Quanto costa la libertà?
Tutti vorremmo essere liberi, tutti vorremmo fare quello che più ci piace… ma siamo disposti a pagare il prezzo della disciplina e fatica che questa scelta comporta?
Tutti abbiamo dei desideri, ma spesso questi si rivelano di difficile attuazione e così, sovente, lasciamo perdere, perché costa fatica, perché forse non ci siamo tagliati, perché siamo "sfortunati" e, "di sicuro" non ce la faremo mai… Ma riflettiamo un po' su quanto segue.
- Beethoven maneggiava con difficoltà il violino e preferiva suonare le proprie composizioni anziché migliorare la tecnica. Il suo insegnante lo definiva senza speranza come compositore.
- Gli insegnanti di Thomas Edison dissero che era troppo stupido per imparare qualcosa.
- I genitori del famoso cantante d'opera Enrico Caruso volevano che diventasse ingegnere. Il suo insegnante diceva che non aveva voce e non sapeva cantare.
- Albert Einstein non parlò fino all'età di quattro anni e non imparò a leggere fino ai sette. Il suo insegnante lo definì "mentalmente tardo, asociale e sempre perso nel suoi stupidi sogni. Fu espulso e gli venne negata l'ammissione al Politecnico di Zurigo.
- Walt Disney fu licenziato da un direttore di giornali per mancanza di idee. Inoltre andò in fallimento diverse volte prima di costruire Disneyland.
- Diciotto case editrici rifiutarono il racconto di dieci mila parole di Richard Bach su un gabbiano "che si libra in aria", (Il gabbiano Jonathan Livingston), prima che finalmente lo pubblicasse la Macrnillan nel 1970. Nel 1975 aveva ormai venduto sette milioni di copie nei soli Stati Uniti.
In effetti avere dei sogni significa avere delle mete e, proprio come la cima di una montagna, ogni meta implica la necessaria disciplina nel volerla raggiungere, nonostante lo sforzo e la fatica che questo possa implicare. La vittoria finale è sempre data dalla vittoria su se stessi, sui propri aspetti negativi e le proprie limitazioni.
Oggi sono in pochi a sapersi dedicare all'impegno, il grande sogno comune è quello di riuscire, sfondare e ottenere da subito l'ambito riconoscimento del successo. Ma non è così.
A questo proposito mi piace ricordare una storia che vi riporto qui di seguito. È indicativa, visto che permette di comprendere come non basti avere un sogno e buttarsi così, alla rinfusa nell'avventura, sperando che la Fortuna ci arrida. Avere un sogno è un obiettivo, di cui bisogna valutare i modi più strategici per riuscire a raggiungerlo, per poi analizzare se siamo veramente disposti all'impegno che la sua riuscita comporta. Perché per arrivare bisogna anche accettare le inevitabili sconfitte e umiliazioni che ci attendono sul cammino. Il Paradiso non è per i deboli e i titubanti! Ma non lo è neppure per gli arroganti che non sanno calcolare le proprie vere forze.
IN VOLO PER LA LIBERTA'
C’era una bella famigliola di oche che viveva tranquilla nella fattoria dove erano tutte nate. Un giorno, a spasso per l’aia, si sentì in alto, nel cielo, il grido delle anatre che migravano. Le piccole oche, tutte eccitate, chiesero chi mai fossero quei parenti lontani e la madre, con fare di superiorità, spiegò loro di non badarci, erano parenti "snaturati" e non era proprio il caso di perderci del tempo considerandoli. Ma le piccole oche continuarono ad investigare e si incominciarono a chiedere se anche loro avessero potuto volare. La madre le placò dicendo che, le loro ali, non erano più fatte a quello scopo e che la loro esistenza aveva altri fini – “sì, quello di finire arrosto in una pentola!” Replicò una delle piccole oche.
La madre, scandalizzata, cercò di far ragionare la prole, mettendo in evidenza tutti i vantaggi che la vita nella fattoria presentava: non dovevano andare a procurarsi il cibo, tutto veniva loro servito; mentre le povere anatre selvagge dovevano lottare per sopravvivere, e poi c’era anche quel terribile viaggio per spostarsi verso il sud al sopravvenire dell’inverno: una fatica indicibile, che procurava anche la morte per alcune! - “ma loro sono libere! E possono scoprire il mondo e vivere l’avventura!” – la madre sempre più indignata non sapeva più cosa rispondere a questa prole così ribelle, quindi si allontanò con fare offeso, mentre nelle orecchie, le risuonava ancora il grido delle anatre selvagge che, chissà perché questa volta, le ricordarono, vagamente, molto vagamente, un desiderio lontano, molto indietro nel tempo, dove anche lei, nel suo cuore, provò un fremito di desiderio di libertà. Subito zittito e ormai perso definitivamente.
Le tre piccole oche, ormai tutte elettrizzate dall’idea dell’avventura, decisero di provare a imparare a volare. La prima, fece una rincorsa veloce e poi si librò nell’aria sbattendo velocemente quelle sue alette, mentre riusciva a guadagnare altezza. – “guardatemi, volo! Sto volando!” – gridava tutta eccitata alla atre due che la osservavano da terra. Ma lo sforzo a cui non era abituata la stremò e dopo un po’ cadde vorticosamente nel campo poco distante e morì sul colpo. La contadina corse a prenderla, mentre si chiedeva cosa fosse preso a quella sciocca, che ora era bella e pronta per la padella. La seconda oca dichiarò che l’errore della prima fu quello di non aver preso la slancio giusto. Così se ne andò sul tetto e da lì, tutta trionfante, si gettò nel vuoto, dove riuscì a volare per un po’, ma anche lei, non abituata ad usare le ali, dopo un qualche tempo non ce la fece più a sostenere le correnti. Come la sorella stramazzò al suolo e la contadina, sempre più sorpresa della pazzia che aveva preso alle sue oche, la andò a recuperare nel campo per prepararla per la padella.
La terza oca si mise a riflettere. Pensò che era l’allenamento ad essere mancato alle sue sorelle, così cominciò, giorno dopo giorno, ad esercitarsi per irrobustire le sue ali. Pensò anche di abituarsi a mangiare meno, perché nel futuro, dovendosi procurare da sola il cibo doveva sì essere più leggera per volare meglio, ma anche a proprio agio con meno nello stomaco! Si allenò di nascosto da tutti e con estrema determinazione: il sogno di raggiungere un giorno il caldo sud con delle nuove compagne di libertà, la sosteneva nello sforzo. Infine venne il momento in cui si reputò pronta ad osare superare la cinta ed avventurarsi nel grande mondo. Così fece.
La libertà aveva il sapore dell’avventura ma anche quello della paura. Era la prima volta che si trovava tutta sola a dover badare a se stessa. Fuori dalla fattoria non aveva più protezione contro le volpi o altri animali, né poteva essere sicura del cibo che si sarebbe potuta procurare. Ma ormai non poteva più tornare indietro: ora doveva lanciarsi e osare ancora di più. Furono giorni duri quelli che seguirono: pieni di timori per tutti i rumori e gli odori sconosciuti con cui veniva in contatto. Cosa erano: nemici forse? Il cuore le batteva spesso all’impazzata quando si credeva ormai persa nelle fauci di un qualche predatore, tuttavia le sue ali reggevano quando, per fuggire, spiccava il volo.
Così si rassicurò e incominciò ad aspettare che un nuovo gruppo di anatre selvatiche passasse per migrare al sud. La sua attesa non fu lunga. Quando le vide arrivare sentiva dentro un’emozione profonda che quasi la faceva venire meno. Era giunto il momento: chissà se l’avrebbero accettata, chissà se ce l’avrebbe fatta, chissà come sarebbe stata la sua nuova vita? Con tutti quegli interrogativi nella testa si gettò in volo per raggiungere le sue nuove compagne. Si mise in fondo mentre, con tutta la sua migliore volontà, sbatteva le ali, che però non le dolevano più, anzi, nello sforzo quasi si irrobustivano. Dall’alto vide la sua fattoria, ma non c’era tempo di gridare loro nulla, in più non l’avrebbero di certo riconosciuta! Delle compagne le si affiancarono mentre delle altre completarono il gruppo dietro di loro: era fatta, ora avrebbe volato libera con loro. Il caldo sud le aspettava! (Libera traduzione dell'Autrice di una storia di Gudrun Pausewang narrata in "Die Prinzessin springt ins Heu")
Tutti abbiamo dei desideri, ma spesso questi si rivelano di difficile attuazione e così, sovente, lasciamo perdere, perché costa fatica, perché forse non ci siamo tagliati, perché siamo "sfortunati" e, "di sicuro" non ce la faremo mai… Ma riflettiamo un po' su quanto segue.
- Beethoven maneggiava con difficoltà il violino e preferiva suonare le proprie composizioni anziché migliorare la tecnica. Il suo insegnante lo definiva senza speranza come compositore.
- Gli insegnanti di Thomas Edison dissero che era troppo stupido per imparare qualcosa.
- I genitori del famoso cantante d'opera Enrico Caruso volevano che diventasse ingegnere. Il suo insegnante diceva che non aveva voce e non sapeva cantare.
- Albert Einstein non parlò fino all'età di quattro anni e non imparò a leggere fino ai sette. Il suo insegnante lo definì "mentalmente tardo, asociale e sempre perso nel suoi stupidi sogni. Fu espulso e gli venne negata l'ammissione al Politecnico di Zurigo.
- Walt Disney fu licenziato da un direttore di giornali per mancanza di idee. Inoltre andò in fallimento diverse volte prima di costruire Disneyland.
- Diciotto case editrici rifiutarono il racconto di dieci mila parole di Richard Bach su un gabbiano "che si libra in aria", (Il gabbiano Jonathan Livingston), prima che finalmente lo pubblicasse la Macrnillan nel 1970. Nel 1975 aveva ormai venduto sette milioni di copie nei soli Stati Uniti.
In effetti avere dei sogni significa avere delle mete e, proprio come la cima di una montagna, ogni meta implica la necessaria disciplina nel volerla raggiungere, nonostante lo sforzo e la fatica che questo possa implicare. La vittoria finale è sempre data dalla vittoria su se stessi, sui propri aspetti negativi e le proprie limitazioni.
Oggi sono in pochi a sapersi dedicare all'impegno, il grande sogno comune è quello di riuscire, sfondare e ottenere da subito l'ambito riconoscimento del successo. Ma non è così.
A questo proposito mi piace ricordare una storia che vi riporto qui di seguito. È indicativa, visto che permette di comprendere come non basti avere un sogno e buttarsi così, alla rinfusa nell'avventura, sperando che la Fortuna ci arrida. Avere un sogno è un obiettivo, di cui bisogna valutare i modi più strategici per riuscire a raggiungerlo, per poi analizzare se siamo veramente disposti all'impegno che la sua riuscita comporta. Perché per arrivare bisogna anche accettare le inevitabili sconfitte e umiliazioni che ci attendono sul cammino. Il Paradiso non è per i deboli e i titubanti! Ma non lo è neppure per gli arroganti che non sanno calcolare le proprie vere forze.
IN VOLO PER LA LIBERTA'
C’era una bella famigliola di oche che viveva tranquilla nella fattoria dove erano tutte nate. Un giorno, a spasso per l’aia, si sentì in alto, nel cielo, il grido delle anatre che migravano. Le piccole oche, tutte eccitate, chiesero chi mai fossero quei parenti lontani e la madre, con fare di superiorità, spiegò loro di non badarci, erano parenti "snaturati" e non era proprio il caso di perderci del tempo considerandoli. Ma le piccole oche continuarono ad investigare e si incominciarono a chiedere se anche loro avessero potuto volare. La madre le placò dicendo che, le loro ali, non erano più fatte a quello scopo e che la loro esistenza aveva altri fini – “sì, quello di finire arrosto in una pentola!” Replicò una delle piccole oche.
La madre, scandalizzata, cercò di far ragionare la prole, mettendo in evidenza tutti i vantaggi che la vita nella fattoria presentava: non dovevano andare a procurarsi il cibo, tutto veniva loro servito; mentre le povere anatre selvagge dovevano lottare per sopravvivere, e poi c’era anche quel terribile viaggio per spostarsi verso il sud al sopravvenire dell’inverno: una fatica indicibile, che procurava anche la morte per alcune! - “ma loro sono libere! E possono scoprire il mondo e vivere l’avventura!” – la madre sempre più indignata non sapeva più cosa rispondere a questa prole così ribelle, quindi si allontanò con fare offeso, mentre nelle orecchie, le risuonava ancora il grido delle anatre selvagge che, chissà perché questa volta, le ricordarono, vagamente, molto vagamente, un desiderio lontano, molto indietro nel tempo, dove anche lei, nel suo cuore, provò un fremito di desiderio di libertà. Subito zittito e ormai perso definitivamente.
Le tre piccole oche, ormai tutte elettrizzate dall’idea dell’avventura, decisero di provare a imparare a volare. La prima, fece una rincorsa veloce e poi si librò nell’aria sbattendo velocemente quelle sue alette, mentre riusciva a guadagnare altezza. – “guardatemi, volo! Sto volando!” – gridava tutta eccitata alla atre due che la osservavano da terra. Ma lo sforzo a cui non era abituata la stremò e dopo un po’ cadde vorticosamente nel campo poco distante e morì sul colpo. La contadina corse a prenderla, mentre si chiedeva cosa fosse preso a quella sciocca, che ora era bella e pronta per la padella. La seconda oca dichiarò che l’errore della prima fu quello di non aver preso la slancio giusto. Così se ne andò sul tetto e da lì, tutta trionfante, si gettò nel vuoto, dove riuscì a volare per un po’, ma anche lei, non abituata ad usare le ali, dopo un qualche tempo non ce la fece più a sostenere le correnti. Come la sorella stramazzò al suolo e la contadina, sempre più sorpresa della pazzia che aveva preso alle sue oche, la andò a recuperare nel campo per prepararla per la padella.
La terza oca si mise a riflettere. Pensò che era l’allenamento ad essere mancato alle sue sorelle, così cominciò, giorno dopo giorno, ad esercitarsi per irrobustire le sue ali. Pensò anche di abituarsi a mangiare meno, perché nel futuro, dovendosi procurare da sola il cibo doveva sì essere più leggera per volare meglio, ma anche a proprio agio con meno nello stomaco! Si allenò di nascosto da tutti e con estrema determinazione: il sogno di raggiungere un giorno il caldo sud con delle nuove compagne di libertà, la sosteneva nello sforzo. Infine venne il momento in cui si reputò pronta ad osare superare la cinta ed avventurarsi nel grande mondo. Così fece.
La libertà aveva il sapore dell’avventura ma anche quello della paura. Era la prima volta che si trovava tutta sola a dover badare a se stessa. Fuori dalla fattoria non aveva più protezione contro le volpi o altri animali, né poteva essere sicura del cibo che si sarebbe potuta procurare. Ma ormai non poteva più tornare indietro: ora doveva lanciarsi e osare ancora di più. Furono giorni duri quelli che seguirono: pieni di timori per tutti i rumori e gli odori sconosciuti con cui veniva in contatto. Cosa erano: nemici forse? Il cuore le batteva spesso all’impazzata quando si credeva ormai persa nelle fauci di un qualche predatore, tuttavia le sue ali reggevano quando, per fuggire, spiccava il volo.
Così si rassicurò e incominciò ad aspettare che un nuovo gruppo di anatre selvatiche passasse per migrare al sud. La sua attesa non fu lunga. Quando le vide arrivare sentiva dentro un’emozione profonda che quasi la faceva venire meno. Era giunto il momento: chissà se l’avrebbero accettata, chissà se ce l’avrebbe fatta, chissà come sarebbe stata la sua nuova vita? Con tutti quegli interrogativi nella testa si gettò in volo per raggiungere le sue nuove compagne. Si mise in fondo mentre, con tutta la sua migliore volontà, sbatteva le ali, che però non le dolevano più, anzi, nello sforzo quasi si irrobustivano. Dall’alto vide la sua fattoria, ma non c’era tempo di gridare loro nulla, in più non l’avrebbero di certo riconosciuta! Delle compagne le si affiancarono mentre delle altre completarono il gruppo dietro di loro: era fatta, ora avrebbe volato libera con loro. Il caldo sud le aspettava! (Libera traduzione dell'Autrice di una storia di Gudrun Pausewang narrata in "Die Prinzessin springt ins Heu")
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