando la madre muore, l'organizzazione difensiva crolla, la persona si scopre senza identità, allora comincia a chiudersi sempre più sino alla chiusura totale, autistica. Fortunatamente oggi i padri sono più responsabili nei confronti dei propri figli e aiutano la compagna con la loro presenza all'educazione del figlio. Non sempre il bambino ha a che fare con una madre anaffettiva ma tante volte con una madre, specialmente le primipare, insicura ed inesperta che crea nel figlio lo stesso clima nel quale lei vive. (Fiore Cianci, neuropsichiatra)
LA DIPENDENZA AFFETTIVA
Molte sembrano identificarsi in Belle, la protagonista di “La bella e la bestia”, ovvero in eroine capaci di trasformare la bestia in un bellissimo principe! Che delusione quando questo non succede. Eppure la favola è chiara: affinché avvenga la trasformazione è indispensabile che la bestia sia stata un giorno un bellissimo principe trasformato da un incantesimo che deve sciogliersi prima del matrimonio non dopo. Ma le nostre caparbie eroine insistono nell'attesa che il miracolo avvenga, lasciando che il loro amore e la loro vita sfioriscano tra liti e maltrattamenti psicologici e fisici di ogni tipo, rifiutandosi di accettare che, anche con ogni giustificazione, hanno sposato una “bestia” vera e che può essere trasformata solo da un aiuto esterno e non dal nostro amore! L'amore fa molti miracoli, ma non quando parliamo di tossicodipendenza, alcolismo o tendenza a violenti attacchi d'ira spesso giustificati da gelosia, possesso o altro.
Le eroine di cui stiamo parlando sono soggetti il cui cuore sanguina a causa di una forma di dipendenza affettiva. Sono le donne che innamorate di un uomo sposato, si accontentano di briciole di tempo nell'eterna speranza che lui lasci la moglie per loro (speranza sorretta dalle promesse di lui!), sono le compagne di alcolisti o tossicodipendenti, le mogli vittime di violenze fisiche e psicologiche, ma anche le innamorate silenti del proprio capoufficio, da cui si lasciano maltrattare pur di sentirsi importanti. Per motivi di spazio evito qui di parlare delle donne che si fanno male, ovvero autolesioniste. Insomma un'ampia categoria di persone che addebitano alla sfortuna la propria sofferenza. C'è sempre un partner sbagliato nella vita di queste persone.
Gli studi fatti sulla scelta amorosa dimostrano che in realtà non è stato il caso che ci ha fatto incontrare quella persona invece di tal altra, ma quell'incontro è stato il risultato di una nostra attenta, anche se inconsapevole, ricerca. Una sorta di profezia che si autoadempie: da bambine infelici a donne … infelici. (…)Queste donne sono state “bambine adulte” che spesso si sono dovute occupare del genitore o dei fratellini, bimbe buone e brave, angioletti che imparano presto a cucinare, sistemare casa, andare bene a scuola e, soprattutto, camminare in punta di piedi quando l'atmosfera lo chiede; che crescendo continuano a volere redimere, aiutare, salvare le persone che hanno accanto ripetendo il copione familiare. Si sentono responsabili di tutto e di tutti e sentono di potersi realizzare solo salvando la persone che hanno accanto. (…) Credo che ad ognuno sia capitato di sentirsi dire “Ti amo, anche se non sei bellissima”, e spesso si è sentito ferito da questa affermazione, tutti vogliamo essere belli agli occhi di chi ama, se non avviene ci sentiamo veramente uno straccio! Ora immaginiamo che la serie dei “anche se non sei…” diventi molto lunga, allora può succedere che io mi senta di dovere gratitudine a chi mi ama nonostante tutti quei “anche se non …” e mi convinca che nessuno sarebbe così stupido da amarmi nonostante io non sia …” e giorno dopo giorno le insicurezze aumentano insieme alla dipendenza.
Mentre scrivo mi accordo di usare frequentemente il femminile rivolgendomi ai soggetti dipendenti dall'amore, questo avviene perché quando si tratta il tema pernicioso ma sempre attualissimo della sofferenza auto o etero inflitta, si tende a parlare di donne. Questo non perché gli uomini non hanno motivi di sofferenza o non scelgano donne carnefici, ma perché frequentemente gli uomini che hanno subito traumi o sono cresciuti in famiglie cosiddette a rischio, tendono a diventare attivamente carnefici o dipendenti da sostanze. La Miller, nel suo libro “Donne che si fanno male” precisa che l'infanzia violata da violenze fisiche o psicologiche è una realtà anche maschile. La diversità, secondo l'autrice, esiste nell'educazione ricevuta, mentre gli uomini che hanno subito traumi infantili tendono a diventare a loro volta violenti, le donne tendono a riprodurre su se stesse tale violenza, tendono a subire più che ad infliggere.
Nelle coppie disfunzionali in cui uno dei due è alcolizzato o violento, si tende a vedere l'altro come un eroe, che con pazienza e grande coraggio sopporta tutto per il bene dei figli, oppure perché “un giorno grazie a me cambierà”, o perché “cosa farebbe senza di me?”. (…) Queste persone non sono realmente eroi ma solo individui che stanno tentando di soddisfare un loro bisogno insoddisfabile. Di fondo sono persone assolutamente incapaci di occuparsi di se stesse e riescono a sopportare solo quello strano tipo di solitudine a due perché riproducono ciò che hanno ricevuto nell'infanzia. In pratica finché hanno qualcuno di cui occuparsi sono forti e capaci ma se devono occuparsi di se stesse sono assolutamente incapaci ed impauriti.
La letteratura d'oltre Oceano si è molto occupata di queste strutture di personalità da quando la problematica della dipendenza affettiva è letteralmente scoppiata in seguito al nascere di gruppi di self- help per mogli e mariti di alcolisti. Si è scoperto che queste persone erano dipendenti tanto quanto i compagni alcolisti (o tossicodipendenti) ed avevano bisogno di imparare non tanto ad aiutare il compagno quanto ad aiutare se stesse. Questo è avvenuto nel tipico stile americano dei gruppi di self- help. La problematica diviene evidente solo quando il partner eletto a disfunzionale decide di uscire dal proprio tunnel, e quindi si disintossica, frequenta gruppi self- help, diventa una persona “sana”. Il partner prima considerato sano anche se infelice, l'eroe della situazione rimane senza nessuno di cui occuparsi e, come un guerriero in tempo di pace, cade nella più cupa depressione.
(Tratto da I lividi del cuore)
TUTTO INIZIA CON UN ABBANDONO
La depressione è un'esperienza centrale nell'esistenza umana. La psicologia esistenziale vede nell'essere-gettato-nel-mondo la fondamentale matrice della psicopatologia. La psicoanalisi seguendo questo concetto ha prestato particolare attenzione alle vicende psichiche legate alla nascita dove il bambino sperimenta una propria pena, un proprio dolore che lascia un imprinting nella psiche. La vita ha origine da un distacco, da una separazione, da un abbandono, da una "caduta" ed è perciò una perdita dell'ambiente uterino, anche se questo talvolta può inquinare lo psichismo fetale a seconda del clima familiare della madre.
L'esistenza umana nasce da questo vissuto di perdita, così che la sofferenza, la tribolazione, il dispiacere, divengono dimensioni esistenziali universali. Quando esperienze precoci rinforzano l'originario imprinting del dolore influenzando lo stile di vita della persona, si costituisce una struttura depressiva. Con l'accumularsi o l'accentuarsi di esperienze di carenza affettiva rinforzanti l'imprinting iniziale, di fronte ad un io le cui difese non sono più sufficienti, si ha una degenerazione patologica.
- La carenza d'amore di una madre assente e/o insufficiente che non ha saputo riconoscere e rispettare il bambino fin da piccolo imprime una cronica sensazione di inferiorità con la conseguente convinzione di indegnità che lo porterà nella vita ad accontentarsi di poco, a non far valere mai le proprie opinioni. Si costituisce così un Io fragile, insicuro, scarsamente intraprendente, rinunciatario e pessimista, che nella vita svolgerà sempre mansioni di gregario o di spettatore, di fronte a qualsiasi possibilità di successo avrà sempre un comportamento decisamente fallimentare; così abbiamo il bambino che a casa sa bene la lezione ma a scuola sbaglia il tema, lo studente bravo che crolla agli esami di maturità, l'impiegato che arriva ad un pelo dalla poltrona dirigenziale ma se ne guarda bene dal raggiungerla.
E' tipico della persona depressa rimandare ad un indefinibile futuro la propria realizzazione: da grande andrò, farò, comprerò...ma non si sa mai quando diventerà grande. Talora questa impostazione di vita viene teorizzata, per cui la persona depressa abbraccia ideologie della rinuncia, in nome dell'equità sociale, o di un partito, o di Dio. Metodicamente il depresso viene a sviluppare una singolare familiarità con il dolore, con la sofferenza e con la sventura che gli consente una sensibilità e un'identificazione particolare con ogni portatore di afflizione, uomo o animale che sia. Immerso nelle sensazioni di indegnità, inadeguatezza, rinuncia, pessimismo, sofferenza, sensibilità per il dolore altrui, il depresso inconsciamente finisce spesso col perdere la dimensione dei propri desideri: ed eccolo quindi ad accettare i peggiori compromessi, castranti rinunce, enormi sacrifici, senza rendesi conto di quanto siano in contrasto con i propri desideri.
Sarebbe ingannevole ritenere che l'altruismo di queste persone, la loro accondiscendenza, il loro darsi da fare riposino su una situazione personale di armonia, di appagamento, di tranquillità interiore. Il depresso si porta dentro un'antica mancanza un connaturato bisogno, un'avidità mai sazia, un'incolmabile vuoto d'amore. Non è privo di desideri, semplicemente li ha repressi e spesso non li ascolta né li vede. Il paradosso è che questa repressione dei desideri è addirittura funzionale alla soddisfazione del fondamentale desiderio depressivo, quello di affetto. Per l'affetto questa persona è disposta a qualunque sacrificio, a qualunque compromesso o prostituzione, sviluppa questa forte capacità di dare perché stimolata da un'insaziabile bisogno di ricevere.
In questa distorta relazione tra il desiderare e il ricevere dimora la pena del depresso: ha continuamente bisogno di prendere, di ricevere, di avere, ma per una carenza antica, che ormai non esiste più, la sua avidità nel voler prendere è un'antica coazione che si ripete e perpetua anche se ora non ha più un bisogno reale, in quanto il suo bisogno attuale è sostenuto unicamente dal suo bisogno arcaico. La brama d'affetto induce la personalità depressa dapprima a una logica di "bravo bambino", più tardi a quella del "buon uomo", entrambe sostenute da quella logica del dovere che costituisce una delle più gravi condanne del suo temperamento, che lo porta molto spesso ad essere sfruttato dalla collettività e anche nell'ambito familiare; tutta la sua disponibilità ed efficienza mirano a quei surrogati di affetto, come stima e riconoscenza, al fine di compensare quell'affetto primordiale che non c'è mai stato. L'ideale depressivo è un attaccamento affettuoso, caldo, inseparabile. Il tipo depresso è incapace di stare da solo, le sue relazioni interpersonali sono caratterizzate da un nutrire letteralmente gli altri, offrendo comprensione, sostegno, allegria, ma è un'allegria falsa che può celare un'aggressività potente, enorme, distruttiva.
CLIMA FAMILIARE
Freud faceva risalire la formazione del carattere ossessivo alla fase anale (circa nel secondo anno di vita). Durante questa fase il bambino viene educato al controllo degli sfinteri ed acquisisce una progressiva capacità di controllo sul proprio corpo. Per la psicoanalisi risalgono a queste primitive esperienze di controllo e alla erotizzazione di esse quei tratti di rigidità, parsimonia e ostinazione tipici della sub-personalità ossessiva, che vengono riassunti nella cosiddetta triade anale: avarizia-ordine-ostinazione.
E' lo stadio in cui il bambino inizia a dire "No", affermando così la propria individualità, a riconoscersi come differenziato dall'altro, costituendo le categorie "Io" - "Tu" . Questo comporta anche che l'io si scontri con il tu; si moltiplicano infatti le occasioni in cui può scontrarsi con il mondo, vivendosi scomodo, maleducato,cattivo. L'educazione al controllo degli sfinteri e alla pulizia in genere costituisce la prima e più ricorrente occasione in cui viene agito lo scontro fra l'io del bambino e il tu del mondo circostante.
Quando la pressione educativa comincia ad imporre le sue limitazioni e le sue direttive, al bambino si impone un grosso conflitto che riguarda la natura stessa della sua evoluzione: "restare bambino o diventare adulto? Aderire al rigore delle regole interne oppure sviluppare la libertà personale?" Il clima familiare pressante dell'ossessivo, impregnato di aspettative, richieste, comandi, agisce sin dalla nascita originando quelle sensazioni di dovere definite "nuclei preedipici del Super-io".
Alla costituzione della struttura ossessiva ci può essere sia un clima particolarmente aggressivo e castrante, che soffoca il bambino e lo inquadra entro un rigido reticolo di norme precise e minuziose, dove il genitore agisce spinto dal bisogno di affermare il suo potere sul figlio; sia un ambiente familiare caotico, che non offre direttive e orientamenti, dove il bambino cerca di regolamentarsi da solo e molto spesso le autoimposizioni sono più rigide di quelle genitoriali. Tutte queste dinamiche si accentuano quando il bambino è costituzionalmente vivace; la sua naturale esuberanza spaventa i genitori ossessivi perché non la possono controllare e per questo motivo diventano ancora più castranti. Troppo e troppo presto il bambino viene responsabilizzato, viene repressa la sua esuberanza psichica, sessuale o aggressiva. Viene minata la sua capacità di affermarsi, di esprimersi spontaneamente.
Nelle pressioni per il controllo degli sfinteri si gioca una questione fondamentale, quella dell'affermazione del potere. Nel conflitto fra potere dei genitori e potere del bambino si cerca di coartare l'autoaffermazione dei figli e di promuovere l'identificazione con un mondo genitoriale che rappresenta il giusto e l'assoluto. La madre è un punto di riferimento costante ma non gratificante, si cercano sempre i suoi occhi, il suo sguardo è sempre colpevolizzante e castrante; l'ossessivo si porta sempre dentro quello sguardo che lo fulmina prima ancora che abbia fatto qualcosa, imparando troppo presto a stare attento e a controllarsi, aumentando così la paura delle punizioni e la disposizione a sentirsi in colpa. Il bambino diventerà quindi una persona scrupolosa, ligia al dovere, coscienziosa, testimoniando così l'avvenuta introiezione del mondo genitoriale, tomba dell'evoluzione personale. Identificandosi con il genitore non vive più secondo i propri dettami ma secondo quelli parentali, diventando così al tempo stesso il persecutore e il perseguitato; quando la componente genitoriale monopolizza completamente il comportamento abbiamo l'anancasmo e anche il paralizzarsi nell'immobilità catatonica, quando invece la componente infantile, troppo a lungo repressa, prende il sopravvento, abbiamo forme di fuga nel delirio, ovvero espressioni di una libertà irrefrenabile, non vincolata a nessuno schema.
La scelta impossibile entro cui l'ossessivo si dibatte è quella fra sé e i genitori, la cui risposta ossessiva classica è la non scelta. Il dubbio eterno: "Posso fare ciò che voglio o devo adeguarmi?" paralizza la persona nell'impotenza, il cui fine è proprio quello di non trovare una soluzione per difendersi dalla propria spontaneità, per sospendere l'impulso personale finché si indebolisce sufficientemente. La paura della punizione, legata alla rigidità e al sadismo del Super-io, impone che ogni azione sia giusta in assoluto, perfetta, altrimenti scatta la punizione inesorabile che coincide con l'azione stessa fino addirittura a precederla. A ogni azione deve coincidere una contro-azione, ad ogni pensiero un contro-pensiero. Quando la distanza fra un impulso e un controimpulso si riduce fino ad annullarsi non c'è più spazio per l'azione e l'ossessivo rimane paralizzato nella sua rigidità. L'evoluzione personale è percepita con desiderio ma anche con timore; crescere significa affrancarsi dal dominio genitoriale e per l'ossessivo c'è solo una soluzione per affrancarsi: mors tua vita mea. Per questo motivo nei bambini ossessivi ci sono frequenti fantasie di morte a carico dei genitori; da adulti la situazione si può capovolgere: il genitore ossessivo desidera uccidere il figlio perché gli impone delle limitazioni. Il desiderio di uccidere il genitore castrante può assumere anche connotazioni suicide, dove l'unico modo per sopprimere i genitori diventa quello di uccidere se stessi. Ed ecco allora la paura di cedere alle tentazioni, di gettarsi dalla finestra come unico modo di liberarsi dal persecutore interno.
La lotta fra bambino e genitore, fra spontaneità e coazione, diventa un conflitto tra realizzarsi e non realizzarsi, un conflitto che si esplicita nel tentennare, dubitare, nel fare improduttivo, oppure viene traslato su un piano spaziale ed ecco quindi la paura di uscire o di muoversi da solo o di stare in casa. Le fobie in questo caso hanno lo scopo difensivo di prendere e perdere tempo, per fare senza agire veramente. Il clima persecutorio familiare lascerà il posto per spostamento alle ossessioni che seppur deliranti hanno lo scopo di obnubilare le prese di coscienza e anche la realtà. L'ossessione sta al posto della presa di coscienza di volere uccidere i persecutori. (Fiore Cianci neuropsichiatra)
LA COSTRUZIONE DEL GENERE
Essere maschio o femmina oggi è qualcosa di molto meno stabilito socialmente di quanto avveniva in passato, così come per quello che riguarda gli altri ruoli, sia sociali, sia affettivi. Quindi si tratta di percorsi più lunghi e costruiti attraverso percorsi soggettivi ed obiettivi di elaborazione individuale o meno, organizzati socialmente e fondamentalmente definiti (...) L'identità contemporanea è sicuramente più complessa, più flessibile e lascia spazio maggiore alla libertà individuale, ma quindi anche all'incertezza soggettiva meno contestualizzata in ambiti fondamentalmente rassicuranti Quando si tratta di identità di genere si identifica qualcosa che concerne le aspettative relative all'essere maschio e all'essere femmina, all'interno di un determinato ambito psicosociale. Quindi non si tratta di un concetto biologico, perché diverso dall'identità e dall'orientamento sessuale. E' qualcosa che riguarda le aspettative di ruolo relative all'essere maschio o femmina all'interno di una determinata cultura.
LA DEFINIZIONE DELL'IDENTITA'
Le origini dell'identità di genere, ossia l'identità nucleare di genere si costituiscono nella prima infanzia, sono addirittura precedenti alla consapevolezza della differenza anatomica fra i sessi. E' un qualcosa che riguarda uno stato soggettivo del sentirsi maschio o femmina che si costruisce a partire dal fatto che i genitori pensano di avere un neonato sessuato. Ha a che fare con l'immagine di sé che si costruisce attraverso il rispecchiamento nelle relazioni di base con i genitori. Sussiste un nucleo dell'identità di genere che si fonda sostanzialmente nella prima infanzia e che intanto per maschi e per le femmine comporta una differenza di base.
Il primo oggetto d'amore e d'identificazione per entrambi i sessi è la madre, significando che il bambino maschio ha come primo oggetto di identificazione "un'altra", appunto di altro sesso da cui deve disidentificarsi e separarsi per rivolgersi altrove, ma che ritroverà in altri aspetti e sembianze nel futuro come nuovo oggetto d'amore. Mentre la bambina ha come primo "altro da sé" un altro uguale a sé e da cui non dovrà quindi disidentificarsi nelle stesse modalità maschili. Però la bambina dovrà fare uno spostamento per l'oggetto d'amore verso un altro di un altro sesso. Questa differenza di base determina discrepanze e diversità importanti per quello che riguarda la costruzione differenziata e sessuata dell'identità di genere.
LA PATERNITA'
Per l'adolescenza maschile, in quanto l'oggetto d'amore primario è la base, la problematica fondamentale è la separazione della disidentificazione, di doversi staccare da quello che rimane un nucleo d'attrazione primaria, in quanto comporta problematiche di dipendenza e passività. Risulta necessaria la figura paterna che sostenga il processo identificatorio. La presenza del padre è un elemento fondamentale per consentire la costruzione dell'identità di genere nell'adolescente maschio, in quanto "altro" valorizzato da sé e dalla madre.
Non è il padre di freudiana memoria con le sue valenze limitanti e castranti, ma è un padre che fornisce modelli, sistemi di valori, norme di comportamento, che accompagna la funzione di tutore della crescita, in una funzione maschile essenziale per la costruzione del sistema di valori che governano l'identità di genere maschile e di cui sentiamo una forte carenza nell'attuale sistema sociale (per esempio considerando il processo di femminilizzazione della scuola, come una delle istituzioni per cui forse i preadolescenti maschi si trovano più a disagio nel percorso di scolarizzazione, per cui la dimensione femminile preclude l'identificazione con la componente maschile).
Nel momento in cui viene meno il ruolo maschile adulto, come ruolo ostetrico rispetto al fare emergere i valori maschili, si presenta il rischio che questi ultimi agiti nell'ambito del gruppo dei pari assumano, proprio per effetto d'attrazione degli aspetti infantili come la passività e la dipendenza, forme di radicalizzazione e vengano estremizzati, nella difficoltà di integrazione dell'aggressività quale istanza virile. Quindi l'elemento virile propositivo, costruttivo, attivo, si trasforma purtroppo in violenza che deriva dalla mancata presenza di una funzione adulta come potenziale contenitore e integratore di un preciso sistema di valori.
L'ADOLESCENZA FEMMINILE E IL RUOLO MATERNO
Problematiche diverse si riscontrano nel percorso adolescenziale femminile. Al momento della scoperta anatomica e della differenziazione sociale tra maschile e femminile subentra una sorta di delusione narcisistica da parte della bambina per la propria identità che nasce da una ferita, secondo Freud l'invidia del pene, quale trauma complesso riguardante l'immagine di sé, del proprio valore in quanto donna, maturando un senso d'inferiorità viscerale. Si tratta comunque di una ferita che facilita lo spostamento della simbolizzazione verso il padre, verso il maschile, decentrando l'oggetto d'amore, ma che rende il percorso di costruzione dell'identità di genere un'istanza da ricostruire rispetto ad una delusione primaria, attraverso processi di identificazione e controidentificazione con individui dello stesso sesso.
Integrare le caratteristiche della costruzione dell'identità di genere così come viene proposta e suggerita dalla società contemporanea con quello che concerne lo specifico dei valori della femminilità e del materno, in aree che riguardano la realizzazzione della femminilità e dell'area materna, della seduttività, in una società così complessa risulta essere un'operazione molto complicata. (Da La costruzione del genere)
IL MASCHIO "MATRIZZATO"
Lo psicoterapeuta Risé afferma che la maggior parte degli uomini occidentali oggi sono re Pescatori: hanno proceduto lungo il loro sviluppo maschile ma, a metà strada, hanno incontrato qualcosa che è più grande di loro e la loro mascolinità ne è rimasta ferita.
Passando dalla leggenda alla storia e alla cultura in cui siamo inseriti possiamo elencare le cause di tale condizione: la fine della famiglia patriarcale, i cui membri dipendevano e si organizzavano verticalmente intorno al "maschio" padre o padrone: figli, moglie, sorelle; la fine della funzione dei ruoli maschili socialmente riconosciuti e della loro preminenza (potere militare, politico, economico). Gli effetti sono stati nel maschio il disorientamento e lo smarrimento di fronte a un vuoto di potere e a una inettitudine al cambiamento, mentre le alternative di trasformazione sono rimaste nell'ombra perché fanno paura, vengono rimosse, ingoiate dentro, dove diventano oscuri nodi complessuali oppure sono proiettate negativamente sulla controparte sessuale, la donna, incolpandola della nuova condizione di re senza scettro.
Nella leggenda questo percorso è rappresentato da Parsifal, che si allontana dalla madre per compiere la sua missione di cavaliere e sarà il salvatore del re Pescatore. La madre lo libera della sua protezione, gli dona un abito filato da lei stessa da portare sempre indosso. Parsifal, fra le molte avventure, incontra il Cavaliere Rosso, simbolo-ombra del 'maschile', forza potenzialmente distruttiva, lo sfida e lo vince. Sotto il velo della leggenda si iscrive una grande verità: per diventare uomini bisogna lottare con l'Ombra del Cavaliere Rosso, senza tuttavia rimuoverla, perché significherebbe la rimozione della propria aggressività (da "adgredior": procedo, vado avanti).
Con l'emancipazione della donna e anche, almeno in certe aree, con la femminilizzazione della società, è invece aumentato il "complesso materno". Finché l'uomo rimane avviluppato, in linea difensiva, nel "complesso materno", non può riappropriarsi della propria mascolinità e neppure mettersi in relazione con il femminile interiore, cioè i sentimenti, gli affetti, ed esteriore, cioè le donne reali. Per "complesso materno" si intende il desiderio regressivo di ritornare a essere bambino, allo stato di dipendenza dalla madre. E' il desiderio dell'uomo di lasciar perdere, il suo disfattismo, la sua richiesta che gli altri, le donne, si occupino di lui. Tutto questo provoca nell'uomo un malessere profondo; oggi, in una società che tendenzialmente pone l'accento sul femminile, molti uomini cercano di delegare a una donna reale la loro realizzazione e ne restano insoddisfatti, perché nessuna donna può assumersi un ruolo che non può incarnare in quanto non è il suo, a meno che non si instaurino relazioni asimmetriche e di dipendenza. Il risvolto più pericoloso di questa situazione di disagio dell'uomo è la risposta reattiva, violenta.
Il maschio "matrizzato", dipendente dalla madre, intesa questa sia come madre reale sia come idea che il maschio si fa della donna, può rappresentare l'eterno fanciullo; nella mitologia erano i fanciulli-fiore, Narciso, Giacinto, incapaci di amare se non se stessi e in maniera sterile (vedi box "La negazione del vuoto dentro"); il loro destino ultimo è infatti un destino di morte, pensiamo al mito di Narciso, perché non si può amare se stessi se non attraverso l'amore per gli altri e la capacità di prendersi cura propria dell'adulto e di confrontarsi col diverso da noi.
Allora che cosa fare, per tornare, ma in maniera nuova, non replicante un passato improponibile, a essere maschi, padri, amanti, senza dipendenze, proiettive o reattive rispetto alla donna? Come fare a uscire da questa frustrazione? Simbolicamente il maschio deve andare alla riconquista del proprio "fallo". Il maschio che non ha costruito una relazione positiva con la propria fallicità è oscillante e pauroso, ha paura del Cavaliere rosso, della sua aggressività e, senza integrarla in sé come forza equilibrata, la nega e si mette in dipendenza della donna oppure la esaspera, ma in maniera separata dalla mente e dagli affetti, ne viene come impossessato perché non la sa gestire e può diventare violento o semplicemente diffusivo, affettivamente inconsistente.
Oggi, in una società di immagine, si assiste anche al fenomeno dell'esibizione del corpo fallico maschile - il maschio che cura con la palestra la sua struttura muscolare, che si preoccupa di avere le giuste dosi di proteine, di ormoni, e, secondo l'età, anche di Viagra in funzione di buone performance sessuali, ma può trattarsi soltanto di un camuffamento del disagio per la propria inconsistenza maschile. Può accadere allora che questo tipo di uomo viene "usato" e non amato dalle donne, a causa della sua avarizia sentimentale ed emotiva, allora si sente solo come un cane. Potremo usare le parole forti di Risé, quando prende in considerazione questi comportamenti maschili oggi diffusi: "questi uomini si sono castrati con le proprie mani, pensando anche di fare un buon affare", perché, riconoscendo passivamente la scalata compiuta in questi decenni dalla donna e non interagendo con lei, le affidano, come per alleggerirsene, responsabilità proprie.
Se l'uomo non si distacca dalla dipendenza materna e non riesce ad assumere la posizione fallica, che è generosità, prendersi cura di, paternità, rimane prigioniero dell'atteggiamento fondamentale di quella relazione: la richiesta verso di lei, il bisogno che la madre deve assolvere, la protesta anche violenta quando non lo fa. Egli si comporta come se tutto il mondo fosse un grande seno che lo deve rifornire di alimento, senza chiedergli nulla in cambio e senza smettere mai. Ma il maschio eterno figlio della madre è destinato a sperimentare spesso la frustrazione. Le mamme da cui egli perennemente dipende, la fidanzata, la moglie, l'azienda, l'Associazione, la stessa madre, prima o poi esauriscono l'energia e lo lasciano a bocca asciutta; o peggio, profittano del suo stato di continuo bisogno per renderlo succube. C'è una sola donna che potrebbe amare quest'uomo: il tipo "crocerossina", la donna che ama storie con un uomo debole, interiormente povero perché questo gratifica il suo senso di potere (la donna che è stata repressa, trova in questa relazione l'unico modo per ottenere un senso, e quindi potere n.d.r). Ma si sarebbe di fronte a un rapporto asimmetrico e fonte di reciproche frustrazioni. (Vedi anche il box "La dipendenza che ammalia")
Parsifal, per non essere deriso dalle donne che incontrava, dovette togliersi l'abito che la madre gli aveva detto di portare sempre indosso. L'uomo deve riappropriarsi del proprio spazio maschile interiore e fare agire l'immagine interiore del padre. (Da Il mito dell'ermafrodito)
NOTE AGGIUNTIVE
ECO E NARCISO: IL MITO
Narciso era un giovane così bello che tutti, uomini e donne, s'innamoravano di lui. Lui però non se ne curava, anzi preferiva passare le giornate tutto dedito alla sua passione della caccia.
Tra le sue spasimanti c'era pure la Ninfa Eco, costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le era stato detto; perché Giunone l'aveva punita. Infatti Eco era stata complice di Giove quando, con la sua abile oratoria, la distraeva mentre lui, il Re dell'Olimpo, si dilettava con le altre ninfe, sue amanti.
Quando comunque Eco cercò di avvicinarsi a Narciso questi la rifiutò. Da quel giorno la ninfa si nascose nei boschi consumandosi per quell'amore non corrisposto, fino a quando non rimase di lei solo una voce. Infine Nemesi vendicò però l'indifferenza di Narciso, che fu condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nell'acqua.
Così Narciso iniziò a passare le sue giornate davanti alle pozze d'acqua, in cui si vedeva riflesso, lamentandosi poiché non riusciva a raggiungere la sua immagine, e i suoi lamenti venivano ripetuti da Eco.
Una volta compreso, però, tutto ciò che era accaduto, Narciso si lasciò morire nello struggimento. Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, trovarono al suo posto un fiore cui fu dato il suo nome.
(Vedi alcune riflessioni di Umberto Curi sul mito di Eco e Narciso)
LA DIPENDENZA CHE AMMALIA
Spesso chi sperimenta per la prima volta la sostanza o l'oggetto della propria dipendenza, descrive quest'incontro come un "colpo di fulmine", un incontro con tutto ciò che avevano sempre cercato: "sono finalmente a casa". A volte questo primo momento viene vissuto come un'esperienza pseudomistica, un "barlume di assoluto", un'espansione infinita fino all'identificazione con l'intero universo. (E', di fatto la percezione energetica del potere sull'altro... ndr)
Secondo quanto afferma William James nel suo libro Le varietà dell'esperienza religiosa: "La sobrietà sminuisce, discrimina e dice no, l'ebbrezza espande, unisce e dice sì". (Da: L'Io e l'Infinito)
AMARE TROPPO
"Amare troppo significa, in sostanza, essere ossessionate da un uomo e chiamare questa ossessione amore, permettendole di condizionare le vostre emozioni e gran parte del vostro comportamento…. Significa anche misurare il grado del vostro amore dalla profondità del vostro tormento” (Da "Donne che amano troppo", Norwood, Feltrinelli)
LA NEGAZIONE DEL VUOTO DENTRO
Il Narcisista manifesta atteggiamenti esteriori di plateale autonomia, benessere, disponibilità alle relazioni, e ostentato senso di superiorità. Tali atteggiamenti sono però come intrisi di rabbia che, come si sa, è spesso una negazione della sofferenza. Essa si declina come sentimento di vuoto e di insignificanza, scontentezza, noia, senso di colpa, superficialità nei rapporti interpersonali.
Come si è detto, a questi stati d'animo si sovrappone un atteggiamento volontaristico ed efficientistico, volto all'affermazione, al successo, al potere.
E' dunque facile cogliere una incongruenza tra le due modalità coesistenti; in tale incongruenza si rivela quella che potremmo chiamare l'assenza di spessore del narcisista, la sua obliquità che è insieme tragica e sinistra, quasi una belle indifference.
Ma si può allontanare soltanto da ciò che ci è vicino: il narcisista non coglie il paradosso consistente nel volersi liberare di qualcosa che egli vive come lontano (cioè non suo), di qualcosa che dunque egli non riesce a toccare. Egli sta al centro della sua cella, non si avvicina alle mura del carcere; e queste continuano ad opprimerlo. La loro lontananza si dà in lui come lontananza da se stesso. (Da Una falsa identità)
SE L'ISTINTO DI CONSERVAZIONE E' ESASPERATO
La tendenza a conservare la vita è un istinto primario che accomuna tutti noi. Se qualche fattore minaccia da vicino la nostra esistenza, la nostra individualità, la tendenza alla conservazione si acuisce, si esaspera, fino ad indurre una diffidenza generalizzata che si impone coattivamente e "istintivamente" anche nelle situazioni meno ostili. Quando una persona è a struttura schizoide, la sua costante comportamentale è caratterizzata proprio da una diffusa e insuperabile diffidenza legata direttamente a un esasperato istinto di conservazione. La diffidenza nello schizoide si presenta come una difesa psichica che ha assunto un carattere invalidante.
È infatti caratterizzata da un potenziamento dell'autos, ovvero di tutto ciò che si fonda sul se stesso; dall'autonomia, all'autoarchia, all'autismo. Chi non si fida di niente e di nessuno tende inevitabilmente a fare da solo, con il risultato che l'indipendenza e l'autonomia diventano valori assoluti. Lo schizoide è dunque per sua natura riservato, può essere scambiato per timido, snob, altezzoso, ma in realtà ha paura del rapporto con gli altri. Egli ha sempre bisogno di avere un determinato spazio personale intorno a sé, che non può essere occupato, invaso, pena l'aumento immediato della paura. I rapporti interpersonali sono piuttosto superficiali, dove tendono al minor coinvolgimento possibile. Spesso lo schizoide dà per scontato che gli spettino disponibilità, prestazioni e favori. Le sue aspettative esasperano l'altro, fino a portarlo a continue prove del suo amore; se il partner non regge la situazione, lo schizoide può finalmente concludere che "faceva proprio bene a non fidarsi" e tornare, rafforzato nel suo atteggiamento, all'autarchia originaria. Lo schizoide non è anaffetivo, ma vive la sua affettività in modo disturbato. Dentro la corazza di cui lo schizoide si riveste palpita un midollo tenero e sensibile, che si strugge dal desiderio di potersi affidare a qualcuno ed aspira a rapporti affettivamente intensi. Spaventato fino al panico, l'individuo si ritira entro la sua turris eburnea e guarda con somma diffidenza tutto ciò che sta al di fuori.
La diffidenza, la scarsa familiarità con i sentimenti, la paura dell'emotività impongono lo sviluppo di altre funzioni e di altri lati della personalità. È tipico riscontrare nello schizoide un grande sviluppo delle facoltà percettive; sempre all'erta, affina l'apparato sensorio. Si dice che abbia "antenne" molto sensibili; in effetti coglie il particolare, capta le atmosfere, fiuta le cose prima che accadano. Il mondo di chi non si può fidare è irto di potenziali pericoli: è quindi necessario avvertirli il più precocemente possibile.Verrebbe erroneamente da pensare che abbia una forte capacità intuitiva, ma in realtà il forte controllo razionale inibisce questa facoltà; allora si può dire che le sue siano acute osservazioni. Il lato intellettivo-razionale è infatti sviluppato in maniera ipertrofica. Solo ciò che è scientifico e matematicamente certo è affidabile. Considera deboli coloro che credono nella legge, nelle istituzioni, nell'etica o nella religione. Gli schizoidi riescono bene negli studi che comportano un alto livello di astrazione: la filosofia permette di trovare una spiegazione razionale a tutto e quando tutto è chiaro non è più insidioso, non fa più paura. L'ipertrofia della ragione, nello schizoide, non implica di per sé la presenza anche della critica. Le elucubrazioni schizoidi sono certamente logiche, spesso lucide, ma non necessariamente critiche. Proprio per il fatto di essere anticipatori e non convenzionali, gli schizoidi sono spesso scarsamente popolari, ma al tempo stesso possono scatenare cambiamenti ed essere pionieri e iniziatori, poiché vivono più intensamente la precarietà dell'esistenza umana. Lo schizoide ha capacità ironiche e satiriche, un occhio acuto per le debolezze altrui; è poco incline a tollerare l'inautenticità dell'altro, crede nelle proprie capacità e vive in larga misura senza farsi illusioni. Nelle strutture fortemente schizoidi riscontriamo atteggiamenti di dominio sugli altri, più o meno marcati di sadismo psichico e/o fisico, di teorizzazione della propria autarchia e mancanza di legami come un valore assoluto (è il caso di molti dittatori). Chi è senza legami diventa facilmente inumano. Fintanto che le difese schizoidi rimangono tipologiche e non divengono patologiche, sono molto spesso adattive e funzionali alla nostra società. La nostra società stessa, infatti, va assumendo sempre più caratteri marcatamente schizoidi.
Clima familiare
C'è da chiedersi dove nascano atteggiamenti e difese così radicati e strutturati come quelli dello schizoide. La risposta classica, assai ovvia, ci rimanda al primo quadrimestre di vita e alle vicende della posizione schizo-paranoide descritte dalla Klein. Ma noi, avvallandoci di stimabili ricerche scientifiche, vorremmo osservare che cosa accade al bambino nel ventre materno e cosa vive nel travagliato momento in cui lo lascia. Gli studi sulla vita prenatale pongono sempre più in luce la complessità dell'esistenza all'interno dell'utero. Alla quinta settimana di vita il feto dispone di una gamma di risposte riflesse. Già all'ottava settimana, queste si organizzano in un autentico linguaggio corporeo con cui il bambino risponde agli stimoli, interni ed esterni, che gli pervengono. A quattro mesi è in grado di discriminare i sapori, di avvertire i rumori anche provenienti da fuori e di reagirvi. Sin d'ora è in grado di riconoscere la voce, non solo della madre, ma anche del padre e, ciò che più importa, dopo la nascita saprà precocemente riconoscere tali voci e rispondervi emotivamente. Nel terzo trimestre di vita pare che le strutture nervose centrali e periferiche consentano il costituirsi di rudimentali tracce mnestiche e di una primordiale vita emotiva. Certe abitudini materne vengono assimilate dal feto e ricordate dopo la nascita. Tra madre e nascituro si instaura un flusso intenso continuo e puntuale di comunicazioni, che potrebbe essere definito una precocissima forma di comunicazione simpatetica. Stati d'ansia, di collera ed altri stati emotivi della madre si trasmettono tempestivamente al feto. Il feto non solo recepisce, ma discrimina i sentimenti della madre e vi reagisce. Ricerche sui disturbi comportamentali neonatali hanno dimostrato che i figli non voluti presentano, fin dal momento della nascita, una più alta incidenza di disturbi e disadattamenti, la stessa cosa si verifica anche per madri ambivalenti. L'accettazione vera, sentita, spontanea del futuro figlio è la prima forma di igiene psichica
L'utero materno è il primo mondo del bambino, se questo è accogliente egli può iniziare sin da prima della nascita a sviluppare sentimenti positivi, ma se questo è ostile e rifiutante egli reagirà, a sua volta, con rifiuto e chiusura. Le ricerche sulla vita intrauterina sembrano confermarci che gli eventi prenatali influenzano il nascituro, inducendo atteggiamenti fiduciosi e progressivi, o atteggiamenti sfiduciati e regressivi. L'importanza delle esperienze precoci si estende anche nel parto. Il parto in moltissimi casi è evento violento, ai confini con la tortura. Leboyer lo definisce una "tempesta percettiva".
Per una nascita senza "violenza" l'autore ripropone un ritorno alla naturalità del parto, invece l'odierna società industriale crea attorno al parto un clima che possiamo definire maschile (in senso archetipale). Esso è caratterizzato dall'attività al posto dell'attesa, dal fare al posto del lasciar accadere, del gestire al posto del recepire. È con questo bagaglio di esperienze, talora già gravoso e gravido di conseguenze, che il neonato affronta il primo, decisivo anno di vita, sottoponendosi a un lunghissimo periodo di dipendenza dall'ambiente. Molte esperienze arcaiche configurano il mondo come ostile, facendo sì che il bambino lo viva come terrificante e minaccioso. A queste esperienze minacciose il bambino può reagire soltanto rafforzando in modo esasperato il proprio istinto di autoconservazione. La sub-personalità schizoide, ovvero l'insieme strutturato delle difese schizoidi, nelle sue manifestazioni più vistose, può essere intesa proprio come espressione di un esagerato istinto di autoconservazione, un estremo tentativo di non essere sconvolto dall'altro e dal mondo. Questa sub-personalità cresce all'ombra di due stereotipi di madre, l'una troppo assente, l'altra troppo presente, entrambe incapaci di amare, entrambe foriere di paura. La madre assente, spesso schizoide ella stessa, non è capace di manifestazioni affettive, di un rapporto fisico sciolto, di contatto, specialmente rifiuta il figlio. Ci sono infinite possibili cause di rifiuto, talvolta per forza maggiore, talvolta per una scelta più o meno responsabile. Il rifiuto della madre può essere recepito già durante la vita prenatale; dopo la nascita aleggia, ancor più, questo clima mefitico di poco amore, di scarsa dedizione, di aperto rifiuto.
Il bambino non legge il linguaggio verbale, ma decodifica quello analogico non verbale. La madre antepone i propri bisogni a quelli del figlio, non ha atteggiamenti affettuosi nei suoi confronti, lo considera un peso, lo rimprovera a torto e a ragione. Questi atteggiamenti caratterizzano sia le prime fasi di vita, sia tutto l'ulteriore rapporto educativo con il figlio, dove la madre non è una presenza che rassicura, ma una presenza che fa paura. La madre assente non è capace di comunicazione simpatetica con il figlio e quindi risponde in maniera impropria alle richieste del bambino. Egli si trova continuamente solo a far fronte ai propri bisogni: il mondo, per lui, è un mondo vuoto, senza nessuno che accorra ai suoi pianti, senza nessuno che risponda adeguatamente alle sue richieste. Solo con i suoi bisogni, troverà in se stesso l'unico punto di riferimento, più tardi assumerà abitualmente se stesso a misura della realtà. Via via che cresce il bambino avvertirà l'assenza di una madre che teme l'affettuosità del figlio, una madre che svaluta il suo affetto con ironia beffarda, con il risultato che il bambino viene smascherato troppo presto nei suoi bisogni affettivi e umiliato nel suo voler bene. Il bambino allora comincerà a porsi una domanda fondamentale: "Visto che i miei affetti non servono a niente, non sarà meglio che me ne sbarazzi?" In questo clima affettivamente glaciale ogni esigenza di calore viene delusa. Delusa non solo l'esigenza di ricevere affetto, ma anche di darne. Abbandonato a se stesso il bambino vive drammaticamente la minacciosità del mondo e la precarietà della sopravvivenza. Rifiutato da una madre ostile, non gli resta che riparare fra le presenze rassicuranti delle sue fantasie. La realtà conosciuta attraverso la madre-assente è, per ogni verso, una realtà ambigua che ora accetta, ora respinge. Il bambino non sa se aprirsi o chiudersi e rimane paralizzato, incapace di dare o di ricevere, perché ormai non si orienta più, non si fida. Il secondo stereotipo di madre che favorisce lo strutturarsi della sub-personalità schizoide è la madre invadente. Anche lei è spesso mossa da un profondo rifiuto del figlio. L'aggressività che essa prova la fa sentire talmente in colpa che si prodiga in ogni modo per proteggere il figlio. Proprio in questo eccessivo prodigarsi si insinua la sua originaria aggressività: lascia l'altro senza scampo, senza respiro, gli nega ogni libertà. La madre invadente si sostituisce al figlio in tutto, è sempre minacciosamente incombente, quando non sono più i sensi di colpa, può essere una struttura ossessiva che la induce a controllare senza posa il figlio. La madre invasiva è incapace di decodificare il pianto del figlio e allora, per non sbagliare, gli dà tutto: lo nutre, lo cambia, lo culla, cerca di prevenire ogni sua richiesta. Incapace di dare le cose giuste al momento giusto, essa assilla il figlio in continuazione.
Tante volte a rafforzare questi comportamenti materni intervengono fattori familiari e ambientali. Ecco allora che una moltitudine di persone si affaccia al mondo del bambino e per lui non c'è mai un attimo di tregua, di tranquillità, di intimità. Non c'è confine tra spazio pubblico e spazio privato, lo spazio pubblico invade ogni momento quello personale del bambino, manca sempre il contatto, l'intimità: sono queste le condizioni affettive che improntano la sub-personalità schizoide. La madre-assente e la madre-invadente potrebbero essere paragonate al mito di Medusa che è un anti-madre, che con il suo sguardo squalifica e mortifica la vita psichica del bambino gettandolo in un universo di paura. Accanto a queste tipologie di madri ritroviamo spesso un padre che "brilla" per la propria assenza, un padre che scarica sulle sole spalle della madre il peso, le responsabilità e la difficoltà dell'educazione dei figli.
Non di rado si sente trascurato dalla moglie e va a farsi consolare altrove. La moglie vive così continue frustrazioni che non scarica sul marito perché non c'è, ma sul figlio. Come possiamo notare queste sono esperienze che accomunano moltissime persone, ma non tutti sono necessariamente schizoidi; per capire come viene a strutturarsi una sub-personalità schizoide è necessario tener conto del sommarsi delle offese che finiscono per logorare e lasciare il segno. Quando l'ambiente si dimostra più e più volte ostile e poco affidabile, il bambino piccolo si sente vittima del disagio e della paura. Dall'intreccio di queste esperienze nasce la paura folle, l'autentico panico che attanaglia lo schizoide. È da questa paura che il bambino deve imparare, e presto, a difendersi. Il bambino reagisce al clima letale in due modi fondamentali: quello della fuga e quello dell'identificazione con l'aggressore. Le due forme estreme dell'autismo e della simbiosi sono gli esiti ultimi di un'infinita gamma di gradazioni comportamentali. La madre invadente e quella assente sortiscono lo stesso effetto: la paura. In preda al panico il bambino si ritira dal mondo-madre sino ad arrivare a forme autistiche, oppure avvia un processo di identificazione con l'aggressore: egli stesso diventa la madre. L'aggressività feroce nei confronti della madre viene sepolta sotto un'impenetrabile coltre di premure e di dedizioni che entrambi chiamano amore. Non di rado quando la madre muore, l'organizzazione difensiva crolla, la persona si scopre senza identità, allora comincia a chiudersi sempre più sino alla chiusura totale, autistica. Fortunatamente oggi i padri sono più responsabili nei confronti dei propri figli e aiutano la compagna con la loro presenza all'educazione del figlio. Non sempre il bambino ha a che fare con una madre anaffettiva ma tante volte con una madre, specialmente le primipare, insicura ed inesperta che crea nel figlio lo stesso clima nel quale lei vive. (Fiore Cianci, neuropsichiatra)
LA DIPENDENZA AFFETTIVA
Molte sembrano identificarsi in Belle, la protagonista di “La bella e la bestia”, ovvero in eroine capaci di trasformare la bestia in un bellissimo principe! Che delusione quando questo non succede. Eppure la favola è chiara: affinché avvenga la trasformazione è indispensabile che la bestia sia stata un giorno un bellissimo principe trasformato da un incantesimo che deve sciogliersi prima del matrimonio non dopo. Ma le nostre caparbie eroine insistono nell'attesa che il miracolo avvenga, lasciando che il loro amore e la loro vita sfioriscano tra liti e maltrattamenti psicologici e fisici di ogni tipo, rifiutandosi di accettare che, anche con ogni giustificazione, hanno sposato una “bestia” vera e che può essere trasformata solo da un aiuto esterno e non dal nostro amore! L'amore fa molti miracoli, ma non quando parliamo di tossicodipendenza, alcolismo o tendenza a violenti attacchi d'ira spesso giustificati da gelosia, possesso o altro.
Le eroine di cui stiamo parlando sono soggetti il cui cuore sanguina a causa di una forma di dipendenza affettiva. Sono le donne che innamorate di un uomo sposato, si accontentano di briciole di tempo nell'eterna speranza che lui lasci la moglie per loro (speranza sorretta dalle promesse di lui!), sono le compagne di alcolisti o tossicodipendenti, le mogli vittime di violenze fisiche e psicologiche, ma anche le innamorate silenti del proprio capoufficio, da cui si lasciano maltrattare pur di sentirsi importanti. Per motivi di spazio evito qui di parlare delle donne che si fanno male, ovvero autolesioniste. Insomma un'ampia categoria di persone che addebitano alla sfortuna la propria sofferenza. C'è sempre un partner sbagliato nella vita di queste persone.
Gli studi fatti sulla scelta amorosa dimostrano che in realtà non è stato il caso che ci ha fatto incontrare quella persona invece di tal altra, ma quell'incontro è stato il risultato di una nostra attenta, anche se inconsapevole, ricerca. Una sorta di profezia che si autoadempie: da bambine infelici a donne … infelici. (…)Queste donne sono state “bambine adulte” che spesso si sono dovute occupare del genitore o dei fratellini, bimbe buone e brave, angioletti che imparano presto a cucinare, sistemare casa, andare bene a scuola e, soprattutto, camminare in punta di piedi quando l'atmosfera lo chiede; che crescendo continuano a volere redimere, aiutare, salvare le persone che hanno accanto ripetendo il copione familiare. Si sentono responsabili di tutto e di tutti e sentono di potersi realizzare solo salvando la persone che hanno accanto. (…) Credo che ad ognuno sia capitato di sentirsi dire “Ti amo, anche se non sei bellissima”, e spesso si è sentito ferito da questa affermazione, tutti vogliamo essere belli agli occhi di chi ama, se non avviene ci sentiamo veramente uno straccio! Ora immaginiamo che la serie dei “anche se non sei…” diventi molto lunga, allora può succedere che io mi senta di dovere gratitudine a chi mi ama nonostante tutti quei “anche se non …” e mi convinca che nessuno sarebbe così stupido da amarmi nonostante io non sia …” e giorno dopo giorno le insicurezze aumentano insieme alla dipendenza.
Mentre scrivo mi accordo di usare frequentemente il femminile rivolgendomi ai soggetti dipendenti dall'amore, questo avviene perché quando si tratta il tema pernicioso ma sempre attualissimo della sofferenza auto o etero inflitta, si tende a parlare di donne. Questo non perché gli uomini non hanno motivi di sofferenza o non scelgano donne carnefici, ma perché frequentemente gli uomini che hanno subito traumi o sono cresciuti in famiglie cosiddette a rischio, tendono a diventare attivamente carnefici o dipendenti da sostanze. La Miller, nel suo libro “Donne che si fanno male” precisa che l'infanzia violata da violenze fisiche o psicologiche è una realtà anche maschile. La diversità, secondo l'autrice, esiste nell'educazione ricevuta, mentre gli uomini che hanno subito traumi infantili tendono a diventare a loro volta violenti, le donne tendono a riprodurre su se stesse tale violenza, tendono a subire più che ad infliggere.
Nelle coppie disfunzionali in cui uno dei due è alcolizzato o violento, si tende a vedere l'altro come un eroe, che con pazienza e grande coraggio sopporta tutto per il bene dei figli, oppure perché “un giorno grazie a me cambierà”, o perché “cosa farebbe senza di me?”. (…) Queste persone non sono realmente eroi ma solo individui che stanno tentando di soddisfare un loro bisogno insoddisfabile. Di fondo sono persone assolutamente incapaci di occuparsi di se stesse e riescono a sopportare solo quello strano tipo di solitudine a due perché riproducono ciò che hanno ricevuto nell'infanzia. In pratica finché hanno qualcuno di cui occuparsi sono forti e capaci ma se devono occuparsi di se stesse sono assolutamente incapaci ed impauriti.
La letteratura d'oltre Oceano si è molto occupata di queste strutture di personalità da quando la problematica della dipendenza affettiva è letteralmente scoppiata in seguito al nascere di gruppi di self- help per mogli e mariti di alcolisti. Si è scoperto che queste persone erano dipendenti tanto quanto i compagni alcolisti (o tossicodipendenti) ed avevano bisogno di imparare non tanto ad aiutare il compagno quanto ad aiutare se stesse. Questo è avvenuto nel tipico stile americano dei gruppi di self- help. La problematica diviene evidente solo quando il partner eletto a disfunzionale decide di uscire dal proprio tunnel, e quindi si disintossica, frequenta gruppi self- help, diventa una persona “sana”. Il partner prima considerato sano anche se infelice, l'eroe della situazione rimane senza nessuno di cui occuparsi e, come un guerriero in tempo di pace, cade nella più cupa depressione.
(Tratto da I lividi del cuore)
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